Alla Camera vincono i repubblicani, il Senato resta democratico. Obama è più debole – Il Sole 24 ORE

3 Novembre 2010 0 Di luna_rossa

Alla Camera vincono i repubblicani, il Senato resta democratico. Obama è più debole – Il Sole 24 ORE.

Elezioni Usa

NEW YORK – I repubblicani, il giovane movimento dei Tea Parties, i patrioti “difensori” della Costituzione e di quello “Spirito Americano” che Barack Obama e i democratici avrebbero distrutto in due anni di governo “statalista” hanno vinto. Hanno riconquistato ieri notte, dopo una delle più polarizzanti elezioni degli ultimi anni, il controllo alla Camera. Il controllo democratico del Senato è invece ridimensionato, ma salvo.

Harry Reid, anziano presidente della maggioranza ce l’ha fatta contro Sharron Angle in una delle corse chiave che vedeva schierati da una parte il vecchio establishment e dall’altra un’eroina dei Tea Parties. Che il Senato fosse al sicuro per i democratici lo si era capito già nella notte, quando il successo di Joe Manchin in West Virginia e la sconfitta di Christine O’Donnell in Delaware impedivano matematicamente ai repubblicani di fare l'”en plein”.

Comunque sia, Blanche Lincoln in Arkansas, grande sostenitrice di Barack Obama, ha perso il suo seggio. Peggio, in Illinois Alexis Giannouli, amico di Obama e designato dal partito per conquistare il seggio che fu del presidente ha perso contro Mark Kirk. I democratici dunque non avranno più al Senato quella maggioranza qualificata che con 59 voti consentiva loro di fatto di neutralizzare l’ostruzionismo dell’opposizione.

Le carte dunque si mescolano. A partire da oggi gli equilibri politici nella capitale americana sono cambiati in modo drammatico: era dagli anni Trenta che non si registrava una variazione della maggioranza alla Camera senza un seguito al Senato. E i repubblicani si trovano di nuovo in sella. «C’è stato un cambiamento di rotta – ha detto il nuovo capo della maggioranza repubblicana alla Camera John Boehner quando ieri notte ha annunciato dall’Ohio la vittoria alla Camera per il suo partito – mi chiedo se il presidente rispetterà il volere del popolo. Se lo farà saremo pronti a lavorare con lui» Ma il messaggio è chiaro. Si chiede una riduzione del ruolo del governo, un recupero del rapporto di fiducia fra la gente e il governo, un aiuto per le piccole medie imprese. Quei valori insomma che rendono l’America America.
Boehner, è cresciuto in una famiglia povera, con 11 fratelli. Ha accettato «ogni lavoro umiliante disponibile per pagarsi gli studi». E mentre ricordava le sue vicissitudini personali la voce gli si è spezzata per la commozione. Nancy Pelosi che pure ha vinto la sua corsa in California perde invece la leadership. Resterà la prima donna ad aver guidato la Camera. Ieri notte lo ha negato: ma alcuni dicono che a questo punto potrebbe anche dimettersi.

La notte elettorale è stata comunque travolgente, carica di tensione e trasparente allo stesso tempo, come succede ogni due anni nell’esercizio della democrazia americana. I primi risultati per una ventina di stati – fra questi l’Indiana, il Kentucky, il West Virginia, il Connecticut, la Pennsylvania, New York, la Florida, il Delaware, La Carolina del Sud, la Georgia – e poi i risultati degli stati dell’Ovest – in California, a Washington State, in Oregon, in Arizona hanno confermato ora dopo ora il quadro di fondo, una sorta di riflusso antiobama in cui si trova il paese.

Alla Camera i repubblicani hanno conquistato 53 seggi. Un balzo persino superiore dei seggi che conquistò nel 1994 il leader repubblicano Newt Gingrich, con il suo celeberrimo decalogo a due anni dall’elezione di Bill Clinton alla Casa Bianca.

Il numero di seggi dei repubblicani alla Camera passa dunque nei conteggi attuali da 178 a 231; quello per i democratici scende da una forte maggioranza di 255 seggi a 202 seggi. In Senato gli ultimi conteggi davano 52 seggi ai democratici, 46 seggi ai repubblicani con due seggi incerti. Sono dati ancora suscettibili di alcune variazioni (i seggi alla Camera sono 435 e ci sono ancora diversi seggi da attribuire). In molti casi il conteggio continua fino all’alba (americana) di oggi, ma i risultati di fondo non cambiano.

Nel complesso il voto è stato per il 55% a vantaggio dei repubblicani e per il 43% a vantaggio dei democratici. Gli indipendenti hanno votato in forte maggioranza per i repubblicani e l’affluenza dei giovani è stata molto più bassa del 2008.

Tra i risultati più significativi per i repubblicani: la vittoria al Senato del controverso Rand Paul del Kentucky e di Marco Rubio della Florida, due dei candidati più celebri, matricole dei Tea Parties, la vera forza nuova di queste elezioni del 2010; in Pennsylvania, una corsa chiave, ha vinto Pat Toomey contro Joe Sestak, in Wisconsin è caduto uno dei grandi senatori democratici, Russ Feingold contro Ron Johnson. Jan Brewer è stata rieletta governatore dell’Arizona, John McCain è stato rieletto sempre in Arizona. In Ohio, l’ex deputato John Kasich ha vinto contro una solida colonna del partito come Ted Strickland, grande alleato di Obama, la poltrona di governatore per lo “swing state” più importante d’America.

In campo democratico a New York ha vinto Andrew Cuomo per la poltrona di governatore a New York e i due senatori Chuck Schumer e Kirsten Gillibrand. In California il vecchio leone Jerry Brown torna alla poltrona di Governatore a 30 anni dal suo primo mandato e Barbara Boxer si è di nuovo affermata al Senato. Entrambi hanno sconfitto due donne manager ammirate a Silicon Valley, rispettivamente Meg Withman, ex capo di eBay e Carly Fiorina ex capo di HP. La lista dei certi e degli incerti potrebbe continuare, per i risultati definitivi di alcune corse si dovrà attendere per qualche giorno, in alcuni casi vi saranno ricorsi legali che potranno durare mesi.

Ma il cambiamento di umore, rapido, impensabile nel 2008 è evidente. E boccia chiaramente la gestione del presidente Barack Obama. Non che si tratti di una sorpresa nelle elezioni di metà mandato in genere la maggioranza in riduce i suoi margini di vantaggio. In questo caso però la sconfitta è stata bruciante. I repubblicani hanno vinto cavalcando lo scontento e le preoccupazioni degli americani. Per una delle crisi economiche più difficili degli ultimi anni; per la cocciuta persistenza di un tasso di disoccupazione che sfiora il 10% nonostante un pacchetto di stimoli da 800 miliardi di dollari; per il passaggio di una riforma sanitaria che potrebbe aumentare i costi di assicurazione riducendo allo stesso tempo la qualità dell’assistenza per la maggioranza di 300 milioni di americani. Di certo si conferma una volatilità degli umori politici che ha precedenti solo in rilevamenti secolari. E che riflette ansie più profonde per gli americani: il timore che il loro modello sia in crisi, che dalla Cina e dall’India giungano sfide epocali in grado di minare alla base l’eccezionalità su cui questo paese fonda il suo ottimismo.

Il referendum su questo presidente che ha conquistato la Casa Bianca appena due anni fa sull’onda della speranza e del «yes we can» è stato dunque chiarissimo. Come ha detto Boehner, gli americani chiedono una virata verso il centro destra. È vero che il nuovo Congresso si insedierà soltanto a gennaio. Ma è da oggi che a Washington gli equilibri del potere sono cambiati. Barack Obama, in una conferenza stampa prevista fra alcune ore, nella tarda mattinata, prenderà atto della sconfitta. E dovrà esprimere una linea politica. Dovrà rispondere alle parole di Boehner di ieri notte. Indiscrezioni raccolte in ambienti vicini alla Casa Bianca ci hanno descritto un presidente combattivo, ma aperto al dialogo, quanto meno nella fase iniziale delle nuove schermaglie politiche. Con un primo obiettivo bipartisan: il prolungamento dei tagli fiscali di George W. Bush.

È da oggi dunque che si volta pagina, per tutti. Per il partito democratico, che dovrà riflettere sull’opportunità di moderare le preferenze “liberal” (di sinistra) degli ultimi due anni che hanno dominato il Congresso a scapito di movimenti centristi come i Blue Dog o del vecchio Democratic Leadership Council, nidiate del sud che formarono il successo della “Terza Via” di Bill Clinton. Per il partito repubblicano, che dovrà scegliere se governare o restare sulla linea del muro conto muro che finora ha pagato ma che potrebbe colpire con ritorni di fiamma ora che si condivide il potere. Per i Tea Parties, che dovranno decidere se esprimere un leader e se ammainare la bandiera della protesta ora che circa 130 di loro fra deputati e senatori sono arrivati a Washington. Decisioni urgenti perché il prossimo appuntamento importante – le elezioni del 2012 – è già dietro l’angolo.

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