L’EREDITÀ NUCLEARE: SOGIN, UN’ESPERIENZA ALLARMANTE

22 Marzo 2011 0 Di ken sharo

 

 

L’EREDITÀ NUCLEARE: SOGIN, UN’ESPERIENZA ALLARMANTE.

L’EREDITÀ NUCLEARE: SOGIN, UN’ESPERIENZA ALLARMANTE

Daniele Rovai

L’Italia è ancor oggi un paese nucleare.

Nel 1987 il governo decise una moratoria di 5 anni per valutare se abbandonare o seguire quella strada.[1]

Nel 1990 prima della scadenza della moratoria, si decise di chiudere con il nucleare[2] ordinando all’ENEL, allora ente statale, di collocare le proprie centrali in “custodia protettiva passiva” e di preparare le istanze per per il cosidetto “smantellamento differito”[3]

La “custodia protettiva passiva” prevedeva:

– l’allontanamento del combustibile dal reattore, (nel caso dell’Enel la – maggior parte delle barre sono state trasferite, tra il 1987 ed il 2005, all’estero in Inghilterra[4], mentre il resto – 287 tonnellate – è ancora affogato nelle piscine delle vecchie centrali.è stato affogato nelle piscine delle centrali)[5];

– la sistemazione in sicurezza delle scorie, il termine esatto sarebbe con- – dizionarle[6];

la demolizione degli edifici non contaminati.

Per il definitivo smantellamento della centrale[7] si sarebbe dovuto attendere dai 50 ai 100 anni in modo da avere una minore emissione radioattiva.

Nel 1999 si decise di passare allo “smantellamento accelerato”[8], cioè di far coincidere le attività di condizionamento delle scorie radioattive con lo smantellamento degli impianti.

Le centrali erano ormai spente da più di 20 anni. Questo ed il fatto che fossero di piccola taglia fece pensare di poterle dismettere in breve tempo (20 anni). Certo è che nel 1999 nessun paese ha ancora smantellato una centrale nucleare e l’Italia ne voleva smantellare ben 4 usando una tecnica innovativa.

Nel 2000 la SOGIN, l’azienda creata per gestire questo smantellamento “accelerato” – e protagonista della nostra storia – ha presentato l’istanza di disattivazione delle centrali alle autorità competenti. Oggi, dopo 8 anni, quelle istanze non hanno ancora completato l’iter legislativo e di conseguenza le centrali nucleari costruite a Caorso, Trino vercellese, Latina e Garigliano sono ancora attive, seppur spente, e in quei siti valgono ancora le prescrizioni nucleari degli anni Settanta.

Ancora peggiore la situazione nelle officine nucleari dell’ENEA che, negli anni Settanta, era l’Ente Nazionale per l’Energia Nucleare[9].Le officine furono chiuse nel 1987, senza alcun piano di bonifica. Ci si limitò a chiudere a chiave i laboratori con all’interno le scorie radioattive – solide e liquide – non condizionate.

Ci dobbiamo chiedere se il nostro paese sia rimasto una “nazione nucleare”. Indubbiamente sì, considerato che le centrali sono spente, ma ancora attive, e che funzionano reattori di ricerca nucleare presso varie Università Italiane (Pavia, Palermo)[10], in istallazioni militari (il CISAM di Pisa)[11] e centri di ricerca nucleare (centro europeo ISPRA in Piemonte)[12]. Uno è anche alle porte di Roma, presso il centro Enea della Casaccia[13] Insomma: ancora oggi in Italia esistono siti ove restano attive le prescrizioni nucleari degli anni Settanta, il che permetterebbe ad un governo filo-nucleare, di far ripartire una stagione a torto considerata trascorsa.

Un’intenzione che il governo Berlusconi ha fatto sua il 5 agosto 2008, presentando il DdL n. 1441 Ter dal titolo “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”, da ottobre 2008 approdato al Senato per la seconda lettura, con il quale, surrettiziamente, riporterà l’Italia nel club dei paesi nucleari.

Un Disegno Legge che tra un articolo che propone “Iniziative a favore dei consumatori per la trasparenza dei prezzi” (art. 12), il contrasto “alla contraffazzione” (art. 10), all’articolo 14 delega al governo Berlusconi il “riassetto normative recante criteri per la disciplina della localizzazione di impianti di produzione di energia elettrica nucleare” (le Centrali) nonché “dei sistemi di stoccaggio” (I Depositi per le scorie radioattive) e per la “definizione delle misure compensative da corrispondere” a quelle popolazioni che ospiteranno quegli impianti.

In dettaglio ecco le tutte le “installazioni nucleari italiane”, dai APAT,

Censimento del 1999

 

In dettaglio lo stato attuale dei rifiuti radioattivi e combustibile irraggiato in stoccaggio (rapporto del Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato – 14 dicembre 1999):

In dettaglio lo stato attuale dei rifiuti radioattivi e combustibile irraggiato in stoccaggio (rapporto del Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato – 14 dicembre 1999):

Le scorie radioattive

Ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo… 24.535 metri cubi di scorie radioattive di I e II categoria[14], 1566 barre di combustibile irraggiato[15] – pari a 235 tonnellate di ossido di uranio mischiato a plutonio 141, stronzio 90, cesio 137 e cesio 134[16] – affogato da più di vent’anni nelle piscine di decadimento, ormai obsolete e fuorilegge, delle vecchie centrali. Rifiuti per i quali non ci sono possibilità di smaltimento se non la soluzione di isolarli dalla biosfera aspettando che svanisca il loro pericolo radioattivo che può variare dai 300 anni delle scorie di II categoria ai 250.000 anni per quelle di III categoria.[17] Un’eternità.

Alla fine dello smantellamento degli impianti è stato calcolato che si arriverà a circa 150.000 metri cubi di scorie radioattive in particolare di II grado[18]. Per contenerle servirebbe un deposito coperto, pari alla dimensione dello stadio di San Siro, ma con mura di calcestruzzo alte 10 metri e spessi 50 centimetri, da costruire in un’area non sismica, pianeggiante, poco abitata e lontana da corsi d’acqua. Forse la dimensione di San Siro non sarebbe adeguata, considerato che si deve tener conto di un quantitativo di circa 300-400 metri cubi generato dalle attività industriali, dalla ricerca scientifica e dal settore medico-sanitario, diagnostico e terapeutico[19] Più che un paese nucleare l’Italia è una pattumiera radioattiva.

Nel 1995 si decise di sistemare una volta per tutte quest’eredità indesiderata e l’ANPA, l’Agenzia Nazionale per la protezione Ambientale[20], si assunse il compito di convocare attorno ad un tavolo gli esercenti degli impianti per decidere come e quando smantellarli. Le riunioni furono due, una nel 1995 ed una nel 1997. Attorno a quel tavolo si ritrovarono l’ENEL per le sue centrali, l’ENEA per i centri di ricerca, il Parlamento, con il presidente della Commissione Bicamerale d’Inchiesta sui Rifiuti on. Massimo Scalia, e il governo, con il ministro dell’Ambiente Ronchi.[21]

Dobbiamo tener presente che l’Italia esce dal nucleare quando questa tecnologia si sta affermando in Europa. Nel 1987 l’Italia è la prima nazione “nuclearizzata” a voler chiudere quest’avventura[22] e nessuno, in realtà, sa come farlo.

Non solo l’Italia sarà la prima nazione al mondo a smantellare una centrale, ma userà un metodo nuovo: lo “smantellamento accelerato”, cioè la decontaminazione e l’abbattimento della centrale in 20 anni quando, sino a quel momento, l’idea era per lo “smantellamento differito”, cioè spegnere la centrale ed aspettare dai 60 ai 100 anni prima di intervenirci.

Da quelle due riunioni ebbero origine una serie di iniziative che si svilupperanno sino al 2000. Nel 1996 presso il Dipartimento di Protezione Civile – sez. Nucleare – della Presidenza del Consiglio dei Ministri viene creato un gruppo di lavoro ai fini della valutazione di un programma di azioni “teso a risolvere il problema della sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi presenti sul territorio nazionale”.[23] Il compito è affidato all’ENEA che dal 1996 al 2000 organizza una speciale task force che ha il compito di intraprendere le “azioni di natura progettuale e sitologica dirette alla individuazione e qualificazione di un sito idoneo ad ospitare il deposito, incluso quello per l’immagazzinamento temporaneo di lungo periodo dei rifiuti ad alta attività, ed alla progettazione del sistema”.[24]

La Regione Emilia Romagna chiede al governo di iniziare ad avviare le istanze di smantellamento della centrale di Caorso, l’impianto più grande d’Italia. Il ministro delle attività produttive, l’on. Pier Luigi Bersani, nel luglio 1998 avvia un “Tavolo per la gestione degli esiti del nucleare” tra lo Stato e le Regioni che porta, il 4 novembre 1999, ad un’accordo per “la definizione e l’allestimento di alcune misure volte a promuovere la gestione in sicurezza dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia»[25].

Dal 1998 al 1999 la ricerca di una soluzione al problema delle scorie radioattive ereditate porta la Commissione Bicamerale sul Ciclo dei Rifiuti, presieduta dall’onorevole Massimo Scalia, a realizzare l’unica indagine conoscitiva sul problema della gestione delle scorie e la presentazione al Parlamento di diversi disegni legge per la nascita di un’organizzazione nazionale che gestisca le attività di smantellamento.

Lo stesso Presidente Scalia, riprendendo la conclusione del documento finale redatto dalla Commissione, propone un disegno legge che individua un’agenzia nazionale, l’ANGEGIR, strutturata sulla base delle migliori esperienze nucleari rimaste in ENEA ed ENEL. L’ANGEGIR, avrebbe dovuto “assicurare la chiusura delle pregresse attività nel settore elettronucleare”, “promuovere studi e ricerche nell’ambito della disattivazione degli impianti nucleari e della gestione dei rifiuti radioattivi”, gestire le “attività di smaltimento e di deposito di rifiuti radioattivi in propri impianti”, esercitando “la sorveglianza ambientale nei relativi siti”.[26]

Quell’impegno venne sintetizzato da un progetto che il 21 dicembre 1999 il ministro Pier Luigi Bersani, responsabile del Ministero delle Attività Produttive, presentò al Parlamento italiano con l’eloquente titolo: «Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare». Uno studio che indicava la strada per far partire lo smantellamento del sistema nucleare e in 20 anni chiudere definitivamente quell’era.

Fatalità volle che il 21 dicembre 1999 Bersani presentasse il documento al Parlamento e che il 22 cadesse il governo. Del progetto di Bersani non si seppe più niente. Quale sia il motivo non è chiaro: sappiamo che dal dicembre 1999 al giugno 2001 saranno ben tre i governi di centro sinistra che si succederanno alla guida del paese. Forse la causa sono i continui rimpasti del governo ed il fatto che si avvicinano le elezioni e alcuni temi è meglio lasciarli stare.

L’unica azione intrapresa e portata a termine sarà quella di aver fatto nascere a marzo 1999 la SOGIN, una società statale che avrebbe dovuto smantellare i nostri siti nucleari sotto la direzione di un’agenzia nazionale, l’ANGEGIR appunto, ma che, invece, si ritroverà a gestire tutto il patrimonio nucleare della nazione ed il denaro che, dal 2000, ne riempie le casse grazie all’onere nucleare[27], senza disporre di alcun riferimento normativo né di alcun indirizzo governativo in merito alle procedure di smantellamento.

 

La SOGIN

Già il nome è sbagliato. Chiamare SOGIN, acronimo per Società Gestione Impianti Nucleari, un’azienda che deve dismetterlo non ha senso. In 8 anni di attività (1999-2007) dilapidando 849 milioni di euro[28] (circa 1.700 miliardi delle vecchie lire) – interamente pagati dalle famiglie italiane con un sovrapprezzo sulla bolletta elettrica[29] – ha prodotto un misero avanzamento lavori del solo 9%[30] (1% l’anno). Tenendo conto di questi dati potremo ritenere che l’acronimo sia esatto, anche se la gestione è stata un fallimento.

La SOGIN nasce con la liberalizzazione del mercato elettrico del 1999[31] per effettuare “lo smaltimento delle centrali elettronucleari dismesse, la chiusura del ciclo del combustibile e le attività connesse e conseguenti”[32] a

Come possa essere inserita una società per la gestione dell’eredità nucleare in un provvedimento indirizzato al “riassetto del sistema elettrico […] nell’ambito del processo di apertura e liberalizzazione del Mercato Unico Europeo del l’Elettricità”[33] non è per nulla chiaro; anche perché la SOGIN è “una tipica società pubblica che non opera sul mercato in regime di concorrenza, che non assume sostanzialmente rischi di impresa e che non privilegia la remunerazione del capitale e la massimizzazione degli utili e dei dividendi per l’azionista”.[34]

Inizialmente la SOGIN è strutturata sulla base di circa 600 addetti, soprattutto ingegneri e tecnici, che lavorano presso le installazioni con il compito di controllare le centrali spente, oltre a qualche decina di impiegati preso la sede centrale che coordinano quelle “isole”. Una costosa truppa da mantenere perché sono ancora valide le prescrizioni nucleari per le quali quelle centrali, seppur spente, sono ancora attive, visto che le istanze di disattivazione promosse da SOGIN non sono ancora operative.

Perché la SOGIN nasce a marzo del 1999 quando il progetto di “smantellamento accelerato” proposto da Bersani è del dicembre 1999?. Perché si fa nascere prima l’azienda che deve smantellare e poi si deciderà se smantellare?

La risposta è semplice: il governo di centro sinistra aveva intenzione di collocare l’ENEL in borsa. Presentare, però, al mercato un progetto industriale nel quale figurava una voce di spesa importante (come quella per la gestione in sicurezza delle vecchie centrali nucleari) avrebbe sicuramente frenato gli investitori.[35] Meglio farla pagare alle famiglie italiane?

Il nucleare, nel 1999, era un ramo secco che doveva essere tagliato; pertanto, considerato che si voleva chiudere definitivamente quella stagione, perché non assegnare lo smantellamento dei siti a chi quei siti ben li conosceva: l’ENEL-SGN, la Sezione per la Gestione del Nucleare di ENEL, ovvero la SOGIN. Oggi parleremmo di una Bad Company

Interessante il fatto che dopo 6 anni l’ENEL sia rientrata prepotentemente nel settore nucleare acquistando nel 2005 l’azienda elettrica Slovacca SE[36] e partecipando al progetto delle nuove centrali nucleari francesi EPR[37] Quello che qualche anno prima era un ramo secco adesso si presenta quale opportunità di sviluppo?

La SOGIN oggi è una società pubblica conosciuta più per lo sperpero di denaro pubblico, 849 milioni di euro in 8 anni, per le assunzioni clientelari[38], per i progetti iniziati e poi abortiti, per gli alti stipendi dei suoi manager[39], che per l’attività di smantellamento. Una società controllata direttamente dal governo in carica senza alcun filtro parlamentare che può decidere, quando vuole, di .gestirla secondo i propri intendimenti modificandone gli “indirizzi operativi”.

 

L’Azienda senza indirizzi

Dal 2000 al 2001 la SOGIN è un’azienda piena di soldi, con un credito verso lo Stato alimentato grazie all’onere nucleare, la tassa che grava sulla bolletta elettrica.[40] Un’azienda piena di soldi ma che non ha alcun indirizzo formale da parte del governo su come operare. Certo nel suo statuto, recentemente aggiornato, sta scritto che la società ha per oggetto “lo smantellamento delle centrali nucleari, degli impianti di produzione e ricerca nucleari, nonché delle attività relative alla chiusura del ciclo del combustibile” ma si trova anche scritto che la “società svolge la propria attività nel rispetto degli indirizzi formulati dal Ministero delle Attività Produttive (oggi Sviluppo Economico)”; e se questi indirizzi non ci sono la SOGIN non può far nulla.

Per quasi due anni, quindi, continuerà a fare la guardia alle centrali, come faceva quando era ancora una struttura dell’ENEL. Una guardia giurata costosa che viene pagata dal contribuente elettrico grazie alla tassa “nucleare” che doveva servire a smantellare gli impianti nucleari, ma che, in realtà, serve solo a pagare gli stipendi di centinaia di tecnici ed a mantenere una struttura che prima o poi inizierà lo smantellamento dei siti.

La verità è che questi primi anni di “apprendistato” per lo smantellamento dei siti nucleari potevano tranquillamente essere gestiti dall’Enel con il suo ufficio Enel-SGN, anche in consorzio con l’ENEA e l’ANPA, che negli anni Sessanta-Settanta rappresentavano il nostro Sistema Nucleare; anni durante i quali si sarebbe potuto preparare il campo allo smantellamento vero e proprio. Al contrario, per opportunità finanziarie e politiche, si è preferito far nascere prematuramente una struttura senza sapere esattamente a cosa sarebbe servita.

L’onere nucleare

Un aspetto importante della liberalizzazione del mercato elettrico è la creazione dei cosidetti “oneri del sistema”. Gli oneri nascono il 26 gennaio 2000 con un decreto operativo del Ministero dell’Industria che prevede “misure di sostegno finanziario per la copertura dei cosiddetti costi non recuperabili”, ovvero aiuti di stato autorizzati dalla Comunità Europea per accompagnare le aziende privatizzate sul mercato. Grazie a questa possibilità e visto che la SOGIN nasce all’interno del decreto di liberalizzazione, tra gli oneri del sistema sono definiti anche quelli per le “attività nucleari residue”, come viene scritto sulla bolletta elettrica. Poco importa se la SOGIN non ha nulla a che fare con la liberalizzazione del mercato elettrico. L’importante è che si trovi il finanziamento per quest’azienda. Grazie all’aliquota nucleare, ogni anno, nelle casse della SOGIN andranno centinaia di milioni di euro a seconda di quanto spende l’azienda[41]. Inizialmente, nel 2000, l’Autorità per L’Energia ed il Gas applicò un’aliquota di 1 lira a Kw[42] ma in data 1 ottobre 2007 l’aliquota è arrivata a 0,66 centesimi di euro a Kw.[43]

Basti un dato: l’Autorità per l’Energia ed il Gas, che controlla il mercato elettrico e decide sulle tariffe, assegnò alla SOGIN, per il periodo 2002-2004, ben 412,3 milioni di euro (906,8 miliardi di lire) per la messa in sicurezza dei siti nucleari[44] ; a questa cifra si arriverà portando il costo dell’aliquota nucleare a 0,5 centesimi a Kw[45] con un incremento della bolletta elettrica del 2%.

Dal 2002 al 2007 la SOGIN ha speso, per l’attività di smantellamento ben 849 milioni milioni di euro ma con un avanzamento lavori del solo 9%. (fatto 100% il programma a fine vita – 2024); invece per le sole attività gestionali è stato già speso il 46% (fatto 100% il preventivo di spesa del programma a fine vita)[46].

Insomma in 8 anni ha speso quasi la metà di quella parte del finanziamento deputato al mantenimento amministrativo e gestionale dell’azienda ma ha realizzato solo un decimo del lavoro.

Eppure a gennaio di quest’anno l’Autorità Elettrica ha riconosciuto a SOGIN ben 100 milioni di euro, a maggio altri 150[47] milioni, a luglio altri 100 milioni e ad ottobre altri 50 milioni.[48] In totale 400 milioni di euro (quasi 800 miliardi delle vecchie lire) come… anticipo sulle spese.

Gli indirizzi operativi

Solo nel 2001 il governo D’Alema si ricorda della SOGIN e il 7 maggio il Ministro delle Attività Produttive, l’on. Enrico Letta, licenzia un ordinanza ministeriale che da carta bianca alla SOGIN sulla gestione del nostro sistema nucleare, ma soprattutto sul finanziamento per smantellarlo.[49]

Gli indirizzi vengono dati quando già l’on. Antonio Marzano è sulla soglia dell’uscio dello studio di Letta. Da poche settimane, infatti, ci sono state le elezioni politiche ed il centrodestra guidato dal partito di Forza Italia, che quelle elezioni le ha vinte, si prepara a governare il paese. Certo è che quell’ordinanza sembra redatta in fretta e furia, quasi a mettere una maldestra pezza per coprire un problema che si è voluto dimenticare. A leggere l’ordinanza alla SOGIN è demandato ogni aspetto dello smantellamento. Secondo il documento infatti sarà compito della SOGIN sistemare “in sicurezza in 10 anni delle scorie non ancor condizionate” [la maggior parte – n.d.s.], completare gli “adempimenti previsti dai contratti sottoscritti da Enel”, concorrere “alla disattivazione degli impianti nucleari dismessi dei principali esercenti nazionali “ e “provvedere alla disattivazione accelerata di tutti gli impianti elettronucleari dismessi entro venti anni”.

Non solo! Sarà la stessa SOGIN a definire le regole con le quali realizzare il decommissioning dei siti nucleari, visto che dovrà predisporre un “quadro di riferimento normativo e procedurale per la gestione degli esiti del nucleare, lo smaltimento definitivo dei rifiuti ad alta attività condizionati e del combustibile irraggiato non riprocessato, il risanamento territoriale ed ambientale dei siti nucleari nazionali.”

Non è finita! Sarà sempre compito della SOGIN, in collaborazione con il Ministero dell’Industria “attraverso opportune soluzioni organizzative da definire mediante idonea convenzione”, individuare il sito più adatto dove costruire il deposito nazionale, ma anche gestire il “relativo assetto del territorio e lo sviluppo economico e sociale della comunità locale, oltre alla tutela dell’ambiente”.

Farà tutto SOGIN, una società che sarà gestita dal governo senza alcuna possibilità di intervento da parte del Parlamento.

Il finanziamento triennale

Il 23 aprile 2002 l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, dopo aver esaminato per più di un anno un documento prodotto dalla SOGIN che illustra lo smantellamento dei siti nucleari, indicandone tempi e spesa, delibera di erogare alla società, per il triennio 2002-2004, la cifra totale di 468,3 milioni di euro[50] (960,8 miliardi di lire). Il finanziamento in realtà è da suddividersi tra due enti distinti: 362,1 milioni di euro, pari a 701,1 miliardi di lire, alla SOGIN per lo smantellamento delle 4 centrali nucleari ereditate da ENEL e 106,2 milioni di euro, pari a 205,7 miliardi di lire, per il consorzio che SOGIN (socio di maggioranza) ha realizzato con ENEA e FN (proprietari di quelle installazioni e soci di minoranza) per la bonifica dei centri di ricerca, chiamato SICN. Essendo SOGIN che gestirà la bonifica sia delle centrali che dei centri di ricerca dell’Enea, non è sbagliato affermare che l’intera cifra sarà gestita direttamente da quella società.

Un finanziamento che permetterà di iniziare un’attività che, alla sua conclusione, inizalmente nel 2020, sarebbe costata 3,5 miliardi di euro[51], tutti interamente versati dalle famiglie italiane con l’aggravio sulla bolletta elettrica dell’onere nucleare. Purtroppo la disastrosa gestione degli anni 2002- 2006 porterà la SOGIN a “finire” lo smantellamento nel 2024 con una spesa preventivata di circa 4 miliardi di euro[52].

Il documento dell’Autorità Elettrica ha un titolo ben preciso: “Rideterminazione degli oneri conseguenti allo smantellamento delle centrali elettronucleari dismesse, alla chiusura del ciclo del combustibile e alle attività connesse e conseguenti per il triennio 2002-2004”. Questo significa che i soldi non sono dati per realizzare “solo” lo smantellamento dei siti, ma per finanziarie anche attività connesse e conseguenti, cioè la messa in sicurezza dei siti e la preparazione allo smantellamento vero e proprio; uno smantellamento che inizierà solo quando lo dirà SOGIN. Un aspetto questo che porterà l’Autorità Elettrica ha definire il finanziamento finalizzato principalmente “al mantenimento in custodia protettiva con sicurezza passiva, fino all’avvio dell’attività di smantellamento, delle centrali elettronucleari” e successivamente “al completamento dei lavori di smantellamento delle centrali elettronucleari dismesse”. Questo documento altro non è che la rideterminazione de “l’onere nucleare” da far gravare sulla bolletta elettrica per finanziare una società che formalmente ha consegnato un piano di smantellamento, ma che poi ha espressamente dichiarato che, senza un finanziamento continuativo, non si sarebbe potuta garantire la sicurezza dei siti[53]. Ecco allora la rideterminazione dell’aliquota nucleare anche per le “attività connesse e conseguenti” e la possibilità per la SOGIN di accedere al conto corrente che ne raccoglie l’importo. L’Autorità Elettrica non ha alcun controllo sull’operato della SOGIN; quel compito spetta al ministero dello sviluppo Sociale (oggi retto dall’on. Scaiola). Quello che può fare, e che farà, sarà di chiedere a SOGIN di inoltrarle dei “report” sui lavori che farà e le conseguenti spese. I “report” sono:

– “entro il 31 dicembre 2002, una procedura di analisi e gestione dei rischi che permetta di simulare l’impatto di eventi negativi sui costi e sui tempi dei programmi […];

– “entro il 30 settembre 2002, un piano di sviluppo delle risorse umane e un piano di sviluppo organizzativo a medio-lungo termine […]”;

– “entro il 31 dicembre 2002, procedure di misura dell’avanzamento delle attività nell’ambito del sistema di programmazione e controllo”.

Insomma tante raccomandazioni… che però cadranno nel vuoto! Qualche mese dopo, una volta cambiato l’intero consiglio direttivo della società (con i vecchi consiglieri dimissionari prima della fine del mandato!) ecco la dichiarazione di emergenza sui siti nucleari e un commissario delegato dal governo che si impossesserà sia del finanziamento che della SOGIN trasformando un’attività “ordinaria” in una “straordinaria”.

Il generale radioattivo

A novembre il governo Berlusconi decide di affrontare il problema dello smantellamento dei vecchi siti nucleari. Se per il precedente governo l’intenzione era quella di trovare un percorso legislativo il più possibile trasparente che rendesse partecipe del progetto l’intera nazione, per il governo in carica la soluzione si definisce in modo più semplice: trovare un luogo il più possibile lontano dal nord[54] dove portare subito le barre di combustibile irraggiato stoccato nelle piscine di quegli impianti, e quindi occuparsi della sistemazione delle altre scorie, in un progetto di tempistica accelerata.

La prima mossa è quella di cambiare il Consiglio direttivo di SOGIN, comunque in scadenza a fine anno. C’è fretta di agire ed il 7 settembre 2002 il vecchio CdA da le dimissioni in blocco ed il ministro dell’economia (l’on. Giulio Tremonti) ne nomina uno nuovo. I componenti sono 7 in luogo di 5, grazie ad un nuovo statuto societario che permette di avere fino ad un massimo di 9 consiglieri. Il motivo? « Determinare una maggiore flessibilità nella composizione del Consiglio »[55]. Flessibilità o qualche poltrona in più?

Come amministratore delegato, all’ing. Raffaello De Felice, è preferito l’ing. Giancarlo Bolognini.

Si individua poi una nuova carica, quella di vicepresidente: sarà Paolo Togni, capogabinetto del Ministero dell’Ambiente, figura emblematica che con questa funzione definisce un conflitto di interessi tra controllore e controllato. Togni infatti è responsabile dell’Apat[56], che ha il compito di valutare e approvare i progetti della SOGIN, e da Togni dipende anche l’ufficio di Valutazione di Impatto Ambientale, che deve dare la sua autorizzazione alla costruzione dei depositi per le scorie. La domanda è semplice: può, Paolo Togni del Ministero “multare” il Paolo Togni della SOGIN? Una domanda che si fà anche l’onorevole Sodano[57]

La figura più importante della società sarà un generale degli Alpini, tale Carlo Jean, che diventa presidente della società al posto di Maurizio Cumo. Un militare al posto di un fisico! Quest’ultima scelta è stata fatta direttamente dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

È significativo il fatto che il generale Jean, in breve tempo, diventi il deus ex machina della SOGIN.

Una nuova SOGIN che ha le idee chiare su cosa fare, come dice il suo generale il 29 gennaio 2003 davanti alla VIII Commissione Ambiente della Camera che in quei giorni sta conducendo un’indagine conoscitiva sul problema nucleare. Per il presidente di SOGIN la prima necessità è quella di disporre di normative adeguate al tipo di smantellamento che si è ipotizzato. «Mi riferisco, cioè, alle incertezze sui tempi di approvazione dei vari atti, ciò che implica un ritardo del nostro paese in rapporto ad altri », dice il generale. Inoltre, ed ecco che emerge il decisionismo militare, « si pone il problema della grossa diffi- coltà di rispettare determinati tempi, ulteriormente dilungati in ragione delle esigenze di concertazione con gli enti locali. Seppure le istanze ed i rilievi di questi appaiano comprensibilissimi, altrettanto innegabile è l’effetto di ritardo indotto da tali dinamiche, causa di notevole incertezza nella programmazione e progettazione delle opere stesse. » La soluzione è comunque semplice, sostiene il generale, basta « un’azione molto chiara e netta del Parlamento, o meglio ancora una decisione congiunta, governativa e parlamentare, volta a porre il deposito nazionale fra le infrastrutture prioritarie da realizzare, appunto, a livello nazionale, operando al di fuori delle regole ordinarie ». Decisionismo, azione e se necessario… operare fuori dalle regole ordinarie. Questa la strategia della nuova SOGIN che il governo farà sua un mese dopo (12 febbraio 2003) decretando l’emergenza terrorismo per i siti nucleari affidando proprio al generale Carlo Jean, presidente di SOGIN, la qualifica di Commissario delegato del governo (7 marzo 2003) con il compito di gestirla… al di fuori delle regole ordinarie.

L’emergenza terrorismo

Il 12 febbraio 2003 il governo Berlusconi dichiara l’emergenza sui territori che ospitano le installazioni nucleari. Piemonte, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Basilicata si ritrovano dall’oggi al domani ad avere luoghi dove detta legge un generale! I motivi per chiedere al presidente della Repubblica di firmare un decreto di emergenza sono più di uno, ma quello che attira l’attenzione dei media è la parte del decreto che individua la possibilità di attentati terroristici ai depositi di scorie radioattive. Una possibilità remota, che però pone in secondo ordine le altre motivazioni.

Ad esempio, nessuno si preoccupa che sia stata dichiarata un’emergenza perché esiste l’ineludibile “necessità di assumere iniziative straordinarie ed urgenti » per realizzare « lo smaltimento dei siti”; questo significa che il commissario avrà potere di prescindere da normative eegionali e nazionali che, secondo il governo ed il generale, impediscono una veloce messa in sicurezza delle scorie. La gestione delle scorie radioattive non può però avvenire accelerando le procedure. Se esiste una materia nella quale il ‘presto’ è nemico del ‘bene’ è proprio quella nucleare.

Cosi come nessuno si preoccupa che sia dichiarata un’emergenza per salvaguardare gli “interessi pubblici” concentrando “in un unico centro decisionale” l’attività per la messa in sicurezza dei siti nucleari per ”alvaguardia della salute della collettività”. Con un generale a gestire lo smantellamento dei siti vuol dire una cosa sola: per assicurare la sicurezza della popolazione è necessario “militarizzare” il problema. Da quando in qua la salvaguardia della collettività si fa con la segretezza ed il silenzio in luogo della trasparenza e dell’informazione? Se guardiamo quello che succede oggi quella decisione non può sorprendere. C’è da combattere la criminalità? L’esercito nelle città. Si deve realizzare il termovalorizzatore per i rifiuti campani? Si recinta l’area dove lo si sta costruendo e la si dichiara zona militare.

L’attenzione dei media è però attirata da un’unica premessa: quella che sostiene come l’emergenza sia necessaria “ritenuto che l’attuale contesto di rischio derivante dalla presenza di tali rifiuti radioattivi è caratterizzato da profili di maggiore gravità in relazione alla situazione di diffusa crisi territoriale”. In Italia ci sono più di 20 strutture che stoccano scorie radioattive[58] e decine di ospedali che operano nel campo della medicina nucleare.[59] Il decreto di emergenza riguarda però solo i siti dove sono stoccate le scorie ereditate dalla produzione nucleare degli anni Settanta, cioè i siti sotto controllo diretto o indiretto della SOGIN: E gli altri 13 siti che detengono scorie radioattive? E gli ospedali? Nel centro ISPRA di Varese, per esempio, sono stoccati tal quale 2300 m3 di materiale radioattivo, oltre ad alcune decine di elementi di combustibile nucleare; come nel deposito civile CRAD di Udine dove sono stoccati rifiuti radioattivi provenienti da attività di medicina nucleare e sorgenti radioattive dismesse per 1000 m3. Per queste istallazioni non c’é pericolo di attentati?

Nella realtà non esiste alcun problema di attentato terroristico, come riconosce lo stesso generale Jean addirittura un mese prima di essere nominato commissario delegato per l’emergenza!

È Il 23 febbraio 2003 ed il problema SOGIN è in audizione presso la Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti.[60] L’emergenza è stata dichiarata solo una settimana prima (12 febbraio 2003) ma il generale Jean rassicura i deputati sulla sicurezza dei siti? Strana emergenza.

«I furti sono da escludere perché chi andasse nella zona irraggiata a prendere un elemento fortemente irraggiato non vivrebbe a lungo, non uscirebbe dall’impianto.» L’emergenza è appena stata dichiarata e una settimana dopo il massimo responsabile di SOGIN, la società proprietaria delle centrali nucleari, dice che non esiste alcun pericolo? A quanto pare è tutto sotto controllo visto che, dice ancora, «i sistemi di antintrusione dei siti della Sogin – ve lo posso assicurare per esperienza diretta – sono al livello di quello che abbiamo a Comiso intorno al deposito di armi nucleari». Le centrali? Sicurissime anche perché «sono protette da tre metri e mezzo di calcestruzzo». Magari il problema è per il combustibile che è affogato nelle piscine e «per quelle la sicurezza al cento per cento non esiste perché un aereo potrebbe sempre colpire e rompere una vetrata dell’edificio» dice sempre il generale. La soluzione è comunque già pronta: «occorre accelerare al massimo la messa in sicurezza dei materiali nei cask che hanno intorno 15-20 centimetri di acciaio» inserendoli poi «in una specie di alveare di cemento armato, a prova di impatto di un aereo».

Teniamo presente che i cask di cui parla il generale sono studiati per resistere all’impatto di un aereo e poter garantire l’integrità del manufatto a temperature che possono raggiugere i 300 °C. e che negli Stati Uniti sono stoccati all’aperto.

Non solo le centrali sono ben protette, ma lo sono anche i laboratori ENEA che a breve passeranno sotto il controllo della SOGIN e del commissario delegato. «Abbiamo adeguato le misure di sicurezza dei nostri impianti, come ha fatto anche l’ENEA, ente con il quale ci siamo accordati per avere tutti, più o meno, lo stesso livello di sicurezza», sostiene il generale nel corso della sua audizione presso la Commissione, spiegando cosa fosse già stato fatto: « Abbiamo cominciato col mettere dei camion di traverso, poi abbiamo messo paratie di cemento in modo da impedire che vengano sfondati i cancelli ».

Se poi non bastassero le parole del presidente di SOGIN, ecco il parere del direttore del SISDE, il generale Mario Mori, ascoltato dalla stessa commissione il 15 aprile 2003 a un mese dalla dichiarazione d’emergenza e dalla nomina del generale a Commissario. «Riguardo al terrorismo e ai rifiuti radioattivi, il problema è potenzialmente molto serio, da tempo si ipotizza che i gruppi criminali di terrorismo internazionale possano far uso di certe strutture (noi parliamo di NBC, cioè biologico, chimico e nucleare) […] ma non abbiamo memoria né dati che si riferiscano a scorie radioattive ». Insomma: per quanto questo tipo di attentato sia sempre possibile, sostiene Mori, non si hanno informazioni sulla base delle quali si possano fornire indicazioni concrete e specifiche.

In realtà la dichiarazione di emergenza è solo un escamotage per poter gestire, senza troppi controlli, i 468,3 milioni di euro che l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas ha concesso qualche mese prima alla SOGIN. Grazie all’emergenza si delinea la possibilità di gestire quel fiume di denaro senza controlli esterni. Basti dire questo: le ordinanze del commissario sono immediatamente pubblicate dalla Gazzetta Ufficiale e diventano legge.

Questa dichiarazione di emergenza è un fatto senza precedenti nella storia della Repubblica. Per la prima volta un atto amministrativo del governo (lo stato di emergenza per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi che interessa cinque regioni) si trasforma in una scelta politico militare per l’intero paese, con conseguenze importanti sul piano del rispetto delle leggi e delle normative internazionali. Un indirizzo preciso quindi, che segna una svolta nel rapporto tra cittadini, istituzioni e differenti funzioni dello Stato.

Il commissario delegato

Il commissario è nominato il 7 marzo 2003. La scelta cade sul generale Carlo Jean che si trova a ricoprire così due cariche: quella di presidente di SOGIN e quella di Commissario.

Al generale è affidata, prima di tutto, la sicurezza dei siti, che comprende l’adeguamento delle protezioni fisiche delle strutture nucleari onde proteggerle da attentati terroristici ma anche la gestione dello smantemllamento. In pratica, con la scusa del terrorismo, si trasforma un’attività “ordinaria”, lo smantellamento dei siti nucleari, in un’attività ‘straordinaria’.

Il generale può prescindere da ben 21 leggi ambientali regionali e nazionali. Ad esempio, ha la possibilità di derogare alla procedura per il rilascio dell’autorizzazione alla disattivazione delle centrali nucleari, anche materia di protezione sanitaria della popolazione e dei lavoratori contro i rischi derivanti dalle radiazioni ionizzanti.[61] Si tratta di deroghe che gli permetterebbero di costruire, per motivi di sicurezza, un deposito di scorie radioattive nel centro di Roma! Deroghe anche circa le norme regionali e nazionali sugli appalti pubblici, consentendogli di affidare direttamente un appalto all’azienda che ritenesse più idonea.[62]

Appena ricevuto l’incarico, il generale Jean decide che la SOGIN sarà “l’organo attuatore delle decisioni del commissario”, configurando un chiaro conflitto di interessi che bloccherà di fatto l’attività della società.

Solo la Corte dei Conti, quando esegue il primo controllo sui Bilanci SOGIN nel 2003,[63] evidenzia, nella sua relazione al Parlamento, come la scelta da parte del commissario governativo di usare la SOGIN come suo organo attuatore determini una “sovrapposizione rispetto alla missione istituzionale SOGIN” che crea confusione tra l’attività straordinaria e quella ordinaria. Non solo esiste un conflitto di interessi ma non sarebbe corretto neppure il finanziamento dell’emergenza per il quale “il Commissario delegato si avvale delle risorse finanziarie previste per lo smantellamento delle centrali elettronucleari”.

Per la Corte quel finanziamento non può essere usato dal commissario perché “la determinazione degli oneri per gli anni 2002-2004 è avvenuta da parte dell’Autorità e deliberata poi con decreto ministeriale sulla base del programma annuale e triennale SOGIN, nel quale non erano, né potevano essere incluse previsioni di attività demandate al Commissario per l’emergenza”. L’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas aveva finanziato la SOGIN per gestire un’attività ordinaria. Soldi che il commissario non dovrebbe usare dal momento che, dice la Corte in quella relazione, vige il principio “in base al quale ogni nuova spesa richiede il sostegno di nuove o maggiori entrate”. Al limite, conclude la Corte, tutto questo potrebbe essere visto come una “soluzione temporanea di far ricorso a un sistema di anticipazione da parte di SOGIN”. Le osservazioni della Corte cadranno nel vuoto.

In definitiva, esiste una società, la SOGIN, alla quale è stata sottratta la sua missione e un commissario governativo, il generale Carlo Jean, che deciderà su tutto. Senza pudore si usa la dichiarazione di emergenza per ridisegnare la SOGIN in modo da farle perdere la sua autonomia trasformando un’operazione, la gestione dei rifiuti radioattivi, che in ogni paese è condotta da enti governativi con la massima trasparenza, in un affare “privato” che il governo, tramite la figura del commissario delegato, gestirà senza informare né il Parlamento né la popolazione.

È interessante menzionare un fatto che spiega bene quale sia il pensiero del generale nell’affrontare il problema della messa in sicurezza delle scorie. In aprile, quando il generale è già commissario, due deputati piacentini lo incontrano informalmente per chiedergli come intenda affrontare l’emergenza. Sono preoccupati per il combustibile nucleare che è affogato nelle piscine delel centrali del nord: Caorso e Trino. Trattandosi di incontro informale non esiste alcun resoconto se non la pubblicazione sul sito del deputato Foti (www.tommasofoti.it) di cosa abbia detto il generale durante l’incontro. La notizia è datata 9 aprile 2003:

Entro la metà di giugno sarà indicato il luogo dove sorgerà il deposito nazionale delle scorie radioattive italiane. Lo ha detto il presidente della Sogin (la società che gestisce la dismissione delle ex centrali nucleari), Carlo Jean, al termine di un’audizione informale alle commissioni Ambiente e Industria della Camera. La spinta di accelerazione arriva dall’emergenza: « Le misure antintrusione vanno bene se ci sono dieci persone – ha detto il generale Jean – ma se arriva un battaglione non lo ferma nessuno ». Fantapolitica? Mica tanto se consideriamo che stiamo parlando, per dirla sempre con parole dell’ex responsabile della sicurezza di Francesco Cossiga, « di materiale nucleare e non di noccioline ». Presenti i due parlamentari piacentini Tommaso Foti (An) e Massimo Polledri (Lega Nord). « Dall’audizione – riferisce Foti – emerge il concreto impegno che si sta profondendo per trasferire da Caorso il combustibile ospitato nelle piscine ». « Il fatto che per i primi mesi del 2004 gli amministratori di Sogin contino di disporre dei cask necessari per lì collocare il combustibile irraggiato – continua il parlamentare di Alleanza Nazionale – costituisce la migliore testimonianza della volontà da parte dei rappresentanti della Sogin di alleggerire Caorso da una presenza che dura da alcuni anni e che eufemisticamente potremmo definire ingombrante ». « Quanto poi al luogo ove allocare i detti cask – aggiunge l’onorevole Foti – è emerso chiaramente nel corso dell’audizione che – non appena avrà a disposizione un sito, che non potrà essere Caorso, né altra area ubicata in provincia di Piacenza – la Sogin potrà allestire in sei mesi un deposito provvisorio. Per detto sito è emersa la preferenza del Commissario Jean di potere disporre di un’area di proprietà dell’autorità militare ». « Il deposito – ha ribadito l’onorevole Massimo Polledri – sarà provvisorio e vi andranno i cask che sono a prova di treno ». « Poi – prosegue Polledri – ci sono varie ipotesi su cosa fare del materiale nucleare: resta in piedi la destinazione Russia ma si è parlato anche del Kazakistan. Soluzioni che ovviamente saranno prese nell’ambito di accordi globali. È evidente che l’emergenza sicurezza sta accelerando il processo di dismissione di Caorso permettendoci, è l’auspicio, di recuperare il tempo perduto (dal 1995 dei 27 protocolli applicativi ne sono stati fatti solo 3) ». Sul fronte sicurezza, assicura Polledri, si sta lavorando molto. Per quanto riguarda la centrale di Caorso sono allo studio diverse ipotesi: dispositivi per limitare la velocità degli automezzi, una serie di misure per la protezione fisica degli impianti, per il controllo dei bagagli, per rinforzare il cancello. Si punta alla videosorveglianza del perimetro della centrale, al completamento della recinzione ed alla modifica della portineria ».

Si scopre così che il problema non sono i 30.000 metri cubi di scorie da mettere in sicurezza. Il problema sono le “poche” tonnellate di combustibile nucleare che quelli del nord non vogliono più in casa.

L’appalto per la sicurezza

I siti sono al sicuro, aveva dichiarato il commissario delegato alla Commissione Bicamerale il 23 febbraio e i servizi segreti non avevano notizie di possibili attentati ai siti nucleari.

Nonostante ciò il commissario delegato con le prime ordinanze ritiene “necessario adeguare gli impianti […] a predisposti standard di sicurezza rispondenti alla aggiornata situazione internazionale”.[64]

Ma se la sicurezza dei siti, lo aveva detto il generale stesso mesi prima, è «al livello di quello che abbiamo a Comiso intorno al deposito di armi nucleari»[65] perché adeguare quelle strutture?

Comunque sia Jean ordina alla SOGIN di trovare una ditta che possa realizzare questo appalto, ponendo un punto fermo: deve essere una società “in possesso dei necessari requisiti tecnico-professionali, con preferenza tra quelli che sono risultati già aggiudicatari in SOGIN Spa di attività analoghe”. Previa approvazione del commissario delegato è chiaro.

Insomma l’azienda deve avere esperienza nel settore della difesa fisica dei siti nucleari e aver già lavorato per la SOGIN.

Per tutto il 2003 non si saprà niente di quello che sta facendo il commissario per quanto riguarda l’adeguamento della sicurezza fisica dei siti. Le ordinanze saranno infatti un’orgia di omissis per non far sapere a Bill Laden cosa si stesse facendo.

Nel 2004 però qualche informazione emerge. L’appalto è stato affidato ad un azienda controllata da Finmeccanica. Si tratta della MARCONI SELENIA COMUNICATIONS, una società specializzata in Information Technology, che, sino al 2003, lavora nel campo della “produzione e vendita di sistemi, apparati, congegni, macchinari e loro parti, prestazioni di servizi nel campo elettronico, elettrico, elettro-ottico”.[66] Banalmente potremmo definirla una società che opera nel campo della “difesa logica”. La società, in una sua presentazione cartacea, parla però esplicitamente della SOGIN e di come le abbia fornito “Impianti di anti-intrusione, videosorveglianza e controllo accessi per i siti”; oltre ad aver realizzato una “rete di comunicazione sicura tra le varie sedi di SOGIN”.

Che si tratti del famoso adeguamento richiesto dal commissario lo dimostra il fatto che le stesse voci compaiono sui cronoprogrammi che il commissario delegato deve compilare per informare le regioni sui lavori che sta realizzando.

Come può aver fornito un servizio di protezione fisica un’azienda che lavora nel campo della protezione digitale? La risposta è in una operazione che la MARCONI fa il 16 settembre 2003. Si tratta dell’acquisto dell’80% delel quote di un’azienda romana: la ELECTRON ITALIA. Quest’azienda ha come oggetto sociale la “progettazione, costruzione, esecuzione, collaudo […] di impianti elettrici » e progettazione, costruzione […] di impianti di forza motrice, di sorveglianza, di telesegnalazioni, di sicurezza, di antifurto, di antirapina”.[67]

Il fatto interessante è che lo stesso giorno che la Marconi acquisisce la maggioranza della ELECTRON, questa cambia ragione sociale diventando un colosso delle costruzioni con ben 21 diverse tipologie di lavoro: “costruzioni di moli”, realizzazione di gallerie e ponti”, “possibilità di fare scavi archeologici”, di “costruire dighe oltre chiaramente alla “installazioni di apparati di sicurezza”. Insomma se il 15 settembre la ELECTRON costruiva e installava cabine elettriche e apparati di videosorveglianza, il giorno dopo era un colosso delle infrastrutture; un colosso che si integra perfettmente nella holding intrnazionale.

Come sancirà l’Autorità Garante per la Concorrenza questa acquisizione permette “al gruppo FINMECCANICA, tramite la propria controllata MARCONI SELENIA COMUNICATIONS già presente nella sicurezza c.d. logica di entrare nel mercato della sicurezza c.d. fisica”[68].

Dai Cronoprogrammi del Commissario Delegato si conoscono le date di inizio dei lavori di protezione fisica: tutti, tranne uno, partono da settembre, cioè da quando la ELECTRON è di proprietà della MARCONI. Coincidenza? La cosa interessante è che per un solo sito I lavori iniziano ad aprile – si tratta del deposito Avogadro situato nel cntro Eurex di Saluggia. Se la MARCONI può realizzare I lavori di protezione fisica solo da settembre, chi ha realizzato quelli per l’Avogadro? Se la MARCONI prima di settembre del 2003 non poteva realizzare l’appalto voluto dal Commissario come può rispondere alle richieste fatte dallo stesso Commissario di trovare un’azienda che fosse “in possesso dei necessari requisiti tecnico-professionali?”

Risposte non ne abbiamo. Possiamo solo rilevare una coincidenza: che molti dei protagonisti di quest storia si conoscono o hanno qualcosa in comune. Per esempio che nel 2003 erano iscritti ad una fondazione chiamata « Fondazione Liberal », una think tank culturale fondata nel 1985 dall’allora deputato socialista Ferdinando Adornato, nel 2003 esponente di Forza Italia.

Una fondazione che dal 2000, come dice la pagina di presentazione del sito internet[69] “ha accentuato il suo carattere politico-culturale nell’intento di esplorare le nuove frontiere del pensiero e dell’azine liberale, in contrapposizione al pensiero socialista e socialdemocratico”. Tra i suoi appuntamenti annuali più importanti? Quello sulla “discussione fra intellettuali e politici sul progetto politico della Casa delle Libertà”.

Chi è iscritto alla fondazione? Nel 2003 è iscritto il generale Carlo Jean, presidente di SOGIN e commissario delegato per la sicurezza nucleare, cioè il titolare della commessa per la sicurezza dei siti. Nel 2003 è iscritto l’ammiraglio Guido Venturoni, ovvero il presidente della Marconi Selenia Communications, l’azienda cui il generale ha affidato l’appalto. Sia Jean sia Venturoni poi sono anche nel consiglio scientifico della fondazione e ambedue scrivono per una rivista della fondazione da diversi anni. Si conoscono forse? Nel 2003 è iscritto alla fondazione anche l’on. Giulio Tremonti che, come ministro dell’economia, è il proprietario di SOGIN ed è anche colui che ha scelto il generale Jean come presidente di quella società. Nel 2003 è iscritto alla fondazione LIBERAL anche l’ing. Pier Francesco Guarguaglini, ovvero il presidente e amministratore di Finmeccanica, l’holding industriale italiana più importante d’Italia, scelto dal governo Berlusconi nel 2002. Se si continua a leggere la lista degli iscritti non si può non notare la forte presenza di militari: il generale Mario Arpino, il generale Vincenzo Camporini ed il generale Carlo Finizio che insieme al generale Jean e all’ammiraglio Venturoni fanno parte di un circolo chiamato «Difesa 2000».

Nel 2006 un deputato dei DS, l’Onorevole Aleandro Longhi, presenta un’interrogazione scritta[70] al governo Berlusconi chiedendo se «i lavori relativi alle ordinanze [per l’adeguamento della sicurezza dei siti] siano stati affidati attraverso gare pubbliche o assegnati direttamente alle imprese a trattativa diretta, se essi siano stati adeguatamente motivati e successivamente confortati dall’inizio immediato dei lavori stessi, come previsto da un’emergenza; se risulti vero che circa l’80% dei lavori siano stati assegnati in maniera diretta, con appalti prescritti dal Commissario delegato, sempre alla stessa società del gruppo Finmeccanica e che questa sia controllata da esponenti della Casa delle Libertà». Non ottenne risposta.

Dal gennaio del 2007, cioè dal primo giorno dopo la fine dell’emergenza (31 dicembre 2006) dell’appalto per la sicurezza dei siti non si sa più nulla. Le ultime informazioni le possiamo avere leggendo uno degli ultimi cronoprogramma del Commissario, quello di marzo 2006, dove si trova scritto come le attività ancora in fase di ultimazione riguardino “i provvedimenti di miglioramento della protezione fisica (sia in termini di barriere anti-intrusione e di reti di monitoraggio, sia in termini di aggiornamento dei Piani di Protezione Fisica)”e “la videosorveglianza in tempo reale e il collegamento fra i vari siti SOGIN e le autorità di sicurezza (a seconda dei casi, Questure, Prefetture o Guardia di Finanza)”.

Non servono commenti se non per dire che l’emergenza terrorismo ed il progetto per mettere in sicurezza i siti italiani non sono serviti a niente, se non a spendere soldi di un finanziamento che pesa sulla bolletta elettrica; solo tra il 2003 ed il 2004 per l’emergenza sono stati spesi 10 milioni di euro.[71] Quanti ne siano stati spesi sino al 2006 non si sa.

Il Deposito Nazionale… in Sardegna

Sin dall’inizio la decisione di smantellare definitivamente le installazioni nucleari con il decommissioning accelerato prevedeva, come tassello fondamentale, la costruzione di un deposito nazionale per contenere in sicurezza i rifiuti pregressi e quelli che avrebbe prodotto lo smantellamento. L’opzione era per la costruzione di un deposito ingegneristico di superficie, come già ne esistono da decenni in altri paesi (Francia e Spagna per rimanere in Europa), dove vengono stoccate le scorie di I e II categoria, prodotte dall’industria nucleare e medica.

Il nostro problema era però quello di poter contenere anche il combustibile esausto e le scorie di III categoria, che le nazioni nucleari stoccano presso le centrali. Si era quindi ipotizzata la realizzazione di due depositi: uno definitivo per le scorie meno pericolose, compresi i rifiuti ospedalieri, ed uno temporaneo dove stoccare il combustibile e le scorie di III categoria. Temporaneo perché ancora nessun paese ha trovato il sistema di contenere per i 250.000 anni necessari quel residuo della produzione elettronucleare, se non una soluzione che prende il nome di “deposito geologico”e che gli stati atomici stanno studiando da decenni senza risultati apprezzabili.

Deposito di superficie quindi. Lo diceva il documento Bersani del 1999[72] e lo dice anche l’ordinanza governativa del 7 marzo 2003 che assegna il compito di trovarlo al Commissario delegato, il presidente di SOGIN generale Carlo Jean. Un percorso che il generale deve affrontare “d’intesa con la Conferenza dei presidenti delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano” per arrivare alla “predisposizione di uno studio volto a definire le soluzioni idonee a consentire la gestione centralizzata delle modalità di deposito dei rifiuti radioattivi”.

Invece il generale farà tutto da solo, istituendo una task force che riferirà direttamente a lui e che, da aprile a giugno 2003, realizzerà un progetto dal titolo “Descrizione sintetica della procedura per la selezione dei siti idonei al deposito definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività”[73] che avrebbe dovuto rappresentare il primo passo per la scelta del sito dove costruire il deposito.

Qualcuno però ha già un’idea su quale sarà la regione scelta per costruire il deposito. Per Marco Mostellino, giornalista dell’Unione Sarda, è la sua Sardegna. E lo studio solo una foglia di fico con il quale nascondere quella scelta. Non una semplice intuizione, ma il risultato di una ricerca che lo ha portato ad entrare in possesso dello studio “segreto” che doveva essere spedito alle regioni per essere poi discusso.

In effetti lo studio, oggi disponibile, alcuni spunti li offre. Per esempio il fatto che il deposito può essere sia “superficiale” che “sotterraneo”, a cinquanta metri di profondità per l’esattezza, e che “ulteriori criteri di valutazione preferenziale tra i siti candidati sono la coincidenza con aree demaniali (militari)”; è interessante notare come la parola “militari” sia posta tra parentesi, quasi a nasconderla. Quest’area dovrà comunque coprire un’estensione minima di “100 ettari di superficie pianeggiante, senza soluzione di continuità (strade, ferrovia, incisioni morfologiche ecc)”e le uniche esclusioni riguarderanno “le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole”. Nel documento si afferma anche “che è preferibile un area poco popolata ed extraurbana”, che si prevede “non avrà tendenza ad un cambiamento della popolazione residente almeno per i prossimi 20 anni”. Sembra proprio l’identikit della Sardegna con i suoi 66,6 abitanti per km2, quindi “poco popolata”, piena di grotte e caverne ma sopratutto sede dei più grandi poligoni militari europei di tiro. Come quello interforze di Salto di Quirra (13 mila ettari) o quello a Capo Teulada (7.200 ettari) circondati da 75.000 ettari tra zopne di restrizione dello spazio aereo e zone interdette alla navigazione. Quando poi il documento individua in 20 abitanti per km2 la densità della popolazione che si dovrebbe avere nella località dove sorgerà il deposito, dicendo anche che è un dato che “corrisponde solo a 1/10 della media della densità di popolazione riferita a tutto il territorio nazionale”, quindi molto difficile da trovare, come non pensare alla Sardegna che proprio intorno ai poligoni militari presenta quei valori di densità abitativa? Ci sono poi delle considerazioni della SOGIN che rafforzano questa convinzione. Come le frasi dette dall’Amministratore della SOGIN, l’ing. Bolognini, alla Commissione Bicamerale sui Rifiuti il 23 febbraio 2003: «Oggi non c’è assolutamente alcun motivo per escludere a priori le isole, soprattutto quelle che hanno caratteristiche geologiche e geotettoniche di stabilità, tanto è vero che, riprendendo l’esame dei parametri tecnici necessari per identificare il sito, questa esclusione non verrà più applicata». Infine le posizioni espresse da uno degli esperti interpellati da SOGIN, il fisico Jeremy Whilock, vice presidente della Canadian Nuclear Society, che sostiene come «I terreni migliori per conservare le scorie nucleari sono quelli argillosi […] gli strati argillosi riscaldati naturalmente che si trovano sotto le rocce vulcaniche della Sardegna».

Il 20 maggio 2003 Mostallino tutte queste notizie le pubblica nel suo articolo dal titolo «Sardegna, pattumiera radioattiva. L’Isola dice no» dove denuncia la volontà del governo di portare lì le scorie. Si scatena un putiferio.

In parlamento i deputati presentano interrogazioni a raffica. Il verde Turroni, il 29 maggio, chiede al governo se sarà la Sardegna, come sembra dalle notizie diffuse, la sede del deposito nazionale per le scorie. Una richiesta di chiarezza legittima, spiega l’onorevole, perché «se il 15 giugno la scelta dovesse cadere sulla Sardegna nessun organo istituzionale regionale disporrebbe degli strumenti giuridici per opporsi a tale provvedimento ». Il fatto è che, con i poteri di deroga di cui dispone il commissario per gestire l’emergenza, nessuna istituzione regionale lo potrebbe fermare. Il 15 giugno è la volta dell’onorevole Antonello Soro che in un question time con il ministro Giovanardi, responsabile per i Rapporti con il Parlamento, chiede se sia vero che il commissario delegato abbia indicato la Sardegna come sito per il deposito per le scorie radioattive. « il Governo conosce la reazione che questa eventualità ha suscitato nell’isola – dice Soro – un’eccezionale mobilitazione delle istituzioni e dei cittadini, con una coralità straordinaria, è stata messa in atto. Chiediamo al Governo di escludere in Parlamento, con chiarezza e senza riserve, questa ipotesi, per interrompere una spirale di conflitto fra lo Stato e la Sardegna che non ha precedenti ». Quello che si chiede al governo amico, visto che la Sardegna nel 2003 è una roccaforte della Cdl, è chiaraezza visto che oltre ai sindaci esprime il Presidente di Regione,[74]. Una chiarezza che manca a Giovanardi, il quale, pur ribadendo che per il momento non esiste alcun sito, risponde che « il Governo naturalmente non è in grado di assicurare che il sito non verrà trovato sul territorio nazionale, perché evidentemente da qualche parte esso dovrà essere collocato ». « In sostanza – conclude Giovanardi – si tratta di un lavoro di carattere tecnico mirante all’individuazione di un numero limitato di aree potenziali tra cui dovrà essere poi esercitata una scelta che tenga in debito conto considerazioni di natura socio-economica e politica con modalità che saranno determinate dal Governo […]. Le grandi isole non sono state escluse a priori perché le difficoltà di trasporto ed eventuali interferenze sul trasporto via mare sono state giudicate fattori da considerarsi solo in una fase successiva del processo di selezione come possibili criteri di preferenza ». Come dire che la prima scrematura si farà su tutto il territorio, poi si scarteranno le isole e si procederà ad un’indagine più selettiva. Ma se è così, perché non scartarle subito, coma aveva fatto anni prima l’Enea?

Lo studio è comunque respinto il 25 luglio 2003 quando i presidenti delle regioni si incontrano a Roma per valutarlo. All’unanimità decidono che il generale non li ha informati sull’andamento dei lavori e quindi quello studio non è valido. La loro richiesta è: ripartire da capo. Si critica la forma.

La domanda da porsi è una sola: aveva ragione Mostallino o il governo?

Ecco cosa dice il Commissario delegato il 6 dicembre 2004 al giornalista del Corriere della Sera, Franco Foresta Martin che lo intervista sui fatti di Scanzano. Al lettore la risposta. « Prima di Scanzano – dice il generale – si era esplorata la possibilità della Sardegna Nord Orientale e abbiamo avuto una specie di rivolta preventiva. Poi, per evitare il ripetersi di una cosa del genere, ci siamo mossi con discrezione, studiando la fattibilità del deposito geologico a Scanzano».

Il Deposito Nazionale… in Basilicata

« Preso atto dell’indisponibilità della prescritta intesa con la Conferenza dei Presidenti delle Regioni, nonché dell’accresciuta instabilità internazionale, con il conseguente aumento dei rischi derivanti dal terrorismo, il Governo ha ritenuto di dover assumere responsabilmente l’iniziativa volta a identificare in tempi brevi un sito che, con il massimo livello possibile di sicurezza e rispetto dell’ambiente, fosse idoneo ad ospitare un deposito che, pur destinato in prima istanza al deposito definitivo dei rifiuti radioattivi di II categoria, presentasse anche caratteristiche favorevoli ai fini del deposito definitivo dei rifiuti di III categoria (deposito unico nazionale) ». Queste parole sono scritte nella presentazione del secondo studio prodotto dalla task force del Commissario delegato.[75] Lui ha fatto tutto bene. Sono le regioni che irresponsabilmente hanno detto no allo studio.

Dal momento che il terrorismo incombe, il governo ha ritenuto opportuno occuparsi personalmente, attraverso il suo delegato, di trovare il sito. Sia chiaro che non c’è alcun atto formale in questo senso. Quello che vale è quello che sta scritto all’articolo 1, comma 6 dell’ordinanza 3267 [quella che nomina il generale Jean Commissario il 7 marzo 2003] che specifica come “il Commissario delegato provvede, d’intesa con la Conferenza dei presidenti delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano, a porre in essere ogni iniziativa utile per la predisposizione di uno studio volto a definire le soluzioni idonee a consentire la gestione centralizzata delle modalità di deposito dei rifiuti radioattivi”. Insomma: non c’è alcun atto formale che dica come il governo abbia chiesto al Commissario di trovare il luogo più adatto ove costruire il deposito in luogo di studiare “ogni iniziativa utile per la predisposizione di uno studio volto a definire le soluzioni idonee”, né che questo deposito debba essere “geologico” invece che di “superficie”.

Invece quello studio non sono indicherà il luogo esatto dove costruire il Deposito Nazionale per le scorie rdioattive, ma deciderà che sarà un “deposito geologico”, cioè situato a 700 metri sotto terra.

Ecco cosa disse il professor Maurizio Cumo, ingengere nucleare e presidente della SOGIN dal 2000 al 2002, a proposito dei depositi geologici e della loro definizione[76]

Laboratori sperimentali sotterranei sono in funzione o in costruzione in Svizzera, Francia, U.S.A, Germania, Regno Unito […] Il primo deposito commerciale sarà verosimilmente quello di Yucca Mountain, nel Nevada (U.S.A.) […] La ricerca di siti per un deposito definitivo di tipo geologico incontra attualmente difficoltà ovunque, per cui diversi paesi prendono ormai in considerazione un immagazzinamento provvisorio (interim storage) di lungo periodo (50÷100 anni) per i rifiuti ad alta attività vetrificati e per i combustibili irraggiati. Il concetto stesso di smaltimento geologico è in via di evoluzione, nel tentativo di meglio fronteggiare i problemi di accettabilità: diversi progetti europei prendono in considerazione attualmente la possibilità di recuperare i rifiuti dal deposito per un periodo iniziale che va da cento a trecento anni. Ciò comporta la predisposizione, anche per il deposito geologico, di barriere artificiali durevoli, con soluzioni progettuali complesse”.

Eppure nell’agosto del 2003, per il governo di centro destra e per il generale, la via era chiara: si doveva trovare in Italia un deposito geologico. In pratica riuscire a are quello che da decenni si sta cercando di fare nel resto del mondo. La task force del generale sembra riuscire nell’intento. Dopo pochi mesi lo studio è pronto con tanto di sito ideale: Scanzano Ionico e le miniere di salgemma sotto la piana di Terzo Cavone. Una immense caverna piena di sale a a più di 700 metri di profondità. Il luogo ideale dove sotterrare le scorie radioattive italiane; ma anche un territorio poco popolato della più piccola e insignificante regione italiana: la Basilicata.

Il posto giusto dove sistemare anche le barre radioattive del nord.

Il 14 novembre del 2003 il governoBerlusconi licenzia un decreto d’urgenza (Dl 413) che deciderà di costruire li il “Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi […] opera di difesa militare dello stato”. Pochi giorni e un’intera regione scende in piazza protestando per una decisione che è stata imposta senza confrontarsi con quella regione.

La cosa strana è che lo studio invece di essere pubblicizzato, per dimostrare la validità tecnica della scelta e contrastare la rivolta è tenuto gelosamente nascosto.

Il 16 novembre la protesta si trasforma in caso nazionale nel momento in cui se ne occupa la trasmissione « Che tempo che fa » condotta da Fabio Fazio, su Rai 3. In studio il generale Carlo Jean, padre del decreto, e in esterno la gente di Scanzano. La presentazione di Fazio del generale è eloquente. Elencando le qualifiche di Jean ed i ruoli da lui ricoperti, pone l’accento su quello militare chiedendo la ragione per cui sia un generale a sovrintendere una funzione civile. « Perché no? » è la risposta lapidaria di Jean, come fosse la cosa più naturale del mondo.

Quando poi Fazio porrà il problema dei criteri della scelta, il generale risponderà che uno studio specifico gli ha consentito la scelta del sito ideale. « Quindi lo ha scelto lei? » domanda Fazio. « Certo, grazie all’aiuto dei nostri scienziati che hanno contribuito a definire il sito ».

In collegamento dalle miniere di Monte Cavone, a Scanzano, oltre alla popolazione a presidiare il sito, c’è il sindaco Mario Altieri, in prima fila. Accanto a lui Pasquale Stigliani, promotore del campo base che dal giorno stesso del decreto è stato costituito sull’appezzamento più grande del terreno di proprietà della Sorim. Insieme a loro Mario Tozzi, il geologo della trasmissione « Gaia ». Il primo a parlare è proprio Tozzi che spiega come lo studio non sia stato fatto sul territorio ma utilizzando materiale bibliografico, visto che nessuno ha visto trivelle e carotaggi, né alcun movimento che facesse intendere qualche studio in situ. Il generale risponde serafico che gli studi sono stati fatti su documenti inoppugnabili, con l’avvallo di scienziati preparati. Comunque rassicura che le ricerche in loco sarebbero state compiute a seguito dell’individuazione del sito; ricerche che sarebbero durate un anno.

È a questo punto che interviene Altieri, il sindaco di Scanzano, in difesa dei suoi cittdini.. Rivela che il generale lo ha incontrato e come sia stato ingannato. « Fortunatamente l’ho presentato anche ai miei collaboratori. Io pensavo di incontrare il responsabile dell’Itrec per parlare dei posti di lavoro ». Il generale rimane imperturbabile e risponde: « Ci sarà stato un qui pro quo ». Una risposta che è diventata una battuta per la gente di Scanzano, considerando che nessuno di loro lavora all’Itrec[77] e quindi non sicapisce di quali posti di lavoro parlasse il sindaco.

Il fatto è che quando gli abitanti hanno saputo della decisione governativa dal Tg Regionale si sono precipitati tutti al Municipio a cercare il sindaco. Altieri però non c’era. Era a Roma. Questo insieme al fatto che qualche settimana prima alcune famiglie della zona avessere visto il Sindaco mostrare la piana di Terzo Cavone a persone “straniere” aveva fatto pensare che Altieri in qualche modo centrasse nella scelta del governo. Ma ora è in prima fila e dice di essere stato ingannato dal generale.

Sostanzialmente l’ipotesi era quella di portare a Scanzano quei rifiuti che si potevano spostare, principalmente le barre di combustibile stoccate nelle regioni del nord.

Lo dice lo stesso decreto 412 all’articolo 2 comma 1, punto b dove si legge che “Per l’attuazione di tutti gli interventi e le iniziative necessari […] un Commissario straordinario […] in deroga alla normativa vigente, provvede […] alla messa in sicurezza, d’intesa con il Ministero dell’Interno e con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, di strutture temporanee da realizzare sullo stesso sito dei rifiuti radioattivi ora distribuiti sul territorio nazionale, rilasciando le relative licenze”. Altro che aspettare un anno!

E poi lo aveva promesso a giugno ai deputati piacentini Foti e Polledri che « non appena avrà a disposizione un sito, che non potrà essere Caorso, né altra area ubicata in provincia di Piacenza la Sogin potrà allestire in sei mesi un deposito provvisorio. Per detto sito è emersa la preferenza del Commissario Jean di potere disporre di un’area di proprietà dell’autorità militare ».

Il 25 novembre 2003 la situazione è incandescente. In Parlamento il governo sta decidendo se eliminare il nome di Scanzano dal decreto mantre non solo la Basilicata, ma tutto il sud è in rivolta; una rivolta trasversale che non conosce appartenenze. Mentre il Parlamento discute il decreto, la VIII Commissione chiede al generale di spiegare le ragioni della scelta di Scanzano, quindi di spiegare lo studio fatto e, al fisico Carlo Rubbia, di esprimere il proprio parere su quello studio. Sono audizioni informali ma i giornalisti presenti ne riportano ampi stralci.

Il primo ad essere ascoltato è il generale che si presenta con il voluminoso studio sotto il braccio. Una copia ce l’hanno anche i deputati. Il generale inizia il suo intervento spiegando come il sito geologico di Scanzano Jonico possa senz’altro essere identificato come la « soluzione ottimale sotto il profilo della sicurezza e della salvaguardia ambientale ». Il generale spiega come, per arrivare alla scelta finale ci si sia basati « su uno studio condotto da un gruppo di lavoro SOGIN con la partecipazione di esperti di altre istituzioni che ha esaminato varie opzioni di deposito », ma che la presenza a Scanzano di una formazione geologica « estremamente stabile costituita da un giacimento di salgemma dello spessore medio di 150-200 metri per una estensione di oltre 10 chilometri quadrati, protetto da uno strato di argilla dello spessore di oltre 700 metri » ha portato gli esperti a definirlo come il luogo ideale; un vero e proprio colpo di fortuna, sottolinea il generale, perché un sito simile c’è solo in America, nel New Mexico, dove le forze armate di quel paese hanno realizzato un deposito profondo, denominato Wipp, per stoccare le testate nucleari contenenti plutonio. Inoltre la soluzione tecnica del deposito geologico « riduce a zero l’impatto radiologico sulla popolazione e sull’ambiente, superando nel senso della sicurezza anche i limiti di esposizione raccomandati in ambito internazionale e nazionale ».

Il giorno seguente il prof. Rubbia evidenzia le incongruenze dello studio, anche se, dice Rubbia, la sua relazione non può essere completa in quanto lo studio gli è stato consegnato dalla SOGIN solo la sera precedente.

Rubbia distrugge lo studio. La sua relazione è di 19 pagine ma basta a ridicolizzare uno studio di 315 pagine.[78]

Il generale sosteneva che lo studio muoveva dalle indicazioni fornite dall’Enea nel 1997? Non è vero, dice Rubbia, che specifica come lo studio della task force Enea, redatto «per conto della protezione civile », avesse come scopo quello di individuare le aree idonee ad ospitare un deposito superficiale per le scorie di seconda categoria e che quindi « la selezione di quest’area in Basilicata non è in alcun modo correlabile al lavoro svolto dalla task force dell’Enea ». Lo studio poi «non presenta solide basi scientifiche e non rientra in alcuna logica gestionale consolidata ».

La considerazione dello studio secondo il quale «il sito di Scanzano verrebbe utilizzato nell’immediato per lo smaltimento dei rifiuti di seconda categoria e, contemporaneamente, come laboratorio per indagini sitologiche più approfondite, anche mediante l’installazione di un laboratorio sotterraneo, per la verifica dell’idoneità ad ospitare anche la terza categoria ed i combustibili irraggiati» non era condivisibile. Secondo Rubbia, le esperienze in altri Paesi evidenziano come «le fasi di indagini» sui siti «debbano necessariamente precedere qualsiasi messa a dimora di rifiuti radioattivi di qualsiasi categoria».

Il presidente dell’Enea rimarca poi il fatto che se il sito di Scanzano non dovesse rivelarsi idoneo ad accogliere le scorie di terza categoria, ma solo quelle di seconda, «risulterebbe sproporzionato allo scopo». Da tutto ciò discende, secondo il fisico, «l’opportunità di portare a termine senza indugio e in maniera efficace i programmi in corso sui rispettivi siti fi- nalizzati ad aumentare i livelli di sicurezza attuali».

Il professore descrive poi la situazione attuale per quanto riguarda il problema portando esempi di altri stati europei che hanno in attività solo depositi di superficie, ricordando come le scorie di III categoria, le più pericolose, ed il combustibile esausto siano stoccati nelle centrali stesse. Il solo deposito geologico che, in quegli anni, si ipotizzava potesse en- trare in funzione era quello delle Yucca Mountains in Nevada, deposito in fase di realizzazione tra contestazioni di ordine scientifico ed antropologico. Quello del New Mexico, essendo un’installazione militare, non è ovviamente ben conosciuto a causa del segreto militare.

Il 24 dicembre 2003 il decreto 413 diventa la legge 368/03. Il nome di Scanzano Ionico è cancellato e Il deposito diventa il Deposito Nazionale “riservato ai soli rifiuti di III categoria” (scompare la II cioè la parte più rilevante delle scorie da sistemare). Il Deposito sarà “individuato entro un anno […] dal Commissario straordinario […] previa intesa in sede di Conferenza unificata” (con l’accordo di tutte le regioni) e per la ricercsa del sito il Commissario straordinario si avvarrà di una commissione “con compiti di valutazione e di alta vigilanza per gli aspetti tecnico-scientifici”. Qual’ora l’intesa non sia raggiunta “l’individuazione definitive del sito è adottata con decreto del Presidente del Consiglio” entro il 31 dicembre 2004. Il Deposito resterà “opera di difesa militare di proprietà dello stato”.

Il 1 gennaio 2009 secondo quella legge il Deposito dovrebbe essere operativo. Invece non c’é nemmeno il sito perché I governi che si sono succeduti si sono defilati, fingendo che il problema non esistesse.

Le scorie radioattive sono ancora nei siti del nord. Si tratta di strutture costruite negli anni Sessanta non più in grado di reggere, quindi il deposito nazionale per le scorie e i rifiuti radioattivi dovrà essere costruito.

Scanzano scelta tecnica o politica?

Chi ha scelto Scanzano Ionico? Il governo? Gli scienziati del generale? Il generale? Una risposta sicura non l’avremo mai. Certo è che le versioni a seconda di chi le da sono differenti.

Ecco cosa dissero sulla scelta di Scanzano due protagonisti di quella storia: il ministro dell’Ambiente Altero Matteoli ed il commissario delegato, il generale Carlo Jean. Sopratutto è interessante leggere come giustificarono il comma b dell’articolo 2 che avrebbe permesso di portare a Scanzano “subito” le scorie trasportabili; per esempio le barre di combustibile nucleare affogato nelle piscine degli impianti del nord: Caorso, Trino e Saluggia.

Gli stralci sono estratti dai resoconti stenografici delle audizioni che Matteoli e Jean tennero presso la «Commissione Bicamerale d’Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti» che li interrogò tra il 2 ed il 3 dicembre per “acquisire dati ed elementi informativi in merito alle problematiche, alle prospettive ed alla tipologia, nonché alla relativa localizzazione territoriale del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, anche alla luce delle recenti iniziative del Governo”, come recita lo stenografico di quella riunione.

In sostanza quei deputati volevano sapere perché era stato scelto Scanzano se poi lo si era eliminato dal decreto.

Ecco cosa dice Matteoli ascoltato il 2 dicembre.

«Alla Camera, il 20 novembre, le critiche sulla scelta del Governo si sono appuntate sul fatto di avere varato un decreto alla chetichella, e mi ha particolarmente offeso il fatto che qualcuno abbia detto cavalcando l’emotività dei lutti di Nassiriya. Capisco che, nei momenti di massima polemica, ma anche di stress, si possono dire cose di questo tipo, ma mi sembrano da rigettare a colui che le ha dette. Che l’attuale situazione dei nostri depositi temporanei sia rischiosa lo affermava già in tempi non sospetti il premio Nobel Rubbia e lo confermano oggi le proteste delle popolazioni dei centri interessati (Caorso, Casaccia e così via; non ne elenco altri per non dare adito ad ulteriori motivi di polemica)e lo esplicita il commissario, generale Jean. […] I risultati di tale studio [quello che individuava il sito in Sardegna – n.d.r.] in data 17 giugno sono stati trasmessi alla Conferenza dei presidenti delle regioni, con l’intento di raggiungere un’intesa. Il 24 luglio tale documentazione veniva restituita con la motivazione che della cosa si dovesse interessare il Governo. Di fatto, in quel momento l’auspicata intesa veniva in qualche modo rifiutata. Conseguentemente, il Ministero delle attività produttive, di concerto con il ministro dell’ambiente e tutela del territorio, hanno dato l’incarico al presidente della Sogin di approfondire l’indagine fino all’indicazione del sito ottimale

Ma la parte interessante arriva quando gli viene chiesto di commentare il comma b) dell’articolo 2 dove si dava la possibilità di portare temporaneamente a Scanzano le scorie radiaottive ancor prima di fare qualunque valutazione ambientale. «Voglio ricordare, più a me stesso che a chi ha la cortesia di ascoltarmi, che l’iniziativa andrà sottoposta alla VIA, ma doveva essere sottoposta alla VIA anche la precedente, e coloro che hanno identificato nel decreto la decisione finale… E’ vero che c’era il punto b) dell’articolo 2, ma abbiamo detto che si era trattato di una specie di incidente di percorso e che avremmo eliminato la possibilità di portare le scorie in quel sito immediatamente, anche se quello rappresentava la fine del percorso

Allora fu il governo a chiedere “informalmente” al generale di trovare il sito e quel comma una semplice svista, un incidente?. E allora perché si dice che “quello rappresentava la fine del percorso?”

Il giorno dopo, il 3 dicembre, è la volta del commissario delegato, il generale Carlo Jean.

«In quella riunione per decidere cosa fare o non fare – in cui sarebbe emersa l’idea di inserire la Sardegna e la Sicilia nell’elenco delle zone possibili per i depositi previste nello studio, con i criteri e le metodologie da sottoporre ai presidenti delle regioni, con la conseguente sollevazione che c’è stata, simile a quella avvenuta a Scanzano – abbiamo valutato le varie possibilità. La gente è certamente preoccupata di un deposito con i bunker fuori terra, ha paura delle radiazioni, e si è pensato che mettendo il materiale in profondità la preoccupazione e l’emozione dell’opinione pubblica sarebbero state inferiori. Ne ero persuaso, ma mi sono sbagliato. […] Questo è un documento interno Sogin, anche come forma è piuttosto «sportivo», le cose vengono dette in modo chiaro sulle osservazioni che sono state fatte sull’idoneità del sito, che non vuol dire partire in quarta. Nessuno di noi ha mai pensato di fare il sito provvisorio di Scanzano; questo è stato deciso in una riunione di ministri tenutasi il 10 novembre, richiesta dai ministri delle attività produttive e dell’ambiente e tutela del territorio al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. In tale riunione sono state esposte le nostre conclusioni, che sono state accettate in quanto tenacemente sostenute dai due ministry noi abbiamo sottolineato che i depositi del materiale sanitario che sono sparsi in giro o quelli dell’industria vanno messi quanto prima in sicurezza.[…] è stato individuato il sito di Scanzano per la sistemazione di questi depositi provvisori, mentre a mio parere di depositi provvisori devono essercene quattro o cinque in Italia: a nord-est, a nord-ovest, al centro, al centro-sud e nelle isole. Questa è la mia opinione

Allora la scelta di Scanzano è stata di Matteoli e Marzano e non del generale e dei suoi scienziati? Allora il generale durante la trasmissione «Che Tempo che Fa» non diceva la verità?

E ancora: il comma b) non era una svista, come diceva Matteoli, ma una scelta precisa dei due ministri per portare li le scorie sanitarie? Allora il generale mentiva quando ad aprile promette ai due deputati, Foti e Polledri, che «non appena avrà a disposizione un sito, che non potrà essere Caorso, né altra area ubicata in provincia di Piacenza – la Sogin potrà allestire in sei mesi un deposito provvisorio» per le barre di combustibile?

Il riprocessamento del combustibile nucleare

Eliminato il nome di Scanzano dalla legge 386, rimane il problema della sistemazione del combustibile nucleare che i comuni del nord non vogliono più. Che la legge non sarà rispettata è evidente a giugno 2004; non si sono ancora trovate le 12 persone per formare il comitato ne è stato nominato alcun “commissario straordinario”. E’ anche vero che il governo non vuole ritrovarsi con un’altra regione in rivolta. E poi le acque si stanno calmando: perché agitarle di nuovo?

Si decide quindi di mandare all’estero quel combustibile. Una scelta che va bene al governo, ma anche alle regioni.

La possibilità è data dalla normativa internazionale che consente lo scambio temporaneo tra stato e stato del solo combustibile nucleare ai fini del “riprocessamento”, cioè del recupero di uranio e plutonio ancora utile per fabbricare altro combustibile. Essendo questo un processo che in Europa solo due nazioni sono in grado di effettuare, Francia e Inghilterra, ecco la possibilità di inviare loro le barre nucleari consumate, farsele riprocessare per poi riprendersi sia l’uranio, sia il plutonio recuperato e naturalmente anche le scorie residuali. La domanda è semplice: se l’Italia non ha più centrali attive cosa se ne fa dell’uranio recuperato? A questa domanda nessun governo ha ancora risposto anche se dal 2007 diversi treni pieni di barre nucleari sono già partiti verso la Francia.

La storia inizia il 2 dicembre 2004 con il ministro delle attività produttive, Antonio Marzano (Forza Italia), che abroga l’ordinanza che da maggio 2001 indirizzava le attività di SOGIN proponendone una nuova. Il testo sarà identico al precedente, tranne in un punto. Dove il vecchio testo diceva che la SOGIN avrebbe immagazzinato “il restante combustibile irraggiato in appositi contenitori a secco nei siti delle centrali dove sono allocati in attesa di trasferimento al deposito nazionale”, quello nuovo dice che “per quanto riguarda il combustibile nucleare irraggiato esistente presso le centrali nucleari e i siti di stoccaggio nazionali si individua la possibilità di una sua esportazione temporanea ai fini del trattamento e riprocessamento”.

Una settimana dopo, il 16 dicembre 2004, il commissario delegato per l’emergenza, il gen. Carlo Jean, licenzia un ordinanza che dice alla SOGIN del presidente Carlo Jean di procedere “alla stipulazione dei necessari atti contrattuali al fine di effettuare nei tempi più rapidi lo svuotamento completo delle piscine degli impianti di Caorso, Trino, Avogadro ed EUREX dal combustibile irraggiato, dando così inizio alle operazioni di invio al riprocessamento in Francia e/o Gran Bretagna”; c’é una clausola: “il dilazionamento del trasferimento in Italia dei rifiuti vetrificati originati da tale riprocessamento fino a quando non sarà disponibile un deposito nazionale o, comunque, per almeno 20 anni”. L’idea è quella di mandare a fare un giro per l’Europa le barre radioattive per almeno 20 anni, lasciando a quelli che verranno la soluzione del problema.

L’accordo per inviare finalmente le barre radioattive all’estero è concluso solo nel novembre del 2006[79] quando il ministro delle attività produttive, l’on. Pierluigi Bersani (DS), già ministro nel 1999 e padre della SOGIN, firma con il suo omologo francese, un accordo intergovernativo che prevede l’invio in Francia del combustibile nucleare per essere riprocessato. Costo dell’operazione 255 milioni di euro e assoluta certezza che l’Italia si riprenderà, oltre alle scorie radioattive prodotte, anche l’uranio ed il plutonio recuperato. La certezza è data dalle clausole dell’accordo dove si trova scritto che “il governo italiano si impegna a prendere tutte le misure per attivare il procedimento di autorizzazione, costruzione e messa in opera di un sito di stoccaggio o di deposito conforme ad accogliere i ri- fiuti radioattivi. L’Italia, inoltre, si impegna ad informare annualmente il governo francese sull’avanzamento di queste attività. Il governo italiano s’impegna poi ad assicurare il rispetto dei termini stabiliti nel presente Accordo, delle procedure di autorizzazioni, dei permessi e delle licenze necessarie per la spedizione in Italia dei rifiuti radioattivi in un centro di stoccaggio o un deposito conforme alle regole di sicurezza in vigore”[80]

Entro il 31 dicembre 2020 l’Italia dovrà avere per forza un deposito per custodire scorie radioattive visto che “le due Parti s’impegnano a stabilire prima del 31 dicembre 2015 il calendario previsionale ed entro il 31 dicembre 2018 il calendario definito del loro rientro, che dovrà avere luogo tra il 1 gennaio 2020 e il 31 dicembre 2025 “.[81]

Un accordo capestro che oggi fa gioire i comuni del nord che vedono partire le loro scorie radioattive più pericolose, ma che tra non molto li farà arrabbiare perché è pacifico che, senza deposito, quelle scorie ritorneranno da dove sono partite.

Eppure la soluzione per mettere in sicurezza il combustibile era già stata trovata nel 2001 dalla stessa SOGIN che però non era guidata da un generale ma da un ingegnere nucleare, Raffaello De Felice. Lo rivela l’audizione che l’ingegnere fece il 15 febbraio 2001 alla VIII Commissione Ambiente della Camera in merito alla sicurezza dei siti nucleari.[82]

Il problema non cambia: allora come ora si deve trovare come sistemare il combustibile nucleare, quelle barre affogate da troppo tempo nelle vecchie piscine delle centrali del nord. L’attenzione è focalizzata sulle barre radioattive stoccate nella centrale nucleare “Enrico Fermi” di Trino e nel deposito Avogadro, un vecchio reattore di ricerca della Fiat costruito nel centro Eurex a Saluggia, un paese a 100 km da Torino famoso per essere il comune che detiene l’80% delle scorie radioattive italiane.

Per l’ingegnere la soluzione è sistemare quel combustibile in cask, contenitori in acciaio alti 4 metri, larghi poco meno di 2 per un peso di 60 tonnellate al cui interno «vi è un cestello in cui sono inseriti gli elementi combustibili». Il cilindro è poi sigillato con due tappi d’acciaio. A questo punto il cilindro «diventa un oggetto all’interno del quale c’è un’attività spaventosa, mentre all’esterno è completamente convenzionale, quindi può essere preso, sollevato e trasportato, quando sarà disponibile, nel deposito». Il costo dell’operazione sarebbe stato di 20 miliardi di lire (circa 11 milioni di euro in luogo dei 255 milioni che servono per inviarlo in Francia) e le operazioni sembra fossero già state avviate considerato che, dice De Felice, il contratto per la costruzione dei cask era stato formalizzato il 1 giugno 2000 ed «assegnato alla ditta tedesca GNB, una della più quali- ficate per questo tipo di componenti (è l’unico fornitore degli esercenti tedeschi, qualificato anche negli USA ed in vari altri Paesi, sia europei che extraeuropei) »; un’azienda che « previa autorizzazione da parte delle nostre autorità di controllo » fornirà i contenitori « con cadenza di uno al mese, a partire da dicembre 2002: i primi 3 saranno adibiti allo stoccaggio del combustibile del sito di Trino, mentre i successivi saranno utilizzati per il combustibile immagazzinato a Saluggia (i relativi trasporti sono previsti tra marzo e settembre 2003) ».

L’ingegnere aveva anche trovato il posto dove metterli. Nella centrale nucleare di Trino, a 22 km da Saluggia e dal centro Eurex, «una manovra che si può considerare prevista anche nel normale esercizio, nel senso che nei paesi in cui ci sono impianti in esercizio, sia in Europa sia negli Stati Uniti, si usa questo sistema per immagazzinare il combustibile, in attesa che un giorno siano disponibili depositi definitivi ».

Se si considera il fatto che per sistemare a secco tutto il combustibile ereditato sarebbero serviti 31 cask e che non ci sarebbe stato bisogno di costruire nuovi depositi, con una spesa di circa 32 milioni di euro già nel 2003 si sarebbe risolto almeno il problema della sistemazione del combustibile irraggiato. Invece nel 2008 se ne spenderanno 255 (di milioni) spostando semplicemente il problema al 2020-2025.

La coincidenza vuole che il primo cask debba arrivare a novembre del 2002, proprio quando si insedia il nuovo CdA guidato dal generale Jean. E sui cask casca il silenzio.

Eppure la strategia è sempre quella dello stoccaggio a secco e i cask servono.

Se il progetto Scanzano fosse andato in porto, i cask sarebbero serviti per trasportare le scorie.

Solo nel 2004 sapremo perché quei cask non sono arrivati. «La GNB non ha ancora ricevuto da SOGIN l’autorizzazione alla costruzione dei manufatti in quanto si è in attesa della validazione APAT ai fini della resistenza alla caduta aereo la cui dimostrazione fornita da GNB non è stata ritenuta sufficiente » dice il generale Jean nella relazione che deve mettere a confronto la nuova strategia, l’invio all’estero per il riprocessamento, con la vecchia, ovvero lo stoccaggio a secco.[83] La versione dell’Apat non la sappiamo. Certo è che il 17 dicembre del 2007 le prime barre sono partite per la Francia e sono state inserite in dei cask.

Oggi solo una piccola parte del combustibile è stata trasferita in Francia: poche tonnellate che il 17 dicembre 2007 sono partite dalla stazione di Caorso. Ma appena i treni entrano nello stabilimento di Le Hague, in Normandia, dove è collocato l’impianto per il “riprocessamento’, l’Autorità di Controllo Nucleare francese (ASN), che controlla il trasporto delle scorie radioattive sul territorio, emette un comunicato che potrebbe rovinare da subito i piani italiani. Esaminando il contratto pone in evidenza come i tempi per l’invio del materiale, dal 2007 al 2015, e quelli per il suo ritorno in Italia, dal 2020 al 2025, sono “tecnicamente troppo lunghi”. Per la ASN il combustibile può essere inviato molto più velocemente e lo stesso riprocessamento può essere fatto in breve tempo.[84]

Il fatto è che quando le barre sono scaricate dal reattore sono calde (la temperatura che raggiunge il nocciolo nucleare è di 300 °C) e le barre devono stare per diverso tempo nelle piscine di decadimento prima di poter essere ritrattate; ma le nostre che per 20 anni stanno in piscina non hanno problemi di sorta e possono essere ritrattate subito. Ma l’accordo è politico, non tecnico e se I parametric di sicurezza sono rispettati la ASN non può fare niente.

Secondo i dati della SOGIN le prime barre a partire saranno quelle di Caorso, seguite da quelle di Trino e Saluggia. Sembra strano ma partono prima quelle che sono più al sicuro (nella piscina della centrale Arturo di Caorso) e per ultime quelle che sono affogate in una piscina a pochi metri dagli argini di un fiume (il deposito Avogadro a Saluggia). Il fatto è che quelle barre nucleari sono speciali, perché oltre all’uranio contengono plutonio mentre quelle affogate nella piscina della centrale Arturo contengono solo uranio. Il combustibile MOX – questo il nome tecnico delle barre dell’Eurex – necessita di un permesso speciale della ASN; mentre per il combustibile UOX – questo il nome tecnico delle barre di Caorso – non ci sono problemi.

Il contratto va avanti considerato che tra il 1 gennaio ed il 15 giugno di quest’anno l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, l’ente indipendente che controlla il mercato elettrico ed autorizza i finanziamenti alla SOGIN, ha riconosciuto 250 milioni a quella società “a valere sul Conto per il finanziamento delle attività nucleari residue, […] in relazione alle esigenze finanziarie straordinarie connesse al riprocessamento all’estero del combustibile nucleare irraggiato”.[85]

Il taglio delle tasse

Siamo a novembre del 2004 e il governo di centrodestra vuole portare a fine il contratto stipulato con gli italiani. La maggioranza decide che ci sono le possibilità per attuare la riforma più importante: il taglio delle tasse. Era una promessa fatta in campagna elettorale, uno dei punti più importanti del programma e non mantenerla sarebbe costato molto, in termini di immagine, nell’imminenza delle elezioni politiche. I soldi che sarebbero mancati dovevano essere trovati da qualche altra parte.

E lo strumento per trovarli è la Finanziaria 2005. Alcuni esempi: si riducono i soldi dei ministeri, così da avere “una minore spesa pari a 700 milioni di euro per l’anno 2005 ed una minore spesa annua di 1.300 milioni di euro a decorrere dall’anno 2006”[86]; si riducono “i trasferimenti correnti alle imprese pubbliche[87]; si aumentano alcune imposte indirette come “gli importi fissi dell’imposta di registro, della tassa di concessione governativa, dell’imposta di bollo, dell’imposta ipotecaria e catastale, delle tasse ipotecarie” cosi da recuperare, solo per il 2005, ben 1.120 milioni di euro.[88]

Un contributo lo darà anche la SOGIN. Grazie ad un emendamento alla Finanziaria 2005 si decide che a decorrere dal 1° gennaio 2005 sarà assicurato al Bilancio dello Stato un “un gettito annuo pari a 100 milioni di euro (200 miliardi di lire) mediante il versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una quota pari al 70 per cento degli importi derivanti dall’applicazione dell’aliquota della componente della tariffa elettrica.[89]

L’occasione è data da un “tesoretto” che doveva servire a compensare il comune che avrebbe ospitato il famoso Deposito Nazionale per le scorie radioattive; comune che a novembre del 2003 si era individuato in Scanzano Ionico, in Basilicata[90].

La dura protesta dei lucani e di tutto il sud fece però cancellare quel nome dalla legge di conversione del decreto e quel fondo, alimentato sin dal 2003 dal finanziamento per lo smantellamento, si decide che sarà usato per compensare i comuni che da decenni ospitano siti nucleari.[91]

Soldi che a dicembre del 2004 il ministero dell’economia si ritrova in casa, visto che il governo non ha ancora deciso in che modo ripartirli ai comuni.

Ed ecco l’idea creativa: usarne una parte – il 70% – per rimpinguare le casse dello stato. Poci spiccioli se paragonati ai 6 miliardi che servono, ma che mostrano come per mantenere la promessa di Berlusconi il governo sia costretto ad inventarsi le soluzioni più disparate.

Poco importa se questo “trasferimento” sarà un vero e proprio salasso per le casse della SOGIN e quindi un rischio per la popolazione: l’importante è dimostrare che il governo rispetta l’impegno preso, anche se con la destra da e con la sisnistra prende!

Chi prende carta e penna per chiedere al parlamento di rivedere questa decisione è l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas del presidente Alessandro Ortis, che dal 2003 ha sostituito il professor Pippo Ranci.

La lettera è del 2 dicembre 2004[92], i giorni nei quali si sta discutendo il disegno legge della manovra Finanziaria per il 2005, e denuncia come “Il prelievo in discussione pur in presenza di razionalizzazioni ed efficientamenti nella gestione societaria, potrebbe comportare un ridimensionamento delle attività della SOGIN. Attività che, tuttavia, riguardando anche la sicurezza, non possono essere eccessivamente compresse.”

La lettera è molto chiara: se il Parlamento abroga l’articolo fa una cosa giusta; se non lo abroga l’Autorità dovrà, necessariamente, aumentare l’aliquota nucleare che grava sulla bolletta per “garantire l’espletamento di tali attività”. Un’ operazione, questa, che renderà “più problematica la manovra […] di contenimento degli aumenti, da definirsi in occasione del prossimo aggiornamento per il primo trimestre 2005 e per quelli successivi.”

Ma le avvertenze dell’Autorità cadranno nel vuoto e per non avere problemi di finanziamento per la SOGIN l’Autorità Elettrica a dicembre del 2004 crea una seconda aliquota nucleare, chiamata MTC, il cui importo sarà di 0,2 cent a kwattore e che servirà a rendere permanente la compensazione per i comuni nucleari[93].

In questo modo si crea un flusso di denaro autonomo che ogni anno sarà usato in parte per rimpinguare le casse dello stato, visto che l’articolo della Finanziaria dice “a partire dal 2005”, in parte per compensare i comuni nucleari. Allo stesso tempo si garantisce il finanziamento per le attività della Sogin.

Nel 2006 l’operazione si ripete. Il governo è cambiato, adesso c’é il centro sinistra, ma, a quanto pare, alcune attività sono bipartisan perché nella Finanziaria 2006 si dice che “a decorrere dall’anno 2006, sono assicurate maggiori entrate, pari a 35 milioni di euro annui, mediante versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una quota degli introiti della componente tariffaria A2 sul prezzo dell’energia elettrica.”[94].

Come in un film già visto, l’Autorità Elettrica scrive di nuovo al Parlamento il 16 dicembre 2005[95] ribadendo come quel prelievo comporterà ulteriori riflessi tariffari negativi. E stavolta li quantifica. L’Autorità dovrà aumentare la tassa nucleare che comporterà per le tariffe elettriche “un onere addizionale pari a oltre lo 0,4% sulla bolletta elettrica al consumatore finale.”[96] Per capirci: in un anno che vede l’inflazione aumentare dell’1,2%, la bolletta elettrica è aumentata dello 0,4%.

L’ultimo atto di questa storia è datato 24 aprile 2007[97], quando l’Autorità è in grado di quantificare quanto sia costata all’utente la decisione di deviare il flusso del finanziamento nucleare nelle casse dello Stato. “Come già segnalato senza esito in precedenza […] al momento in cui la discussione parlamentare era ancora in corso, da oltre due anni a questa parte, per effetto delle leggi in oggetto, al bilancio dello Stato sono direttamente destinate prestazioni patrimoniali a valere sulla tariffa elettrica, che hanno comportato un accrescimento della tariffa stessa per circa 135 milioni di Euro l’anno. All’impatto sul consumatore dell’incremento della tariffa […] va poi sommato quello dell’Iva che, stante la normativa fiscale attuale, viene applicata anche su queste componenti, portando così il totale dell’onere a superare i 150 milioni di Euro annui. È evidente che le previsioni delle due Leggi finanziarie per il 2005 e per il 2006, introducono, accanto ad una componente parafiscale (quella degli oneri di sistema) un vero e proprio prelievo di tipo fiscale, poiché prevedono la destinazione di una parte del gettito proveniente dalla tariffa elettrica al generale finanziamento del bilancio dello Stato. Si tratta di un prelievo fiscale di natura sostanzialmente occulta poiché non realizzato attraverso un provvedimento di carattere esplicitamente tributario, ma agganciando una parte del gettito dovuto al bilancio ad un prelievo di altra natura. A ciò si aggiunga che la destinazione a finalità generali di fondi raccolti a valere su tariffe elettriche, che per loro stessa natura non incidono sulla totalità dei cittadini, sembrano configurare una violazione dei canoni di costituzionalità generale in materia tributaria (rispetto dei principi di generalità e progressività)”

E oggi? Quel contributo c’é ancora? A scorrere le ultime Finanziarie (2007 e 2008) sembrerebbe di no, anche se la Finanziaria 2005 precisava come quel contributo dovesse essere versato “a decorrere del 2005”.

I manager Enel

Il 2005 è un anno importante per la SOGIN. Il 15 aprile l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il GAS, che nel febbraio 2002 con la delibera 71/02 aveva approvato il finanziamento triennale (2002-2004) per avviare l’attività di decommissioning dei vecchi siti nucleari, inizia a esaminare i conti della SOGIN in relazione alle spese sostenute per lo smantellamento. L’Autorità deve infatti valutare il lavoro compiuto per ridefinire il finanziamento per il triennio seguente. Dal 2003 i vertici dell’Autorità sono cambiati. Il professor Pippo Ranci, presidente dal 1992 (anno di nascita dell’ente) è sostituito da Alessandro Ortis.

Ortis è un ingegnere nucleare, quindi conosce il campo nel quale opera quella società. Interessanti due fatti: il primo, che nessuno sa, è che Ortis nel 2003 ha fatto parte del Consiglio Scientifico di SOGIN voluto proprio dal generale Jean; il secondo, e questo lo sanno tutti, è che con Ortis l’Autorità inizia a fare le pulci a SOGIN, tanto da mettere finalmente “in piazza” le deficienze della società. Come dire che la SOGIN la conosce dal dentro!

Esempio eclatante la delibera 66/05 del 13 aprile 2005 che mette a nudo il fallimento del mandato che le era stato affidato, come evidenzia questo passaggio dove si rileva come “le uniche attività per le quali risulta operativa, in attuazione delle prescrizioni poste con la deliberazione n. 72/01, una procedura di monitoraggio dell’avanzamento fisico sono quelle relative alle centrali e al ciclo del combustibile; tali attività, pari a circa un terzo del totale, hanno maturato un consistente ritardo, pari al 50,4% del programma, ciò che comporta, tenendo conto dell’effettivo avanzamento rispetto ai valori a preventivo, un aumento dei costi pari a 20,7 milioni di euro, a moneta 2004”.

Il problema che si troverà ad affrontare la dirigenza SOGIN non sarà solo il fatto di aver speso male i soldi ma il fatto di aver speso soldi per attività che non rientravano in nessun mandato operativo: 4,8 milioni di euro (quasi 15 miliardi di lire) che l’Autorità non riconoscerà alla SOGIN, come scrive sempre la delibera 66/05, “a motivo del consistente rallentamento delle attività e della rilevante incidenza, sia assoluta che relativa, dei costi di struttura sul totale delle attività, dovuta, tra l’altro, a incrementi significativi di voci di costo quali, a titolo esemplificativo, quelle relative all’ufficio di Mosca, alle consulenze da terzi e alle prestazioni professionali”. C’è un po’ di tutto: assunzioni pilotate,[98] consulenze non sempre trasparenti,[99] sponsorizzazioni particolari[100] ma soprattutto la spesa di più di 3 milioni di euro per aprire una sede a Mosca senza alcuna autorizzazione formale da parte del governo.[101] Una storia che affronteremo più avanti.

La delibera è una patata bollente nelle mani del Ministero dell’Economia Domenico Siniscalco, che ha sostituito da poco Giulio Tremonti; lui della SOGIN sa poco e chiede lumi alla società sul fatto incredibile che pur essendo pubblica, finanziata da un contributo pubblico, avere un unica commessa, agire sulla base di indirizzi ministeriali, ha i conti in rosso.

La normalità vorrebbe che tutto il gruppo dirigente fosse mandato a casa. Al contrario il Bilancio è approvato a settembre, con 4 mesi di ritardo ed in rosso.

La sola sostituzione è quella dell’Ad: al posto dell’ing. Giancarlo Bolognini, ingegnere nucleare, arriva l’ing. Giuseppe Nucci, ex manager ENEL.

Non solo. Pur invitando la società “al contenimento dei costi, in particolare quelli relativi al personale, nonché a valutare l’effettiva convenienza economica di ogni nuova iniziativa sulla base di dettagliate analisi economico-finanziarie”, come è dichiarato nel comunicato stampa di presentazione del Bilancio 2004, il CdA è portato da 7 a 9 membri.

Ma chi è l’ingegner Nucci e quali qualità ha per diventare l’Amministratore di un’azienda particolare come la SOGIN?

« Il suo profilo corrisponde ai requisiti necessari per il ruolo assegnato ed a quelli richiesti dallo Statuto della società, avendo lo stesso assunto più volte incarichi di alta direzione, anche in qualità di Amministratore delegato di diverse aziende, fra le quali un primario gruppo energetico nazionale e un gruppo leader nel settore delle telecomunicazioni ».

Questa la risposta all’interrogazione del senatore Aleandro Longhi[102] che chiedeva lumi sulla scelta di Nucci, da parte del sottosegretario di Stato del governo Prodi Massimo Tononi, il 28 novembre 2006. È interessante il fatto che la nuova maggioranza, dalle cui file per anni si è sparato a zero sull’operato della SOGIN, difenda adesso il mancato rinnovo di quel consiglio e un dirigente nominato dal precedente governo.

Leggendo però il curriculum di Nucci[103] si rileva come sia stato responsabile qualità dei veicoli industriali Fiat (1979-1985), poi direttore della filiale di Roma della Tecnomasio-Brown Boveri (1985-1989) – un’azienda che all’epoca realizzava locomotori ferroviari – per approdare nel 1999 all’Enel. Qui, dal 2002 al 2004, ha la sua prima vera esperienza di amministratore, dirigendo la “prima diversificazione nel settore energia del Gruppo” chiamata Enel So.le, che opera, dice sempre il curriculum, “nel settore dell’illuminazione pubblica e artistica”. Che sia questa l’esperienza come dirigente di un “primario gruppo elettrico italiano”? E a cosa ci si riferisce Tononi quando parla di “gruppo leader nel settore delle telecomunicazioni “? Certo se un generale in pensione può fare il presidente della SOGIN, perché non può farlo un esperto in illuminazione pubblica?

L’avventura di Nucci alla SOGIN è breve: 1 anno e 2 mesi. Ma in questo poco tempo riesce comunque a mettersi in luce per le sue “capacità” di comunicazione e, pur non essendo un esperto del settore, gli bastano pochi mesi perché si inserisca perfettamente negli ingranaggi SOGIN dove si dice una cosa e se ne fa un’altra.

Il 28 novembre 2005, appena nominato Ad (13 ottobre 2005), è in Basilicata, a Scanzano Ionico. Partecipa, con il generale Jean, al tavolo della trasparenza ed afferma, come riporta il verbale dell’incontro, di voler riformare l’attività di SOGIN per renderla più efficiente e più aperta verso le amministrazioni locali “ sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista del tempo” manifestando l’intenzione di utilizzare sempre più le risorse interne, facendo chiarezza sui problemi della stessa società e sforzandosi di ridurre i costi.

In effetti sotto la direzione dell’ingegner Nucci si svolgono due audit interni, i primi nella storia della società. Si vuol verificare se siano state rispettate le regole “in merito alle procedure esistenti ed al relativo rispetto in materia di assunzioni, promozioni, assegnazioni ai vari uffici, remunerazioni fisse e variabili ed incentivazioni all’esodo anticipato”, come si legge nella delibera del CdA del 29 novembre 2005.[104]

La cosa che lascia di stucco è la persona alla quale l’amministratore da l’incarico per realizzare l’internal audit: al generale Jean che si ritrova, incredibilmente, ad indagare su se stesso, visto che la maggior parte delle decisioni sono state prese da lui nelle veste di commissario delegato. Il generale, dice sempre quel verbale, “sovrintende, dandone continua e completa informativa al Consiglio di Amministrazione, alle attività di auditing, la cui funzione resta collocata alle dipendenze dell’Amministratore Delegato”.[105]

Il 26 febbraio 2006 è intervistato da « Scienza e Tecnologia »[106] alla quale dichiara come « grazie alle nuove tecnologie e ai reattori di ultima generazione EPR l’Italia potrebbe tornare a produrre energia nucleare nel giro di cinque anni » e che « La SOGIN è pronta a mettere a disposizione del Paese le competenze accumulate nel settore qualora l’Italia imbocchi concretamente la strada del ritorno all’atomo ». Non male per un dirigente di un’azienda che come missione ha la chiusura della stagione nucleare italiana.

L’ingegnere ha anche il merito di aver risolto qualche problema sorto con il sindacato di categoria che sin dall’inizio della storia chiedeva alla SOGIN di venire a conoscenza del piano industriale. L’avvio è buono, come si rileva dal comunicato stampa sindacale del 28 dicembre 2005,[107] che saluta l’incontro con l’ing. Nucci come “un avvenimento di rilievo in quanto segna la ripresa dei rapporti sindacali e la contestuale uscita dalla difficile situazione che da mesi ha attraversato SOGIN”.

A questo punto dobbiamo fare un passo indietro.

Il 25 maggio 2005 l’Ad Bolognini, con uno degli ultimi atti formali della sua dirigenza, concorda con i sindacati un premio di produzione valevole per il periodo 2004-2007 da dare ai dipendenti in relazione al raggiungimento di alcuni risultati.[108]

L’accordo prevede che il 52% del premio sia legato “all’andamento generale della SOGIN” e riconosciuto a tutto il personale “in misura parametrata all’inquadramento e alla presenza” (in sostanza un fisso da riconoscere comunque) ed il restante 48% sia invece legato “ad obiettivi di produttività e quality”. Gli importi, dice l’accordo, saranno distribuiti nel mese di giugno 2005 (cassa 2004) e giugno 2006 (cassa 2005).

Ed ora torniamo a Nucci.

Quando a giugno 2006 i sindacati convocano SOGIN per parlare del premio da erogare la situazione per la dirigenza non è buona. Non c’è ancora un piano industriale e l’Autorità, nelle sue delibere, evidenzia importanti ritardi sul programma tanto da scrivere nella delibera 103/06 del 25 luglio 2006 – che approva le spese per il 2006 – come l’attività di smantellamento presenti “un ritardo complessivo, cumulato nel periodo 2001-2005 rispetto al programma 27 dicembre 2004, pari al 42% a fronte di un Bilancio di spesa di 127,7 milioni di euro” e come sulla spesa gravi “un avanzamento minimo dei lavori” e “l’aumento, per il quarto anno consecutivo, degli organici allocati prevalentemente nella sede centrale”, sia l’aumento “di alcuni costi generali, quali consulenze da terzi, spese di elaborazione, accesso alle banche dati e pubblicità, trasferte dipendenti, utilizzo del software e altre spese”. Insomma un anno da dimenticare ed un premio di produzione mancato.

Invece no: il premio ci sarà lo stesso, visto che non è certo questo il momento di avere conflitti con il sindacato. Sta infatti esplodendo il problema della piscina dell’Eurex, dove sono affogate alcune tonnellate di barre nucleari, che si è scoperto perdere acqua radioattiva sin dal 2004. Inoltre le elezioni hanno favorito una maggioranza di centro sinistra che sembra voler finalmente cambiare la stessa dirigenza SOGIN. Non è certo questo il momento di avere altri problemi.

Perciò il 20 giugno 2006 la SOGIN ed il Sindacato si accordano di dare un “premio ponte”[109] in quanto, recita l’accordo, “non è stato possibile definire gli Obbiettivi relativi ai Parametri del Premio di Risultato 2005, cassa 2006, per ragioni oggettive”. Una bella battuta! Contento il sindacato, contenti i dipendenti, contento Nucci. Meno contenti i contribuenti, le famiglie italiane che con l’aggravio della bolletta finanziano SOGIN, considerato che pagheranno circa 599.668 euro (più di 1 miliardo di vecchie lire)[110] per distribuire un premio di produzione inesistente.

Ma l’episodio più eclatante dell’era Nucci accade a pochi mesi dal suo insediamento (13 ottobre 2005) quando il 16 dicembre 2005 si fa “assumere” dalla SOGIN, insieme al generale Jean, come dirigente.

In quella data il Cda delibera, infatti, di dare “appositi compensi per incarichi esecutivi conferiti al Presidente del Consiglio di Amministrazione e all’Amministratore Delegato” assumendolo come Direttore dei Progetti Esterni per il Nucleare (PEN) e Direttore per i progetti Esterni nel settore ambientale (PEA), due attività che sotto la sua direzione non hanno però prodotto alcun risultato. I compiti del generale Jean rimangono poco chiari.

La remunerazione sarà suddivisa in due componenti: una fissa ed una variabile – al raggiungimento di particolari obiettivi annuali.

Per Nucci si delibera 230.000 euro per la parte fissa e 70.000 euro per quella variabile; per il presidente, il generale Jean, 100.000 e 30.000 euro.

Inoltre è prevista, per le due componenti, “una durata minima garantita corrispondente al periodo di effettivo svolgimento dell’attività del Consiglio di Amministrazione” (3 anni). Il motivo? Premiare l’impegno “del Presidente e dell’Amministratore Delegato a non dimettersi per l’intera durata del mandato, se non su richiesta dell’Azionista di riferimento”.

Se l’azionista di riferimento, il Ministero dell’Economia, revocasse l’incarico ai due dirigenti o li costringesse a dare le dimissioni? Nessun problema. All’Ad e al Presidente verrà comunque “corrisposto un importo, a titolo di indennità compensativa e risarcitoria, pari, per il Presidente, all’ammontare complessivo degli emolumenti che avrebbe percepito fino alla scadenza del relativo rapporto, e per l’Amministratore Delegato, pari ad un triennio dei compensi complessivamente goduti (per entrambi, assumendo, per la parte variabile, la media dei compensi percepiti negli ultimi due anni ovvero, in mancanza, il 50% dell’importo massimo previsto”.

E’ tutto scritto nella relazione sul Bilancio SOGIN del 2004 della Corte dei Conti[111] che scrive come questa indennità è una “novità inusuale” che “se per un verso potrebbe risultare ingiustificatamente onerosa per la società, per altro verso, con riferimento al compenso variabile, sembra porsi in contrasto con la stessa congruenza causale, dal momento che in caso di mancata prestazione dell’attività (per recesso o altra causa non addebitabile alla società) deve comunque continuare ad essere erogata per tutta la prevista durata del mandato”.

Quando il 31 dicembre 2006 il governo Prodi riformerà il Consiglio della SOGIN, l’ingegner Nucci al momento del licenziamento riceverà più di 1.035.000 euro lordi[112] cui è da aggiungere l’emolumento come Ad.

Un premio importante per un dirigente che non ha fatto fare alcun passo in avanti alla società e che fa scrivere alla Autorità Elettrica come “nell’ipotesi che la SOGIN realizzi nel 2006 tutte le attività previste nel programma 29 maggio 2006, il ritardo accumulato negli anni 2005 e 2006 rispetto a quanto preventivato per i medesimi anni nel programma 27 dicembre 2004 sarebbe pari al 50% circa”.[113]

Il 31 gennaio 2007 il Ministero dell’Economia nomina i nuovi vertici aziendali di SOGIN.[114] Un rinnovo voluto dal governo di centrosinistra “ai fini del contenimento della spesa pubblica” che riduce il consiglio di amministrazione a tre elementi facendo terminare l’era del commissario delegato e delle emergenze perpetue.

Il nuovo CdA vede come presidente della società il prof. Maurizio Cumo, fisico nucleare e docente presso l’Università di Roma «La Sapienza». Un ritorno. Amministratore delegato è l’ing. Massimo Romano, già direttore Funzione Affari Regolamentari e Corporate Strategy di ENEL. Unico consigliere il prof. Luigi De Poli, docente ordinario di Economia e gestione delle imprese ed anche Direttore dello Iefe, l’Istituto di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente.

Una struttura dirigenziale che dovrebbe rivoltare come un guanto l’azienda dandole una spinta per accelerare la dismissione dei vecchi siti nucleari.

Come dichiara lo stesso Romano alla Commissione Bicamerale il 15 maggio 2007, la SOGIN ha finora speso più del 18% delle risorse finanziarie predisposte per lo smantellamento dei siti “che corrispondono però ad attività fisiche pari al 9%”. La SOGIN deve cambiar pelle, dice sempre in quella audizione Romano, perché sino ad oggi continua a “gestire gli impianti come fossero ancora in esercizio e non, al contrario, avviati allo smantellamento.”. Di conseguenza, dice sempre l’Amministratore delegato della SOGIN alla Commissione, “ad una solida cultura tecnica” la sua società “deve aggiungere una cultura manageriale evoluta, propria di una moderna cultura d’impresa, orientata all’efficienza, ai risultati e alla responsabilità sociale, sostenuta da una governance rigorosa e trasparente”.

Buone intenzioni che sfociano nel piano industriale che il 3 agosto 2007 è presentato alle organizzazioni sindacali. Un piano che vede coniugate sicurezza, efficienza e risparmio. Un piano aspettato da 8 anni.

Passano però pochi mesi ed ecco che si ripropone una scena già vista.

L’8 novembre 2007 il consiglio di amministrazione si riunisce e delibera che al presidente Maurizio Cumo e all’amministratore delegato Massimo Romano, cioè a due dei tre componenti il consiglio stesso, siano assegnati incarichi supplementary. Il presidente è nominato responsabile del Comitato per il controllo interno della società, mentre l’amministratore delegato è nominato Direttore Generale. Tre persone per cinque incarichi. Che sia questa la “cultura manageriale” intesa dall’Ad della società?

Nuove cariche dirigenziali e, chiaramente nuove remunerazioni.

Il Consiglio decide infatti che Cumo riceva 150.000 euro lordi all’anno, oltre all’emolumento come Presidente, e Romano ben 869.000 euro lordi all’anno.

Nessun errore di battitura. È tutto vero e scritto nella « Relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria della Società Gestione Impianti nucleari per azioni (SOGIN spa), per l’esercizio 2006 » redatta dalla Corte dei Conti. Una relazione che, oltre ad analizzare quel bilancio, per darne conto al Parlamento e al Governo, evidenzia anche le attività finanziarie più importanti dell’anno in corso.

Dalla relazione si evince che, per la carica di amministratore delegato, a Romano il consiglio riconosce un fisso annuo di 90.000 euro (al momento dell’insediamento a gennaio del 2007 l’emolumento era di 30.000), una parte variabile “collegata al raggiungimento degli obiettivi” di 30.000 euro e un’indennità di uscita “pari ad una annualità di parte fissa (90.000 euro) e della media annuale della parte variabile (tendenzialmente 30.000 euro)”. Per la carica di direttore generale, invece, gli riconosce un fisso annuale di 330.000 euro, una parte variabile di 150.000, un “entry bonus” di 245.000 euro e un’indennità di uscita “pari ad una annualità della retribuzione fissa (330.000 euro) e (sostanzialmente) alla media della retribuzione variabile (115.000 euro)”. Conseguentemente, dice la Corte dei Conti, “l’ammontare complessivo (per Romano) può quantificarsi in 869.000 euro annui lordi e resterebbe contrattualmente salva la conversione del rapporto di lavoro da tempo determinato in tempo indeterminato”.

La relazione spiega anche quali siano stati i passaggi che hanno determinato quegli importi. Gli stipendi da riconoscere ai due dirigenti per i loro nuovi incarichi sono decisi dal Comitato per le remunerazioni; poi, dopo che il Collegio sindacale ha approvato quella proposta, il consiglio di amministrazione la vota a maggioranza. Un sistema che dovrebbe garantire la correttezza e la trasparenza nella determinazione di questi stipendi pagati con soldi pubblici ai dirigenti della società, ma che, alla prova dei fatti, alimentano qualche dubbio. Ad esempio, il fatto che il Comitato per le remunerazioni, come si legge nel sito di SOGIN presieduto dal consigliere Poli, proponga “le remunerazioni dell’amministratore delegato e dei consiglieri che ricoprono particolari cariche” e che “i criteri di remunerazione dell’alta direzione della Società” siano dati “sulla base delle indicazioni dell’amministratore delegato”. In questo caso l’amministratore delegato Massimo Romano che “indicazioni” darà per remunerare il direttore generale Massimo Romano? E il consigliere Massimo Romano come voterà queste remunerazioni? E come voterà De Poli, allo stesso tempo presidente del Comitato per le remunerazioni e membro del cda? Domande alle quali può rispondere solo SOGIN.

Per la Corte non ci sono dubbi: la SOGIN è “una tipica società pubblica che non opera sul mercato in regime di concorrenza, che non assume sostanzialmente rischi di impresa e che non privilegia la remunerazione del capitale e la massimizzazione degli utili e dei dividendi per l’azionista” Per questo motivo la “regolazione dei rapporti di amministrazione e di lavoro” non si allinea “ai canoni di sana gestione, che implicano nella specie – per l’Azienda e per i responsabili organi della Società – il rispetto delle compatibilità correlate alla natura dell’attività aziendale e delle funzioni svolte […] nonché degli orientamenti legislativi sul contenimento della spesa pubblica ed in particolare degli oneri per amministratori e dirigenti”.

Insomma troppi soldi per dirigere un’azienda unica che lavora su direttive governative per realizzare un’appalto pubblico affidatogli in condizioni di monopolio.

Comunque, conclude la Corte, “la materia è stata […] ridisciplinata dalla legge finanziaria per il 2008, alla luce della quale va regolata la situazione dei rapporti in corso”. Il fatto è che la delibera potrebbe essere annullata perché la Finanziaria 2008 pone dei limiti agli stipendi dei manager pubblici, limite che l’ing. Romano sfora.

La notizia è stata ripresa da un unico giornale: la « Gazzetta di Saluggia » (lo si può capire, considerato il sito di Saluggia), un quindicinale di informazione locale.[115]

Per i media nazionali, la notizia che un dirigente di una società pubblica goda di uno stipendio di quasi 1 milione di euro è priva d’importanza. Per la Gazzetta è il contrario. Saluggia è il paese che detiene il triste record di essere la più grande discarica radioattiva con l’impianto EUREX dell’ENEA dove è raccolto l’80% delle scorie radioattive ereditate dalla precedente stagione nucleare.

La risposta della SOGIN non si fa attendere.

Gabriele Mazzoletti, responsabile dell’ufficio comunicazione della società difende la scelta del Cda. Per lui è la Corte dei Conti ad aver sbagliato e, in un’intervista alla Gazzetta[116] spiega cosa è successo.

Secondo Mazzoletti gli errori della Corte sono due. Il primo riguarda l’arco di tempo preso come base di calcolo per la remunerazione: invece di 32 mesi il contratto a tempo determinato come dirigente di Romano è di 40,5 mesi. Quindi l’importo si riduce. Questo può considerarsi un errore “formale”, sostiene Mazzoletti. Il secondo errore è invece sostanziale: riguarda la differenza tra la remunerazione di Romano e quella del precedente, l’ing. Nucci, che la Corte ha preso come riferimento nella sua relazione. Il confronto fatto « è stato un confronto fatto su dati disomogenei ». La Corte, nella relazione, ha infatti riportato il compenso da dirigente del vecchio amministratore che risulta più basso di quello riconosciuto all’attuale. Ma, Mazzoletti spiega che, se si facesse lo stesso conteggio cumulativo anche per il precedente amministratore si arriverebbe a una cifra maggiore di quella in questione. Sempre Mazzoletti precisa che l’amministratore precedente si era fatto riconoscere dal cda un’indennità di uscita pari a tre annualità, mentre per Romano l’indennità è di una sola annualità (se volevamo una conferma circa la storia di Nucci l’abbiamo avuta).

Inoltre l’attuale cda ha addirittura previsto «misure che in assoluto comporteranno un costo dell’attuale consiglio di amministrazione inferiore di circa il 10% rispetto al costo del precedente » – precisa Mazzoletti al giornale [Il cda cui fa riferimento Mazzoletti era comunque composto da 9 consiglieri che oggi sono diventati 3 e questo cda costerebbe solo il 10% in meno del precedente – n.d.s.].

Se l’idea è risparmiare, perché dare nuove cariche, chiede il giornalista. «Perché – risponde Mazzoletti – è prassi ovunque, in Enel, in Eni, in Poste che l’amministratore delegato se già dirigente d’azienda conservi un rapporto dirigenziale. È un atto puramente formale ».

Insomma la necessità è riconoscere uno stipendio manageriale a Massimo Romano e la modalità è affidargli una carica dirigenziale. Qualunque fosse la carica, l’importante era potergli fare un contratto di lavoro da manager aziendale, retribuzione compresa.

«Se questo signore accetta di venire a fare l’amministratore delegato in SOGIN dovrà prendere uno stipendio adeguato o no? », aggiunge Mazzoletti. « Ma poi, scusi – insiste con il giornalista – vogliamo continuare a fare l’1% all’anno di smantellamento? Come cittadino dico: prendiamo pure un amministratore da 500 mila euro l’anno ma facciamo questo decommissioning in 15 anni invece che in cento!”.

Comunque la delibera è stata bloccata, dice ancora Mazzoletti. Perché «quello che è stato deciso l’8 novembre 2007, già il 1° gennaio 2008 non valeva più perché era entrata in vigore la Finanziaria 2008 ». Il riferimento è all’articolo 3, comma 44 della Finanziaria 2008 che dice come “il trattamento economico onnicomprensivo di chiunque riceva a carico delle pubbliche finanze emolumenti o retribuzioni nell’ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con pubbliche amministrazioni statali […] non può superare quello del primo presidente della Corte di Cassazione”. L’ingegner Romano, chiosa Mazzoletti nell’intervista, prenderà «solo l’emolumento da amministratore. Ma nonostante ciò Romano continua a stare qui 15 ore al giorno, a mandare avanti questa macchina con fatica e con passione, e vedrà che il 2008 ci darà ragione ».

Il 24 maggio 2008 l’azionista di maggioranza della SOGIN, il Ministero dell’Economia, approva il Bilancio 2007. Qualche settimana prima, il 9 maggio 2008, l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas di Alessandro Ortis, con la delibera 55/08 aveva approvato le spese della società: 178,2 milioni di euro.

E’ il primo bilancio della nuova gestione e il comunicato della SOGIN parla di un’azienda in crescita e di come l’Autorità abbia riconosciuto integralmente i costi per lo smantellamento.

Leggendo però la delibera n. 55 dell’Autorità elettrica, a cui fa riferimento il comunicato stampa della società e che è stata propedeutica alla chiusura del bilancio, l’attività svolta dalla SOGIN nel 2007 non è poi stata tanto brillante. Non è vero che i 178,2 milioni riconosciuti dall’Autorità elettrica siano stati completamente usati per lo smantellamento: 101,4 milioni sono stati devoluti ad attività che, con lo smantellamento, non hanno niente a che fare. Per esempio i costi per il project management, ovvero la riorganizzazione della società voluta dalla nuova dirigenza; un costo valutato dall’Autorità in 9,9 milioni di euro che stride con le dichiarazioni di risparmio della dirigenza stessa. Risultano in aumento le spese per mantenere in sicurezza i siti, che passano dai 6,2 milioni di euro spesi in media negli anni 2002-2006 ai 10,9 milioni nel 2007; costi, specifica la delibera, relativi a interventi per garantire solo la sicurezza delle centrali e degli impianti “a seguito dell’obsolescenza delle infrastrutture, imputabile anche al rallentamento delle attività di smantellamento”. Altre spese sicuramente saranno meglio spiegate nel Bilancio, ma nella delibera sono genericamente indicate come costi di “gestione siti e servizi vari (49,9 milioni di euro)”, di “coordinamento e servizi generali” (27,6 milioni), di “emergenza” (0,9 milioni), e di “incentivi all’esodo” (1,6 milioni). Per lo smantellamento vero e proprio sono stati spesi solo 72,1 milioni di euro. Anche se la spesa è stata superiore a quella del 2006, l’avanzamento dei lavori nel periodo 2001-2007 presenta “un ritardo pari al 14% rispetto al preventivo a vita intera rivisto da SOGIN nel marzo 2007”. Per intenderci la SOGIN non ha rispettato il piano industriale proposto dalla stessa nuova dirigenza.

La solita SOGIN, si potrebbe dire, anche se, alla presentazione del Bilancio, i toni di Romano sono entusiastici.

« Nel 2007, abbiamo affrontato le criticità strutturali di Sogin – dice – attraverso la revisione dei processi gestionali, l’introduzione di strumenti di pianificazione e controllo dell’avanzamento delle attività e […] abbiamo risolto con successo le emergenze. Nel 2008 – conclude – conseguiremo i primi importanti risultati in termini di accelerazione delle attività di decommissioning, e di ulteriore riduzione dei costi di funzionamento […] generando un risparmio importante per il consumatore elettrico italiano ».[117]

Al 25 giugno 2008, alla SOGIN sono stati erogati dall’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, quale anticipo di spese per l’anno 2008, ben 250 milioni di euro. Ricordiamo che nel 2000 l’aliquota nucleare era di 1 lira a chilowattore [118] mentre oggi siamo a 0,59 centesimi a chilowattore[119]. Questo, insieme agli altri “oneri”, fanno si che la bolletta elettrica italiana sia la più tassata d’Europa.

Il Cemex

In Piemonte, in provincia di Vercelli, c’e un paese, Saluggia, che detiene un primato: è il paese più radioattivo d’Italia. Paese agricolo, famoso per i fagioli, fu scelto negli anni Sessanta per localizzare l’impianto EUREX dell’ENEA, un centro per studiare il « ritrattamento » del combustibile nucleare, una tecnica che permette di recuperare l’uranio non « bruciato » nel corso della reazione nucleare. Nel centro non si trova solo l’impianto dell’ENEA, ma anche un vecchio reattore nucleare di ricerca della Fiat-Avio e gli stabilimenti radiochimici della Sorin, un gruppo di aziende sempre di proprietà della Fiat, che sviluppa strumenti radiologici. Per molti versi Saluggia è di fatto il Deposito Nazionale delle scorie considerato che, in quel comune, è concentrato l’80% delle scorie più pericolose e longeve.

Il problema è che una parte di queste scorie sono i residui della lavorazione del laboratorio di ritrattamento. Fanghi e resine liquide composte dalle sostanze chimiche usate per estrarre l’uranio ed i residui radioattivi. 225 metri cubi di una miscela “atomica” che, se finisse nel fiume Dora, provocherebbe un disastro a livello nazionale.

«Se il canale Farini, uno dei canali colmati dall’esondazione della Dora, avesse rotto cinquecento metri più a monte e, invece di defluire in Dora, senza passare sull’impianto dell’ENEA, lambendo solamente una parte della SORIN, fosse passato direttamente sull’ENEA si sarebbe prodotto un disastro ambientale di dimensioni sicuramente non misurabili. Infatti, considerata la quantità di scorie, tra liquide e barre, e di altri materiali che sono giacenti in questi siti, non sappiamo fin dove vi sarebbe stata contaminazione. Sicuramente per tutta l’asta del fiume Po e forse anche fino all’Adriatico».

Con queste parole il 13 dicembre del 2000 l’allora assessore alla pianificazione territoriale della provincia di Vercelli Marco Fra spiegò alla Commissione Ambiente della Camera il rischio che si era corso durante l’alluvione del 15 ottobre del 2000. Un’alluvione la cui intensità, secondo gli esperti di allora, doveva essere considerata completamente anomala.

Se si guardasse dall’alto il sito dove è stato costruito l’Eurex – e gli altri stabilimenti – si vedrebbe come le strutture siano all’interno di un avvallamento, un ansa golenale, a poca distanza dal fiume e da due canali costruiti per prelevare l’acqua dal fiume ed irrigare i campi circostanti. In pratica il sito è costruito su un immaginario triangolo che ha ai suoi lati tre corpi d’acqua.

Luoghi poco popolati, agricoli, vicini a laghi o fiumi, con problemi di occupazione: questi i criteri scelti per costruire installazioni nucleari.

Dopo l’alluvione del 2000, il problema della sicurezza del sito è tornato alla ribalta. La SOGIN era appena nata e cosa fare e come fare lo smantellamento dei siti ancora nessuno lo sapeva. Il documento di Bersani era ormai dimenticato. Così come l’idea di istituire un’agenzia governativa.

Il problema erano le scorie liquide, le più esposte al rischio alluvione. Nel 1995 l’idea era di vetrificarle e l’ENEA aveva avviato un progetto per farlo denominato CO.RA.

La vetrificazione prevede di inglobare le scorie liquide in un particolare tipo di vetro. L’operazione avviene a temperature di centinaia di gradi con il vetro fuso e la scoria liquida sversati in contenitori d’acciaio poi chiusi ermeticamente. Questi contenitori prima sono stoccati in apposite celle frigorifere per raffreddarli e quindi collocati in depositi di cemento. In Europa, nel 2000, erano solo due i centri abilitati ad utilizzare questa tecnica: la Francia, presso lo stabilimento di Le Hague, e l’Inghilterra, presso Sellafield.

Morale della storia? Le scorie liquide ancor oggi… sono allo stato liquido, anche se dal 2004 un nuovo progetto aveva preso il posto del CO.RA: il CEMEX.

La proposta arriva direttamente dal Commissario delegato, il generale Carlo Jean, al quale, come abbiamo visto, dal marzo del 2003 il governo ha concesso la delega per la gestione della sicurezza dei siti nucleari.

Considerato che il progetto CO.RA non ha fornito una risposta e, vista la situazione di crisi internazionale la quale richiede la messa in sicurezza delle scorie in tempo breve, queste si cementificheranno. Al posto del vetro si userà il calcestruzzo che ha la proprietà di trattenere i radionuclidi, una pratica standardizzata utilizzata anche dall’Italia negli anni Settanta.

Il fatto che questo tipo di condizionamento delle scorie sia usato in particolare per le scorie di I e II categoria solide e non per quelle di III categoria, la classe in cui rientrano i fanghi liquidi dell’Eurex, non è un problema per il generale. Il cemento può contenere le emissioni radioattive del liquido e la specificità del liquido fa sì che, nel corso del decadimento non vi sia produzione di calore.

Il progetto del generale Jean diventa operativo il 1 luglio 2004.

Quasi un anno dopo, è l’11 maggio 2005, in audizione alla Commissione Bicamerale sui Rifiuti, Jean parla del progetto CEMEX come di un progetto ormai avviato.

«Per quanto concerne l’attività commissariale, un altro punto critico è rappresentato dal materiale radioattivo liquido collocato negli impianti Eurex di Saluggia e Itrec di Trisaia. Il materiale presente presso l’impianto Eurex è pari a 230 metri cubi, di cui 117 ad alta attività e 113 a bassa attività. Questi residui hanno preso origine dalla liquefazione di combustibile irraggiato in acido nitrico. Abbiamo consultato esperti internazionali ed osservato le attività di questo tipo esercitate all’estero; quindi, visto che il progetto di solidificazione del materiale in oggetto – avviato dall’ENEA nel 1994 – non aveva avuto successo a causa di una serie di problemi tecnici dati dalla presenza di mercurio, è stato deciso – anche a seguito dell’approvazione della commissione tecnico-scientifica facente capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – di procedere alla sua cementazione.. Nel contempo è stato avviato un progetto – denominato Cemex – comprendente tre item che, a parer mio, è stato sviluppato egregiamente dalla Sogin nel rispetto dei tempi previsti […]. I tre obiettivi del progetto Cemex riguardano la creazione di un deposito temporaneo, con una capacità di durata che va dai trenta ai cinquant’anni, in cui si sistemeranno i materiali cementati; il relativo progetto è stato già sottoposto all’APAT per l’esame e l’eventuale approvazione […] Infine, la parte più nobile del progetto riguarda l’impianto di cementazione vero e proprio che, tra parentesi, è tecnologicamente molto interessante e qualificante. […] Le prime due parti del progetto Cemex – come detto in precedenza – sono state già sottoposte all’APAT, mentre la terza, relativa all’impianto, verrà inviata all’Agenzia per l’inizio di luglio. Prima di questa data verrà effettuato un controllo da parte di una delle migliori compagnie specializzate nella cementazione di materiale radioattivo liquido, l’angloamericana AEA Technology.».

Il progetto è talmente avanzato che il 15 dicembre 2005 il generale emana un’ordinanza che impone, per ragioni di sicurezza, l’avvio del progetto CEMEX.[120] Un avvio “strano” perché l’ordinanza imporrà la costruzione a delle sole “opere connesse al progetto CEMEX” e cioè la costruzione del nuovo sistema di approvvigionamento idrico (serve molta acqua nel corso del processo di cementificazione), del deposito D2 e le opere connesse (viabilità, portineria, ecc.). Dell’impianto di cementificazione nessuna traccia.

È anche un’ordinanza a tempo perché è resa esecutiva solo dal 31 gennaio 2006 e se in questo periodo “dovesse sopravvenire la definitiva approvazione della variante parziale al piano regolatore […] si provvederà alla revoca con effetto « ex nunc » dell’ordinanza stessa”.

Sembra strano ma il commissario delegato che ha poteri di derogare a leggi nazionali e regionali deve attendere una variante del piano regolatore di Saluggia per costruire un impianto essenziale per garantire la sicurezza della nazione. Non siamo in emergenza?

Il consiglio comunale di Saluggia dovrebbe votare la mozione per modificare il piano urbanistico onde realizzare le opere CEMEX, ma un comitato dei cittadini occupa il Comune e il consiglio non prende alcuna decisione.

Il comitato ha esaminato l’ordinanza è non capisce perché si vogliano realizzare le solo “opere connesse all’impianto Cemex” e non il progetto completo. Si chiede di costruire i depositi prima dell’impianto che deve produrre i manufatti da collocare nei depositi stessi, significa che qualcosa non torna.

Il comitato scrive una lettera aperta al generale contestando l’ordinanza e la decisione di costruire le sole opere connesse.

L’autore è Umberto Lorini, direttore del giornale locale «La Gazzetta», molto attiva nel denunciare le azioni del Commissario. Il CEMEX, scrive Lorini, è “un impianto tuttora soggetto a procedura di VIA e che non ha ancora ottenuto parere favorevole di compatibilità ambientale da parte dei competenti Ministeri. Si tratta di un impianto per il quale la SOGIN ha presentato all’APAT nel corso del 2005 i Rapporti di Progetto Particolareggiato ma non si fa cenno, nell’Ordinanza, ad eventuali risposte positive pervenute dall’Autorità di sicurezza […] Come è possibile dichiarare urgenti e farne oggetto di apposita ordinanza che ne autorizza la costruzione, le opere connesse a un impianto che inizierà a funzionare – ben che vada – nel 2009, la cui compatibilità ambientale va ancora accertata e che – insieme alle opere stesse – deve ancora ottenere l’autorizzazione dell’APAT?”.

La paura del Comitato è che si voglia costruire a Saluggia il famoso Deposito Nazionale che, nel 2003, si voleva costruire prima in Sardegna e poi in Basilicata, considerato che lì si trova l’80% delle scorie italiane ereditate dalla precedente stagione nucleare.

“Capisco benissimo, signor Generale – conclude Lorini nella sua lettera – che con i ruoli che ha Le riesce difficile denunciare l’inadempienza del Governo. Perché è il Governo ad averLa nominata Commissario, oltre ad averLe affidato la presidenza di Sogin spa. E quindi dal Suo punto di vista è molto più facile accettarla, questa inadempienza, ed agire di conseguenza: prendere atto che dell’individuazione del deposito nazionale nessuno si sta più occupando. […] È molto più comodo ordinare la costruzione di nuovi depositi a Saluggia, anziché andare a Palazzo Chigi a chiedere al Governo l’applicazione di una legge che dovrebbe uniformare tutte le azioni cui Lei è chiamato a dar cors”.

Il progetto CEMEX era pronto oppure no?

Un’idea della situazione la possiamo apprendere leggendo il crono- programma del 30 aprile 2006. Forse qualche ragione i cittadini di Saluggia ce l’avevano perché a leggere quello che scrive il Commissario, se da una parte si ordina di concedere il permesso per la costruzione, dall’altra non è ancora pronto neppure il contratto con l’azienda che deve realizzare l’impianto.

Per il Nuovo Sistema di Approvvigionamento Idrico, scrive il commissario nel cronoprogramma, “è in ritardo la formalizzazione del contratto con Ansaldo, prevista al 31 marzo 2006 e, di conseguenza, non sono iniziati i lavori preliminari sul sito malgrado l’esecutività – a partire dal 15 marzo 2006 – dell’Ordinanza commissariale del 26 febbraio 2006”.

Per le opere preliminari, si legge sempre nel Cronoprogramma, “non è stato emesso, per sopravvenute esigenze procedurali all’interno del Soggetto attuatore, il bando di gara previsto entro il 1° aprile.”

Anche per la costruzione del nuovo deposito temporaneo D-2, si legge, il soggetto attuatore “non ha potuto rispettare la previsione di emettere il bando di gara entro il 15 aprile 2006”.

Infine per quanto riguarda la costruzione dell’impianto di cementazione e dell’annesso deposito temporaneo D3, che nell’ordinanza del 31 dicembre 2005 non compariva, come denunciava Lorini, purtroppo “si registra un ritardo nell’emissione del bando di gara […]. È in corso la procedura autorizzativa APAT e, come da delibera della Regione Piemonte, quella di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA).”

“Pertanto – conclude il Commissario – sulla base di quanto sopra sinteticamente esposto, risulta evidente uno slittamento di tutte le prime scadenze indicate dal Commissario Delegato nei cronoprogrammi a proposito delle attività sul sito di Saluggia, scadenze dedotte dalla programmazione fornita dal soggetto attuator”.

È colpa della SOGIN che non riesce a soddisfare le richieste del Commissario! Povero generale che si trova a combattere contro se stesso!

Ad aprile del 2006 il progetto CEMEX è ancora in alto mare. Come del resto lo è ancor oggi anche se il 15 maggio 2007 la nuova dirigenza SOGIN, descrive il progetto come fosse pronto a partire. « Abbiamo realizzato il nuovo parco serbatoi, dove il trasferimento avverrà non appena l’APAT rilascerà le relative autorizzazioni [il trasferimento è iniziato nel luglio 2008]. Successivamente questi rifiuti verranno cementati da un impianto che abbiamo già progettato e per la cui realizzazione a breve indiremo una gara. Esso servirà anche per la cementazione di quei rifiuti liquidi radioattivi che deriveranno dalle attività di decommissioning. L’iter di autorizzazione per l’impianto di cementazione è iniziato nel 2005, ma non si è ancora concluso. È inoltre prevista a Saluggia la realizzazione di due depositi per ospitare, rispettivamente, rifiuti di seconda e di terza categoria ». Quasi le stesse parole che diceva il commissario Jean nel 2005. Ma a dirle è il nuovo Amministratore della SOGIN, il dottor Massimo Romano alla Commissione Bicamerale su Rifiuti il 15 maggio 2007.

Alla popolazione di Saluggia cosa dicono? Nel corso del tavolo della trasparenza, il 25 luglio 2007 l’ingegner Lucchesi (SOGIN) ha detto che «Il CEMEX verrà costruito vicino al nuovo parco depositi e servirà a solidificare i rifiuti liquidi presenti appunto nel nuovo parco serbatoi. Anche per questo SO.G.I.N. è in attesa di autorizzazione da parte di A.P.A.T., mentre esiste già il sì della Regione».[121]

Insomma il progetto è pronto, la gara per trovare l’azienda cui appaltarlo è pronta, la Regione ha dato il proprio assenso. Si attende solo che l’APAT dia il via al progetto. Cosa aspetta l’APAT ha fornire le autorizzazioni?

Come evidenzia « La Gazzetta di Saluggia » nel numero del 1° settembre 2008,[122] intervistando il dottor Bove, l’APAT ha in casa il progetto CEMEX sin dal 2005 ma non ha ancora fatto partire alcuna formale autorizzazione per un semplice motivo: che per cementare le scorie serve la matrice cementizia che la SOGIN non ha ancora individuato! Senza quella formula, spiega Bove alla Gazzetta, tutto il progetto resta sulla carta. La SOGIN sta ancora facendo le prove e di tanto in tanto li tiene informati di quello che va facendo ma in maniera informale e alla precisa domanda della Gazzetta, Bove risponde: « ho avuto delle informazioni relative alle prove che stanno facendo perché ogni tanto veniamo aggiornati, e abbiamo visto anche noi che ci sono dei numeri ballerini che variano a seconda del prodotto ». Per essere chiari: è compito della SOGIN fornire all’APAT la matrice di prequalifica; sino a che non la propone può fare tutte le prove che vuole.

Come spiega Bove alla Gazzetta, il processo di cementificazione delle scorie liquide è abbastanza complesso e prevede vari step. Il primo è la prequalifica della matrice cementizia che avviene facendo “prove a freddo”; si simula un composto liquido con le caratteristiche chimiche di quello originale e si testano diverse tipologie di calcestruzzo. Il problema principale, infatti, non è testare la capacità del calcestruzzo di trattenere i radionuclidi dovuti al processo di decadimento delle scorie – quella è una proprietà del materiale – ma contrastare le sostanze chimiche presenti nel liquido (nel nostro caso acido citrico, alluminio, mercurio) perché il composto duri nel tempo. Il cemento usato deve inoltre rispondere a criteri internazionali che prevedono la resistenza a processi fisici termici e chimici. Ad esempio deve resistere agli sbalzi di calore, allo schiacciamento, alla lisciviazione, cioè alla possibilità che l’acqua, alla fine, filtri nel calcestruzzo.

Trovata la matrice più adatta la SOGIN informerà l’APAT che la esaminerà. A quel punto l’APAT inizierà formalmente l’analisi del progetto seguendo passo passo la SOGIN nel corso delle “prove a caldo”, cioè unire cementizia con il liquido radioattivo. Liquido, è bene sapere, che deve essere prelevato dai serbatoi d iraccolta. Un operazione particolare che sarà fatta a pochi metr dal corso di un fiume. Se tutte le prove saranno positive l’APAT inizierà ad esaminare il progetto tecnologico, cioè la macchina che dovrà cementificare il prodotto, nonché i progetti dei depositi. Come precisa Bove l’apparato dovrà essere sicurissimo perché se un corto circuito provocasse un incendio durante la lavorazione di maeriale radioattivo le conseguenze sarebbero catastrofiche.

I cittadini di Saluggia possono dormire sonni tranquilli: le scorie liquide resteranno ancora per molti anni al sicuro nei contenitori sistemati a pochi metri dal fiume.

L’Affare Russo

A giugno del 2002 a Kananaskis (Canada), nel corso di una delle tante riunioni dei 7 paesi più industrializzati al mondo, gli Stati Uniti d’America proposero un progetto denominato «Global Partnership», ovvero un intervento a livello mondiale per smantellare gli obsoleti armamenti nucleari, chimici e biologici dell’ex – Urss.

La bonifica era considerata essenziale perché la Russia di Putin non aveva le disponibilità finanziarie per porre in sicurezza questo arsenale abbandonato e disperso nel territorio, che riguarda un’intera flotta di navi e sottomarini nucleari in disarmo, nonché fabbriche chimiche semiabbandonate. Il vecchio arsenale, costruito nel corso degli anni della guerra fredda, dovrebbe essere posto in sicurezza, considerato il pericolo terrorista che potrebbe avvantaggiarsi della situazione per procurarsi, con facilità, strumenti e materiale adatti a costruire le cosiddette armi di distruzione di massa. Un progetto unico, dalla durata decennale, che sarebbe stato fi- nanziato con 20 miliardi di dollari: 10 messi dagli Stati Uniti e 10 dagli altri stati.

Per il neo governo di centrodestra è l’occasione per dimostrare come l’Italia sia degna di sedere al tavolo dei grandi. Un’Italia che solo l’anno prima aveva ospitato la riunione del G7, a Genova, e non ne era uscita molto bene per la devastazione attuata dai « black block » e i soprusi della polizia a Bolzaneto.

A Kananaskis si definiva la possibilità di rivalutare l’immagine dell’Italia e la sua capacità politica. Quel progetto poteva rappresentare un bel biglietto da visita per la nazione che qualche mese dopo avrebbe assunto la presidenza del parlamento europeo. L’offerta italiana risulterà una delle più alte: 1 miliardo di euro in 10 anni per realizzare tre progetti: lo smantellamento della flotta di sottomarini nucleari bloccati nei ghiacci del Mare del Nord (360 milioni di euro), la bonifica dell’industria chimica di Pochet (360 milioni di euro) e la riqualificazione degli scienziati nucleari (280 milioni di euro).[123] Una follia che gli italiani avrebbero pagato a caro prezzo sopratutto in un momento di recessione economica mondiale.

Per il momento uno solo degli accordi è stato ratificato: quello stipulato a Roma il 6 novembre 2003, per 360 milioni di euro (700 miliardi di lire) per lo smantellamento dei sottomarini nucleari. L’accordo prevede 6 progetti ed è stato presentato al Parlamento per la ratifica il 19 novembre 2004.

I progetti sono:

– “lo smantellamento di tre sottomarini a propulsione nucleare (budget 70 milioni di euro);

– la realizzazione di “un impianto centralizzato a livello regionale per il trattamento di rifiuti radioattivi solidi finora accumulati e di quelli che deriveranno dalle operazioni di smantellamento”;

– la messa in opera “di un impianto trasportabile per il trattamento dei rifiuti radioattivi liquidi (budget 133 milioni di euro)”;

– la “realizzazione dei sistemi di protezione fisica (security) delle basi navali che ospitano materiali radioattivi e combustibile nucleare irraggiato (45 milioni di euro)”;

– la “progettazione e la realizzazione di contenitori per il trasporto e lo stoccaggio temporaneo di elementi di combustibile nucleare irraggiato (budget 30 milioni di euro)”;

– “la progettazione e la realizzazione di un mezzo navale idoneo al trasporto, dopo smantellamento, dei contenitori di materiali radioattivi e delle sezioni centrali dei sottomarini, contenenti i reattori nucleari (budget 60 milioni di euro”.

Un accordo che vede la SOGIN del generale Carlo Jean, insediatosi sulla poltrona di presidente a novembre del 2002, impegnata a diventare il « general contractor » del progetto. Questa potrebbe essere una possibile chiave di lettura per comprendere l’accelerazione subita dagli eventi che porteranno il 14 novembre 2003 il governo Berlusconi ha sceglkiere Scanzano come luogo dove costruire il Deposito Nazioanle per le scorie radiaottive.

A novembre del 2003 in Senato era in discussione il cosidetto DdL Marzano sul “Riordino del settore elettrico”. In quel DdL c’era anche la delega al governo per la ricerca del Deposito. E il governo aveva indicato la SOGIN come suo braccio operativo. Non si parlava di siti specifici.[124]

A leggere i resoconti parlamentari sembra che il nome di Scanzano e delle sue miniere di salgemma sia stato fatto dal governo stesso qualche giorno prima del licenziamento di quel decreto.[125]

Perché accelerare la scelta con un decreto d’urgenza quando in pochi mesi il Parlamento avrebbe comunque delegato al governo e alal SOGIN quella decisione?

Le date parlano chiaro: da giugno ai primi di novembre del 2003 la situazione italiana è pressoché ferma, con la SOGIN intenta a realizzare il secondo studio per trovare il sito dove costruire il deposito nazionale. Ma dopo il 6 novembre, data della firma dell’accordo con i Russi, tutto accelera: il 9 novembre la SOGIN consegna lo studio che individua a Scanzano Ionico il sito ideale ed il 13 il governo licenzia il decreto 413 che avrebbe trasformato, in pochi mesi, la zona presso le miniere di Monte Cavone in una discarica nucleare sotto il controllo militare. Si voleva forse chiudere al più presto il problema dello smantellamento nucleare italiano per concentrarsi su questo progetto?

Che l’accordo sia importante per la SOGIN lo dimostrano le dichiarazioni che il generale rilascia l’11 maggio 2005 alla Commissione Bicamerale sui Rifiuti che lo ascolta sull’avanzamento dei lavori di smantellamento.

«Da ultimo, vorrei che l’attenzione della Commissione, in ragione dell’interesse che la questione riveste per tutti i parlamentari, fosse rivolta al forte ritardo nella ratifica dell’accordo della global partnership con la Russia. L’accordo, che riguarda anche lo smantellamento e la gestione dei combustibili in Italia, consentirebbe di ottenere un importante risultato su questo fronte. Per comprendere il suo rilievo, basti pensare che, attualmente, in base ai rapporti intercorrenti tra i due paesi, se, ad esempio, l’Inghilterra perdesse la gara avrebbe facoltà di chiedere il rientro in Italia – con un preavviso di due anni – dei flask esistenti, cioè delle scorie (non plutonio, non uranio) derivanti dai precedenti riprocessamenti in Inghilterra. Cosa faremmo se il rientro ci venisse richiesto nel 2007? Invece, nel caso della Russia, in virtù della sottoscrizione di questo accordo (lo smantellamento dei sottomarini), saremmo nelle condizioni di inviare quei materiali ancora per circa cent’anni, in attesa del famoso deposito nazionale attualmente inesistente ».

Un deputato, l’on. Donato Piglionica, dei DS, che più di altri ha seguito le vicende della SOGIN chiede al generale di spiegare meglio come la possibilità dell’esportazione sia collegata all’accordo. « Sarebbe utile comprendere meglio questa global partnership con la Russia anche per comprendere quali vincoli esistano al riguardo – dice – Mi è parso infatti di capire che, in caso di difficoltà, se per esempio l’Inghilterra ci richiedesse il rientro del materiale riprocessato a Sellafield, andremmo incontro ad alcune difficoltà, e forse il rapporto con la Russia potrebbe metterci al riparo da tale rischio. È prevista nell’accordo stretto con la Russia, la possibilità di stoccare provvisoriamente nei loro depositi tale materiale? »

« È vero – risponde il generale – nei nostri accordi con i russi non è compresa la menzione del deposito di materiali italiani in Russia. Per quale ragione? Perché si tratta di accordi relativi allo smantellamento di sommergibili nucleari, accordi standardizzati che rientrano nell’ambito del G8, nel quale ricade la global partnership. Esiste una legge russa, la n. 358 dell’11 luglio 2003 ».

« Non era quella che vietava il deposito di materiali? » – lo incalza Piglionica.

«Vieta il deposito definitivo – risponde il generale – e consente, tramite accordi intergovernativi, il deposito temporaneo ».

Ed ecco l’escamotage, il favore che potrebbero fare I russi. « I nostri amici russi sono sempre molto simili a noi, anche come fantasia! Pertanto, il deposito temporaneo può arrivare fino a cento anni. […] Approfittando quindi dei rapporti molto buoni con la Russia e del personale che la SOGIN ha in quel paese, nell’ambito della global partnership, dovremo predisporre un deposito per il materiale radioattivo dei motori nucleari dei sottomarini. Il deposito sarà più grande e quindi vi saranno depositati altri materiali. Si pagherà probabilmente una locazione: l’importante è risolvere un problema che in Italia non è risolvibile. Vorrei ricordare tuttavia che l’accordo non comporta, né può comportare, la dismissione dei materiali (vi sono stati dei pour parler anche ad alti livelli). Quando il Parlamento ratificherà l’accordo, cercheremo di predisporre un deposito alquanto ampio ».

Come a dire che l’unico sistema per risolvere il problema della sistemazione delle nostre scorie radioattive sono delle promesse “furbesche” tra amici e che l’unica soluzione può essere trovata in un “pour parler” davanti ad una bottiglia di vodka tra Berlusconi e Putin? Possibile che l’accordo per la bonifica della flotta nucleare russa incastrata nei ghiacci del mare del nord sia stata fatta per avere la possibilità di mettere là le nostre scorie radioattive?

« Mi sembra alquanto curioso che di questioni del genere si sia discusso a livello di pour parler tra i vertici – risponde infatti un sorpreso Sodano – Lei ci sta dicendo quindi che non c’è un accordo, considerato che il decreto del dicembre 2004 non autorizza a portare in deposito temporaneo i rifiuti nella Federazione russa. Non comprendo quindi come si possa, con tanta leggerezza, parlare di un deposito temporaneo. Lei ci dice che i russi sono simili a noi: quindi il deposito temporaneo potrebbe durare anche qualche decennio, senza alcuna autorizzazione da parte del Parlamento (russo) ».

È qui che il generale si accorge di aver esagerato e inizia ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare le sue parole, dicendo che, per quanto l’accordo non preveda l’esportazione dei rifiuti, «tuttavia i rapporti che vengono sviluppati consentono di accordarsi su altre forme di collaborazione. Insomma – replica il generale – una volta che si inizia a lavorare insieme, anche se in un settore differente, si acquista una fiducia reciproca, e posso assicurare che il personale della SOGIN ha saputo conquistarsela, da parte dei russi ».

L’audizione è interessante perché rivela alcune situazioni strane. Ad esempio che la SOGIN, sin dal 2004, ha aperto degli uffici in Russia. Ma l’indirizzo ministeriale non parla di alcuna operazione di smantellamento da fare all’estero né di aperture di uffici. E infatti, nell’aprile del 2005, quando l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas deve ratificare le spese SOGIN per gli anni 2002-2004 rileva come quello che la SOGIN ha fatto in Russia non fosse formalmente autorizzato. La SOGIN non ha avuto alcuna autorizzazione formale a lavorare in Russia, ma vi ha aperto un ufficio. Significa questo che il governo l’ha autorizzata in maniera non ufficiale a rappresentarlo nel confronto con ROSATOM, l’Ente nazionale nucleare Russo?[126] Centra qualcosa l’accordo per i sottomarini?[127]

Dall’audizione sembra emergere che la « simpatia italiana » basti a convincere i russi a prendersi le nostre scorie. Possibile che da una parte ci sia un accordo scritto che regala 360 milioni di euro alla Russia per sistemare i suoi sommergibili obsoleti in cambio di una generica promessa di favorirci nella soluzione della sistemazione delle nostre scorie radioattive?

È chiaro che il generale usa la questione delle scorie per premere sul– l’acceleratore della ratifica dell’accordo per sbloccare i 360 milioni che la SOGIN controllerà. Lui sa benissimo che l’opzione russa quale destinazione per il nostro combustibile non sia praticabile.[128] Ma si deve ratificare l’accordo.

In che modo la Sogin controllerà il finanziamento di 360 milioni ai quali sembra tanto interessata? Lo possiamo sapere leggendo il DDL 5432, cioè il disegno legge che il 28 luglio 2005 viene ratificato dal Parlamento, al quale è allegata la “scheda tecnica” che specifica l’ammontare della cifra, suddividendola per la realizzazione dei progetti e per la costituzione dell’organismo di controllo dei progetti stessi.

Secondo la scheda è prevedibile che i costi per la gestione dell’Accordo, previsti dalla Convenzione, ammontino a circa 40 milioni di euro, che dovranno essere coperti con fondi stanziati da parte italiana”. Ma chi gestirà questi soldi? Secondo l’accordo il controllo del progetto sarà gestito da un “Consiglio Direttivo” composto da 4 membri (art. 4 dell’accordo). Dovrebbe perché I soldi non saranno gestiti dal Consiglio ma direttamente dall’UPG, cioè l’Unità di Gestione Progettuale. “L’UGP sarà costituita da esperti – si legge nella scheda – sia di parte italiana che di parte russa, ed opererà per tutta la durata dell’Accordo, presso un ufficio con sede a Mosca”.

E la SOGIN? La SOGIN entra nell’accordo in questo modo: al funzionamento dell’UGP, dice la scheda, “provvederà la società SOGIN, in base ad una convenzione da stipulare con il Ministero delle Attività Produttive”. Quindi: il controllo dei lavori è a carico dell’UPG che ha un ufficio permanente a Mosca ma i soldi da dare all’UGP li gestirà la SOGIN.

Di conseguenza chi controlla l’UPG? La Sogin, che controlla i fondi, anche se nella teoria il controllo lo avrebbe il “Consiglio Direttivo” che oltre a provvedere alla “composizione dell’Unità di Gestione Progettuale, precisandone le competenze e le regole di funzionamente”, avrebbe il compito di “favorire la cooperazione, vigilare sull’andamento complessivo dell’Accordo, approvare i singoli progetti che verranno selezionati e dirimere eventuali controversie (art. 4 dell’accordo italo-russo)”.

Il Comitato allora a che serve? A scorrazzare tra Roma e Mosca ogni tre mesi I membri del “Consiglio Direttivo” che dai 4 decisi nell’accordo del 6 novembre diventano 10 nella ratifica parlamentare.

Il Comitato Direttivo sarà diviso in due unità: la prima composta da 5 italiani e 5 russi che si riunirà due volte l’anno – una volta a Mosca e una volta a Roma; la seconda, che viene descritta come “missioni di funzionari italiani a Mosca per visite di monitoraggio e verifica dei lavori”, composta da 3 funzionari. Se per la prima unità in un anno i viaggi saranno due, per la seconda, a quanto pare più tecnica , se ne prevedono ben 5.

Se per la prima si prevedono “due funzionari di livello dirigenziale e tre esperti (lo stesso per la parte moscovita)”, per la seconda si considerano “tre funzionari”. In pratica per il controllo dell’accordo ci sarà un ufficio permanente in Russia composto da 4 persone e un Comitato Direttivo di 10 persone e 3 funzionari. In totale 17 persone, delle quali 4 impegnate in loco e 13 in gite di piacere a Mosca o a Roma, considerato che, dice la scheda, le gite avranno la “durata di 5 giorni ciascuna”.

In conclusione un ulteriore spesa di 500.000 euro che non si capisce che senso abbia. Certamente una goccia nel mare del finanziamento totale, ma la dimostrazione di come la nostra classe politica sfrutti ogni possibilità per farsi dei favori a spese dei cittadini italiani.

La cosa interessante è che si sa quanto costeranno i progetti (310 milioni di euro) e quanto costerà controllarli (40 milioni di euro) ma non si sa quanto sarà la parcella che servirà a compensare la SOGIN del suo lavoro, considerato che la convenzione, pur facente parte dell’accordo (articolo 3), sarà definita a posteriori.

La “scheda tecnica” per le missioni del Comitato Direttivo. Notare l’arrotondamento finale. Una spesa totale di 375.000 euro si “arrotonda” a 500.000 euro.

La convenzione viene firmata solo il 3 agosto 2005, dopo la ratifica parlamentare, dalla SOGIN, rappresentata dal suo amministratore l’Ing. Giancarlo Bolognini, ed il Ministero delle Attività Produttive, rappresentato dal dottor Sergio Carruba, Direttore generale per l’Energia e le Risorse Minerarie, che nomina la SOGIN “organo rappresentativo del governo” per il progetto italo-russo. L’ufficio del dottor Carruba è molto importante nell’organigramma del Ministero delle Attività Produttive: tanto importante quanto sconosciuto ai più.

È a questo organismo, infatti, che il ministero ha delegato tutta la materia sulle questioni energetiche, come “l’elaborazione delle linee di politica energetica di rilievo nazionale”, i “rapporti con l’Unione Europea e con le Organizzazioni internazionali nei settori energetico”, “l’applicazione e l’attuazione delle leggi afferenti i settori del petrolio, del metano, del carbone, del nucleare, dell’energia elettrica, del risparmio energetico, delle fonti rinnovabili e del minerario” e “della vigilanza e dell’attività di indirizzo di enti e società pubbliche o concessionarie di servizi nel settore energetico (quali ENEA, SOGIN e GRTN), nonché di altre materie connesse o complementari con prevalenza di aspetti inerenti le risorse energetiche o minerarie”.

In pratica nelle mani di una persona, il professor Sergio Garribba, sta il controllo della politica energetica del governo.

La data della firma ed in che cosa consista la “convenzione” tra il ministero e la SOGIN lo sapremo solo il 27 marzo 2006, a quasi un anno dalla ratifica dell’accordo. Il merito di portare a conoscenza del Parlamento la “convenzione” è dell’onorevole Aleandro Longhi, senatore del gruppo DS, che propone un’interrogazione scritta alla Presidenza del Consiglio per chiedere spiegazioni su alcune parti dell’accordo non chiari.

« Il meccanismo previsto dalla convenzione non è molto lineare – scrive Longhi nell’interrogazione – e prevede che all’inizio di ciascun anno il ministero delle Attività Produttive trasferisca alla SOGIN i fondi sulla base della disponibilità annuale, ovvero 44 milioni di euro a decorrere dal 2006. I fondi confluiscono sul conto Global Partnership che è amministrato dalla stessa SOGIN. La SOGIN addebita su questo conto, sia i propri costi, sia quelli della UGP, anche se questo non è chiaramente indicato. Il ministero riconosce alla SOGIN un importo aggiuntivo del 25% sui costi sostenuti, percentuale che comprende l’aliquota del 20% accantonata per attività di promozione, controllo ed ispezione svolta dal ministero ».

In pratica alla SOGIN andrà una percentuale in base al costo del progetto approvato da lei stessa, visto che controlla i soldi dell’accordo e l’UPG. Come a dire che più il progetto sarà costoso più alta sarà la percentuale per la SOGIN e sarà lei stessa a decidere la convenienza del progetto.

Inoltre a questa percentuale si deve aggiungere un’aliquota per il ministero stesso. Chi vieterà alla SOGIN di scegliere quello più costoso per avere una percentuale più alta? Chi vieterà al ministero di confermare la scelta, considerato che, anche la sua percentuale varia a seconda del costo del progetto?

Per Longhi questa confusione potrebbe portare a ben altre condizioni.

« Dai ministri vorrei sapere se non ritengano che con una convenzione così “aperta” non diventi difficile il controllo delle spese; quale sarà l’importo finale e, soprattutto, la reale destinazione degli accantonamenti; per quale motivo il ministero dell’economia e delle finanze debba pagare una quota di maggiorazione del 25% ad una società di sua proprietà; per quale motivo il 20% destinato alla copertura dei costi per le attività di promozione e di controllo del Ministero è custodito dalla SOGIN e non dal ministero stesso; se in realtà quel 25% di fondi accantonati non possa essere considerato il preludio di un fondo nero ».

Tante domande, nessuna risposta. Infatti l’interrogazione di Longhi non ha avuto alcuna risposta, se non quella che si è data l’onorevole nel chiedere se non vi fosse la possibilità che questa confusione facesse sì che qualche milione finisse nelle tasche di qualche dirigente della SOGIN.

Della Global Partneship si sono perse le tracce sino all’ottobre 2006, quando la Presidenza del Senato ha ospitato, il 18 ottobre, nella sala capitolare della biblioteca in piazza della Minerva, a Roma, una conferenza dal titolo: « L’Italia e il partenariato per il disarmo nucleare e chimico », cioè un incontro per discutere, come dice il comunicato stampa della presidenza, “sulle iniziative di Global Partnership del G-8 ed il ruolo svolto dall’Italia nella non proliferazione e nell’eliminazione delle armi di distruzione di massa e dei sistemi correlati sul territorio russo”, ovvero “come l’Italia possa ottimizzare al meglio il suo sostanziale impegno nella Global Partnership ed aumentare l’efficacia dei suoi progetti di non proliferazione, attraverso una più attiva partecipazione e cooperazione con altri paesi della Global Partnership in merito all’adempimento degli scopi e degli obiettivi del vertice canadese di Kananaskis del 2002”.

Incredibilmente si prende atto che una decisione assunta nel 2002 dal governo Berlusconi e che ha prodotto un accordo con i russi, che presenta più ombre che luci, si trasformi in un progetto del governo di centrosinistra.

Alla conferenza, patrocinata dall’associazione Green Cross fondata da Michael Gorbaciov, la delegazione italiana è composta dal generale Jean e dal Direttore generale del Ministero degli Affari Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata.

Non solo il governo Prodi fa sua l’infausta promessa che il governo Berlusconi ha fatto a Bush, a Kananaskis nel 2002, ma si fa rappresentare dallo stesso generale Jean che, dai banchi dell’opposizione, ha attaccato per la sua politica decisionista e poco trasparente.

La delegazione porta con sè due lettere molto importanti: una del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ed una del presidente del Consiglio, Romano Prodi.

Le lettere sono molto chiare e, se per il presidente della Repubblica si tratta di un telegramma di auguri per la buona riuscita dell’incontro, un atto formale per la fama della fondazione, per Prodi è un progetto da « proseguire nello sforzo avviato e tradurlo in ulteriori progetti di cooperazione », per i quali, scrive, « la volontà politica non manca ». Aggiunge anche che è « necessario uno sforzo aggiuntivo, da parte di tutti – Italia compresa – affinché i vincoli sempre più rigorosi dei bilanci nazionali non siano d’ostacolo al mantenimento degli impegni assunti ».

Pur in presenza di problemi finanziari il progetto da 360 milioni deve andare avanti! È la benedizione della promessa Berlusconiana fatta nel 2002 a Kananaskis che il governo di centro sinistra, dopo che dai banchi dell’opposizione ha tuonato contro l’incompetenza della SOGIN e contro le spese esagerate, fa suo.

« A partire da quest’anno (2007) – scrive Prodi – il finanziamento per l’Accordo bilaterale con la Russia è a regime con lo stanziamento di 44 milioni annui per 8 anni. Si è già avviato lo smantellamento del primo (di 3 previsti) sommergibili nucleari in disarmo e si stanno avviando le altre azioni volte a creare una infrastruttura per la gestione ecologica dei materiali radioattivi […]. Tutto ciò nella consapevolezza dell’obiettivo comune di consegnare ai nostri figli ed ai nostri nipoti un mondo più sicuro e di tenere fede agli impegni presi in ambito internazionale ».

Belle parole che ci dicono come il progetto, partito già nel 2005, che ha già impegnato 8 milioni di euro, ne disporrà di altri 44, un “tesoretto” che forse sarebbe meglio investire in altro modo.

Quello che vorremmo sapere è se la convenzione tra la SOGIN ed il ministero, con le sue ombre, sia sempre valida.

SOGIN ed il polo per il ritorno al nucleare

L’Italia ha voglia di tornare al nucleare. Il governo Berlusconi lo ha promesso in campagna elettorale. In senato a metà gennaio 2009 si discuterà un DdL, il 1195, che al suo interno contiene degli articoli che riapriranno questa strada. In questo disegno non c’é posto per la SOGIN che sarà commissriata e smembrata. Una parte andrà sicuramente a formare l’Agenzia di Sicurezza Nucleare governativa promossa dal Ddl: gli altri “pezzi” andranno alle sezioni nucleari dell’ENEL e dell’ANSALDO.

La SOGIN Il suo compito lo ha eseguito bene: I siti da smantellare sono ancora siti nucleari pronti ad ospitare nuove istallazioni e, finalmente, gli ingegneri SOGIN, la maggior parte iscritta alla AIN (Associazione Italiana per il Nucleare) potrà partecipare a questa rinascita.

Proprio quando la nuova presidenza statunitense intende farsi carico del surriscaldamento del globo favorendo lo sviluppo delle energie rinnovabili, tanto da aver promesso in campagna elettorale “di creare nel giro di dieci anni 5 milioni di posti di lavoro nel settore dell’energia pulita e di arrivare a un taglio delle emissioni di C02 dell’80% entro il 2050[129]., l’Italia sta studiando come far ripartire l’avventura nucleare interrotta nel 1987 per volontà popolare.

L’avventura ripartità grazie ad un Disegno di Legge dal titolo: “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonche´ in materia di energia” che il 3 ottobre è arrivato al senato dopo essere stato discusso e approvato in prima lettura alla Camera. Disegno legge che sembra sarà approvato definitivamente entro natale[130],

In pratica una serie di iniziative legislative che nelle intenzioni del governo dovevano aiutare la crescita delle piccole e medie imprese al di fuori del mercato nazionale, ma che serviranno sopratutto alla ripartenza surrettizia dell’avventura nucleare.

Ed ecco così che accanto ad articoli che propongo la “disciplina” dei consorzi agrari (art.4), gli “incentivi” per la internazionalizzazione delle imprese (art. 6), il “contrasto” alla contraffazione (art.10) e le “iniziative” a favore dei consumatori e dell’emittenza locale” (art. 12, art.13) ne troviamo alcuni che delegano la gestione della materia nucleare al governo (art. 14) e fanno nascere un’Agenzia di Sicurezza Nucleare (art. 17).

Un nucleare che vedrà il governo decidere che impianti costruire, dove costruirli e controllare l’Agenzia.

Un nucleare governativo perché anche se ilministro dello sviluppo economico per la scelta dei siti nucleari deve sentire il parere degli enti locali e, successivamente, quello delle Commissioni Parmamentari, basterà che Il governo dichiari quei siti “area di interesse strategico nazionale”, con la possibilità di assoggettarli “a speciali forme di vigilanza e di protezione” che potrà sostituirsi nella sclta agli enti locali “in caso di mancato raggiungimento delle necessarie intese”.

Se il DdL non sarà modificato sarà perciò il governo ad individuare “le caratteristiche dei territori per vedere dove insediare le centrali”[131] per creare “un insieme di condizioni, per cui sarà il libero mercato l’arbitro per decidere dove è più conveniente costruirle”[132]. E se la popolazione non è daccordo? Si fa lo stesso.

E l’opposizione come ha reagito a questa particolare rinascita atomica voluta dal centro destra? Dividendosi tra chi ha accettato di discutere di questa rinascita nuclere e chi ha detto un chiaro no.

Per Matteo Colaninno, esponente del PD, è grazie all’iniziativa del suo partito se “il 1441 ter è stato modificato nelle parti fondamentali” ed è grazie all’iniziativa del PD se è stata istituita un’Agenzia Nucleare “originariamente non prevista dal governo senza la quale nessuna discussione seria sull’uso dell’energia nucleare sarebbe credibile[133].

Lo segue a ruota il responsabile dell’ambiente del PD Ermete Realacci, negli anni ‘70 convinto ambientalista e feroce oppositore del nucleare, per il quale “un grande Paese industrializzato come l’Italia” deve “avere una Agenzia nucleare degna di questo nome”. Una posizione che però non deve essere spacciata, precisa, “per un consenso al tipo di scelta nucleare che il Governo vuole fare[134].

Gli unici dell’opposizione a dire un no deciso sono i radicale che reputano l’Agenzia e il decreto “uno smantellamento di quanto si era prodotto di buono dopo il referendum sul nucleare[135],

L’Italia torna al nucleare quindi. Un nucleare che sarà sicuramente governativo e probabilmente… un pò di sinistra.



[1] Nel 1987 fu chiesto agli italiani di decidere, con un referendum, su 3 questioni legate alla produzione elettrica con il nucleare: 1) Volete che venga abrogata la norma che consente al Cipe di decidere sulla localizzazione delle centrali nel caso in cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti? 2) Volete che venga abrogato il compenso ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone? 3) Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero? L’80,6% della popolazione disse si all’abrogazione delle norme costringendo il governo alla moratoria.

[2] Delibera CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) del 26 luglio 1990 che decideva la definitiva chiusura degli impianti e la predisposizione da parte di Enel dei piani per la loro disattivazione.

[3] Lo smantellamento differito consiste in tre fasi: Fase 1: custodia sorvegliata (raggiungimento dello stato di custodia protettiva passiva); Fase 2: smantellamento delle strutture e raggiungimento del rilascio parziale del sito con restrizioni (rilascio condizionato); Fase 3: raggiungimento dello stato di rilascio del sito senza vincoli di natura radiologica. (rilascio incondizionato). In base a tale strategia, l’impianto, a seguito della decisione in merito alla sua dismissione, è portato nella condizione di custodia sorvegliata (o custodia protettiva passiva) e in tale condizione mantenuto per alcune decine di anni, dopo di che si procede alle altre due fasi fino a pervenire al rilascio incondizionato del sito Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare trasmesso dal Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato al Parlamento, 21 dicembre 1999.

[4] Durante il loro funzionamento, le quattro centrali dell’ENEL hanno utilizzato complessivamente 1862 tonnellate di combustibile, divenuto combustibile irraggiato, di cui: 950 tonnellate sono state spedite all’estero per essere riprocessate in base a contratti (stipulati prima del 1978) che non prevedono il ritorno in Italia dei rispettivi rifiuti radioattivi; 625 tonnellate sono state spedite all’estero per essere riprocessate in base a contratti (stipulati dopo il 1978) che prevedono il ritorno in Italia dei rispettivi rifiuti radioattivi – Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare trasmesso dal Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato al Parlamento, 21 dicembre 1999.

[5] 287 tonnellate sono tuttora immagazzinate in Italia, e più precisamente: 191 nelle piscine della centrale di Caorso; 81 nella piscina dell’ex reattore Avogadro a Saluggia; 14 nella piscina della centrale di Trino Vercellese; 2 nella piscina dell’impianto Eurex di Saluggia – Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare trasmesso dal Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato al Parlamento, 21 dicembre 1999.

Ogni centrale nucleare ha una piscina di decadimento dove vengono affogate, sotto diversi metri d’acqua le barre nucleari tolte dal reattore. In queste piscine le barre si raffreddano (nel reattore la temperatura arriva a 300 C°) e disperdono la loro carica radioattiva. Le barre restano nelle piscine per mesi o anni per poi essere inserite in contenitori in acciaio detti cask o avviate al riprocessamento, un’operazione che permette il recupero di uranio e plutonio per la produzione di nuovo combustibile.

[6] Condizionare le scorie radioattive, cioè inglobarle in malte di cemento particolari o unirle – utilizzando un procedimento di alto forno – ad un particolare vetro per poi inserire il manufatto in contenitori di acciaio. In pratica si creano delle barriere per imprigionare la scoria sino a che la sua radioattività non torni a livello naturale (dai 300 ai 250.000 anni). Maggiori notizie nel sito:http://www.cea.fr/energie/dossier_gestion_des_dechets/les_dechets_radioactifs.

[7] La disattivazione delle installazioni nucleari comporta lo smantellamento di tutte le strutture ed apparecchiature radioattive ed il rilascio del sito senza alcun vincolo di natura radiologica. Esso sarà preceduto, oltre che dal trasferimento dei rifiuti radioattivi, dalla rimozione del combustibile irraggiato e dei materiali nucleari presenti sul sito stesso degli impianti – (Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare trasmesso dal Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato al Parlamento, 21 dicembre 1999).

“Le operazioni connesse alla disattivazione di un impianto nucleare sono disciplinate dal Decreto Legislativo 230/95 che concerne la protezione dei lavoratori e della popolazione dalle radiazioni ionizzanti. In particolare, ai sensi dell’art. 55 del suddetto decreto, la disattivazione degli impianti è soggetta ad autorizzazione preventiva da parte del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato (MICA, oggi MAP). Allo stato attuale la disattivazione degli impianti nucleari è soggetta a procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) ai sensi del D.Lgs. 152/2006 che recepisce la Direttiva della Comunità Europea 97/11/CE del 03.03.1997, concernente la valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati. Gli Studi di Impatto Ambientale (SIA) per il decommissioning delle Centrali Nucleari italiane, presentati nel 2003, sono stati invece elaborati in conformità alla Direttiva 97/11/CE, allora in applicazione in Italia per scadenza dei termini di recepimento, e con riferimento ai disposti legislative, oltre che ad esperienze pregresse in campo internazionale”, F. Chiaravalli, L. Grenci, M. Del Lucchese, A. Papa, Studi di Impatto Ambientale per le attività di Decommissioning delle Centrali Nucleari italiane), reperibile all’indirizzo internet: www.arpa.piemonte.it/modules.php?op=modload& name=Dow nloads&file=index&req=getit&lid=1580.

[8]Disattivazione immediata o accelerata: a seguito della decisione di dismissione dell’impianto, la disattivazione viene effettuata senza alcuna soluzione di continuità, saltando la cosiddetta “messa in custodia protettiva passiva”, così da pervenire al rilascio incondizionato del sito in un arco di tempo complessivamente non superiore a 1-2 decine di anni” – Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare trasmesso dal Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato al Parlamento, 21 dicembre 1999.

[9] «Il CNEN (Comitato Nazionale Energia Nucleare) nasce nel 1960 sostituendo il CNRN (Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari) su iniziativa del Governo italiano sulla scia del grande entusiasmo seguito alla prima Conferenza sull’uso pacifico dell’energia nucleare, organizzata a Ginevra nel 1955 dall’ONU. Lavora a stretto contatto con l’industria per la progettazione e la realizzazione di impianti nucleari e impianti per il ciclo del combustibile. Nel 1982 il crescente movimento ambientalista, che si va diffondendo nel Paese, impone una nuova cultura energetica: il CNEN si trasforma in ENEA (Comitato nazionale per la ricerca e lo sviluppo dell’Energia Nucleare e delle Energie Alternative) e si occupa, da quel momento, non più soltanto di energia nucleare ma anche di fonti rinnovabili, uso razionale dell’energia e impatto ambientale», http://www. zonanucleare.com/more_info/enti/cnen.htm.

[10] «Il Dipartimento di Fisica Nucleare e Teorica, nato nel 1983 dalla fusione dell’Istituto di Fisica Nucleare e dell’Istituto di Fisica Teorica, promuove e coordina attività didattica e di ricerca nel campo della fisica nucleare e subnucleare, della fisica teorica, dell’astrofisica, dell’astronomia, della fisica medica e della fisica ambientale. Viene condotta localmente un’attività di ricerca e sviluppo di tecniche di rilevazione e analisi che si affianca alle ricerche di tipo ambientale sugli effetti delle radiazioni e di tipo applicativo biomedico che fanno uso di fasci di particelle per la terapia dei tumori. Queste ultime si avvalgono anche del fascio di neutroni prodotto dal reattore nucleare TRIGA MARK II del Laboratorio Energia Nucleare Applicata dell’Università di Pavia ». http://www.pv.infn.it/~dfntwww/italiano/ricerca2003.php.

«Il prof. Giuseppe Vella ordinario del Settore Scientifico-Disciplinare ING-IND/19 “Impianti Nucleari”. Attualmente ricopre la carica di Direttore del Dipartimento di Ingegneria Nucleare dell’Università di Palermo nonché di Coordinatore del Collegio dei Direttori di Dipartimento della stessa Università. In qualità di Direttore egli è Responsabile del reattore nucleare di ricerca a potenza “zero” AGN 201 “COSTANZA” dell’Università di Palermo», http://www.din.unipa.it/Struttura/Personale/Profili/Vella.html

[11] Su quel reattore non ci sono informazioni se non notizie ufficiose che è stato spento ed è in fase di smantellamento. Sul deposito interno al centro per lo stoccaggio delle scorie prodotte non si sa niente.

[12] Nel centro sono presenti due reattorie di ricerca: Ispra 1, attualmente in fase di disattivazione e il reattore nucleare di ricerca ESSOR, anche questo in disattivazione. Il centro ha anche un.deposito di materiale radioattivo, attualmente in esercizio, un laboratorio per la misurazione di Uranio ePlutonio.Vi sono stoccati complessivamente 3.000 m3 di materiale radioattivo ed alcune decine di elementi di combustibile irraggiato. Il centro nucleare è sotto gestione CCR-ISPRA., http://www.geocities.com/energia_nucleare/nucleare/impianto_nucleare_ispra.htm

[13] Il reattore nucleare di ricerca TRIGA Mark II, denominato RC-1, ossia Reattore Casaccia 1, è stato costruito agli inizi degli anni Sessanta dalla General Atomics, con una potenza originale di 100 kW, aumentata a 1 MW nel 1966. Si tratta di un reattore del tipo a piscina con il nocciolo contenuto in un recipiente di alluminio e collocato all’interno di un cilindro riflettore di grafite, contornato da schermi di piombo. Lo schermo biologico è realizzato con calcestruzzo avente uno spessore medio di 2.2 m. Il recipiente di alluminio è riempito di acqua demineralizzata con funzioni di moderatore dei neutroni, di refrigerante e di schermo biologico. Il controllo è garantito da quattro barre: tre con combustibile a seguire, di cui una con funzioni di sicurezza, e una di regolazione fine. La potenza termica prodotta durante il funzionamento è smaltita mediante circolazione naturale di acqua attraverso un circuito termoidraulico comprendente scambiatori di calore e torri di raffreddamento ad aria., http://info.casaccia.enea.it/triga/TRIGA/Ita/Main.htm.

[14] Dati estratti dalla relazione finale della “Commissione Parlamentare di Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti e sulle Attività illecite ad esso connesse” dal titolo: “Documento su una strategia d’intervento per la disattivazione degli impianti nucleari e per la sistemazione dei rifiuti radioattivi di media e bassa radioattività, inclusi quelli derivanti dallo smantellamento degli impianti nucleari (approvato il 29 aprile 1999

[15] Ibid.

[16] Plutonio: elemento chimico di numero atomico 94. Il suo simbolo è Pu. È l’elemento oggi più usato nelle bombe nucleari a fissione. Il suo isotopo più importante è 239Pu, che ha un’emivita di 24200 anni.

Stronzio: elemento chimico di numero atomico 38. Il suo simbolo è Sr. Appartiene al gruppo dei metalli alcalino-terrosi e si presenta come un metallo tenero, argenteo, bianco o leggermente giallo. Come gli altri elementi del suo gruppo, è estremamente reattivo. Si trova nella celestite e nella stronzianite. 90Sr, radioattivo con una semivita di 28 anni, è presente nel fallout nucleare.

Cesio: Il cesio è l’elemento chimico di numero atomico 55. Il suo simbolo è Cs. Il cesio ha almeno 39 isotopi noti. Il Cs137 è prodotto dalla detonazione di armi nucleari e dai reattori delle centrali nucleari: una notevole quantità ne è stata prodotta sin dal 1954, con l’inizio dei test nucleari e durante I giorni seguenti all’incidente di Chernobyl del 1986.

[17] «Prima categoria, o rifiuti a bassissima radioattività: in questa categoria sono classifi- cati i rifiuti la cui radioattività decade in un tempo massimo di qualche anno a livelli di radioattività di qualche disintegrazione per secondo (Bequerel, Bq) per grammo (Bq/g) e soddisfano le condizioni poste nel decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230. Quando raggiungono tale condizione, questi rifiuti possono essere smaltiti come rifiuti convenzionali, secondo il decreto legislativo 22 del 1997.

Seconda categoria, o rifiuti a bassa e media radioattività: sono compresi in questa categoria i rifiuti la cui radioattività decade entro alcune centinaia di anni alla concentrazione totale dell’ordine di alcune centinaia di Bq/g. Per concentrazione totale si intende la somma delle concentrazioni di radioattività dovute a tutti gli elementi radioattivi presenti nel rifiuto.

Terza categoria, o rifiuti ad alta attività e/o lunga vita media: tutti i rifiuti non ricompresi nelle prime due categorie. I tempi per i quali la radioattività permane a livelli radiologicamente significativi sono dell’ordine sino alle centinaia di migliaia di anni. In tale categoria ricade il combustibile nucleare irraggiato (o esaurito), cioè il combustibile già impiegato nelle centrali nucleari, i rifiuti ad alta attività vetrificati provenienti dalle operazioni di riprocessamento del combustibile ed i rifiuti che contengono elementi radioattivi a vita lunga e lunghissima in concentrazioni superiori a quelle ammesse per la II categoria.» – Dati estratti dalla relazione finale della “Commissione Parlamentare di Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti e sulle Attività illecite ad esso connesse” dal titolo: “Documento su una strategia d’intervento per la disattivazione degli impianti nucleari e per la sistemazione dei rifiuti radioattivi di media e bassa radioattività, inclusi quelli derivanti dallo smantellamento degli impianti nucleari (approvato il 29 aprile 1999)

[18] Il quantitativo totale dei rifiuti radioattivi italiani, inclusi quelli derivanti dal completo smantellamento di tutte le installazioni nucleari dimesse, è stimato attualmente, in forma condizionata, in circa 120-150.000 m3. La maggior parte di essi (circa il 98% in termini volumetrici) è costituita da quelli di bassa attività, o a vita breve (II categoria). – Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare trasmesso dal Ministro dell’industria del commercio e dell’artigianato al Parlamento, 21 dicembre 1999

[19] «Una quota dell’ordine dei 300-400 metri cubi per anno di rifiuti a media e bassa radioattività è invece generata dalle diverse attività industriali, dalla ricerca scientifica e dal settore medico-sanitario, diagnostico e terapeutico. Tali rifiuti devono, in parte, essere raccolti e custoditi perché contengono, oltre a elementi a vita media breve, anche elementi radioattivi a vita medio-lunga (II e III categoria) » – Dati estratti dalla relazione finale della “Commissione Parlamentare di Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti e sulle Attività illecite ad esso connesse” dal titolo: “Documento su una strategia d’intervento per la disattivazione degli impianti nucleari e per la sistemazione dei rifiuti radioattivi di media e bassa radioattività, inclusi quelli derivanti dallo smantellamento degli impianti nucleari (approvato il 29 aprile 1999)

[20] ANPA (Agenzia Nazionale di Protezione Ambientale) poi diventata APAT (Agenzia di Protezione Ambientale e Tecnica) e dal 25 giugno 2008 ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

[21] Conferenza ANPA, « Disattivazione degli impianti e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi », Roma, 25 novembre 1997.

[22] « In Germania, attualmente sono in disattivazione 16 reattori (4000 MWe), e 1 reattore (1300 MWe) è in arresto in attesa di decisioni. Particolare attenzione merita il caso delle 5 centrali di tipo WWER di Greifswald (ex DDR). Si tratta di 5 unità da 440 Mwe ciascuna, entrate progressivamente in produzione nell’ex DDR dal 1974 (la prima) al 1989 (l’ultima). Nel 1990, a seguito dell’unificazione tedesca, e a valle di un’analisi comparativa tra le opzioni: adeguamento agli standard occidentali – chiusura definitiva, venne scelta quest’ultima. Dal 1991, è iniziato il programma di smantellamento, che, in base all’opzione scelta (disattivazione immediata), dovrà riportare al rilascio incondizionato del sito di Greifswald nel termine complessivo di 15 anni. È questo, attualmente, il più rilevante progetto di “decommissioning” in atto su scala mondiale » – Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare trasmesso dal Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato al Parlamento in data 21 dicembre 1999.

[23] Commissione Grandi Rischi, Risoluzione del Gruppo di Lavoro « Destinazione Rifiuti Radioattivi », 22 febbraio 1999.

[24] Deposito Nazionale per rifiuti radioattivi, «Situazione e stato delle azioni al Giugno 2000», Roma, Ottobre 2000.

[25] Delibera n. 778, Conf. Stato-Regioni del 4 novembre 1999.

[26] DDL n. 4854 del 6 maggio1998 modificato nel maggio 1999

[27] MINISTERO DELL’INDUSTRIA, DEL COMMERCIO E DELL’ARTIGIANATO, DECRETO MINISTERIALE del 26 gennaio 2000, Individuazione degli oneri generali afferenti al sistema elettrico «Considerata l’opportunità di definire misure di sostegno finanziario per la copertura dei cosiddetti costi non recuperabili, peraltro applicabili solo dopo positiva analisi di conformità nell’ambito delle disposizioni del Trattato Istitutivo delle Comunità europee in materia di aiuti di Stato […]. Ai fini del presente decreto, costituiscono oneri generali afferenti al sistema elettrico […] i costi connessi allo smantellamento delle centrali elettronucleari dismesse, alla chiusura del ciclo del combustibile nucleare e alle attività connesse e conseguenti».

[28] AEEG, Delibera ARG/ elt 55/08, Determinazione a consuntivo, per l’anno 2007, degli oneri conseguenti allo smantellamento delle centrali elettronucleari dismesse, alla chiusura del ciclo del combustibile e alle attività connesse e conseguenti – “[…] di riconoscere a consuntivo per l’anno 2007 i costi sostenuti da Sogin per le attività di smantellamento delle centrali elettronucleari dimesse, di chiusura del ciclo del combustibile e attività connesse e conseguenti in misura pari a 178,2 milioni di euro, al netto delle imposte”.

D. Rovai, Ritardi e ordinanze rimaste inapplicate. L’eredità del Generale Jean, La Gazzetta di Saluggia,1 marzo 2008 – www.lagazzetta.info

[29] Ibdem

[30] Commissione Parlamentare di Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti e sulle Attività illecite ad esso connesse – audizione del presidente e dell’amministratore delegato della società Gestione Impianti Nucleari spa (SOGIN) del15 maggio 2007: «Finora è stato speso più del 18 per cento di tali risorse, che corrispondono però ad attività fisiche pari al 9% ».

[31] DECRETO LEGISLATIVO 16 marzo 1999, n. 79 dal titolo: Attuazione della direttiva 96/92/CE recante norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica.

[32] ibdem

[33] Corte dei Conti, RELAZIONE sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria della Società gestione impianti nucleari per azioni (SO.G.I.N. S.p.A.), per l’esercizio 2006.

[34] Ibdem

[35] Commento rilasciato dal dottor Pippo Ranci, direttore della AEEG dal 1995 al 2003, intervistato il 9 novembre 2006 dall’autore.

[36] Comunicato Enel del 17 febbraio 2005: « Il ministro slovacco dell’Economia Pavol Rusko e l’amministratore delegato di Enel Paolo Scaroni hanno firmato oggi il contratto per l’acquisto da parte di Enel, per 840 milioni di euro, del 66% della società elettrica Slovenské Elektràrne (SE), il maggior produttore di energia elettrica della Slovacchia e il secondo dell’Europa Centro-orientale. Alla cerimonia hanno partecipato il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri italiano Gianfranco Fini e il presidente di Enel Piero Gnudi nonché autorità nazionali e locali slovacche ».

[37] Comunicato stampa Enel del 30 novembre 2007: « Nizza, 30 novembre 2007 – In occasione del summit Italia-Francia, alla presenza del presidente francese Nicolas Sarkozy e del primo ministro italiano Romano Prodi, Pierre Gadonneix, presidente e direttore generale di Edf e Fulvio Conti, amministratore delegato e direttore generale di Enel, hanno firmato oggi un accordo di collaborazione. Il Gruppo italiano parteciperà con una quota del 12,5% al primo impianto nucleare di nuova generazione EPR, con una opzione per i successivi cinque, acquisendo un prezioso know how e l’accesso alla capacità nucleare francese per quantità crescenti da 600 MW nel 2008 fino a 1.200 MW nel 2012 »

[38] Interrogazione di Aleandro Longhi (DS), Legislatura 14, Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-10246, pubblicato il 1 marzo 2006, Seduta n. 963 del Senato della Repubblica.

[39] D. Rovai, Gli emolumenti del presidente Cumo e dell’ad-dg Romano. Quanto costano i nuovi vertici della società (e cosa ne pensa la Corte dei Conti), La Gazzetta di Saluggia,15 maggio 2008, www.lagazzetta.info

[40] AEEG, Delibera n. 71/02 del 23 aprile 2002, « in data 29 ottobre 1999, l’Enel S.p.a. ha conferito alla SOGIN […] un capitale pari a lire 1538 miliardi, di cui lire 896,4 miliardi come credito nei confronti della Cassa conguaglio per il settore elettrico da estinguere attraverso il gettito della componente A2 della tariffa elettrica e la parte restante come liquidità ».

[41] AEEG, Delibera n. 103/06, « Gli importi da riconoscere a consuntivo, per l’anno 2005, dei costi sostenuti dalla Sogin […] sono determinati, per quanto esposto in motivazione, in misura pari a 124.187.941,00 ».

AEEG, Delibera n. 174/06, « di rideterminare gli oneri nucleari, per l’anno 2006, in misura pari a 145,3 milioni di euro ».

AEEG, Delibera ARG/elt 55/08, « di riconoscere a consuntivo per l’anno 2007 i costi sostenuti da Sogin per le attività di smantellamento delle centrali elettronucleari dimesse, di chiusura del ciclo del combustibile e attività connesse e conseguenti in misura pari a 178,2 milioni di euro, al netto delle imposte».

[42] AEEG, Delibera 71/02 del 23 aprile 2002.

[43] AEEG, Delibera n. 238/07.

[44] AEEG, Delibera 71/02 del 23 aprile 2002.

[45] Ibid

[46] « Linee Guida di Piano Industriale e del Nuovo Modello Organizzativo GRUPPO SOGIN », Presentazione alle O.O.S.S, 3 Agosto 2007.

[47] AEEG, Deliberazione ARG/elt 38/08 del 28 marzo 2008, « con deliberazione n. 353/07 l’Autorità ha dato disposizioni alla Cassa per l’erogazione di 100 milioni di euro alla Sogin, da effettuarsi entro il 15 gennaio 2008, a valere sul Conto per il finanziamento delle attività nucleari residue […] dare mandato alla Cassa di provvedere, entro il 31 maggio 2008, all’erogazione alla Sogin, in acconto e salvo conguaglio, di 150 milioni di euro a valere sul Conto per il finanziamento delle attività nucleari residue »

[48] AEEG, Deliberazione ARG/elt 138/08 del 29 settembre 2008, « con deliberazione ARG/elt 86/08, l’Autorità ha dato disposizioni alla Cassa per l’erogazione di 150 milioni di euro alla Sogin, da effettuarsi entro il 31 luglio 2008, a valere sul Conto per il finanziamento delle attività nucleari residue […] dare mandato alla Cassa di provvedere, entro il 31 ottobre 2008, all’erogazione alla Sogin di 50 milioni di euro, a titolo di acconto, a valere sul Conto per il finanziamento delle attività nucleari residue ».

[49] MINISTERO DELL’INDUSTRIA, DEL COMMERCIO E DELL’ARTIGIANATO, DM del 7 maggio 2001, «Indirizzi strategici ed operativi alla Sogin – Società gestione impianti nucleari S.p.a., ai sensi dell’art. 14, comma 4 del decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, di liberalizzazione del mercato elettrico ».

[50] AEEG, Delibera del 71/02 del 15 aprile 2002.

[51] Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare trasmesso dal Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato al Parlamento in data 21 dicembre 1999.

[52] AEEG, Delibera n. 66/05 dell’8 luglio 2005, « il programma pluriennale 27 dicembre 2004 espone un allungamento del periodo di completamento delle attività dal 2020 al 2024 e un incremento dei costi a vita intera per 409 milioni di euro ».

[53] Commento rilasciato dal dottor Pippo Ranci, direttore della AEEG dal 1995 al 2003, intervistato il 9 novembre 2006 dall’autore.

[54] Sotto la direzione del generale Carlo Jean, vengono individuate due regioni come sedi dei siti per la costruzione del Deposito Nazionale per le scorie radioattive: la Sardegna e, in seguito, la Basilicata, come ricorda lo stesso generale in un intervista rilasciata il 6 dicembre 2003 al giornalista Franco Foresta Martin del « Corriere della Sera »

[55] Corte dei Conti, Relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione della SOGIN S.p.A. per gli esercizi 2000-2002 con prime considerazioni sul budget 2003, « Il Consiglio di amministrazione della società è stato di recente rinnovato. Sino al settembre 2002 è rimasta la composizione deliberata dall’Assemblea il 14 gennaio 2000 con il numero di 4 consiglieri oltre il presidente, i quali il 9 settembre 2003 hanno rinunciato alla carica, prima della scadenza triennale. Da dire che, sino ad allora, la disciplina statutaria prevedeva un numero di componenti non superiore a 7 e non inferiore a 3, sennonché, l’unico azionista, nel corso dell’Assemblea straordinaria del 21 novembre 2002, ha disposto la modifica della norma statutaria recata all’art. 17, relativa al numero dei consiglieri di amministrazione, elevandone a nove il limite massimo. Dopo di che, in Assemblea ordinaria, ha proceduto alla nomina dei componenti il Consiglio di amministrazione in numero di sette anziché di cinque. Dal verbale notarile [rep. 34850] risulta che, a seguito di richiesta del delegato della Corte dei Conti sulle ragioni del disposto aumento consiliare, l’azionista ha genericamente motivato riferendo l’esigenza di determinare una maggiore flessibilità della composizione del Consiglio. Il Consiglio di amministrazione ha affidato l’incarico di amministratore delegato a uno dei componenti il Consiglio ».

[56] ANPA (Agenzia Nazionale di Protezione Ambientale) poi diventata APAT (Agenzia di Protezione Ambientale e Tecnica) e dal 25 giugno 2008 ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).

[57] Senato della Repubblica, XIV Legislatura, SODANO Tommaso, Interrogazione Al Ministro dell’ambiente e per la tutela del territorio, « Il signor Paolo Togni, attuale Capo di Gabinetto del Ministero dell’ambiente, all’epoca della gara per la realizzazione di impianti di CdR (combustibili derivati da ri- fiuti) e di termovalorizzazione, a quanto risulta all’interrogante, fece parte della commissione aggiudicatrice della gara; secondo quanto riportato dal quotidiano “L’Unità” del 5 giugno 2003:

a) egli risulta essere anche vicepresidente della Sogin (società di gestione degli impianti nucleari), la società a capitale pubblico controllata dal Ministero dell’economia, e presieduta dal Gen. Carlo Jean e che tratta lo smaltimento dei rifiuti nucleari prodotti in tutta Italia;

b) la Sogin è sottoposta al controllo dell’APAT (Agenzia di protezione dell’ambiente), che fa capo al Ministro dell’ambiente, di cui Togni risulta essere Capo di Gabinetto;

c) il signor Paolo Togni, poco prima della nomina ministeriale, risultava essere presidente della Waste Management (filiale italiana), uno dei tre colossi mondiali del settore dello smaltimento dei rifiuti e della produzione di energia; in passato la Waste Management è stata coinvolta in inchieste giudiziarie ed amministrative, nonché interessata da varie interrogazioni parlamentari;

d) la Waste Management, in passato, è stata messa sotto controllo dalla Security and Exchange Commission (l’ente di controllo della borsa USA) con il sospetto di aver falsificato i bilanci;

e) la Waste Management sarebbe stata interessata lo scorso anno all’acquisto della società Daneco, con interessi diretti sull’isola d’Elba per la proprietà di un impianto di smaltimento, e il Ministero dell’ambiente ha più volte convocato i Sindaci dell’isola per proporre loro di acquistare l’impianto di smaltimento di rifiuti e di affidarne per 30 anni la gestione alla Waste Management;

f) il signor Paolo Togni, in qualità di Capo di Gabinetto del Ministro dell’ambiente, appena assunse la sua carica ordinò il cambio di 23 dei 40 membri della VIA, commissione di valutazione di impatto ambientale, sostituendo componenti di comprovata esperienza e prestigio;

g) il TAR nei giorni scorsi ha sentenziato che le sostituzioni erano illegittime ed ha intimato il reintegro dei 23 componenti della VIA;

h) il signor Paolo Togni scrive di suo pugno atti e provvedimenti di competenza delle Direzioni generali, emana direttive e circolari, come quella del marzo scorso con la quale ha stabilito che tutti i rapporti con gli enti territoriali debbano passare per il Gabinetto del Ministro;

i) il signor Paolo Togni avrebbe inoltre redatto un decreto ministeriale nel quale si prevedeva “un affievolimento, anziché un irrigidimento, delle sanzioni per i soggetti che inquinano”; la Corte dei Conti, con una sentenza del marzo dello scorso anno, lo annullò;

l) il Ragioniere dello Stato si sarebbe interessato alle attività del signor Paolo Togni per la mancata attuazione del decreto del Presidente della Repubblica n. 178 del 2001, sulla nomina dei dirigenti; m) il signor Paolo Togni, in qualità di Capo di Gabinetto del Ministro dell’ambiente, avrebbe disposto il blocco di tutte le attività dei direttori generali, con la motivazione che la legge delega sull’ambiente (che deve essere licenziata dal Parlamento) cambierebbe tutte le competenze a loro attribuite ».

[58] Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare trasmesso dal Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato al Parlamento in data 21 dicembre 1999, p. 11.

[59] Il nucleare in Italia, Roberto Mezzanotte, seminario alla UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DELL’INSUBRIA Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, Como, 2 Aprile 2008, « In Italia l’impiego di sorgenti di radiazioni si può riassumere in 28 impianti per attività mediche; 19 impianti per la ricerca; 19 impianti per uso industriale e 5 impianti di irraggiamento. I trasporti radioattivi annui sono circa 100.000 pari a 240.000 colli per 161 vettori autorirzzati ».

[60] Commissione Bicamerale permanente sul Ciclo dei Rifiuti, XIV Legislatura, 26 febbraio 2003, Audizione dei dirigenti Sogin.

[61] Legge 31 dicembre 1962 n. 1860 e decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230, come modificato dal decreto legislativo 26 maggio 2000, n. 241.

[62] Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 5 agosto 1997 n. 517.

[63] Corte dei Conti, Relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione della SOGIN S.p.A. per gli esercizi 2000-2002 con prime considerazioni sul budget 2003

[64] Ordinanza del Commissario Delegato del 21 marzo 2003, Criteri di protezione fisica delle centrali e degli impianti nucleari

[65] vedi nota 60

[66] Provvedimento C5970 – MARCONI SELENIA COMMUNICATIONS/ELECTRON ITALIA – Provvedimento n. 12289 – redatto dall’Autorità garante la Concorrenza del Mercato. (http://www.agcm.it/agcm_ita/DSAP/DSAP_287.NSF/0/5d851df412f20e3ec1256d9400523bba?OpenDocument&ExpandSection=-3).

[67] Dati ricavati dalla Visura Storica della ditta ELECTRON ITALIA richiesta alla Camera di Commercio di Prato.

[68] Vedi nota 66

[69] http://www.liberalfondazione.it/chisiamo100.html

[70] Legislatura 14 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-10238 – Atto n. 4-10238 – Pubblicato il 28 febbraio 2006 Seduta n. 962. (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=00179833&parse=no&stampa=si).

[71] AEEG – Delibera 66/05 del 15 aprile 2005

[72] Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare trasmesso dal Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato trasmesso al Parlamento in data 21 dicembre 1999.

[73] Descrizione sintetica della procedura per la selezione di siti idonei al deposito definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività (seconda categoria G.T. n. 26), Gruppo di lavoro sul deposito nazionale Ordinanza Commissariale n. 1/2003 del 21 marzo 2003, 18 giugno 2003.

[74] Mauro Pili (Carbonia, 16 ottobre 1966) è un politico italiano eletto alla Camera dei deputati nelle file del Popolo della Libertà. È stato presidente della Regione Sardegna tra il 1999 ed il 2003. Ha ricoperto per due legislature l’incarico di sindaco della città di Iglesias ed è stato giornalista di professione scrivendo per La Nuova Sardegna e collaborando con l’emittente regionale Sardegna Uno.

[75] Deposito Nazionale Centralizzato per i Rifiuti Radioattivi, Studio per la localizzazione di un sito Deposito, redatto da SOGIN S.p.A., Doc PDN RT 002, REV 00, Novembre 2003.

[76] M. Cumo e M. Frullini, Impianti e installazioni industriali ad alto rischio , Scuola di Specializzazione in Sicurezza e Protezione, Università degli Studi di Roma « La Sapienza», Facoltà di Ingegneria, 2002.

[77] L’impianto ITREC (Impianto TRattamento Elementi Combustibile), realizzato nel periodo 1965-1975, aveva come obiettivo la dimostrazione della fattibilità della chiusura del ciclo uranio-torio, con il riprocessamento del combustibile irraggiato e la rifabbricazione remotizzata del nuovo combustibile, utilizzando l’uranio (235+233) recuperato. La sezione di rifabbricazione remotizzata non è mai entrata in funzione, mentre l’impianto di riprocessamento ha svolto una sola campagna di prove, conclusasi nel 1978, su 20 elementi di combustibile irraggiato provenienti dal reattore di Elk River (USA). Da allora, l’impianto non ha più svolto attività di riprocessamento. Sull’impianto, oltre agli elementi di combustibile del reattore Elk River non riprocessati, sono presenti ancora allo stato liquido 2,7 m3 del prodotto finito delle operazioni di riprocessamento effettuate. Dati ricavati dal sito: http://www.zonanucleare.com/questione_scorie_italia/inventario_rifiuti_radioattivi/indice_deposito_itrec_trisaia.htm)

[78] VII Commissione Ambiente della Camera dei Deputati, Audizione Professor Carlo Rubbia, Commissario Straordinario dell’Enea in merito al decreto Legge 14/11/2003 n. 314 – Atti della relazione.

[79] « Décret no 2007-742 du 7 mai 2007 portant publication de l’accord entre le Gouvernement de la République française et le Gouvernement de la République italienne portant sur le traitement de 235 tonnes de combustibles nucléaires usés italiens, signé à Lucques le 24 novembre 2006 » pubblicato sul « JOURNAL OFFICIEL DE LA RÉPUBLIQUE FRANÇAISE » il 10 maggio 2007.

[80] Traduzione degli articoli 6, 7, 8, e 9 dell’accordo reperibili in originale nel « Décret no 2007-742 du 7 mai 2007 » pubblicato sul « JOURNAL OFFICIEL DE LA RÉPUBLIQUE FRANÇAISE » il 10 maggio 2007.

[81] Ibid

[82] VIII COMMISSIONE AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI – INDAGINE CONOSCITIVA – Seduta di giovedì 15 febbraio 2001 – Audizione dei rappresentanti della Società di gestione degli impianti nucleari (SOGIN).

[83] Sogin S.p.A. – STRATEGIA DEL COMBUSTIBILE – ALTERNATIVE PER LA SISTEMAZIONE DEL COMBUSTIBILE IRRAGGIATO: Elementi di sintesi: Agosto 2004.

[84] http://www.asn.fr/sections/rubriquesprincipales/actualites/notes-d-information/transport-combustibles-uses-italiens

[85] AEEG, Deliberazione ARG/elt 138/08 del 29 settembre 2008.

[86] Fin. 2005, art 1,comma 295

[87] Fin 2005, art. 1, comma 299

[88] Fin. 2005, art.1, comma 300

[89] Fin. 2005, art. 298

[90] DL 314 del 14 novembre 2003

[91] Legge 24 Dicembre 2003, n. 368, art. 4

[92] AEEG – «Segnalazione dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas al Parlamento e al governo riguardante l’attività di regolazione-controllo e le tariffe elettriche» – 2 dicembre 2004

[93] AEEG, Delibera 231/04 del 24 dicembre 2004

[94] Fin. 2006 – articolo 1, comma 493

[95] AEEG- segnalazione dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas al Parlamento e al governo sui commi 500 e 493 dell’articolo 1 dell’emendamento 1.2000 del governo concernente la “legge finanziaria” per il 2006 – 16 dicembre 2005

[96] Ibid

[97] AEEG – Atto n. 17/07 – Segnalazione al Parlamento – 19 aprile 2007

[98] Legislatura 14 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-10246 – Interrogazione del deputato dei DS Aleandro Longhi – Pubblicato il 1 marzo 2006 – Seduta n. 963.

[99] http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=14&id=00179890&parse=no&stampa=si.

[101] http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/08_Agosto/22/scorie.shtml.

[102] Atto Camera – Interrogazione a risposta scritta 4-00836 – presentata da ALEANDRO LONGHI – mercoledì 2 agosto 2006 nella seduta n. 036.

[103] http://legxv.camera.it/_dati/leg15/lavori/stenografici/sed098/bt01.htm

[104] http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_15/showXhtml.Asp?idAtto=2272&stile=6&highLight=1&paroleContenute=%27INTERROGAZIONE+A+RISPOSTA+SCRITTA%27

[105] http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_15/showXhtml.Asp?idAtto=2272&stile=6&highLight=1&paroleContenute=%27INTERROGAZIONE+A+RISPOSTA+SCRITTA%27

[106] Intervista ripresa dal sito: http://www.telefree.it/news.php?op=view&id=23542

[107] Comunicato Stampa Filcem-Cgil Nazionale – Roma, 28 dicembre 2005 – « LA RIPRESA DEI RAPPORTI SINDACALI CON SOGIN: INFORMATIVA FILCEM

[108] Comunicato Stampa Filcem-Cgil Nazionale – Roma 27 maggio 2005 – «CONTRATTAZIONE AZIENDALE SOGIN – FIRMATO L’ACCORDO PER IL PREMIO DI RISULTATO»

[109] Comunicato Stampa Filcem-Cgil Nazionale,20 giugno 2006, OGGETTO: SOGIN, « Premio di risultato 2005 cassa 2006 – Firmato l’accordo per soluzione ponte del premio di risultato cassa 2006»

[110] Un rapido calcolo: per un premio di 788 euro (è la media tra la somma più alta e quella più bassa) moltiplicato per 761 dipendenti (dato ufficiale Bilancio 2006) la spesa sarebbe di 599.668 euro.

[111] Corte dei Conti, Relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione della SOGIN S.p.A. per l’esercizio 2004.

[112] Solo moltiplicando per 3 la parte fissa del compenso come Dirigente (230.000 euro) si ottiene la cifra di 690.000 euro. A questa deve essere aggiunta la parte variabile (115.000 euro) che triplicata da 345.000 euro. Totale 1.035.000 euro ai quali aggiungere l’emolumento come AD anche questo moltiplicato per tre.

[113] Delibera n. 174/06 – pubblicata sul sito www.autorita.energia.it in data 3 agosto 2006 – GU n. 209 del 8-9-2006.

[114] Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007), art. 1 comma 166 – « Ai fini del contenimento della spesa pubblica, il numero dei membri dei consigli di amministrazione … della società [Sogin, n.d.r.] è ridotto a tre. I componenti dei suddetti consigli di amministrazione cessano dall’incarico alla data di entrata in vigore della presente legge ed i nuovi componenti sono nominati entro i successivi quarantacinque giorni. »

[115] D. Rovai, Gli emolumenti del presidente Cumo e dell’ad-dg Romano. Quanto costano i nuovi vertici della società (e cosa ne pensa la Corte dei Conti), La Gazzetta , 15 maggio 2008, www.lagazzetta.info

[116] D. Rovai, Costi dello smantellamento degli impianti nucleari. Sogin: La Corte dei Conti ha sbagliato a fare i conti. L’ad Massimo Romano è qui per servizio e prende meno che altrove, « La Gazzetta », 1 maggio 2008, www.lagazzetta.info

[117] Comunicato Stampa SOGIN del 28 maggio 2008 – SOGIN: APPROVATO IL BILANCIO 2007.

[118] AEEG, Deliberazione n. 71/02 del 23 aprile 2002: « Con la deliberazione n. 39/2000, l’Autorità ha fissato, a decorrere dal 1 marzo 2000, l’aliquota della componente A2 della tariffa elettrica, destinata al rimborso degli oneri relativi allo smantellamento delle centrali elettronucleari dismesse, alla chiusura del ciclo del combustibile nucleare e alle attività a queste connesse e conseguenti, in misura pari a 0,6 lire per kWh consumato dai clienti finali, e ha successivamente adeguato tale componente a 1 lire per kWh, ai sensi dell’art. 1, comma 2, del decreto 17 aprile 2001»

[119] AEEG, Deliberazione ARG/elt 138/08 del 29 settembre 2008: « Aggiornamento per il trimestre ottobre-dicembre 2008 delle componenti tariffarie destinate alla copertura degli oneri generali del sistema elettrico, di ulteriori componenti e disposizioni alla Cassa conguaglio per il settore elettrico»

[120] Commissario Delegato per la sicurezza dei materiali nucleari, Ordinanza del 13 dicembre 2005, GU n. 302 del 29 dicembre 2005.

[121] http://www.le1000gru.org/tatr/2007/tatr20070725.html

[122] D. Rovai, La solidificazione delle scorie liquide. Quale tipo di cemento? Sogin non lo sa ancora, La Gazzetta, 1 settembre 2008, www.lagazzetta.info

[123] http://cns.miis.edu/research/globpart/funding.htm.

[124] Legge 23 agosto 2004, n. 239, Riordino del settore energetico, nonché delega al Governo per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di energia, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 215 del 13 settembre 2004.

[125] Commissione Bicamerale sul Ciclo dei Rifiuti, 2 dicembre 2003, audizione del ministro Matteoli su Scanzano, stralcio (parla Matteoli): « Senatrice De Petris, come mi sono sforzato di spiegare molte volte, se non avessimo adottato il decreto-legge non avremmo potuto effettuare la validazione, la valutazione di impatto ambientale e, da ultimo, l’APAT non avrebbe potuto dare il benestare definitivo in quanto non avremmo avuto lo strumento indispensabile. Come avremmo potuto, senza il decreto-legge, effettuare la valutazione di impatto ambientale? Come avremmo potuto dare la validazione senza individuare prima un sito? Come avremmo potuto chiamare l’APAT a dire come ultima ratio la sua? Il decreto-legge nasce da questa motivazione, tanto è vero che esso poteva non contenere l’individuazione del sito; decidemmo poi di prevederlo per agevolare le procedure. Se la valutazione di impatto ambientale fosse stata negativa, sarebbe stato necessario trovare un altro sito ».

[126] http://www.senato.it/dsulivo/domande/dom060315.htm.

[127] S. Rizzo, G.A. Stella, Scorie e sommergibili: il pasticcio italo-russo. Per un accordo (improbabile) sul nucleare un gran galà e 360 milioni di finanziamenti, Corriere della Sera, 22 agosto 2005.

[128] STRATEGIA DEL COMBUSTIBILE – ALTERNATIVE PER LA SISTEMAZIONE DEL COMBUSTIBILE IRRAGGIATO: Elementi di sintesi – Agosto 2004: « Le ipotesi di riprocessamento in Francia o in UK implicherebbero un ritardo nei programmi, più contenuto nell’ipotesi COGEMA (4-18 mesi), più sensibile nel caso BNFL (21-39 mesi) che sconta il ritardo relativo all’attesa dell’esito della Public Inquiry. La strategia di invio in Russia non permette di definire i tempi in modo affidabile […] Per quanto riguarda il riprocessamento, la soluzione francese e quella inglese comporterebbero un maggior costo totale rispetto a quella di riferimento di circa 110-120 M, con costi globali sostanzialmente allineati, anche se la soluzione francese appare essere la più economica e comportare minori esborsi nel breve termine. Il riprocessamento in Russia appare invece assai più oneroso […] L’avvio della reale esecuzione dei servizi offerti [dalla Russia – n.d.s.] si pone, tuttavia, in un futuro di medio periodo di 4-8 anni a causa di importanti incertezze autorizzative (accordi intergovernativi tra Federazione Russa e USA, tra Fed. Russa e Unione Europea, tra Fed. Russa e Governo italiano) e difficoltà dovute al trasporto ».

[130] “…approvazione definitiva del provvedimento in senato entro Natale,posa della prima pietra entro la legislatura, operatività del primo gruppo di impianti entro il 2018” – stralcio da articolo del Sole 24 Ore del 6 novembre 2008 a firma di Federico Rendina che riporta tra virgolette le parole del ministro Scaiola

[131] stralcio tratto dall’articolo di Federico Rendina pubblicato su Il Sole 24 Ore di giovedi 6 novembre 2008

[132] Ibid

[133]Grazie all’iniziativa del PD il 1441 ter è stato modificato nelle parti fondamentali. Il nostro intervento è risultato essenziale per l’istituzione dell’agenzia, originariamente non prevista dal governo.” – stralcio dall’articolo di Federico Rendina del 5 novembre pubblicato su Il Sole 24 Ore.

[134] Dichiarazione al voto sull’Agenzia – Discussione parlamentare del 4 novembre 2003 alla Camera – stralci dai resoconti stenografici

[135] Ibid

 

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