Egitto, rivoluzione continua | Gli Altri Online

26 Gennaio 2013 0 Di macwalt

È il venticinque gennaio. L’anniversario della rivoluzione che ha deposto il regime di Mubarak. Ad aprile gli egiziani voteranno il secondo parlamento dopo la fine della dittatura. di FOTO DI   WAIL  GZOLY

Egitto, in piazza Tahrir due anni dopo<br />La rivoluzione continua

Camminando per le strade che portano a Tahrir, i graffiti sul muro della strada di Mohamed Moammud, raccontano uno dopo l’altro come personaggi tra le pagine di un libro, la storia della rivoluzione egiziana.

L’inizio della protesta sulla scia di quella tunisina, dal 25 al 28 gennaio le strade del Cairo sono un fiume in piena che straripa una rabbia sommersa per trent’anni di abusi subiti dalla dittatura, dal nepotismo, dalla corruzione, al sistematico ricorso alla tortura da parte della polizia.  

In diciotto giorni si susseguono gli eventi che porteranno alla caduta del regime: i  discorsi di Mubarak, il massacro della battaglia dei cammelli e l’ostinazione della folla che si raccoglie in sit/in, costringendo il dittatore alla resa l’11 febbraio.

Il periodo di transizione del consiglio superiore dell’esercito(Scaf) apre un’altra pagina del processo rivoluzionario.

Lo Scaf da marzo a novembre del 2011 forza il processo istituzionale. Nel tentativo di costruire un simulacro di legittimità democratica e lasciare al governo il generale Shafiq approva degli emendamenti costituzionali tramite referendum e indice delle elezioni parlamentari.

La forbice tra il piano istituzionale e la piazza continua ad allargarsi rinnovando le forme di contrapposizione.

Gli islamisti assecondano lo Scaf perdendo lo slancio rivoluzionario.

I partiti liberali, quelli socialisti e le forze civili continuano nella protesta chiedendo una nuova costituzione che sancisca la Rivoluzione e i principi che l’hanno ispirata, che hanno fondamento nella dimensione dei diritti democratici, senza entrare in conflitto con l’identità religiosa. Si salda in questi mesi il movimento dei secolaristi.

La tensione culminerà negli scontri del 18 Novembre nella strada di Mohammed Moammud. I manifestanti affiancati per la prima volta anche dagli Ultras della squadra di calcio dell’Ahalwy, affrontano per sei giorni le forze della polizia e dell’esercito.

Da dicembre le proteste proseguono, spostandosi da Tahrir al palazzo del gabinetto del governo, costringendo lo Scaf ad indire le elezioni presidenziali, che si svolgeranno in due turni tra maggio e giugno 2012 e dalle quali uscirà vincitore Mohammed Morsi, leader della coalizione islamista.

Il due febbraio gli Ultras dell’Ahalwy pagheranno il loro appoggio alla causa dei manifestanti, quando nella trasferta a Port Said, la polizia non interviene negli scontri tra tifoserie. Quel giorno sono morti 76 giovani tifosi.

Da quando sono al governo i Fratelli mussulmani con l’appoggio degli ultraconservatori salafiti, la tensione non è mai diminuita.

All’inizio dello scorso mese lo scontro si è radicalizzato fino a far temere una nuova escalation di violenza fra polizia e forze civili.

Morsi, titolare del potere esecutivo ed erede dello Scaf del potere legislativo, in attesa dell’elezione del nuovo Parlamento, ha emanato una modifica costituzionale rendendo i suoi decreti insindacabili da qualsiasi altra istituzione.

Una necessità determinate (a suo dire) dall’urgenza di salvaguardare la rivoluzione e la stabilità nel paese.

Questo azzardo democratico ha garantito all’assemblea costituente a maggioranza islamista, soggetta al controllo della Corte Suprema secondo la precedente costituzione, l’immunità giudiziaria nel corso dei lavori al progetto costituzionale.

La folla è tornata nelle piazze, costringendo Morsi ad abbandonare il palazzo presidenziale il 4 dicembre. I manifestanti e gli islamisti si sono scontrati, sotto al palazzo presidenziale. La pace è tornata solo grazie all’intervento dello Scaff che ha “mediato” affinché opposizione e governo trovassero un accordo.

L’esito del referendum costituzionale, svolto in due turni il 15 e il 22 dicembre (tra sospetti e denunce di brogli e scorrettezze) ha approvato la costituzione proposta dai Fratelli mussulmani con il 63% dei voti favorevoli.

Al testo hanno lavorato per sei mesi i rappresentanti dei soggetti politici e dei gruppi religiosi più significativi del paese, tranne poi nelle ultime due settimane, quando l’opposizione ha abbandonato i lavori per protesta, dando inizio a un’accesa campagna per il no.

Il referendum sulla costituzione si è così trasformato in un’anticipazione delle elezioni parlamentari di aprile più o meno rispecchiando nella geografia e nell’esito del risultato, il primo turno delle scorse elezioni presidenziali.

Il no, ad esempio, ha prevalso al Cairo, sfiorando in alcuni quartieri  il 70%, mentre la presenza capillare sul territorio, ha deciso la vittoria degli islamisti, capaci di drenare il bacino elettorale soprattutto nelle zone periferiche e meno privilegiate del paese.

Un dato su cui è il caso di soffermarsi è l’assenteismo, che ha toccato una cima vertiginosa, il 50%, rappresenta la profondità dello strappo tra società civile e politica.

Al testo viene unanimemente riconosciuto il pregio di aver recepito e rimediato ad alcune gravi lacune della costituzione di Sadat del 1972.

Ciò che invece preoccupa è la costruzione dell’assetto istituzionale, ad esempio le garanzie di indipendenza dei media rispetto al potere di controllo del governo, che rimangono permeabili a forzature.

Come  d’altronde la vaghezza della formulazione letterale di alcuni principi fondamentali, tra cui proprio la posizione della sharia nella gerarchia delle fonti costituzionali, lasceranno ampi margini di interpretazione al prossimo parlamento.

La campagna elettorale e la Piazza

Quello in atto oggi nella sfida elettorale, è uno scontro tra due forze che contrappongono diverse concezioni dello stato e della convivenza civile.

Gli islamisti hanno diversi atteggiamenti e si contendono il discorso religioso nella sfera politica, ma convergono nell’assegnare alla Sharia il compito di guidare lo Stato.

I Fratelli Mussulmani sono pragmatici, accettano la sfida democratica ma per loro tutte le risposte sono nell’Islam. I Salafiti sono decisamente più estremisti, rigettano per ideologia la democrazia, si rifanno agli antichi e devoti antenati e ai loro valori, hanno slogan validi universalmente in tutto il nord Africa, come nel Sahel, ma non tutte le emanazioni nazionali della corrente accettano la violenza come strumento di lotta.

L’opposizione da parte sua nel tentativo di non perdere il vento della rivoluzione di gennaio ha lascato le cime dell’ideologia politica e si è unita nel National Rescue Front, formando uno schieramento che va dai liberali ai socialisti e fa perno sul principio di secolarizzazione.

Senza mettere in dubbio la centralità dell’Islam nella cultura nazionale, questi oppongono alla teocrazia degli islamisti,  uno stato  laico, il cui compito è garantire la libertà nelle sue varie forme, l’effettività dei diritti, la qualità dei servizi e l’efficienza dell’amministrazione.

Nelle prime settimane di gennaio, mentre l’opinione pubblica si è divisa, tra coloro che all’anniversario della Rivoluzione guardano per celebrare un cammino compiuto e coloro che hanno preso voce e vogliono continuare a farsi sentire,  la popolazione ha continuato a vivere giorni di agitazione.

L ‘incidente di un treno nella notte del 16 gennaio nella zona dell’ Upper Egypt, è costato la vita a 19 persone riportando la  gente nelle strade del Cairo e di Alessandria per manifestare contro il governo e l’inefficienza delle infrastrutture. Nei giorni successivi, gli Ultras dell’Alhway in attesa del verdetto del 26 gennaio sulla strage di Port Said, hanno bloccato le strade e la metropolitana del Cairo, due volte in pochi giorni, dimostrando che mobilitandosi hanno la forza di gettare la città nel caos.

Man mano che le ore hanno scandito il tempo fino a questa mattina, la folla a Tahrir è cresciuta, i manifestanti hanno chiuso le vie d’accesso alla piazza con sacchi di sabbia e pietre.

Giovani, donne, i movimenti civili di Kefaja, del 6 Aprile oggi scenderanno in piazza ancora gridando il loro slogan, l’eco che avrebbe cambiato per sempre il mondo  arabo:  “pane, uguaglianza, giustizia, libertà”.

La stagnante recessione economica attualizza le loro richieste.

Un dato su tutti riguarda la disoccupazione: secondo il centro ufficiale delle statistiche Capmas, è cresciuta dall’11,8% al 12,6% solo nel secondo trimestre del 2012. La forza lavoro disoccupata si aggira intorno ai 4 milioni di unità, di cui il 77,5% giovani tra i 15 e i 29 anni  per la maggior parte residenti nelle grandi città. Le stesse grandi città dove la Rivoluzione ebbe il suo epicentro già due anni fa.

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