Globalist.it | Mubarak in coma e le complicità dell’Occidente

20 Giugno 2012 0 Di luna_rossa
Non è attesa solo la fine dell’uomo, ma un sistema di potere. La nostra odiosa complicità con un regime spietato spacciato per moderato. [Riccardo Cristiano]
C’era una barzelletta che si raccontava al Cairo molti anni fa. Parlava di un Mubarak morente che chiamava la moglie, Suzanne, per chiederle a chi lasciare il Paese: “a tuo figlio Gamal”, rispondeva lei. “Ma mi dicono che il popolo non…” , “Lasciali perdere quegli asini maledetti, buoni solo a mangiare fieno!” … Mubarak rifletteva, per poi chiedere ancora: “ma se dovessero…” Ma Suzanne, sicura, lo interrompeva nuovamente: “sentiranno il sapore della frusta, questi maledetti animali da soma, capaci solo a ruminare balle di fieno.”
A quel punto il raiss avrebbe chiamato i suoi più stretti collaboratori, sentenziando: “il mio posto lo prenderà il mio primogenito Gamal, al secondogenito lascio invece il monopolio del fieno.” Più che una barzelletta mi è parsa per anni la fotografia di un sistema, quello che unisce i despoti contro cui è insorto il popolo delle Primavere.

Ora però, ora che Mubarak è davvero nei pressi del suo capolinea, mi rammento di un altro episodio, non di un’altra barzelletta: il faraonico, folle progetto di costruire una seconda valle del Nilo, nel deserto. Doveva raddoppiare le terre coltivabili, ovviamente ha rischiato di eliminarle, sconvolgendo per soprammercato il clima e svuotando le casse del Paese.

Quanti miliardi saranno stati rubati prima di abbandonare quella follia? Questi sono solo due aspetti, poi c’è la tortura, sistematica, brutale, diffusa: l’assassinio, sistematico, brutale: la sopraffazione, sistematica, brutale: per quanti decenni l’abbiamo nascosta? Perché Mubarak era “il moderato”, giusto?

Ecco, l’auspicio è che in queste ore in Egitto sia in coma non tanto l’uomo Mubarak, quanto “il moderato Mubarak”. Le nostre complicità con i generali che si candidano a prolungare l’epoca Mubarak sono già evidenti. Speriamo solo che non arriveremo a chiamarli “moderati”. Ma dobbiamo sapere che è una speranza esile. Esile come lo spazio che abbiamo riservato a Khaled Said: nel giugno del 2010 la polizia egiziana lo sorprese in un bar di Alessandria: lui non faceva politica, non era “coinvolto”. Ma loro lo volevano interrogare. Quel giovane gli chiese soltanto “perché”: lo sollevarono di peso, lo portarono fuori, per strada, sbattendogli la testa contro una cancellata fino a farlo morire. Irriconoscibile e abbandonato per strada. Khaled Said, vittima del “regime moderato” di Hosni Mubarak.

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