Epidemia di tumori nel meridione: Appendice A | ‘Ndrangheta: l’altra faccia della luna

2 Gennaio 2011 0 Di ken sharo

Epidemia di tumori nel meridione: Appendice A | ‘Ndrangheta: l’altra faccia della luna.

da: http://atavicarabbiabruzia.splinder.com/post/23822807/epidemia-di-tumori-nel-meridione-appendice-a

Grazie alla cocaina, ci sono famiglie calabresi e colombiane
dove ormai i soldi non si contano più: si pesano.
Intanto, i calabresi “normali” sono ancora costretti ad emigrare
e la questione meridionale è sempre attuale
con l’assenza dello Stato e lo strapotere leghista.

La ‘ndrangheta
«È invisibile, come l’altra faccia della luna»
(Julie Tingwall)

E gestisce rifiuti tossici e navi a perdere,
facendo ammalare i calabresi.

http://a.imageshack.us/img715/2035/ndranghetas.jpg

domenica, 02 gennaio 2011
Epidemia di tumori nel meridione: Appendice A

Proponiamo i seguenti articoli sulle navi dei veleni presi dall’archivio di repubblica.it:

A ROMA SI TRATTA IN SEGRETO PER I VELENI DELLA ‘KARIN’

Repubblica — 01 agosto 1988   pagina 2   sezione: POLITICA INTERNA

ROMA Tranquillizzare l’ irrequieta Ravenna, far procedere la Karin B. (e non D. come finora si era creduto) alla velocità di una canoa, cercare freneticamente un porto disponibile. Ma soprattutto mantenere il segreto sulle trattative perché c’ è un solo modo per sbloccare la situazione: raggiungere l’ accordo prima che i megafoni verdi diffondano l’ allarme. Sono queste le disposizioni con le quali il governo cerca di guadagnar tempo per risolvere in modo indolore la grana rifiuti. Ieri il ministero della Marina mercantile ha tenuto a far sapere che un sindaco non può vietare a una nave di attraccare perché a comandare all’ interno della zona portuale è la capitaneria di porto. Ma ha aggiunto che, in un caso del genere, il comandante del porto deve conoscere la destinazione finale dei rifiuti tossici in quanto responsabile della sicurezza dell’ area. Questa vicenda però, fin dal suo inizio a Porto Koko, in Nigeria, segue le leggi della politica più che quelle del diritto e la Protezione civile sta sondando gli umori dei candidati allo smaltimento per trovare un volontario. Ieri è stato comunicato che non si cerca un porto-canale, tipo Ravenna, ma un bacino di ancoraggio isolato, molto grande, con adeguate garanzie di sicurezza. Un porto militare o, più probabilmente, un porto privato, forse aziendale. Tra ripensamenti, incertezze, misteri, il responsabile della Protezione civile Vito Lattanzio si è così conquistato un record di proteste, interrogazioni parlamentari, accuse di manifesta irresponsabilità. Eppure sarebbe ingiusto liquidare il caso addossando tutte le responsabilità a una sola persona. Quello dei rifiuti tutto è tranne che un fulmine a ciel sereno. Sono passati due anni e mezzo da quando, con la scoperta di una serie di discariche abusive in mezzo alle colture intensive del Piemonte, scattò il primo allarme nazionale. Giuseppe Zamberletti, all’ epoca ministro della Protezione civile, disse che se non si fosse creata immediatamente una rete di impianti di smaltimento affidabili ci si sarebbe limitati a nascondere un po’ meglio la sporcizia sotto il tappeto. Qualche mese fa abbiamo scoperto che questo tappeto era più lontano di quanto si immaginava. Per aggirare le leggi, gli ecofurbi hanno dovuto solo fare un po’ di strada in più. E’ bastato arrivare in Libano, in Nigeria, in Venezuela per trovare cimiteri di scorie a prezzi stracciati. Ma è bastato anche che il fragile sistema di protezioni che garantiva il silenzio sull’ operazione franasse perché ci vedessimo rispedire al mittente, con gli interessi, una buona parte dei veleni mandati a girare il mondo. La Zanoobia e la Karen B. potrebbero essere solo l’ avanguardia di una flotta carica di rifiuti tossici diretta verso i nostri porti e se il piano d’ emergenza proposto nel giugno scorso dal ministro dell’ Ambiente Giorgio Ruffolo non verrà tradotto in pratica al più presto la situazione non potrà che aggravarsi. Per convincersene basta fare una semplice sottrazione. Ai cinque milioni di tonnellate di rifiuti tossici e nocivi prodotti ogni anno (ma c’ è chi calcola che la cifra va raddoppiata) vanno tolte le 300 mila tonnellate che vengono smaltite in impianti adeguati. La differenza è quello che finisce illegalmente in Italia o all’ estero. E che il problema non sia senza soluzione lo dimostra quanto avviene in Svezia, Germania, Danimarca, Olanda. In questi Paesi il rifiuto viene già trattato come una delle merci che fanno parte della catena della lavorazione industriale. Materiali che, quando è possibile, sono riciclati e riutilizzati arrivando in alcuni casi a far diminuire gli scarti del 30 per cento. E quando non è possibile vengono smaltiti in discariche ben collaudate o inceneriti in impianti che non si trasformino in fabbriche di diossina. Per adeguare l’ Italia a questi standard, e per bonificare i cimiteri di veleni sparsi un po’ in tutte le regioni, il ministero dell’ Ambiente ha chiesto seimila miliardi. Se continueranno a rimandarci i rifiuti disseminati nel Terzo mondo finiremo per spendere a vuoto una buona parte di questa somma. – di ANTONIO CIANCIULLO

ALTRE NAVI AL VELENO SONO PRONTE A SALPARE MA NESSUNO LE VUOLE

Repubblica — 14 agosto 1988   pagina 6

RAVENNA Vito Lattanzio è in riunione continua. Ieri, con uno stuolo di tecnici di vari ministeri. Di nuovo oggi e forse domani. Sicuramente dopodomani, martedì, in un vertice con i colleghi ministri che invece, in questi giorni roventi di Ferragosto, sono spariti. Lattanzio deve trovare un porto lontano dalle tempeste per quella Karin B. che, carica di scorie tossiche, sta navigando dalla Nigeria verso Ravenna, la città che è scesa in piazza per cacciarla via. Il ministro si sente solo. Non vuole fare dichiarazioni, parlerà solo quando avrà in mano un risultato di questo suo febbrile e solitario stakanovismo. Ma intanto, nelle stanze del ministero della Protezione Civile, l’ atmosfera pesante è una sensazione fin troppo trasparente. Il fatto che tutte le polemiche stiano cadendo addosso a Lattanzio, che gli altri ministri ne siano solo sfiorati, e soprattutto non si prendano nessuna responsabilità, fa montare l’ irritazione. Dalla riunione di ieri, comunque, non sono emersi risultati. Di certo, ora, ci sono un paio di posti dove la nave non andrà. A Genova, per esempio: nella mattinata di ieri Lattanzio ha indirizzato un telegramma all’ ammiraglio Giuseppe Francese, commissario ad acta per l’ operazione di smaltimento dei rifiuti della Zanoobia. Contenuto chiaro: nessuna altra nave arriverà a Genova. Ma neppure Karin B. andrà a La Spezia, come era apparso ieri su un quotidiano: il ministero lo ha smentito seccamente, troncando anche le ansie della città ligure, che aveva già chiesto al comune di Ravenna come il sindaco fosse giunto a vietare l’ attracco alla Karin B.. A proposito dell’ ordinanza, il sindaco romagnolo, Mauro Dragoni ha provveduto ieri mattina a ritoccarla: in una prima versione aveva designato la nave indesiderata come Karin D. e così, dopo aver appreso l’ esatto nome del cargo, l’ ha corretta. Cavilli, ma non si sa mai. Anche perché c’ è chi ha presentato un esposto contro la sua ordinanza: l’ avvocato Francesco Rizzuto di Genova – che già si occupò della vicenda Zanoobia – sostiene che il sindaco non può vietare l’ approdo ad una nave: questo potere ce l’ ha solo il comandante del porto. Intanto, a Ravenna, di guardia al numero del servizio informazioni è rimasto un assessore, il socialista Martini. La gente telefona per sentire se ci sono novità. Una cinquantina di chiamate al giorno. Ravenna ha già raccolto tremila firme sulla petizione da inviare a De Mita: le spedirà dopo Ferragosto, contando di arrivare almeno a cinquemila. Intanto, si ammucchiano dichiarazioni e prese di posizione. La Regione Emilia Romagna ha emesso un comunicato e indetto una riunione straordinaria della giunta, sui temi della nave e anche delle alghe in Adriatico, per martedì. Ormai è drammatica anche quest’ ultima emergenza. Se va avanti così e non viene una burrasca dicono i responsabili presto saremo costretti a vietare la balneazione. Il segretario di Dp Giovanni Russo Spena sostiene in una dichiarazione che il problema non è solo quello di trovare un approdo per la Karin, bensì quello di creare una rete di impianti di smaltimento affidabili e di seri controlli sulle aziende, se non ci si vuole limitare a nascondere la spazzatura in qualche angolo poco vistoso. Al ministro dell’ Ambiente ha rivolto un’ interrogazione il parlamentare verde Michele Boato. Vi si accenna alla ipotesi che la Montedison abbia offerto la sua disponibilità ad accogliere le navi provenienti dalla Nigeria per distruggere i rifiuti tossici attraverso gli impianti di Marghera della stessa Montedison. Rifiutiamo questa logica afferma Boato dato che l’ area è già fortemente degradata dallo smaltimento dei propri. Portare altri rifiuti tossici a Marghera è criminale e impensabile. Nessuno vuole vederla, la nave avvelenata, e il ping pong rischia di diventare ancor più frenetico col passare dei giorni: un problema in più per il ministro Lattanzio, che dopo tutte le proteste alzate dai ravennati, farà una bella fatica a convincere qualunque altra città che prendersi in casa Karin B. è un rischio da niente. La nave intanto va. Oggi supera lo Stretto di Gibilterra ed entra nel Mediterraneo: ma è, secondo una conferma di ieri, ancora sola. I due carichi che dovranno seguirla sono ancora a Port Koko. E sono pronti a caricare un altro po’ di veleno: vernici esauste e solide, pesticidi fosforati in polvere, resine viniliche e acriliche, preparati liofilizzati per alimenti già scaduti, melme acide, fanghi, resine fenoliche semifluide, terreno organico clorante, rottami di trasformatori con piccole parti del micidiale PCB. – dal nostro inviato WALTER FUOCHI

‘PORTATE VIA LA NAVE DEI VELENI’

Repubblica — 31 agosto 1988   pagina 9   sezione: L’ EMERGENZA RIFIUTI

ROMA Giorno dopo giorno la vicenda Karin B. somiglia sempre di più al caso Zanoobia: nessuno è disposto a lasciarla attraccare. Ieri è stato il turno di Londra a declinare l’ offerta di smaltimento dei rifiuti tossici provenienti dalla Nigeria. Al termine di una riunione governativa, il viceministro dell’ Ambiente Virginia Bottomley ha comunicato ufficialmente che i bidoni provenienti da Port Koko non possono essere depositati legalmente sul suolo inglese perché nel Regno Unito vengono accettate soltanto scorie tossiche di cui si conosce esattamente la composizione chimica e non è questo il caso della Karin B.. La signora Bottomley ha aggiunto che si tratta di un problema essenzialmente italiano, precisando che, in base alla normativa internazionale, in mancanza di un soddisfacente accordo è il Paese d’ origine dei rifiuti che deve assumersi le sue responsabilità compresa un’ eventuale reimportazione della merce non gradita. A questo punto, dopo esserci costata un periodo di rottura delle relazioni diplomatiche con Lagos, la partita di veleni esportata illegalmente rischiava di causare momenti di tensione anche con Londra. E l’ ambasciatore italiano, Boris Biancheri, si è affrettato a precisare che quella della Karin B. è una vicenda che non riguarda direttamente né il governo italiano né quello inglese: Il problema deve essere risolto su una base tecnica e commerciale. Noi non abbiamo chiesto nulla e non intendiamo farlo. Il governo italiano entra in questa questione solo nel senso di aver raccomandato che le scorie trovino una collocazione sicura e secondo le leggi internazionali. In realtà Roma svolge un ruolo di protagonista e non di comparsa sulla scena di questa sconcertante vicenda. Mentre nel caso della Zanoobia ci si trovava di fronte a un cargo di incerta provenienza, di incerta nazionalità e di incerto carico, questa volta si tratta di una nave regolarmente affittata dal governo italiano a fine luglio. In più di un mese, insomma, non si è riusciti a trovare una soluzione e si è dovuti ricorrere al patetico accorgimento di rallentare sempre di più la marcia di avvicinamento della nave nella speranza di raggiungere un accordo che non si è ancora realizzato. Era proprio necessario arrivare all’ ultimo momento per scoprire che la destinazione Ravenna avrebbe causato una ribellione regionale e che a uno a uno gli altri candidati avrebbero rifiutato l’ offerta? Alla Protezione civile rispondono sostenendo che i tempi tecnici non hanno consentito un procedimento più veloce. L’ incarico al ministero arriva il 16 luglio, quando la Piave è ancora sequestrata nel porto di Lagos assieme a venti marinai colpevoli solo di trovarsi casualmente in città. Due giorni dopo in una riunione a Palazzo Chigi si stabilisce la strategia per uscire dall’ emergenza: la Farnesina avvia le trattative con i paesi interessati allo smaltimento e la Karin B., che aveva il vantaggio di navigare a poche centinaia di miglia dalla costa nigeriana, viene affittata per l’ operazione di trasporto affidata alla società Ambiente del gruppo Eni. Alla fine di luglio i bidoni vengono reimbarcati e la Piave finalmente liberata. Nella prima metà di agosto comincia la sollevazione di Ravenna. Nella seconda metà del mese sono gli altri porti europei a rifiutare l’ attracco. E ora la partita si fa più difficile per la Protezione civile che aveva puntato sulla Gran Bretagna, un paese in cui la legislazione sull’ importazione di rifiuti tossici è piuttosto permissiva e che in passato ha concesso con generosità il via libera ai bidoni provenienti da mezzo mondo. Forse a provocare l’ irrigidimento sono state le polemiche dei giorni scorsi sulla moria delle foche legata all’ inquinamento del Mare del Nord e allo scarso rigore delle norme inglesi. Fatto sta che ora non sarà facile trovare un porto disposto ad accogliere i bidoni provenienti dalla Nigeria. Una delle strade percorribili è comunque quella di ricorrere ai paesi che hanno sviluppato la più avanzata industria di smaltimento dei rifiuti tossici e nocivi. Paesi come l’ Olanda, la Danimarca, la Svezia e la Germania. Ma le notizie diffuse ieri dall’ associazione internazionale Amici della terra hanno gettato altro olio sul fuoco. Dalle analisi effettuate dai nostri tecnici a Port Koko, afferma Roberto Smeraldi, risulta che quei bidoni contengono Pcb e sono altamente infiammabili. Una combinazione pericolosa perché se il Pcb non viene bruciato ad altissime temperature produce diossina. Una soluzione va trovata comunque in tempi strettissimi perché alcuni dei fusti, fotografati ieri sul ponte della Karin B. al largo di Plymouth, erano già gravemente deteriorati al momento dell’ operazione di carico a Porto Koko. E anche perché tra poco al problema Karin B. si aggiungerà quello della Deep Sea Carrier, partita dalla Nigeria con altre 1.400 tonnellate di rifiuti provenienti dalla stessa discarica. Anche questa nave non è di facile localizzazione. Si sa che naviga verso nord, ma la società Ambiente tiene a sottolineare di aver ricevuto solo l’ incarico di occuparsi della fase di carico e scarico dei bidoni e che è il ministero della Protezione civile a conoscere la rotta. Il ministero della Protezione civile sostiene invece che a sapere dove si trova la nave è la società Ambiente o l’ armatore. Forse per avere notizie più precise bisognerà aspettare che sia risolto almeno il problema Karin B.. – di ANTONIO CIANCIULLO

LA NAVE DEI VELENI ADESSO FA ROTTA VERSO LA FRANCIA

Repubblica — 01 settembre 1988   pagina 8   sezione: L’ EMERGENZA RIFIUTI

ROMA La Karin B. ha ripreso ieri le sue ormai interminabili peregrinazioni. Ufficialmente la destinazione è sconosciuta. In realtà la nave tedesco occidentale, che ieri ha lasciato di buon’ ora il porto inglese di Plymouth dopo che il governo britannico ha vietato lo scarico del materiale inquinante, pare sia diretta in Francia. Nel porto di Le Havre non le sarà certo consentito di scaricare le sue 2.100 tonnellate di fusti contenenti materiali tossici. Tutt’ al più resterà in rada per qualche ora, in modo da poter fare rifornimento di carburante e di viveri. Le attuali scorte non le consentirebbero più di dieci giorni di navigazione. Questo particolare assume importanza se collegato con la probabile rotta dell’ altra nave che alcune settimane or sono ha caricato da Port Koko in Nigeria le altre 1.400 tonnellate di rifiuti che le autorità africane avevano intimato di riportare in Italia. La Deep Sea Carrier starebbe navigando verso nord al largo delle coste portoghesi. Si presume a questo punto che entrambe le navi potrebbero dirigersi verso una misteriosa località dell’ Atlantico. Ma siamo ancora nel campo delle supposizioni. Di certo vi è che la Karin B. ha dovuto precipitosamente allontanarsi dalle coste britanniche dopo che l’ altro ieri il sottosegretario britannico per l’ Ambiente, Virginia Bottomley, aveva avvertito l’ ambasciatore italiano a Londra Boris Biancheri che l’ importazione in Inghilterra del carico velenoso sarebbe stata illegale. Nel Regno Unito, aveva sottolineato la Bottomley, possono entrare solo rifiuti tossici di cui si conosce l’ esatta composizione chimica. Ma questo non era il caso della nave noleggiata dalla società Ambiente del gruppo Eni per conto del governo italiano. Dopo il no delle autorità inglesi, spagnole, tedesco occidentali e gallesi, ieri il capitano della Karin, Richard Hinterleitner, ha dunque dato l’ ordine di ritirare l’ ancora e di salpare. L’ ufficiale ha rifiutato di rivelare ai giornalisti la nuova destinazione. La nave ha fatto rotta verso est, nella Manica. Il comandante avrebbe addirittura osservato il completo silenzio radio: una nave di passaggio che ha cercato di mettersi in contatto non ha ricevuto risposta. Sono stati comunque gli attivisti amburghesi dell’ associazione Amici della terra a saperne di più, dando poi notizia in tutta Europa della destinazione francese e di quella portoghese. La stessa associazione ha poi confermato che una parte dei fusti della Karin B. contiene il micidiale Pcb nonché una vasta gamma di quei rifiuti organici che non sono certamente stoccabili a terra. Molte delle classificazioni contenute nelle etichettature non sarebbero chiare, spesso per carenze di traduzione o per la loro genericità. I dirigenti della sezione italiana chiedono al ministro della Protezione civile di confermare o smentire queste notizie. Abbiamo già chiesto di porre fine a questa sorta di accattonaggio internazionale e si decida di affrontare seriamente il problema di come e dove risolvere in Italia il problema di tutti i rifiuti tossici italiani. Ora, sostiene ancora Amici della terra, le ultime notizie confermano che la comedia continua. Anche per questo rinnoviamo al ministro della Protezione civile e al ministro dell’ Ambiente la nostra richiesta di incontro urgente. Com’ era prevedibile, infuriano intanto le polemiche in Inghilterra. Jack Cunningham, che viene definito ministro ombra per l’ Ambiente della opposizione laburista, chiama direttamente in causa il governo italiano. Dev’ essere nominata dalla Comunità europea una commissione d’ inchiesta sulla vicenda delle scorie tossiche della Karin B., che accerti in particolare qual è stato il ruolo del governo italiano. Sui carichi di questo tipo, ha proseguito Cunningham, ci dovrebbe essere un controllo della Cee che in questo caso sembra sia stato ignorato. Perché la nave è venuta in Gran Bretagna? Vi è il sospetto che sia stata invitata da qualcuno, forse segretamente o surrettiziamente, nella speranza che una volta arrivata sarebbe stato fatto un affare con lo smaltimento delle scorie. – di CARLO CHIANURA

LA ‘NAVE DEI VELENI’ TORNA IN ITALIA

Repubblica — 03 settembre 1988   pagina 5   sezione: L’ EMERGENZA RIFIUTI

ROMA Mai più rifiuti industriali fuori dai confini italiani nei paesi del Terzo mondo. Il governo appone il sigillo alla vicenda della nave dei veleni con la decisione di farla ritornare in Italia. E nello stesso tempo sanando un ritardo almeno trentennale decide che è venuto il momento di dotarsi di una politica per lo smaltimento delle scorie industriali. E’ stata una giornata importante per la lotta contro l’ inquinamento. Se ne sono accorti anche gli ambientalisti più intransigenti che riconoscono al provvedimento legislativo presentato dal ministro dell’ Ambiente Giorgio Ruffolo i caratteri della novità se non della svolta. Il Consiglio dei ministri aveva ieri da affrontare due diverse questioni. La prima consisteva nell’ emergenza assoluta posta dalla Karin B. questa lebbrosa dei mari che vagava oramai da trentadue giorni nei mari di mezzo mondo con il suo carico di rifiuti tossici che nessun paese era disposto ad accogliere. Il cargo, ieri rifiutato anche dalle autorità belghe, dovrà ritornare in Italia. E nel nostro paese dovranno essere escogitati modi e tempi per distruggere o rendere innocue le scorie che conterrebbero anche Pcb, il micidiale apirolio. Non possiamo far sopportare a paesi terzi le conseguenze dei nostri problemi, ha osservato Ruffolo riecheggiando prese di posizione e commenti che in questi ultimi giorni avevano caratterizzato la polemica. E d’ altra parte, ha proseguito il ministro dell’ Ambiente, il governo ha preso atto dell’ impossibilità di smaltire i rifiuti provenienti dalla Nigeria in impianti situati nei paesi esteri. Ed ecco allora la decisione di autorizzare questa anabasis, questo ritorno atteso ma non meno avventuroso, per organizzare il quale lavoreranno quattro ministri: Ambiente, Protezione civile, Marina mercantile, Difesa. Assieme cercheranno di individuare una soluzione italiana al problema, e organizzare le fasi di classificazione e coordinamento dei rifiuti. Fuori dal burocratese, questo significa due cose. La prima è che si tenterà di aggirare l’ ostacolo di sindaci o amministratori regionali che rifiutano le scorie. Protezione dalla burocrazia L’ altra supportata dalla presenza nel gruppo del ministro della Difesa è che le scorie della Karin B. troveranno asilo in un porto militare, irraggiungibile dai privati e protetto dalla sfera burocratica e decisionale degli amministratori locali. La qual cosa non eviterà naturalmente polemiche aspre e infinite. Lavorando per ipotesi, i quattro porti militari più importanti del paese sono Taranto, La Spezia, Augusta, la Maddalena. Ne esistono naturalmente altri: Venezia, Ancona, Brindisi, Messina, lo stesso porto di Napoli. Ma la dotazione e le attrezzature non sembrerebbero in grado di accogliere i fusti, anche se per il momento nulla può escludere che la rosa dei pretendenti si allarghi anche a queste strutture. La presenza del ministro della Difesa nel brain trust organizzato ieri dal Consiglio dei ministri consente di ipotizzare l’ esclusione di porti pur attrezzati, ma civili, come quelli di Ravenna e Livorno. Nella città labronica, è vero, l’ amministratore delegato della Monteco, gruppo Montedison, ha chiesto per conto della Protezione civile al sindaco il permesso di far attraccare la Karin B. Ricevendone un no deciso. A sua volta la Monteco avrebbe comunque incaricato di un eventuale ritorno a Livorno della nave la società Omniasped International. Ma a Livorno non è aria, e già si preannunciano manifestazioni di protesta e sit-in al porto. A Ravenna d’ altro canto la città s’ è già ampiamente pronunciata. E c’ è da giurare che lo stesso accadrebbe in altri porti civili. Ma in una struttura militare tutto ciò non potrebbe accadere. Questo non escluderebbe le proteste, che anzi già sono venute dal gruppo parlamentare Verde. Il ministro della Protezione civile Vito Lattanzio e lo stesso Ruffolo ieri sono stati espliciti. Che cosa potrebbe accadere in caso di nuovi rifiuti da parte di amministratori? Bisogna vedere se quell’ amministratore, quel sindaco, opera nell’ ambito dei suoi poteri, ha detto Ruffolo, a voler quasi sottintendere che nelle aree militari ci sarà poco da fare. E’ tempo di commenti sulla Karin B. e sull’ intera operazione Nigeria. Si poteva evitare questa lunga odissea? Nessun porto in Europa… L’ opinione pubblica nazionale, ha commentato Lattanzio, attendeva di capire se si poteva trovare in sede comunitaria un porto in grado di compiere l’ intera operazione di stoccaggio e smaltimento. Non è stato possibile. Di qui la decisione del Consiglio dei ministri. E’ la conclusione di una complessa vicenda i cui primi bagliori si intravvidero nel giugno scorso. Le autorità nigeriane, dopo avere scoperto a Port Koko una enorme discarica di rifiuti lì trasportati per conto di industrie italiane, richiamarono a Lagos l’ ambasciatore a Roma. Era l’ incidente diplomatico, cui seguì il 9 giugno la decisione di porre sotto sequestro la motonave italiana Piave, con 24 uomini di equipaggio. Il vostro cargo non partirà fino a quando non vi riporterete a casa i veleni di Port Koko, fu l’ ultimatum della Nigeria. Ma la Piave non era in grado di caricare e trasportare in Italia i fusti. Furono così avviate le trattative diplomatiche, che proseguirono inutilmente sino al 16 luglio, con i marinai della Piave tenuti in ostaggio dai militari nell’ infuocato clima nigeriano. A metà luglio, il presidente del Consiglio De Mita incaricò il ministro della Protezione civile di occuparsi della questione. Il 19 luglio Lattanzio firmò un’ ordinanza con cui si dava incarico al ministero degli Esteri di appaltare la rimozione dei bidoni. L’ incarico toccò alla Ambiente, società del gruppo Eni, che si rivolse a un armatore tedesco, proprietario della Karin B. e della Deep Sea Carrier. Il 30 luglio la Karin B. salpò alla volta dell’ Italia, con a bordo oltre 2.000 tonnellate di scorie. Sarà seguita dopo breve tempo dalla Deep Sea. Il resto è storia recente. Il 9 agosto, a due mesi esatti dall’ inizio della vicenda, si apre il fronte Ravenna. Gli amministratori della città romagnola fanno sapere al ministero della Protezione civile che non consentiranno l’ attracco della Karin B nel porto canale. Lattanzio cerca una soluzione estera, e per lunghi giorni del mercantile tedesco non si hanno notizie. Il cargo ricompare il 30 agosto al largo delle coste britanniche. Ma l’ Italia riesce a saperlo solo dagli ambientalisti inglesi. E’ un problema vostro, ripetono in sequenza spagnoli, inglesi, francesi, olandesi, belgi. Il problema nostro ora sta ritornando a casa. L’ odissea s’ è davvero conclusa? – di CARLO CHIANURA

LA KARIN B. ORA PUNTA SULL’ ITALIA

Repubblica — 07 settembre 1988   pagina 21   sezione: L’ EMERGENZA AMBIENTE

ROMA La Karin B. ha lasciato Le Havre e da ieri mattina sta facendo rotta sull’ Italia. Nel giro di una settimana, dunque, l’ odissea della nave dei veleni dovrebbe terminare. Il porto di destinazione è ancora avvolto dal massimo riserbo. Ma le poche indiscrezioni filtrate da Palazzo Chigi dove ieri si è svolto un vertice sul tema dei rifiuti escludono che si tratti di una darsena militare. Le oltre duemila tonnellate di rifiuti chimici stivati a bordo della nave sono una massa enorme. Stoccarli, classificarli e poi rinchiuderli in contenitori di cemento armato è un’ operazione che richiede imponenti misure di sicurezza e di igiene. Ma soprattutto di spazio. E il ministero della Difesa, uno dei quattro dicasteri coinvolti nella vicenda, ha già fatto sapere che non è in grado di ospitare il cargo tedesco. Per tutta la giornata sono circolate voci, illazioni e ipotesi. Ma anche il nome del porto di La Spezia è stato recisamente smentito dai portavoce della presidenza del Consiglio: Nella riunione non è stato deciso nulla sulla destinazione finale della Karin B.. Le due distinte riunioni una politica e una tecnica sono invece servite per mettere a punto il provvedimento del ministro dell’ Ambiente Ruffolo in materia di smaltimento dei rifiuti. Il primo vertice, presenti lo stesso Ruffolo e il collega dell’ Industria Battaglia, ha affrontato nel dettaglio la proposta tenendo conto dei rilievi e delle critiche dei giorni scorsi. Il secondo, allargato agli esperti e ai capi di gabinetto dei ministeri della Difesa e della Protezione civile, ha invece esaminato tecnicamente tutte le proposte suggerite. La discussione è stata lunga, ma alla fine si è trovata una soluzione. Oggi pomeriggio sarà esposta nel corso del consiglio dei ministri; poi verrà tradotta in un decreto-legge. Di che si tratta? Anche in questo caso tutta la materia è top secret. Troppo delicata, troppo esposta a proteste e polemiche. Giudizi positivi I giudizi e i commenti raccolti al termine dell’ incontro di Palazzo Chigi erano comunque improntati all’ ottimismo. Solo Ruffolo, con grande cautela, affermava: Il provvedimento ha subito qualche ritocco. Ma è rimasto sostanzialmente uguale. Battaglia si dichiarava molto soddisfatto, gli ambientalisti, per bocca di Mario Signorino, presidente degli Amici della Terra, esprimevano fiducia: C’ è un elemento positivo nel nuovo decreto, l’ estensione ai paesi dell’ Est europeo del divieto di esportazione di rifiuti. Con questa misura il provvedimento imprime un grande aiuto alle lotte dei movimenti ambientalisti che si stanno sviluppando in quei paesi. I Verdi, però, sono ancora scettici. Precisa Signorino: La proposta impone alle aziende di denunciare entro 45 giorni la quantità e il tipo di rifiuti tossici che producono. Ma non prevede sanzioni nei confronti dei trasgressori. Noi, come ambientalisti, proponiamo la chiusura degli stabilimenti per tutto il tempo che rimarranno fuorilegge. In questo modo si va a colpire nel vivo l’ azienda: la produzione bloccata finisce per essere un ottimo deterrente. Le indiscrezioni filtrate da Palazzo Chigi confermano comunque che il progetto Ruffolo prevede la creazione di una serie di piattaforme attrezzate per smaltire i rifiuti. Il vecchio provvedimento proponeva di realizzarne una per ogni regione. Ma l’ idea sta già creando malumori tra gli amministratori locali. Una volta approvato il decreto, si metterà in moto un meccanismo complesso e molto delicato. Scatteranno controlli e soprattutto tutte le procedure di stoccaggio, trasferimento e smaltimento saranno attentamente seguite per evitare fughe clandestine. I dati forniti dalla relazione introduttiva del ministro Ruffolo del resto sono allarmanti. Sui 16 milioni di tonnellate di scorie urbane prodotte ogni anno in Italia, solo 3 vengono smaltite in discariche controllate. Per quanto riguarda i rifiuti urbani, il discorso cambia radicalmente. Non esitono dati attendibili e le attrezzature per lo smaltimento sono carenti e in genere private. Stando ad una stima del ministero dell’ Ambiente del 1986 le discariche per scorie industriali non controllate sarebbero circa 5000. Senza considerare che nella maggior parte dei casi, i rifiuti tossici e altamente nocivi vengono sotterrati. Di fronte a questa vera e propria piaga che minaccia il nostro ambiente, oggi il governo prende un primo provvedimento. La soluzione individuata nel corso del vertice offre alle industrie produttrici una serie di alternative: provvedere direttamente allo smaltimento dei rifiuti, affidarsi al consorzio di ditte specializzate che verrà creato, esportare all’ estero i veleni ma seguendo rigorose prassi con autorizzazioni e preventivi accertamenti. La natura delle scorie Uno dei problemi riguarda infatti la natura delle scorie. Come nel caso della nave Karin B., spesso si ignora cosa contengano i fusti. Un’ incertezza che scatena dubbi, polemiche e provoca le comprensibili rivolte. La discussione principale nel corso del vertice, confermano i portavoce della presidenza del Conisglio, è stata dedicata alla definizione delle operazioni e al timing delle stesse. L’ anello debole di tutta questa storia, così come quella della Zanoobia, è proprio il mistero sulla natura di questo carico. Nessuno, ancora oggi, sa cosa trasporti la nave tedesca. E quindi, solo una volta saputo, si potrà decidere come rendere innocui i veleni. Il varo del provvedimento offrirà l’ opportunità per definire anche il settore dei rifiuti solidi urbani. La materia è regolata da una legge dello scorso anno, la 441. Ma è male applicata. Adesso si punta ad affidare anche le scorie delle città, in modo particolare i contenitori dei liquidi (alluminio e plastica), al futuro consorzio di discariche regionali. Nell’ attesa della Karin B. s’ infittiscono le proposte. Dopo la Crismani di Trieste, anche la società Casagrande di Pordenone ha inviato un telegramma alla presidenza del Consiglio offrendo la sua consulenza per lo stoccaggio dei fusti. La Casagrande aveva già operato, su richiesta delle autorità sovietiche, per isolare il nocciolo del reattore di Chernobyl. La tecnica suggerita sarebbe la stessa. I rifiuti tossici dovrebbero venire incapsulati in appositi contenitori di calcestruzzo centrifugato ad alta densità. Una volta sigillato il coperchio, secondo i tecnici della società pordenonese, le scorie sarebbero praticamente seppellite e rese innocue. Per il momento si tratta solo di offerte. Anche perché fioccano le prime proteste e reazioni. Il presidente della regione Friuli-Venezia-Giulia, Adriano Biasutti, è stato chiaro: Quella nave non la vogliamo. – di DANIELE MASTROGIACOMO

LIVORNO E RAVENNA SULLA ‘ROTTA DEI VELENI’
Repubblica — 08 settembre 1988   pagina 8   sezione: L’ EMERGENZA RIFIUTI
ROMA Mistero, dubbi, incertezze. Il segreto avvolge ancora il destino della nave dei veleni. Ma a pochi giorni dal suo ingresso nelle acque italiane si restringe la rosa dei porti dove probabilmente attraccherà. Nessuno ne parla, le dichiarazioni dei ministri interessati alla vicenda sono caute ed evasive. Ma un dato è certo: il governo ha già individuato le darsene che nelle fasi di crisi ospiteranno i carichi di scorie industriali. Per la Karin B., il cargo tedesco con oltre duemila tonnellate di rifiuti, si suggeriscono due porti: Ravenna o Livorno. La scelta si basa su criteri oggettivi: si tratta di bacini perfettamente attrezzati e quindi in grado di garantire quelle condizioni di igiene e di sicurezza essenziali per le operazioni di scarico e di smaltimento. A Ravenna, inoltre, è presente una società dell’ Eni specializzata nelle analisi, nello stoccaggio e nell’ incenerimento delle scorie. Così come a Livorno dove opera un’ industria della Montedison, la Monteco, una lunga esperienza nel campo alle spalle. Si tratta ovviamente di voci. Voci attendibili. Che però nessuno vuole confermare né smentire. Lo stesso ministro dell’ Ambiente Ruffolo, protagonista di questa battaglia contro lo scandaloso commercio dei rifiuti tossici, lasciando Palazzo Chigi ieri ha abilmente aggirato le domande dei cronisti. Il porto di destinazione della Karen B. non è stato ancora deciso. E’ prevista una riunione tecnica che affronterà nel dettaglio la questione. In quella sede si decideranno quali sono i siti, proposti dal ministro della Marina Mercantile, che rispondono alle esigenze di salvaguardia. La decisione finale sarà resa nota nei prossimi giorni. Le navi, comunque, potranno ottenere l’ autorizzazione solo ad entrare nei bacini. Ruffolo ha evitato di entrare nel dettaglio della delicata questione. Ha preferito esaltare il senso politico del nuovo provvedimento sul tema dei rifiuti: E’ un decreto-legge. Quindi ha valore immediato. L’ Italia volta pagina e raggiunge una posizione che la distingue da tutti gli altri paesi. Certo, ci vorranno anni; ma l’ importante è partire. I punti essenziali della nuova norma sono essenzialmente tre. Scatterà subito un censimento del fabbisogno per lo smaltimento dei rifiuti industriali. Un’ operazione che si baserà sulle denunce e le richieste di tutte le aziende con oltre cento dipendenti e attraverso le stime induttive del ministero dell’ Ambiente per le imprese minori. Contemporaneamente, le industrie decideranno quale alternativa adottare. Procederanno a smaltire con propri mezzi le scorie accumulate, illustreranno i progetti di appalto presso impianti esterni o chiederanno un’ autorizzazione ad esportarle all’ estero. Non ovunque, ovviamente. Solo nei paesi dell’ Ocse. Con rare eccezioni, ha precisato il ministro Ruffolo, e dietro il consenso del Cipe. Raccolto tutto il materiale e aggiornate le richieste, il ministero dell’ Ambiente preparerà nel giro di 4 mesi un piano quinquennale per lo smaltimento dei rifiuti. Una sorta di manuale sulle modalità e le procedure da adottare. La priorità andrà a quelli nocivi e tossici, che rappresentano vere e proprie mine vaganti. Il piano, ha aggiunto Ruffolo, terrà conto della possibilità di smaltimento delle società private. Ma punterà a realizzare degli impianti polifunzionali, delle piattaforme attrezzate, almeno uno per ogni regione. Le aree saranno delimitate dal progetto ma affidate in concessione, su controllo delle Regioni, ad aziende municipalizzatte o a consorzi d’ imprese. Il decreto legge ha risolto anche l’ aspetto economico di tutta la vicenda. Il finanziamento degli impianti sarà assicurato dai contributi forniti dalle aziende stesse. Le tariffe verranno stabilite nei prossimi mesi dal Cipi. Il discorso è invece più complesso, e ancora tutto da definire, per la Karin B. Le proposte per il piano di stoccaggio e di smaltimento dei fusti velenosi prevedono cifre che si aggirano tra i 20 e gli 80 miliardi. Tutto dipende dalla natura dei rifiuti stivati nella nave. Uno dei veri nodi che condiziona l’ esito di questa assurda odissea è proprio l’ incertezza sul carico. I tecnici che in queste settimane hanno approntato il progetto non sono in grado di prevedere quali operazioni saranno necessarie una volta arrivata la nave. Come prima cosa, spiegava ieri un rappresentante del ministero della Protezione Civile, bisognerà analizzare il contenuto dei fusti. E anche questo varia e condiziona le scelte. Un conto è trattare un determinato prodotto, un altro un rifiuto tossico e nocivo. Variano gli ampianti, le attrezzature. Successivamente, si potrà decidere come incenerire il materiale. Esistono macchinari sofisticatissimi che seguono con un computer le fasi di distruzione e che intervengono ogni volta che segnalano una variazione del prodotto. La sicurezza è quindi garantita. I resti delle scorie bruciate saranno poi inseriti in fusti di cemento armato centrifugato e seppelliti in zone protette e scelte dal piano. L’ odissea della Karin B. comunque non finirà nel porto prescelto. All’ orizzonte si profila un intervento della magistratura per le responsabilità penali della vicenda. Il ministro della protezione Civile Lattanzio lo ha chiaramente fatto capire. Il 20 luglio scorso annunciò in Parlamento di aver inviato su tutto il caso una memoria all’ Avvocatura dello Stato. E forse sulla nave dei veleni è già stata avviata un’ inchiesta. – di DANIELE MASTROGIACOMO

LEI DOVE MANDEREBBE QUESTI VELENI?

Repubblica — 22 settembre 1988   pagina 9   sezione: EMERGENZA AMBIENTE

ROMA Piuttosto informati, attenti, per niente disposti a soluzioni raffazzonate e poco propensi a farsi dominare dalle beghe tra campanili. Gli italiani, come appaiono dal sondaggio preparato per la Repubblica dalla Swg, non sembrano meritarsi la beffa delle navi dei veleni. Se quella dei rifiuti tossici e nocivi è una vicenda complessa, fatta di dispute sui sistemi tecnologici da adottare e sui meccanismi di incentivo per le industrie, su un punto non ci sono incertezze: gli scarti pericolosi devono essere smaltiti in modo sicuro dalle industrie che li hanno prodotti. Probabilmente non tutti gli intervistati sanno che è esattamente quello che prescrive la legge ma in questo caso tra legislatore e opinione pubblica c’ è un solido filo diretto. Le posizioni si fanno più articolate quando si comincia a parlare di differenziazione dei ruoli. Il chi fa cosa è il vero punto debole del sistema di smaltimento italiano. Stando alle norme approvate dal Parlamento il meccanismo dovrebbe funzionare come un orologio, ma l’ intreccio delle competenze e la sovrapposizione dei compiti provocano spesso complicazioni tali da bloccare ogni intervento. Questo spiega perché la domanda chi deve occuparsi della soluzione di questo problema? susciti il più articolato ventaglio di risposte. Quanto alle responsabilità, il giudizio degli italiani è molto severo. Chiamati a scegliere l’ ente o l’ organizzazione cui affidarsi per certificare l’ affidabilità di un inceneritore o di una discarica, pochissimi puntano le loro carte sull’ amministrazione pubblica. La maggior parte accetterebbe di convivere con un impianto di trattamento dei rifiuti solo se a fare da garanti fossero associazioni ambientaliste o tecnici non statali. Ma vediamo nel dettaglio i risultati dell’ inchiesta condotta su un campione formato da mille persone con più di 18 anni scelte in modo da risultare rappresentative dell’ intera popolazione. Per sondare il grado d’ informazione degli italiani si comincia con la domanda base: che fine fanno i rifiuti tossici e nocivi in Italia? La maggioranza (il 61,7 per cento) barra la casella discarica sul territorio nazionale: fiumi, mari, eccetera. Il 15,7 risponde che vengono spediti all’ estero, il 6,8 pensa che siano smaltiti in impianti speciali e il 15,8 confessa la propria ignoranza. Dunque dal primo quesito gli italiani escono bene, calcolando che secondo il ministero dell’ Ambiente i quattro quinti dei rifiuti industriali non trovano onesta sepoltura. Promossi anche alla seconda domanda (Ha sentito parlare della nave Karin B?), visto che l’ 82,6 per cento è al corrente della vicenda. Tra quelli che ignorano l’ esistenza di una nave che porta questo nome si registra una significativa presenza di giovani sotto i 25 anni (21,4 per cento), anziani oltre i 65 anni (24,8 per cento), donne (23,3 per cento), residenti nel Sud (23,5 per cento) e nelle isole (32,4 per cento) e persone con la sola licenza elementare (30,3 per cento). Le risposte corrette finiscono in minoranza al terzo quesito. Solo il 39 per cento sa che, almeno nella sua quasi totalità, il carico trasportato dalla Karin B esce dagli stabilimenti italiani: la presenza di una nave tedesca e il giro tortuoso compiuto dai bidoni della discordia che hanno attraversato in lungo e in largo mari e oceani hanno finito per far perdere l’ orientamento alla maggioranza delle persone intervistate. Anche in questo caso ed era scontato le fasce meno informate sono quelle che dispongono di minor reddito e di un più basso livello d’ istruzione. Dalla successiva domanda esce invece un po’ malconcia la qualità dell’ informazione. Quella della Karin B è una vicenda che ha un valore esemplare, che fornisce un allarmante spaccato su come non si governa un processo industriale, ma in termini quantitativi è solo una briciola del dramma rifiuti. Questo aspetto è stato evidentemente mal evidenziato o poco recepito: il 42, 5 per cento non ha idea di che percentuale il carico della Karin B costituisca sul totale dei rifiuti tossici e nocivi; il 4,2 per cento ritiene che sulla nave viaggi la quasi totalità degli scarti pericolosi prodotti in Italia; il 3,4 pensa che di tratti del 50-70 per cento; il 3,6 del 30-50 per cento, il 4,3 dell’ 11-30 per cento; il 12,9 del 5-10 per cento. Solo il 29,1 ritiene che sia una quota inferiore al 5 per cento. Meno di un terzo dunque sa che le 2.830 tonnellate trasportate dalla Karin B rappresentano una parte infinitesimale dei circa cinque milioni di tonnellate di rifiuti tossici e nocivi che, secondo le stime del ministero dell’ Ambiente, vengono prodotti in Italia. Poche o tante che siano, a queste scorie industriali va comunque trovata una collocazione. Dove devono andare i bidoni della Karin B? Quasi la metà degli intervistati (per l’ esattezza il 44,5 per cento) ritiene che sia un problema da girare alle fabbriche da cui provengono i rifiuti. Il 42,7 indica l’ Italia come il luogo deputato per lo smaltimento. Il 5,3 per cento propone di trovare un altro Stato disposto ad accogliere i bidoni. Solo il 2,5 per cento ammette di non avere soluzioni. La scorciatoia delle discariche pirata comprate per pochi dollari nei Paesi del Terzo Mondo ha quindi bruciato i consensi verso l’ esportazione di tutti i rifiuti pericolosi anche se, nei prossimi anni, cioè per il tempo necessario ad attrezzare una valida rete di smaltimento, i tecnici non escludono l’ ipotesi di limitati invii di questo particolare genere di merci in Paesi industrializzati ben attrezzati per lo smaltimento. La domanda più generale sul destino che dovranno avere i rifuti tossici e nocivi chiarisce comunque che due italiani su tre vogliono eliminare il problema alla radice: vanno inceneriti, depurati o distrutti là dove sono stati prodotti. Insomma lo scarto dei processi industriali non va considerato un problema da delegare o da accantonare. Come viene conteggiata e controllata la materia prima in ingresso, così devono essere recuperati o eliminati i sottoprodotti della lavorazione. Della questione si devono occupare il ministero dell’ Ambiente (indicato dal 35,7 per cento degli intervistati), chi ha prodotto le scorie (28,3 per cento), le aziende private specializzate (16 per cento). Un’ indicazione che rispecchia le decisioni governative di affidare a consorzi pubblici e privati la soluzione dell’ emergenza veleni. Per quanto riguarda i controlli, però, gli italiani mostrano di fidarsi poco delle strutture pubbliche. Solo il 9,6 per cento è disposto a vivere in una casa vicino a un inceneritore garantito dal ministero dell’ Ambiente e una percentuale analoga si fiderebbe dei tecnici statali. Di maggiori consensi godono l’ autorità municipale (14,1 per cento) e le associazioni ambientaliste (28,3 per cento). Evidentemente gli scandali legati agli impianti di trattamento dei rifiuti, i processi per le tangenti sui depuratori, le discariche costate centinaia di milioni e rivelatesi una semplice buca tra i campi hanno lasciato il segno, un clima di sospetto difficile da eliminare. Anche se di fatto si fida più del sindaco e dei verdi che dei ministeri, la maggioranza degli intervistati non è però disposta a delegare a singoli raggruppamenti localistici la soluzione di un problema che deve avere un momento di coordinamento. Il 34,6 per cento solidarizza con le proteste scattate nei porti chiamati ad ospitare i bidoni di rifiuti. Il 59,8 ritiene che a decidere dove inviare le navi dei veleni debba essere il governo. – di ANTONIO CIANCIULLO

A DUE PASSI DA VENEZIA I RIFIUTI

Repubblica — 16 marzo 1989   pagina 18   sezione: CRONACA

QUARTO D’ ALTINO Stanno per essere sbarcati nella Laguna di Venezia i rifiuti tossici della Jolly Rosso, la nave dei veleni ferma da più di due mesi nel porto di La Spezia perché non si trova una città italiana disposta ad accogliere l’ ingombrante carico: 23 container contenenti 10 mila bidoni di scorie tossiche e nocive di vario tipo, raccolte dalla Montedison durante le operazioni di bonifica in una spiaggia del Libano, vicino a Beirut. La Regione del Veneto, d’ intesa con il ministro dell’ Ambiente Giorgio Ruffolo, si è dichiarata disponibile ad accogliere i rifiuti, e il presidente della giunta, il democristiano Carlo Bernini, è stato nominato commissario ad acta per dirigere le operazioni dal momento dell’ arrivo della nave fino al trattamento e allo smaltimento finale dei rifiuti. La Regione comunicherà nelle prossime ore la decisione ufficiale sulla destinazione dei rifiuti, anche perché il ministro Ruffolo è già dovuto intervenire a sollecitare Bernini, minacciando di dimissionarlo. Tre le soluzioni indicate dalla Regione: il paesino di Quarto d’ Altino, in provincia di Venezia, quello di Montorso nel Vicentino, e la zona industriale di Porto Marghera. Ma la destinazione più probabile è quella di Quarto d’ Altino, un piccolo e grazioso centro agricolo adagiato ai bordi della Laguna ad una ventina di chilometri a nord di Venezia. Non è stato ancora deciso nulla, e comunque della questione si occuperà il Consiglio comunale minimizza il sindaco socialista Mauro Marcassa. Ma l’ assessore regionale all’ Ambiente Camillo Cimenti, democristiano, non lascia molte speranze: Il luogo più praticabile, almeno per il momento, è quello di Quarto d’ Altino ha detto e non ci sarà alcun pregiudizio né per gli abitanti né per la nostra importante area archeologica, anche perché i rifiuti non verranno trattati sul posto, ma vi resteranno solamente parcheggiati per circa un anno. Gli abitanti del paese invece non ne vogliono sapere e non fanno questione di misure di sicurezza o di contropartite. Quei rifiuti non li vogliono e basta. Lo hanno detto a chiare lettere ai loro amministratori in un’ assemblea pubblica molto affollata e carica di tensione, che hanno tenuto l’ altra sera alle scuole medie, e lo hanno ribadito ieri durante una riunione straordinaria del Consiglio comunale, convocato per discutere della questione. I partiti, anche quelli che parevano più disponibili a trovare una soluzione, non hanno potuto fare altro che prendere atto del secco no della popolazione. I cittadini di Quarto d’ Altino hanno costituito un comitato popolare. Ma appena si è sparsa la notizia, l’ allarme si è diffuso anche tra le popolazioni di Montorso e di Marghera, che sono scese anch’ esse sul sentiero di guerra. I verdi hanno presentato un’ interrogazione alla giunta regionale, mentre il segretario comunale del Pci Guido Moriotto ha denunciato che non esistono nemmeno le minime condizioni di sicurezza per appoggiare la scelta di Quarto d’ Altino. Senza contare che gli agricoltori del posto temono la possibilità d’ inquinamento delle falde idriche (qui l’ acqua nel sottosuolo è vicinissima) e mettono in guardia dai rischi idraulici ai quali va incontro l’ intera zona, dal momento che i canali che l’ attraversano sfociano tutti nella vicina laguna. – dal nostro inviato ROBERTO BIANCHIN

MARGHERA PROTESTA ‘ NIENTE RIFIUTI IN RIVA ALLA LAGUNA’

Repubblica — 17 marzo 1989   pagina 20   sezione: CRONACA

VENEZIA I diecimila fusti contenenti i rifiuti tossici provenienti dal Libano, da settimane in attesa a bordo della Jolly Rosso alla fonda a La Spezia, arriveranno nel Veneto in camion e in treno. Dove andranno a finire ancora non si sa perché ufficialmente l’ assessore regionale Camillo Cimenti non l’ ha detto, ma le giunte comunali di Venezia e Quarto D’ Altino hanno già protestato duramente, dopo essere state informate all’ ultimo momento che i fusti verranno stoccati nel loro territorio. Una parte dei rifiuti dovrebbero venir sistemati in una vecchia stalla di Quarto D’ Altino, mentre la maggior parte dovrebbe finire nei capannoni in disuso di una fabbrica di Porto Marghera, proprio in riva alla Laguna. La comunicazione del sindaco di Venezia Antonio Casellati è arrivata ieri mattina con una telefonata da parte dell’ assessore regionale e ieri pomeriggio è stata convocata urgentemente la giunta, che dopo un’ ora ha emesso un durissimo comunicato. Nel documento la proposta di stoccare i fusti a Marghera, nei capannoni della Sartori, viene definita inaccettabile perché l’ area prescelta è considerata pregiata, visto che è in atto un processo di risanamento ambientale che rappresenta l’ occasione di un rilancio del polo industriale veneziano. La giunta comunale di Venezia attacca poi l’ amministrazione regionale sostenendo che non può accettare che la questione sia gestita, come è stato fino ad ora, in modo approssimativo, telefonico, lasciando che sia la stampa a diffondere le notizie e ad informare gli enti locali. La giunta veneziana, comunque, spiega che non si tratta di un rifiuto aprioristico e pone alcune condizioni irrinunciabili: che sia dato l’ avvio a un piano regionale per il trattamento dei rifiuti tossici corredato dall’ individuazione di impianti presenti in ogni provincia; che nel caso specifico venga fornita la documentazione sui rifiuti trasportati dal Jolly Rosso; che non si prevedano più stoccaggi provvisori e travasi di rifiuti tossici destinati ad essere trattati in altre aree come in questo caso. Ieri, intanto, a Quarto D’ Altino il paese è sceso in piazza per protestare e la giunta comunale ha reso noto un comunicato nel quale afferma che la sua posizione è quella di respingere fermamente l’ ipotesi di stoccaggio e a questo fine porrà in essere tutti gli atti amministrativi di propria competenza che si rendessero necessari per impedirne l’ attuazione. Anche i verdi si sono mobilitati e pur non negando la necessità di ogni Provincia di dover trovare una sistemazione ai rifiuti tossici, ricordano che nel caso della Jolly Rosso manca la trasparenza sulla quantità, sulla qualità e sulla destinazione dei fusti e sollevano interrogativi sui rapporti intercorsi e attuali tra la Ecoveneta, la società che gestisce l’ operazione stoccaggio, e alcuni funzionari e dirigenti della Regione Veneto. – di GIORGIO CECCHETTI

LA SPEZIA, SI DIMETTONO GLI AMMINISTRATORI PSI

Repubblica — 03 settembre 1989   pagina 6   sezione: POLITICA INTERNA

LA SPEZIA Dimissioni in blocco di tutti gli amministratori socialisti delle assemblee elettive di La Spezia. La decisione è stata presa in segno di protesta per l’ ordinanza del ministro della Protezione civile Lattanzio, che ha deciso lo stoccaggio in Liguria dei bidoni della Jolly rosso. A rimettere la delega sono stati il sindaco Bruno Montefiori, gli assessori comunali Gianluigi Burrafato, Pietro Cavallini, Maria Pia Lucchini e Andrea Squadroni, il vicepresidente della giunta provinciale Sauro Baruzzo e l’ assessore provinciale Maurizio Cavana. E’ stato il segretario provinciale del Psi Carlo Baudone a dare ieri l’ annuncio, alla vigilia della seduta congiunta dei Consigli comunale e provinciale in programma per domani, che sarà dedicata ai circa ottomila bidoni di rifiuti tossici che da gennaio si trovano nel porto di Spezia, settemila dei quali sono stati stoccati in un capannone di fortuna, mentre gli altri mille si trovano ancora nella stiva della nave. Il carico, secondo gli accordi di dicembre scorso, avrebbe dovuto transitare nel porto di La Spezia per essere stoccato e poi smaltito in Veneto, dove sono finiti solo mille fusti. Il Pci, che a La Spezia amministra insieme ai socialisti, ha organizzato per mercoledì una manifestazione di protesta. Il Psi, invece, ha preferito le dimissioni.

‘JOLLY ROSSO’ TREMILA BIDONI ANDRANNO IN VENETO

Repubblica — 02 febbraio 1990   pagina 22   sezione: CRONACA

VENEZIA Tremila fusti della Jolly rosso, per un accordo tra i ministri dell’ ambiente, Giorgio Ruffolo, della protezione civile, Vito Lattanzio, e degli affari regionali, Antonio Maccanico, sono stati destinati al Veneto. Lo ha reso noto ieri, in una conferenza stampa, il commissario ad acta e assessore regionale all’ ambiente, Camillo Cimenti, il quale ha precisato che 2050 fusti sono destinati ad Orsago (Treviso), mentre i restanti 950 a Marghera (Venezia). I fusti contengono un misto di resine, vernici, fanghi, carbone bitume, tutto triturato e solidificato: si tratta di rifiuti speciali ma non tossico-nocivi. Per quanto riguarda lo smaltimento vero e proprio dei fusti che contengono solidi (i liquidi possono essere smaltiti in Italia), Cimenti ha precisato che la Monteco (società del Gruppo Montedison), farà alcune proposte per usufruire di impianti di smaltimento che si trovano all’ estero.

ASSASSINATO A PARIGI RICICLAVA RIFIUTI TOSSICI

Repubblica — 09 febbraio 1990   pagina 19   sezione: CRONACA

VENEZIA Dietro il traffico internazionale dei rifiuti tossici ora spunta anche un misterioso omicidio. Di fronte ad un lussuoso e centrale albergo di Parigi sette mesi fa è stato assassinato un affarista franco-libanese con importanti agganci in Italia e in questi giorni le indagini hanno portato gli investigatori della Brigade Criminale della capitale francese a Venezia. Ieri il giudice istruttore della città lagunare Felice Casson, dopo aver lungamente parlato con gli inquirenti parigini, ha interrogato un testimone, un veneziano titolare di uno dei più noti alberghi della città, frequentato da Fellini, Pavarotti e molti altri attori, ma anche amministratore di una società, la Ecormed, che opera nel settore del riciclaggio dei rifiuti industriali. Antoine Makdessì, 54 anni, era appena uscito dall’ Hotel Queen Elizabeth quando il 21 luglio dello scorso anno venne raggiunto da un unico ma preciso colpo di pistola alla testa. Ci volevano alcune settimane agli inquirenti francesi per scorprire in quali settori il libanese, da anni naturalizzato francese, operava. Così imboccarono la strada del traffico dei rifiuti tossici ed inevitabilmente finirono a Marghera, il porto veneziano dal quale sono partite la maggior parte delle navi che hanno scaricato migliaia di bidoni pieni di sostanze pericolose per l’ ambiente e la salute nei paesi del Terzo mondo. Da Marghera sono salpati fusti trovati sulle spiagge di Beirut e rientrati in Italia con la Jolly Rosso, quelli ripescati sul fondo del Mar Nero dalle autorità turche, quelli trovati quasi per caso in una discarica abusiva in Nigeria e rientrati con la Zanoobia. Del resto, in un cassetto della camera dell’ albergo in cui alloggiava abitualmente il franco-libanese, i poliziotti della Brigade Criminale avevano trovato un’ agenda piena di nomi e numeri telefonici e uno era quello di Anacleto Facchini, 74 anni, sempre in viaggio tra Roma, Venezia e Parigi. Makdessì aveva compiuto più viaggi in Italia e si era incontrato con Facchini, titolare a Venezia dell’ albergo La Fenice et des Artistes e a Roma di altri hotel importanti. Ma l’ italiano è anche amministratore e socio di due società, la Ecormed e la Ema: la prima opera nel settore del riciclaggio dei rifiuti tossici nell’ ambito del Mediterraneo, la seconda, ora in liquidazione, in quello della gestione della riparazione di navi. E in effetti il francese stava combinando un affare: una nave carica di rifiuti, raccolti tra le industrie italiane e francesi, sarebbe salpata dal porto di Marghera per raggiungere le spiagge del Libano, dove Makdessì aveva solidi legami ed era quindi in grado di ottenere visti ed autorizzazioni. Per garantire l’ affare tra l’ italiano e Makdessì erano scese in campo anche una società di intermediazione svizzera e una grossa banca italiana. Ma alla fine tutto era andato in fumo. Ieri il magistrato veneziano, per conto delle autorità francesi, ha voluto sapere da Facchini tutti i particolari di quell’ affare e i motivi del suo fallimento. Le risposte che ha dato l’ albergatore sono coperte dal segreto istruttorio, ma pare che possano essere utili agli inquirenti parigini, i quali ritengono che proprio dietro al traffico internazionale dei rifiuti industriali possa nascondersi il movente dell’ omicidio di Makdessì. I francesi, comunque, oltre a questa stanno seguendo anche un’ altra pista, quella che porta al grosso giro di miliardi del gioco d’ azzardo, un settore in cui il libanese era direttamente interessato.

SCORIE NUCLEARI, E’ GIALLO IL GIUDICE: ‘ SONO SPIATO’

Repubblica — 07 luglio 1995   pagina 20   sezione: CRONACA

ROMA – Dottor Porcelli, è vero che lei, un magistrato a cui è stata affidata un’ inchiesta di estrema delicatezza sul traffico di rifiuti radioattivi, viene spiato, che tengono i suoi telefoni sotto controllo, che ogni suo movimento viene osservato? “Sì, ho dichiarato queste cose pubblicamente, ed è tutto quello che intendo dire. Io sono un vecchio magistrato, non un uomo da palcoscenico: sono abituato a lavorare in silenzio. Ho dovuto fare un’ eccezione perché c’ era un forte allarme dell’ opinione pubblica e dovevo spiegare che al momento non c’ è pericolo di radioattività sulla costa jonica. Non voglio aggiungere altro”. Ma la sua è una situazione difficile, lei dice di essere sorvegliato, ha parlato della presenza di ‘ interessi forti’ . “Ho lanciato questo messaggio, spero che chi doveva capire abbia capito e la smetta”. Domenico Porcelli, 63 anni, procuratore presso la pretura di Catanzaro, ha lanciato un sasso nello stagno del traffico di rifiuti e le onde hanno colpito il bersaglio più sensibile: un’ opinione pubblica allarmata dalla possibile contaminazione radioattiva del Mediterraneo derivante dalla sepoltura clandestina in mare di scorie nucleari. Dopo mesi in cui le voci si moltiplicavano passando di bocca in bocca, le preoccupazioni sono diventate un’ inchiesta, anzi una serie di inchieste. E le inchieste sono diventate un caso politico nazionale perché uno dei giudici in prima linea ha denunciato alla procura generale di subire le attenzioni particolari di poteri occulti in grado di intervenire sulla stessa magistratura inquirente. “Abbiamo rivolto un appello al governo perché rompa il muro di silenzio che si sta creando su questo caso”, dichiara Enrico Fontana, che ha curato per la Legambiente il dossier sui rifiuti radioattivi acquisito agli atti dell’ indagine. “Questa non è un’ inchiesta qualunque. Ci troviamo di fronte a un pool di magistrati di primo piano: il procuratore capo di Matera Nicola Pace, il procuratore capo di Napoli Agostino Cordova, il sostituto procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri, i procuratori di Catanzaro e di Padova. E questo pool lavora su un’ ipotesi da brivido: una serie di navi contenenti scorie ad alta radioattività sarebbe stata volontariamente affondata attorno alle nostre coste. Un fatto che, se accertato, metterebbe in discussione la sicurezza del Paese e forse i rapporti con gli Stati da cui i rifiuti sarebbero provenuti. Per questo i magistrati si sono rivolti direttamente a Scalfaro e a Dini. Non risulta che abbiano ottenuto risposta”. I sospetti, condensati nel dossier della Legambiente, riguardano l’ affondamento di una ventina di navi, ma la rosa dei casi su cui le indagini sono avanzate è più ristretta. Al primo posto c’ è la “Jolly Rosso”, una vecchia conoscenza per chi ha seguito il traffico dei rifiuti negli ultimi dieci anni. Era una delle carrette spedite ad avvelenare con fusti tossici il Libano; nel dicembre del 1990 si è arenata di fronte a Vibo Valentia Marina e a bordo sono stati trovati documenti relativi a una mappa di siti adatti per l’ affondamento di scorie ad alto impatto ambientale. Poi ci sono due motonavi battenti bandiera maltese: la “Anni”, affondata nel 1989 al largo di Ravenna, e la “Euroriver”, affondata nel novembre 1991 all’ altezza dell’ isola Solta, di fronte alla ex Jugoslavia. La Calabria è una delle regioni più direttamente investite dai sospetti. Particolarmente drammatico il caso denunciato dal settimanale “Cuore”: due pescatori sarebbero entrati in contatto con una sorgente radioattiva, uno è morto, l’ altro è gravissimo. L’ episodio ha creato un allarme generalizzato che il procuratore Porcelli ha voluto tacitare assicurando che per il momento i controlli sulla radioattività in mare sono risultati negativi. Se però in fondo al mare giacessero veramente contenitori pieni di sostanze ad alta radioattività, l’ allarme sarebbe solo rimandato: sarebbe una bomba a tempo di cui non si legge il timer. – di ANTONIO CIANCIULLO


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