La “questione sionista” | STAMPA LIBERA

24 Maggio 2011 0 Di luna_rossa

La “questione sionista” | STAMPA LIBERA.

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Nel 63° anniversario della Nakba (la “catastrofe” del popolo palestinese, ossia l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, a partire dal 15 maggio del 1948, il giorno dopo che Ben Gurion aveva annunciato la nascita dello Stato d’Israele) l’esercito israeliano non ha esitato ad uccidere o ferire decine di manifestanti palestinesi. “Disordini” sono sempre accaduti nel “Giorno della catastrofe”, ma mai Israele aveva fatto ricorso ad armi da guerra per impedire ai manifestanti palestinesi di rivendicare il diritto di fare ritorno nella propria terra. Sembra quindi abbastanza chiaro che, dopo le cosiddette “rivolte arabe”, Israele abbia voluto far sapere all’opinione pubblica mondiale che nulla è cambiato e nulla cambierà per quanto concerne la politica di potenza israeliana nel Medio e Vicino Oriente. Del resto, due giorni dopo il massacro dei civili palestinesi, Obama ha affermato esplicitamente che Israele è uno Stato ebraico, confermando, se ve ne fosse bisogno, che se è cambiata la tattica della Casa Bianca riguardo al “mondo islamico” – ed è notizia di questi giorni che Washington investirà miliardi di dollari per incoraggiare la “democratizzazione” del mondo arabo – il sostegno degli Usa alla politica colonialista e razzista dell’entità sionista non è messo in discussione. Né, in effetti, può esserlo, senza mettere in discussione l’esistenza stessa d’Israele, ché appunto è proprio la Nakba che dimostra che Israele si fonda sul “non riconoscimento”, se non sull’annientamento, della comunità arabo-palestinese.

Una “verità” difficile da accettare, anche per molti europei che “sognano” due Stati sovrani, uno israeliano ed uno palestinese, mentre, in realtà, come la classe dirigente sionista, ha sempre saputo, il sionismo, in quanto colonialismo, è incompatibile con ogni altra “entità politica sovrana” in Palestina. Certo, se il sionismo mutasse “natura”, allora il “miracolo” sarebbe possibile, ma, rebus sic stantibus, è meglio non credere ai “miracoli” e tener conto invece dell’agire strategico dello yishuv (la comunità ebraica israeliana), perché – ed è di fondamentale importanza comprenderlo – non è la “questione palestinese” che è all’origine del conflitto arabo-israeliano e della grave minaccia che esso da oltre mezzo secolo costituisce per la sicurezza mondiale, bensì la “questione sionista”. E ciò è ancora più preoccupante se è sufficiente basarsi solo su fonti israeliane per sostenerlo.

Infatti, com’è noto, si deve ad uno storico ebreo israeliano, Ilan Pappé, l’aver documentato che l’esodo dei palestinesi nel 1948 fu un’operazione di pulizia etnica pianificata dai sionisti assai prima (1). Meno noto forse però è che lo yishuv non era affatto il “piccolo Davide” che dovette difendersi con le unghie e con i denti dall’aggressione degli eserciti arabi di Egitto, Giordania, Siria, Libano ed Irak per evitare un altro “olocausto”. Un pericolo maggiore invece lo yishuv lo avrebbe potuto correre prima della Seconda guerra mondiale, allorché – dopo che il numero degli ebrei nella regione (a causa della dichiarazione Balfour, con cui l’impero britannico si impegnava a creare un “focolare ebraico” – national home – in Palestina) si era quintuplicato, passando da 80.000 ebrei registrati nel 1918 ad oltre 400.000, con conseguenze facilmente immaginabili – scoppiò la “grande rivolta” palestinese, guidata, perlomeno a partire dall’estate del 1936, dal muftì Amin al.Husayni (2). Ma la scarsa coesione della comunità palestinese, l’altissimo costo economico delle agitazioni sociali (che induceva molti arabi a tornare al lavoro, per provvedere ai bisogni delle proprie famiglie) e le divisioni all’interno del gruppo dirigente palestinese erano gravi fattori di debolezza, anche se determinante fu il fatto che gli inglesi, dopo aver cercato di contenere la rivolta, decisero di passare alla controffensiva: furono inviati in Palestina circa 20.000 soldati britannici, arruolati migliaia di poliziotti ebrei in sovrannumero e furono distribuite armi agli insedimenti ebraici. Contro l’esercito britannico, che poteva contare sull’appoggio dell’Haganah e sul suo prezioso lavoro di intelligence, le poche migliaia di rivoltosi, male armati, senza alcun significativo aiuto dall’esterno (tranne quello proveniente dall’Italia e – ma non è certo – anche dalla Germania) e privi di quello di gran parte della popolazione araba, che “non voleva fastidi”, non avevano alcuna possibilità di successo. Inoltre i dissensi nel campo palestinese erano così aspri che la ribellione rischiò di mutarsi in scontro aperto tra i seguaci del muftì ed i loro avversari. Sicché «nel maggio del 1939 la rivolta era […] conclusa. Decimati i “soldati semplici”, cessati gli approvigionamenti, svanito il sostegno popolare, morti in prigione o in esilio i dirigenti, la ribellione non aveva di che sostentarsi» (3). I palestinesi non erano riusciti a schiacciare la “serpe sionista” quando era ancora nell’uovo e la loro sorte era ormai segnata quando, il 29 novembre 1947, l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 181 – con 33 voti a favore (tra cui quello dell’Unione Sovietica, per un calcolo “machiavellico” di Stalin, che si rivelò negli anni successivi del tutto errato), 13 contrari e 10 astenuti, inclusa la Gran Bretagna che, adesso che doveva riconoscere la supremazia degli Usa anche nel Mediterraneo, “metteva le mani avanti”, dato che, fin dalla disgregrazione dell’impero ottomano, sapeva perfettamente che il sionismo era un “vulnus” che non si sarebbe più rimarginato – mediante la quale si sanciva la divisione della Palestina, assegnando agli ebrei, che erano circa il 37% di tutta la popolazione, ben il 55% del territorio, anche se fino a quel momento ne possedevano solo il 7%. Del tutto naturale pertanto che gli arabi ritenessero senza valore questa risoluzione e assurdo che fossero i palestinesi le vittime di un «un gesto riparatorio della civiltà occidentale per l’Olocausto» (4). Nondimeno, sulla carta i palestinesi non parevano così deboli, considerando che l’esercito britannico non sarebbe più intervenuto per sostenere lo yishuv (che anzi attacava apertamente, anche con atti terroristici, gli inglesi) e che erano circa 1.300.000 contro 650.000 ebrei. Lo yishuv però non solo poteva contare su un numero di maschi atti alle armi decisamente maggiore (5), ma su una struttura militare ben armata ed ottimamente equipaggiata (l’Haganah disponeva di 35.000 combattenti, oltre ai riservisti e ai combattenti dell’Irgun), nonché sul sostegno della potente organizzazione sionista mondiale. Mentre le “bande” palestinesi erano composte da poche centinaia di uomini e l’unica formazione militare di una certa consistenza era l’Ela di Qawuqji, che arrivò a contare al suo “apogeo” circa 5.000 combattenti, per la maggior parte volontari della Lega araba. La causa principale della vittoria dello yishuv nel conflitto contro i palestinesi, che scoppiò subito dopo l’approvazione della risoluzione dell’Onu, non fu quindi il fatto che la società palestinese fosse una società rurale, giacché non lo era nemmeno in modo così schiacciante come lo sarebbe stata dopo la Nakba, se è vero che «nel 1946, in Palestina, c’erano 11 città con più di 10.000 abitanti; di esse tre avevano una popolazione araba di circa 70.000 ciascuna: Jaffa, Haifa e Gerusalemme. Nelle grandi città non erano sviluppati solo il commercio, le banche, l’industria leggera ed i trasporti, ma anche la vita culturale di una società ricca e variegata: c’erano cinema, caffè, clubs sociali, organizzazioni giovanili e femminili, giornali, settimanali, clubs sportivi, teatri, istituti per lo studio di lingue straniere e perfino un club aeronautico […] Tali fenomeni non erano presenti solo nelle grandi città, ma anche in città di medie dimensioni come Tsafat, Tiberias, Beit Shean, Acco, Lod, Ramleh e Beersheba, che avevano la funzione di centri urbani, sociali ed amministrativi per la popolazione palestinese» (6). I fattori del successo dello yishuv furono invece la superiore potenza di fuoco dell’Haganah, le ingenti risorse di cui la comunità ebraica in Palestina poteva disporre per approvigionare e equipaggiare le proprie unità militari, l’efficientissima rete di intelligence e il fatto che nella ribellione del 1936-39 la Gran Bretagna aveva decapitato la comunià araba politicamente e militarmente.

 

In queste condizioni, anche l’attacco, nel maggio del 1948, degli eserciti arabi contro lo Stato d’Israele (che la propaganda sionista definisce una “guerra d’annientamento” contro Israele) aveva ben poche probabilità di successo (7). Se alla fine di maggio le forze dei Paesi arabi (che, tra l’altro, non impiegarono mai tutta la loro potenza contro gli israeliani) consistevano di 28.000 uomini, le forze sioniste a giugno assommavano a oltre 40.000 effettivi e la corsa alla mobilitazione, nell’estate seguente, fu nettamente vinta, per ovvi motivi, dagli israeliani: a metà luglio schieravano oltre 65.000 soldati e il numero aumentò ancora (nella primavera del 1949 erano 115.000), mentre gli arabi che a luglio erano 45.000, salirono a 65.000 in autunno (contro 88.000 soldati israeliani) ed erano poco più numerosi nella primavera successiva. Inoltre, pessima era la condizione logistica delle forze armate arabe, dato che mancavano di munizioni, di pezzi di ricambio e di mezzi moderni ed efficienti. Ad esempio, l’aviazione egiziana, che aveva 36 caccia e 16 bombardieri ma scarseggiava di personale preparato e di piloti addestrati, non poté mai essere in grado di far volare più di una dozzina di caccia e qualche bombardiere con poche munizioni, cosicché appena dopo tre settimane cessò quasi di esistere (la situazione dell’aviazione irachena non era migliore, anche se possedeva 62 aerei, poiché solo tre velivoli erano moderni). L’unica forza militare araba completamente motorizzata e con un efficiente apparato di comando e controllo era la Legione araba giordana (circa 8.000 uomini all’inzio del conflitto e 14.000 nel 1949) comandata dal generale britannico John Glubb. L’obiettivo fondamentale dei giordani era però la conquista della Cisgiordania, non la distruzione dello Stato d’Israele, il cui esercitò, peraltro, anche se subì notevoli perdite nei combattimenti contro la Legione, poté più che compensarle, anche per il continuo afflusso di materiale bellico dall’estero (l’embargo, dichiarato dagli Usa, seguiti dalla Gran Bretagna e dalla Francia, favorì solo lo yishuv, che poteva acquistare armi ed equipaggiamenti dalla Cecoslovacchia e da agenzie private statunitensi). Inoltre, i giordani, sebbene riuscissero a conquistare Latrun, non collaborarono mai con gli altri eserciti arabi, che combatterono ciascuno la propria guerra, dando la possibilità agli israeliani di concentrare le loro forze per affrontarli e sconfiggerli separatamente, potendo contare sul supporto tattico della propria aviazione. Quest’ultima, benché minuscola all’inizio del conflitto, si rafforzò notevolmente con il passare dei mesi, avvalendosi anche di piloti nordamericani ed europei, veterani della Seconda guerra mondiale, e poté effettuare un numero di missioni di gran lunga superiore rispetto a quello delle aviazioni arabe (ad esempio, nell’autunno del 1949, l’aviazione israeliana effettuò circa 240 missioni sul fronte egiziano, contro le 35-50 missioni degli egiziani).

Non meraviglia dunque che la prima guerra arabo-israeliana si sia conclusa con una netta vittoria dello yishuv, né che gli israeliani abbiano avuto il tempo e i mezzi per costringere oltre 700.000 palestinesi ad abbandonare le loro case, per distruggere centinaia di villaggi e cancellare i loro nomi dalla mappe geografiche. La comunità ebraica, come si è già ricordato, non aspettò di essere attaccata dai Paesi arabi vicini per aggredire i palestinesi. I coloni ebrei, che avevano costruito le loro abitazioni, sopra i quartieri arabi, «potevano con facilità bombardarli e fare i cecchini. Avevano cominciato a farlo di frequente fin dai primi di dicembre [del 1947]. Usavano anche altri sistemi di intimidazione: i soldati ebrei rotolavano barili pieni di esplosivo ed enormi palle di acciaio giù nelle aree residenziali arabe e versavano lungo le strade olio misto a carburante, al quale poi davano fuoco. Appena i palestinesi, presi dal panico, correvano fuori di casa per cercare di spegnere quei fiumi di fuoco, venivano colpiti dal fuoco delle mitragliatrici» (8). Non sorprende allora nemmeno che siano stati proprio i palestinesi ad avere il numero più alto di morti (oltre 12.000), mentre lo yishuv ne ebbe circa 6.000, perlopiù negli scontri con gli eserciti arabi, contro i circa 1.400 caduti degli egiziani (gli eserciti siriano, giordano ed iracheno ne ebbero qualche centinaio ciascuno e i caduti dell’esercito libanese furono qualche dozzina).

Indipendentemente allora dalla controversia tra gli storici sulla nascita del problema dei profughi palestinesi, quel che è indubbio è che Israele abbia fondato la propria “identità” di Stato ebraico sulla “negazione” della “identità” palestinese; ovvero si sia sempre comportato come uno Stato coloniale e razzista, non potendo agire altrimenti, se non al prezzo di “negare” sé stesso in quanto Stato ebraico. Il che spiega perché nel 1950, con la “legge del ritorno”, Israele abbia consapevolmente cercato di recidere definitivamente il legame organico dei palestinesi con la loro terra, garantendo la cittadinanza israeliana ad ogni ebreo del mondo. Una politica che lo Stato israeliano solo come potenza egemone del Medio e Vicino Oriente poteva perseguire, dato che avrebbe inevitabilmente destabilizzato l’intera regione mediterranea. Ma proprio per questo motivo, i numerosi conflitti arabo-israeliani – guerra d’aggressione contro l’Egitto del 1956, che vide l’ignominiosa ritirata delle forze anglo-francesi; guerra dei sei giorni (altra guerra d’aggressione d’Israele, che seppe sfruttare abilmente la retorica di Nasser e che permise ad Israele di occupare Gerusalemme, la Cisgiordania, il Golan, la striscia di Gaza e il Sinai); guerra d’attrito con l’Egitto e poi guerra del Kippur, con la quale l’Egitto, anche se sconfitto, ottenne la restituzione della penisola del Sinai; invasione del Libano e occupazione del Paese dei cedri fino al 2000, durante la quale l’esercito e soprattutto i servizi israeliani si macchiarono di crimini orrendi; nuova invasione del Libano nel 2006, conclusasi però con la vittoria strategica di Hezbollah – dimostrano che le guerre dello Stato sionista contro i Paesi arabi (nonché le numerose azioni intraprese contro di essi dai servizi israeliani) sono state, secondo la concezione della guerra difesa dal teorico militare prussiano von Clausewitz, la prosecuzione, con altri mezzi, della politica sionista. Una politica detestabile e che si può definire anche “criminale” ma, nonostante tutto, “razionale”, dato che scopo politico ed obiettivo militare dell’agire strategico d’Israele non sono mai stati divergenti (e si badi che se scopo politico ed obiettivo militare non collimano, la guerra la si deve considerare persa; l’esempio forse più chiaro che si possa fare al riguardo è la sconfitta americana in Vietnam, ma anche il fallimento israeliano in Libano, in un certo senso, lo si può interpretare in tal modo). Non si deve dimenticare però che questa è solo, per così dire, una faccia della medaglia, l’altra essendo, naturalmente, la “questione palestinese”, ossia il conflitto tra gli ebrei israeliani e i palestinesi, che dura da decenni, dato che i palestinesi (nonostante i dissidi tra le diverse fazioni, i differenti metodi di lotta adottati nel corso degli anni, le gravi sconfitte, i difetti di non pochi dei loro dirigenti e il fatto che la loro causa sia stata assai più strumentalizzata che sostenuta dai Paesi arabi) non hanno mai accettato di scomparire come popolo e di rinunciare alla propria terra. Ed è proprio la resistenza palestinese che ha cambiato il “senso” stesso dell’agire strategico dei sionisti. Un mutamento che i sionisti non potevano evitare, se non annientando del tutto la comunità palestinese.

Attualmente, non solo si ritiene che i discendenti dei profughi palestinesi siano quasi 5 milioni, ma si sa che il tasso di natalità degli arabi palestinesi di Gaza e della West Bank è nettamente più alto di quello degli ebrei israeliani, con gli arabi israeliani in posizione intermedia. Secondo analisi demografiche, nel 2020, in Palestina ci saranno 6,7 milioni di ebrei e 7,6 milioni di palestinesi, compresi quasi 2 milioni di arabi israeliani (nel 2050, vi dovrebbero essere 8,7 milioni di ebrei e 14,6 milioni di palestinesi, compresi 3,1 milioni di arabi israeliani) (9). Comunque sia, anche perché non si possono escludere eventi che mutino radicalmente le “condizioni di base” delle analisi demografiche, è ovvio che la parola chiave per comprendere la politica sionista è “sorpasso”; cioè il sorpasso che, prima o poi, i palestinesi, demograficamente, compiranno sugli ebrei israeliani. Ed è perlomeno dal 1950 che i dirigenti sionisti sanno che l’alto tasso di natalità dei palestinesi costituisce il pericolo maggiore non per gli ebrei, in quanto tali, ma per lo Stato d’Israele, in quanto Stato ebraico fin dalla sua nascita. Ma è solo dopo la guerra dei sei giorni e soprattutto dopo la guerra del Kippur, allorché la lotta contro i palestinesi diventa assai più dura, che Israele compie scelte che dovrebbero indurre a porsi la domanda se la strategia israeliana sia veramente “razionale” o non lo sia più, non potendo la strategia militare sionista conseguire lo scopo (politico) di imporre definitivamente la volontà dello yishuv al popolo palestinese, ma essendo Israele certamente in grado di proseguire la guerra contro i palestinesi, senza dover essere costretto ad ammettere la propria sconfitta politica (consistente, in definitiva, nella rinuncia di Israele ad essere uno Stato ebraico e di conseguenza al sionismo).

Un interrogativo più che lecito, se si tiene conto che a partire dagli anni Settanta, Israele, dopo aver “cancellato” con la guerra del 1967 i confini stabiliti dalla risoluzione 181 dell’Onu, diviene una potenza nucleare, tanto che ormai dispone di centinaia di testate atomiche (compresi missili profondità-superficie), pur non correndo alcun pericolo di un attacco nucleare e pur avendo la totale sicurezza di un intervento militare dell’America a suo favore in caso di estrema necessità (e, in ogni caso, come considerare “razionale” la scelta israeliana di essere un potenza nucleare di prim’ordine, dato che Israele sarebbe del tutto privo della possibilità di sopravvivere ad un first strike nucleare e che non potrebbe sferrare un attacco nucleare per primo, senza essere considerato uno Stato terroristico?) Al tempo stesso, la colonizzazione della Cisgiordania, la costruzione a Gerusalemme di veri e propri “quartieri fortezza”, l’edificazione del tristemente famoso “muro” (a cui si deve aggiungere il meno conosciuto “muro dell’acqua”) (10) e lo “strangolamento” della comunità palestinese sono il segno più evidente che – al di là di colloqui, negoziati e accordi, al di là cioè delle “tortuose” vicende politiche e diplomatiche che caratterizzano la storia del conflitto tra sionisti e palestinesi – vi è la precisa volontà israeliana di “negare” la sconfitta politica del sionismo, sebbene la realtà demografica “condanni” senza appello gli ebrei israeliani, nel “medio periodo”, ad essere minoranza. Si comprende allora, perché Israele – nonostante cerchi fin dalla guerra d’indipendenza, di presentarsi come la “vittima”, che riesce a sconfiggere gli arabi per il suo valore e la sua destrezza – se ne infischi delle risoluzioni dell’Onu, del diritto internazionale, perché torturi, rapisca, uccida (non solo in Libano o in Palestina), perché le armi atomiche di cui dispone servano anche (e soprattutto?) per ricattare quell’Europa, che tiene già “in pugno” tramite l’enorme potere delle lobbies (filo)sioniste, le quali controllano il “circo mediatico occidentale” , condizionano la vita politica, sociale , economica e culturale dei Paesi europei e addirittura mirano a comprimere la libertà di espressione (da non confondere con quella di stampa) e di ricerca. E più diviene palese il fallimento politico del sionismo, più forte diventa la “pressione” per assimiliare l’antisionismo al cosiddetto “antisemitismo” (ché pure gli arabi sono semiti).

In questa prospettiva, non potendo gli israeliani prevalere sui palestinesi sotto il profilo politico e i palestinesi sugli israeliani sotto il profilo militare, si imporrebbe la creazione di unico Stato palestinese binazionale: uno scenario inverosimile, poiché inaccettabile dalla maggior parte degli ebrei israeliani, a conferma del carattere colonialista dell’entità sionista. Si deve allora “fingere” di essere favorevoli ad uno Stato palestinese, ma – disfacendo di notte la tela tessuta di giorno – esigendo che sia non uno Stato, ma una sorta di “riserva indiana”, quasi una “discarica” per mandarci quegli arabi israeliani che fossero “indesiderabili”, e continuando a costruire nuovi insediamenti in Cisgiordania, ad assediare Gaza – trasformata in un gigantesco campo di concentramento – a “negare” (avendo la potenza militare per farlo) l’esistenza dei profughi palestinesi. Un “negazionismo” che certo non si potrebbe definire “razionale”, se si dovesse ragionare esclusivamente sulla base delle categorie politico-militari di von Clausewitz. Ciò malgrado, si deve tener considerare che la “questione sionista” da tempo ha superato i confini della Palestina, al punto da diventare di primaria importanza non solo per gli Usa, ma pure per l’Europa, tanto che del fallimento politico del sionismo se ne devono fare carico “tutti”, impedendolo ad ogni costo, anche se è un “costo” che ogni giorno diventa più pesante. La guerra può così continuare indefinitamente, venendo ad essere lo scopo politico dell’agire strategico, reale anche se non dichiarato, israeliano quello di far riconoscere, con l’appoggio determinante degli Usa, alla “comunità internazionale” che non esiste alcuna “questione sionista”, di modo da non pervenire ad una effettiva soluzione della “questione palestinese”. Il sionismo si rivela quindi essere una “volontà di potenza” che, oltre a non essere “limitata” e “de-finita” sulla base dei “confini” dello Stato d’Israele (il che spiega il motivo per cui si suole usare il sintagma “entità sionista” – che non è necessariamente solo dispregiativo – per denotare una “struttura di potere” assai più “estesa” dello Stato israeliano), si mostra capace di “istituzionalizzare” sia il conflitto con i palestinesi sia la destabilizzazione dell’intera area geopoltica mediterranea (che include i Paesi del Golfo Persico e quelli che si affacciano sul Mar Nero), in funzione dei propri interessi. Vale a dire degli interessi di una macchina da guerra sempre più dipendente dagli aiuti americani e dalla possibilità di apparire come il “piccolo Davide” che combatte il “terrorismo islamico” per difendere la democrazia e la libertà. Mentre basterebbe tener conto di come sia nato Israele per far cadere l’intero castello di menzogne della propaganda (filo)sionista e dimostrare che il cosiddetto “Olocausto” (termine con cui non si designa tanto la persecuzione degli ebrei nella Seconda guerra mondiale, quanto piuttosto il mito di fondazione dell’homo occidentalis) non può in alcun modo giustificare né una ricostruzione della storia di Israele che ignori che razzismo e colonialismo sono componenti costitituive del sionismo, né una politica di potenza che mira a far scambiare l’effetto (la “questione palestinese”) per la causa (la “questione sionsita”). E che l’hybris sionista sia una minaccia alla sicurezza dell’intera regione (e non solo) è ormai evidente a chiunque, sebbene – non potendo il sionismo essere compreso indipendentemente dall’atlantismo, di cui è parte essenziale – non sia facile poterlo ammettere, senza porre in discussione i principi stessi su cui si fondano gli equilibri di potere che si sono andati formando a partire dall’ultimo conflitto mondiale. Finché quindi l’entità sionista potrà fare affidamento sulla complicità (e viltà) della classe dirigente “occidentale” e dei suoi numerosi e zelanti “servitori”, anche se, per assurdo, si dovesse risolvere la “questione palestinese”, rimarrebbe di “vitale” importanza risolvere la “questione sionista”, non solo per i Paesi del Medio e Vicino Oriente, ma per la stessa Europa. E questo non è che un altro modo per affermare che non ci si deve basare (come ha perfettamente compreso Hamas e come hanno compreso quegli ebrei, inclusi alcuni israeliani, che condannano esplicitamente i presupposti stessi del sionismo) su quello che i sionisti (e gli americani, in quanto loro principali sostenitori e in quanto impegnati a realizzare un disegno di egemonia globale) dicono di fare o di avere intenzione di fare, ma su quello che effettivamente essi sono e fanno. In ciò, non si dovrebbe però vedere solo l’aspetto “negativo”, ma anche – pur non potendo non prendere in considerazione la “follia geopolitica” della cosiddetta “opzione Sansone” – la possibilità di intraprendere un’azione politica e culturale, per mostrare la pericolosità del sionismo e le aberranti conseguenze che ne derivano e ne possono derivare, consapevoli che atlantismo e sionismo, sebbene siano distinti, non sono affatto “irrelati”. Tanto è vero che si può e si deve sostenere che simul stabunt simul cadent, per quanto non siano da escludere conflitti tra Washington e Tel Aviv, dato che Israele (non affatto “entusiasta” delle “rivoluzioni colorate” in Africa Settentrionale e in Medio Oriente, ché la strategia israeliana non può non presupporre una prospettiva geopolitica diversa da quella della superpotenza americana) può essere considerato, almeno da una parte del “gruppo dominante” americano, un temibile concorrente per l’egemonia nell’area mediterranea. Anche sotto questo punto di vista, pertanto, ciò che più rileva non è la “questione palestinese”, ma la assai più difficile e complessa “questione sionista”.

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