Capaci: vent’anni – Cronache Laiche

23 Maggio 2012 0 Di ammiano marcellino

Capaci: vent’anni – Cronache Laiche.

Alle 17,48 di venti anni fa un jet dei servizi segreti atterra su una pista dell’aeroporto palermitano di Punta Raisi; a bordo c’è Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo.
Lo attendono tre auto e sei uomini: la sua scorta, che lo ha tenuto in vita dopo il fallito attentato del 1989 sulla spiaggia dell’Addaura.
La Croma bianca, guidata dallo stesso Falcone, preceduta e seguita dalle altre due, si dirige verso l’autostrada tra uliveti e capannoni industriali; al chilometro 5 della Trapani-Palermo Giovanni Brusca, detto “U Verru” (il Porco), preme il tasto del telecomando che fa saltare una tonnellata di tritolo nascosta in un canale di scolo sotto la sede stradale: l’auto del giudice si schianta contro il muro di asfalto e detriti alzato dall’esplosione che ha fatto a pezzi la prima auto di scorta e i corpi degli agenti scagliandone i resti tra gli ulivi oltre la corsia opposta, e ha solo ferito i poliziotti della terza auto.
Il Grande nemico della Mafia è stato eliminato. Per ordine dei corleonesi di Bagarella e Riina.

«Non sono Robin Hood, né un kamikaze e tantomeno un trappista. Sono semplicemente un servitore dello Stato in terra infidelium» aveva ironicamente dichiarato Falcone alla giornalista francese Marcelle Padovani nel corso delle venti interviste raccolte nel 1991 in Cose di Cosa nostra. Nel capitolo Messaggi e messaggeri il magistrato condensava il patrimonio di conoscenze raccolto nel corso degli interrogatori di don Masino Buscetta, boss e collaboratore di giustizia. Per la prima volta veniva disegnata una mappa dettagliata dell’organizzazione mafiosa, del suo linguaggio, del suo codice di segni. In una parola, della sua antropologia. Allo stesso tempo fu svelata la sua struttura e il sistema di penetrazione politico-economica dei “livelli superiori”.

Le indagini avrebbero riconosciuto nell’accorta regia dell’offensiva terroristica mafiosa del 1992 (nel luglio di quell’anno verrà eliminato Paolo Borsellino, anche in quel caso attraverso un’operazione “libanese”) un’inedita dimestichezza con i meccanismi dei media e con le dinamiche della comunicazione politica.
Si è recentemente parlato di trattativa tra pezzi dello Stato e Cupola, di collusione con logge massoniche segrete; di imprenditoria, finanza e politica corrotte, di funzionari infedeli.
Fu probabilmente l’aggregazione di interessi particolari ma convergenti, nelle estreme convulsioni della Prima Repubblica, a decidere la sorte degli uomini di punta del Pool antimafia, ostacoli considerati – a ragione – ingombranti e pericolosi.
«Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande» aveva dichiarato alla Padovani Giovanni Falcone: solo un anno prima che “U Verru” spalancasse il cratere di Capaci.

Claudio Tanari
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