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Ancora un tetto per i profughi nordafricani | L’Indro

Prorogata di due mesi l’accoglienza ai 18mila nelle strutture predisposte. Senza, sarebbero finiti in strada.

l primo gennaio l’Italia non si è svegliata con 18mila senzatetto in più. Poco prima della fine dell’emergenza umanitaria Nord Africa, fissata al 31 dicembre, il governo ha infatti prorogato di due mesi l’accoglienza degli stranieri fuggiti nel 2011 dai rivolgimenti nell’area nordafricana e ancora ospitati nelle strutture predisposte in varie parti d’Italia. Alla scadenza i migranti avrebbero dovuto abbandonarle senza sapere dove andare, una situazione d’incertezza che preoccupava, fra gli altri, anche l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Ora, con il passaggio dalla fase emergenziale a quella ordinaria, nelle mani del ministero dell’Interno attraverso i prefetti, il dicastero esorta tutti a comprendere la “assoluta necessità” di sostituire alla fase assistenziale quella di una progressiva autonomia di quanti potranno restare in Italia.

L’accoglienza in proroga sarà garantita dal ministero dell’Interno attraverso i prefetti e, ha spiegato lo stesso Viminale, avrà per fine la progressiva uscita dei 18mila stranieri dal sistema d’accoglienza, anche attraverso programmi di rimpatrio volontario e assistito. I soggetti vulnerabili e i nuclei familiari riceveranno un’attenzione particolare e potranno godere, se necessario, di ulteriori interventi nel Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). Altri interventi saranno attivati con le risorse dei Fondi europei, per favorire percorsi d’integrazione e inclusione nel territorio. Tutto ciò, ha precisato il Ministero, sarà in coerenza con quanto concordato il 26 settembre con le Regioni, l’Unione delle Province italiane (Upi) e l’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci) nel Documento di indirizzo per il superamento dell’emergenza Nord Africa’. Questo prevede alcune soluzioni, nello specifico l’aumento dei posti nello Sprar, misure a favore dei minori stranieri non accompagnati, fondi gestiti dal Viminale (Fondo europeo per i rimpatri e Fondo europeo per i rifugiati) e interventi d’integrazione socio-lavorativa.

Il governo Berlusconi dichiarò l’emergenza Nord Africa nel febbraio del 2011, affidandola in gestione commissariale alla Protezione civile, e la prorogò nell’ottobre di quell’anno. Il bilancio finale, reso noto dal ministero dell’Interno, è di 62mila persone assistite, arrivate dalla Tunisia in crisi politica (28.123), dalla Libia in conflitto (28.431) e dal Mediterraneo orientale (6mila). Gli sbarcati sono stati distribuiti su tutto il territorio nazionale attraverso un sistema d’accoglienza diffusa, con punte massime di oltre 26mila profughi, e l’esame di oltre 39mila richieste d’asilo da parte delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale. L’accoglienza offerta dall’Italia, ha precisato il Viminale, si è basata quasi solo su risorse del Paese, nonostante la difficile situazione economica.

I 18mila stranieri ancora presenti alla fine della fase emergenziale sono in situazioni diverse. Una parte ha visto accolta la propria richiesta d’asilo, quindi ha ora status o di rifugiato, o di beneficiario di protezione umanitaria, o di protezione sussidiaria. Un’altra parte attende di essere ascoltata in commissione. Poi ci sono i molti che hanno visto rifiutata la propria richiesta e hanno quindi fatto ricorso contro la decisione. Infine c’è chi ha subìto il diniego ma non ha proposto ricorso perché non informato su questa possibilità; costoro, a differenza degli altri, sono irregolari sul territorio e non hanno titolo per restare in Italia, ma non possono comunque essere espulsi se in patria la loro incolumità è a rischio.

Queste 18mila persone sono ancora bisognose di protezione, in particolare chi deve veder definita la sua procedura e chi aspetta il rilascio di un permesso umanitario della durata di un anno che gli consenta di lavorare. Non si può svolgere un’attività lavorativa, infatti, se la richiesta d’asilo è ancora in attesa di decisione o è stata rifiutata. Senza la proroga, il 31 dicembre tutte queste persone si sarebbero trovate per strada: regolari, irregolari e quante sono destinate a diventare irregolari dopo aver perso il ricorso contro il rifiuto dell’asilo.

I regolari non avrebbero trovato posti liberi nei centri a loro riservati, i Cara (Centri per richiedenti asilo) e i progetti Sprar, e fra loro c’è chi sarebbe stato ostacolato o dall’impossibilità di lavorare o dal fatto di essere stato alloggiato, durante l’emergenza, in una fra le strutture che a differenza di altre non hanno offerto servizi finalizzati all’autonomia, a partire dal fondamentale corso d’italiano. Gli irregolari e quanti sono destinati a diventarlo, per parte loro, avrebbero potuto finire nel circuito del lavoro nero o della criminalità. Tutti e 18mila, in situazione di grave disagio, sarebbero rientrati nella competenza dei Comuni, ma per questi sarebbe stato difficile intervenire. La proroga ha evitato tutto questo, almeno per i prossimi due mesi.

Ancora un tetto per i profughi nordafricani | L’Indro.

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