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AldoGiannuli.it » Archivio Blog » Berlusconi propone di uscire dall’Euro: attenti a non cadere nella trappola

Era nell’aria: Berlusconi prepara la sua campagna elettorale sul tema dell’uscita dell’Italia dall’Euro e spera che l’euro affondi da solo già entro l’anno, in modo da potersi presentare come il primo che aveva proposto di prendere il largo dall’insicura moneta comune. Ma punta anche sull’attuale impopolarità della moneta comune, vista come la ragione della crisi italiana: “in altri tempi avremmo dato fiato alle esportazioni con una bella svalutazione”, “L’Euro è la causa delle tasse con cui Monti ci sta massacrando”, “Restare nell’Euro significa accettare la dittatura della Germania”. Sono discorsi che sentiamo tutti i giorni. Discorsi che hanno dentro molta verità, ma anche molto semplicismo e molta fede nei miracoli. Il punto è che una uscita improvvisa dall’Euro –o peggio ancora un suo crollo improvviso- determinerebbe molti più mali che benefici e rischieremmo di spezzarci la schiena. Detto questo, attenzione a non cadere nella trappola che il Cavaliere ci sta tendendo: presentare la sinistra come gli ultras dell’Euro, scaricandogli addosso tutta l’impopolarità che da questo deriva, soprattutto in caso di naufragio della moneta. Ed allora che si fa? Calma e gesso, ragioniamoci su.La caduta dell’Euro ed il ritorno alle monete nazionali non è una cosa che dice solo Berlusconi, ma anche molti altri. E’ ormai una ipotesi sul tappeto, nel campo delle cose possibili e persino probabili. E’ possibile salvare l’Euro? Ne vale la pena? E come? Ma se dovessimo uscirne, sarebbe proprio una così grave catastrofe? Ed a quali condizioni?

Personalmente, resto dell’idea che l’Euro sia stata una idea poco intelligente sin dal principio, che sta giungendo al suo epilogo. Ma quello che possiamo pensare in merito conta poco o nulla: la salvezza dell’Euro non dipende da quello che possiamo auspicare noi e, in gran parte, neppure da quello che pensano o fanno i nostri governi. La crisi ormai va per i fatti suoi e, se è possibile tentare di fermarla o di dirigerne almeno parzialmente il corso, non è detto che questi tentativi debbano necessariamente riuscire. Diciamo –ottimisticamente- che la salvezza dell’Euro è per i due terzi nelle mani dei governi europei e per un terzo nelle mani della speculazione internazionale e dell’andamento della crisi.

Dunque, al di là di quello che auspichiamo, conviene prendere in considerazione l’idea di un possibile collasso nel breve periodo. Superato il quale si porrà il problema di decidere, in condizioni meno angoscianti se proseguire ancora nell’esperimento. Nell’immediato occorre sperare che la cosa si regga, perchè se il tetto cade all’improvviso ci spacchiamo la testa tutti quanti. Comunque è bene prendere in considerazione questa ipotesi per varare misure idonee alla limitazione del danno. Anche perché, se teoricamente l’Euro ha delle possibilità di farcela, il guaio peggiore è che la cosa è nelle mani della Merkel che non dà segni di ragionevolezza. E se i tedeschi non cambiano registro le speranze si riducono al lumicino. Inoltre il fondo salva-stati così come è pensato non assicura alcuna reale efficacia e, semmai, finirà per essere l’ennesima misura salva banche. Comunque per ora speriamo di guadagnare tempo.

Diverso è il discorso in prospettiva. L’euro, diciamocelo francamente, è stato un fallimento politico ed economico perché ha mancato i principali risultati che si proponeva: l’unificazione politica e la convergenza delle economie europee. E nulla lascia intendere che questi due risultati possano essere raggiunti in tempi politicamente prevedibili. Anzi, la situazione presente mostra due blocchi di paesi  che hanno esigenze opposte: Grecia, Spagna, Italia, Portogallo hanno bisogno di svalutare per curare l’ascesso del debito, mentre la Germania ed il Nord Europa hanno l’esigenza di una moneta forte per l’acquisto delle materie prime e la tutela del livello di consumi interno.

Dunque è ragionevole porsi il problema di come uscire dall’Euro. Infatti, si può uscire da una esperienza ordinatamente oppure, al contrario, con una rotta disordinata e rovinosa. Possono esserci politiche di riduzione del danno che, tempestivamente attuate, potrebbero garantire un’ uscita, se non proprio indolore, almeno non drammatica.

In primo luogo non è detto che all’attuale situazione di moneta unica debba succedere un puro e semplice ritorno alle monete nazionali. Una prima soluzione potrebbe essere quella di tenere l’Euro come unità di conto e come moneta internazionale, mentre i singoli paesi potrebbero adottare monete interne legate da un cambio flessibile con la moneta comune. Qualcosa di simile al vecchio Sme, ma più articolato. Ad esempio non è da escludere un periodo più o meno prolungato di doppia circolazione, con stipendi pagati per un terzo in moneta interna e due terzi in euro e poi, man mano che la situazione si stabilizza, sempre più in moneta interna. Ovviamente, la moneta interna –come ogni moneta- avrebbe corso forzoso all’interno dei rispettivi confini nazionali, magari con normative precise sulla formazione dei prezzi all’ingrosso e, soprattutto, al dettaglio. Un processo certamente un po’ macchinoso ma che andrebbe semplificandosi man mano che si superi la doppia circolazione. Questo permetterebbe anche di distinguere il debito interno (denominato in moneta interna) e quello internazionale (denominato in euro).

Ovviamente questo significa che gli enti pubblici, a cominciare da università, comuni, regioni ecc, devono piantarla con questa prassi demenziale per cui emettono propri titoli di debito ed acquistano titoli di debito straniero: devono dipendere dal finanziamento centrale e devono investire gli avanzi di bilancio esclusivamente in titoli di debito interno (così come si era fatto sino agli anni novanta con ben maggiore razionalità economica di quanto non accada in questo carnevale di finanza pret a porter).

Un’altra soluzione potrebbe essere l’articolazione della attuale moneta in due: l’Euro forte del Nord e l’Euro debole del sud, legati da un rapporto reciproco di cambio, determinato in modo da conservare l’attuale potere di acquisto all’Euro del nord e di svalutare quello del Sud, per ridare fiato alle economie deboli. Se ne parlò già due anni fa e fra i sostenitori ci fu anche Zingales. Personalmente non mi convince molto questa soluzione perché perpetua l’errore della moneta sovra statale, ma sarebbe già una cosa più razionale dell’attuale soluzione.

Insomma, il passaggio dalla moneta nazionale a quella unica non  fu fatto in un giorno ma richieste circa 10 anni di preparazione ed anche al momento di entrata in vigore della  nuova moneta ci furono tre mesi di doppia circolazione (troppo pochi fu detto in seguito); pertanto anche il cammino inverso richiede i suoi tempi. Non dico 10 anni, ma sicuramente una certa gradualità che eviti il “rompete le righe, ognuno per sé e Dio per tutti”. Il problema attuale è quello di guadagnare tempo ed a questo potrebbe servire il meccanismo di messa in comune di parte del debito sostenuto da garanzie reali per evitare il crollo imminente.

Ma i nostri governanti sapranno accorgersene prima che il tetto ci crolli in testa?

Aldo Giannuli

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