Brescia, la Lega boccia il museo del lavoro

25 Novembre 2010 0 Di macwalt

– LASTAMPA.it.

“C’è la crisi”: così salta un progetto che avrebbe testimoniato la storia dello sviluppo nel Nord tra Otto e Novecento. E in città è polemica

MICHELE BRAMBILLA

*INVIATO A BRESCIA
In tempo di crisi la cultura è un lusso che non ci si può permettere: così il Comune di Brescia a maggioranza Pdl e Lega ha deciso di tagliare, o quantomeno di rinviare a tempo indeterminato, uno dei progetti più prestigiosi non solo della città, ma di tutto il Nord: il museo che avrebbe dovuto testimoniare la storia dello sviluppo, ma anche del popolo, tra Otto e Novecento. È quello che doveva diventare il grande Museo dell’Industria e del Lavoro di quel mondo che la Lega chiama Padania, un museo di memoria materiale e immateriale, un patrimonio che più locale non si può, quell’accumulo di intelligenza e di fatica che ha costruito lungo due secoli la forza e la ricchezza di questa terra Il «Musil» – così si chiama e l’acronimo richiama non a caso il nome di un grande interprete della modernità – sarebbe dovuto partire l’anno prossimo. Ma il sindaco Adriano Paroli e soprattutto il suo vice, il «duro» leghista Fabio Rolfi, hanno fatto sapere che con i tempi che corrono non c’è trippa per gatti.

Non è che ne manchino molti, di soldi, anzi: i finanziamenti ci sono già per quasi l’intera opera, ma in Comune dicono che non possono mettere neppure un centesimo in più del previsto e soprattutto temono che la gestione ordinaria dell’opera diventi, anziché una risorsa, un onere. Dichiarazioni che hanno mandato in fibrillazione lo storico Valerio Castronovo, presidente del Musil, e un po’ tutto il mondo della cultura, dell’industria e della politica bresciana. Tanto più che in città è circolata una voce secondo la quale il Comune avrebbe l’intenzione di costruire un nuovo Palazzo dello Sport. L’ex sindaco Paolo Corsini, deputato del Pd e docente universitario di storia, ha scritto una lettera aperta all’attuale primo cittadino, Paroli, per scongiurarlo di non abbandonare un progetto che è nato bipartisan e che ha continuato a non avere alcun colore politico.

Tutto comincia una ventina di anni fa, quando viene impostata la realizzazione del Musil. Vengono create le collezioni di macchine industriali, le biblioteche, le cineteche. Si decide che il Musil avrà una sede centrale in città e altre dislocate in provincia per testimoniare la coralità di uno sviluppo che fu a più voci. Si parte trasformando in museo una centrale idroelettrica a Cedegolo. Una seconda sede apre poi a Brescia, all’ingresso della Valtrompia, nel quartiere San Bartolomeo, quello in cui cominciò l’industrializzazione della città, soprattutto con la lavorazione del ferro. Questi due musei sono aperti dal 2008. Un terzo museo è stato appena ultimato a Rodengo Saiano, dove all’interno dell’Outlet Franciacorta è stato allestito un capannone che ospita un’esposizione sulla tecnica del cinema e della pubblicità televisiva.

Manca, appunto, la sede centrale. Si sa già dove dovrebbe essere: nella prima grande fabbrica moderna bresciana di fine Ottocento, la Metallurgica Tempini. È in città, vicino al Cimitero Monumentale. Era un’industria con ottomila addetti e produceva armi, soprattutto per la Marina, tanto che nel 1915 gli austriaci la bombardarono immediatamente dopo la dichiarazione di entrata in guerra dell’Italia. Per dire quante cose ci può rivelare una vecchia industria, quante cose ha da dirci su come eravamo: negli scavi sono state trovate sotto terra centinaia di casse di mitragliatrici. Chi le aveva nascoste, e perché? È stata trovata anche una zecca: la fabbrica era stata autorizzata a battere moneta. E, ancora più sorprendente, sono stati trovati i resti di una moschea, che l’imprenditore – dimostrando una disponibilità all’integrazione molto in anticipo sui tempi – aveva fatto costruire per i suoi numerosi dipendenti libici.

Il Comune di Brescia già molti anni fa aveva indetto un concorso internazionale per la sistemazione architettonica (l’area è di 15.000 metri quadrati) e avevano vinto due architetti tedeschi, i quali hanno già ultimato il lavoro. Quindi è stato fatto un accordo di programma per 27 milioni di euro complessivi, di cui 22 per la sede centrale. I lavori per la bonifica dell’area hanno però fatto lievitare i costi, e questo ha determinato un primo blocco. Si è così deciso di mantenere il progetto iniziale, rinviando però la realizzazione di una parte. «Il Comune – dice Pierpaolo Poggio, direttore del Musil – apporterebbe dodici milioni di oneri di urbanizzazione più due e mezzo per il fotovoltaico. La Regione mette cinque milioni per l’edificio. Poi ci sono un milione della Provincia, uno dell’Università e due e mezzo della A2A, l’ex azienda municipalizzata». Questi finanziamenti sono già deliberati, «ma se non si fa il museo andranno perduti. E si manderebbero in crisi gli altri musei già aperti», dice ancora Poggio.

E perché non si dovrebbe fare questa sede centrale? «Il problema è molto semplice», ci risponde il sindaco Adriano Paroli, deputato del Pdl. «Avevamo un budget di circa venti milioni di euro e sono diventati quasi ventotto. Non dico che ci siano stati errori nella progettazione, gli architetti hanno lavorato bene: ma quando io mi sono insediato si pensava che sarebbe stato possibile far saltar fuori la differenza. Invece è cambiato il mondo, c’è stata la crisi, la stretta agli enti locali… Stiamo tagliando anche i servizi sociali, non possiamo dare nulla più dei 14,5 milioni promessi». Ma perché non accettare la proposta di riduzione del progetto? «Il museo non sarebbe più quello di prima – sostiene Paroli -. Mancano circa sette milioni di euro. Io non ho rinunciato all’opera, ma adesso dobbiamo essere responsabili. Non possiamo partire sperando che poi qualcuno provveda: non sono più i tempi per fare così. Guardi, dal mondo industriale arrivano grandi consensi al museo, ma nessun contributo: non lo dico per criticare, lo dico per documentare che il momento è questo».

«Per me è inspiegabile – dice ancora il direttore del Musil, Poggio -. Il Comune diventerebbe automaticamente proprietario dell’immobile, che adesso non è suo. Quanto alla gestione, sono previsti sessantamila visitatori a pagamento ogni anno». Il sindaco ribatte che sono «previsioni ottimistiche», il direttore mostra le cifre della gestione dei tre musei già aperti, una gestione in attivo. Restano le opinioni divergenti e lo stallo di un’opera destinata anche a indirizzare le nuove generazioni e a conservare il Dna di una delle aree più produttive del Paese. Resta soprattutto la domanda sul perché, a differenza di quanto avviene ad esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, in Italia non si ritenga che in tempo di crisi uno dei migliori investimenti sia quello sulla cultura e sulla formazione delle nuove generazioni.

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