Trattativa Stato-mafia, il ritorno del «depistatore» | Giustizia in Italia – antimafia2000.com

8 Settembre 2012 0 Di ammiano marcellino

Trattativa Stato-mafia, il ritorno del «depistatore» | Giustizia in Italia.

(Foto da Web) I pm di Palermo potrebbero sentire Ciolini sulle misteriose rivelazioni dei delitti Lima e Falcone
di Giovanni Bianconi – 7 settembre 2012
Roma. Vent’anni dopo il «depistatore» è finito nuovamente in carcere, ma il mistero delle sue anticipazioni sulle stragi di mafia non è stato svelato. Anzi, è diventato un pezzo dell’indagine sulla cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa nostra in quella stagione.

E qualora il sessantaseienne Elio Ciolini — uomo dai burrascosi trascorsi giudiziari in Italia e non solo, riarrestato l’altro ieri in Romania per possesso di documenti falsi — fosse messo a disposizione dell’autorità giudiziaria italiana, potrebbe diventare un testimone. Anche se potrebbe apparire velleitario attendersi, da un personaggio con la sua fama e la sua storia, parole chiare o chiarificatrici su come e perché, alla viglia degli attentati del 1992, lanciò un allarme che prima fu preso in seria considerazione e subito dopo declassato a «patacca».
Quando fece le sue fosche previsioni sulle bombe del ’92, a marzo di quell’anno, Ciolini era già noto per i suoi ambigui legami con l’estrema destra e servizi segreti, nonché per aver tentato di inquinare le indagini sulla strage alla stazione di Bologna del 1980. Condannato per calunnia, arrestato nel dicembre ’91 metre era in compagnia di una ex poliziotta peruviana, il 4 marzo 1992 inviò dalla cella in cui era rinchiuso una lettera al giudice istruttore di Bologna, con l’intestazione «Nuova strategia tensione in Italia». C’era scritto: «Nel periodo marzo-luglio di quest’anno avverranno fatti intesi a destabilizzare l’ordine pubblico come esplosioni dinamitarde intese a colpire quelle persone “comuni” in luoghi pubblici, sequestro ed eventuale “omicidio” di esponente politico Psi, Pci, Dc sequestro ed eventuale “omicidio” del futuro Presidente della Repubblica. Tutto questo è stato deciso a Zagabria – Yu – (settembre ’91) nel quadro di un “riordinamento politico” della destra europea, e in Italia è inteso ad un nuovo ordine “generale” con i relativi vantaggi economico finanziari (già in corso) dei responsabili di questo nuovo ordine deviato massonico politico culturale, attualmente basato sulla commercializzazione degli stupefacenti. La “storia” si ripete dopo quasi quindici anni ci sarà un ritorno alle strategie omicide per conseguire i loro intenti falliti».
Otto giorni dopo, in una strada di Palermo, fu assassinato l’eurodeputato dc Salvo Lima, fedelissimo di Giulio Andreotti, principale candidato alla presidenza della Repubblica. Sulla base di quella e altre indicazioni, a metà marzo l’allora ministro dell’Interno Scotti diffuse un allarme alle questure e prefetture d’Italia, affinché venisse «accentuata la vigilanza» per prevenire nuovi attentati e cogliere altri segnali sulla minacciata «campagna terroristica». Tra i possibili bersagli venivano indicati Andreotti e i ministri siciliani Carlo Vizzini e Calogero Mannino.
Il 18 marzo Ciolini mandò un’altra lettera in cui avvertiva: «Non a caso la mia informazione sugli eventi di quanto in oggetto, per sfortuna, si è rivelata giusta… Ora, “bisogna” attendersi un’operazione terroristica diretta ai vertici Psi, a personaggio di rilievo». La lista dei possibili obiettivi fu aggiornata con il nome del vicesegretario socialista Giuliano Amato. Andreotti provò a sminuire la minaccia, e dopo che fu svelato il nome di Ciolini come ispiratore della segnalazione la bollò come una «patacca». Il 23 maggio ci fu la strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone (in quel momento uno dei più stretti collaboratori del ministro socialista Martelli), sua moglie e tre agenti di scorta. Era il momento in cui Andreotti stava ancora tentando di salire al Quirinale, ma quella bomba gli sbarrò definitivamente la strada portando sul Colle Oscar Luigi Scalfaro. Il ministro Scotti ha testimoniato che dopo il suo allarme avvertì intorno a sé un isolamento politico al quale seguì, nel nuovo governo guidato da Giuliano Amato, la rimozione da ministro dell’Interno. Vicenda che, nonostante le spiegazioni fornite dai vertici democristiani dell’epoca, per Scotti resta ancora un mistero. «Non ho mai capito perché fu rivelato il nome di Ciolini — ha dichiarato ai giudici di Palermo —. Io fui giudicato un venditore di patacche, affrettato e impulsivo. Ciolini sarà stato pure un noto depistatore, ma non era l’unica fonte. E poi i depistaggi si costruiscono anche su elementi veri».
Già l’indagine palermitana chiamata «sistemi criminali» si soffermò sull’origine di quell’allarme, rilevando che «se il Ciolini non è fornito di doti “paranormali” di preveggenza, significa che egli era venuto in possesso di preziose informazioni sulla strategia di imminente attuazione». Quell’inchiesta finì in archivio, ma le copie degli atti sono ora confluite nel fascicolo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. A sostegno della tesi secondo cui alle istituzioni erano arrivati precisi segnali di ciò che i boss e qualcun altro avevano in serbo, e con l’arduo obiettivo di fare luce su un mistero che dura da vent’anni.

Tratto da: Il Corriere della Sera

(Commento di alias/ammiano marcellino: mi sono permesso di allegare il seguente articolo rintracciabile alla seguente Link  http://www.societacivile.it/primopiano/articoli_pp/savoia/savoia_2.html

Una cosa è sicura la Loggia di Montecarlo alias Ordine del Templio Solare, era una Realtà (e lo è purtroppo tuttora)).

Nel giro d’affari era coinvolta, oltre l’Agusta, anche la statunitense Bell, quella degli elicotteri d’assalto Cobra. Le armi giravano il mondo, Somalia, Congo, Zaire… A vederci chiaro provò anche un giovane giudice di Trento, Carlo Palermo, che aveva messo gli occhi su un doppio traffico: armi dall’Occidente verso Oriente, droga in direzione opposta. Anche Palermo fu bloccato, e in malo modo, probabilmente proprio perché questi traffici non si possono fare senza il consenso di poteri molto forti, che per certi lavori sporchi usano i servizi segreti e che comunque non gradiscono che si metta il naso nei loro affari e che si portino alla luce i loro traffici, dove ragioni di Stato si mischiano spesso a ragioni di soldi…

Comunque Vittorio Emanuele era attorniato e ben sostenuto da una compagnia di personaggi eccellenti, come si conviene nei commerci internazionali d’armi: faccendieri, politici, militari, uomini dell’intelligence. Tra gli altri, c’erano il colonnello Massimo Pugliese, fedelissimo di casa Savoia, già responsabile del centro di controspionaggio di Cagliari; il generale Giuseppe Santovito detto Bourbon per via dei suoi gusti alcolici, direttore nientemeno che del Sismi, il servizio segreto militare; l’ex attore Rossano Brazzi, massone, approdato dal cinema all’entourage di un altro attore che aveva cambiato mestiere, Ronald Reagan. Una bella compagnia di giro, variopinta ma potente. I servizi segreti vegliavano sugli affari. Barbe finte italiane, ma anche i loro padrini della Cia e dalla Nsa, le due massime agenzie spionistiche americane. Del resto l’amministratore dei beni di Casa Savoia, l’avvocato Carlo D’Amelio, era presidente del Cmc, una filiazione della Permindex, che secondo il giudice Palermo era una «creatura della Cia, istituita per coprire i finanziamenti dei servizi segreti americani Cia-Fbi in Italia per attività anticomuniste».

Molti dei soci di questa bella compagnia avevano, come si conviene, una comune appartenenza a un club: la loggia P2 di Licio Gelli, il circolo degli oltranzisti atlantici italiani. Alla lettera S dell’elenco sequestrato nel marzo 1981 dai magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo nella ditta di Gelli a Castiglion Fibocchi, si legge: «Savoia Vittorio Emanuele, casella postale 842, Ginevra». La tessera era la numero 1621. In una delle cartellette allegate agli elenchi, sempre alla lettera S, accanto a «Sindona Michele, banchiere», «Stammati Gaetano, ministro», «Santovito Giuseppe» e tanti altri (Berlusconi Silvio no, era in un altro documento), compare il nome «Savoia Vittorio, numero 516».

Il principe, si seppe poi, aveva raggiunto il terzo grado della gerarchia massonica, quello di Maestro, e oltre alla loggia P2 aveva frequentato un altro esclusivo club massonico: la superloggia di Montecarlo. Almeno secondo quanto testimonia nell’ottobre 1987 Nara Lazzerini, amica molto intima di Gelli: «Licio mi disse che della loggia facevano parte anche Vittorio Emanuele di Savoia e il principe Ranieri». Chissà se è vero. Un rapporto del Sisde (il servizio segreto civile) del 1982 informa comunque che ai vertici della Loggia di Montecarlo, insieme a Gelli, vi era Enrico Frittoli, ragioniere, titolare di una società di import-export con sede nel Principato e «uomo di fiducia del trafficante internazionale d’armi Samuel Cummings, presidente della Inter Arms di Londra». Il solito cocktail forte di politica, affari e nobiltà.

Con le logge massoniche internazionali Vittorio Emanuele ebbe a che fare anche qualche anno dopo, alla fine degli anni Ottanta, quando cadde il Muro di Berlino e alcuni circoli massonici pensarono bene di progettare il ritorno sul trono di alcuni monarchi europei. I Paesi su cui puntavano erano la Romania e l’Ungheria, Paesi da cui il re era stato scacciato dai perfidi comunisti e in cui, collassato il blocco sovietico, si poteva dunque approfittare della situazione per tentare un ritorno alla grande. Ma era stata presa in considerazione anche la possibilità di un ritorno delle famiglie reali in Italia e in Grecia. I progetti, come al solito, mischiavano politica e affari: alla fine furono realizzati soltanto questi ultimi, nelle fragili democrazie dei Paesi ex comunisti.

Ma un rapporto riservato del ministero dell’Interno del 1993 riporta le dichiarazioni informali di un collaboratore di giustizia il quale racconta di una riunione avvenuta a Barcellona, con la partecipazione di emissari delle famiglie Villaverde, Orleans, Leida d’Aragona e Savoia. Anche in Italia, in fondo, tra il 1992 e il ’93 era caduto un Muro: Mani Pulite aveva fatto crollare il sistema dei partiti di Tangentopoli e per molti mesi alcune «menti raffinatissime» (come le chiamava Giovanni Falcone) avevano pensato a come approfittare della situazione. Nel calderone c’era anche qualcuno che aveva pensato di giocare la carta reale: per esempio il principe Giovanni Alliata di Montereale, siciliano, massone, piduista, legato a Cosa Nostra ma anche agli ambienti dell’intelligence Usa e dell’eversione di destra italiana, che dopo essere passato per più di un tentato golpe era stato uno dei registi della riunione di Barcellona con le famiglie reali.

Non se ne fece niente. La storia italiana prese un’altra strada, passando attraverso i momenti drammatici delle stragi del 1992 di Falcone e Borsellino e del 1993 a Firenze, Roma e Milano. Vittorio Emanuele di Savoia si limitò a chiedere, di tanto in tanto, il rientro dei Savoia in Italia: lui vivo in qualche villa di Napoli o chissà dove, i suoi parenti morti nel Pantheon di Roma. Finora non se n’è fatto niente. Domani, si vedrà: se Silvio Berlusconi dovesse vincere le elezioni, forse la comune appartenenza al club P2 potrà aiutare.

 

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