Capitalismo opaco, democrazia debole

26 Ottobre 2010 0 Di macwalt

– Corriere della Sera.

LE RADICI DELLA CRISI. QUANDO LA FINANZA SOVRASTA LA POLITICA

La mancanza di trasparenza, collegata alla scarsa regolamentazione nel settore del credito, ha travolto le economie occidentali, provocando la depressione.

Capitalismo e democrazia debole

Richard A. Posner, giudice alla Corte d’Appello del Seventh Circuit e professore alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Chicago, è uno dei più autorevoli giuristi e intellettuali americani. Esponente fra i più seguiti dell’analisi economica del diritto, che ha avuto come sottoprodotto l’ideologia dell’efficienza del libero mercato, ha compiuto un atto di straordinaria onestà intellettuale. Prima, ammettendo che la crisi finanziaria e la conseguente depressione sono state soprattutto una crisi del capitalismo (nel libro del 2009 A Failure of Capitalism) ed ora, con l’ulteriore approfondimento del volume sulle relazioni tra politica ed economia La crisi della democrazia capitalistica (Università Bocconi Editore), ove conclude che la crisi investe la democrazia capitalista e quindi, prima ancora che crisi economica, è crisi politica.

L’incapacità dei regimi democratici di affrontare le gravi instabilità dell’economia capitalista era, invero, già stata più volte prevista da John Maynard Keynes, quando giunse a scrivere nell’edizione tedesca dellaTeoria generale (e la citazione è puntualmente ripresa nelle pagine conclusive del libro di Posner) che la «produzione aggregata», sommando cioè quella pubblica con quella privata, atta a contrastare la depressione e al controllo del ciclo economico, è più facilmente raggiungibile in uno Stato totalitario che in regimi di concorrenza e di libero mercato. Il libro costituisce la più accurata descrizione della crisi finanziaria e della depressione (non recessione, come con vigore sottolinea più volte l’autore), sia per la dovizia dei dati frutto di un’impeccabile indagine, sia per l’impianto teorico che rende le spiegazioni evidenti e accettabili.

È merito di Posner l’aver smontato l’imbroglio ideologico, intricato nelle ragnatele dei fideistici principi del libero mercato, tessuti sulle dottrine monetaristiche e sulle politiche fiscali delle privatizzazioni e dell’anarchia degli strumenti finanziari e del sistema bancario, causa delle bolle immobiliari che hanno travolto una fragile impalcatura. L’opacità sostenuta, anzi alimentata, dagli scarsi controlli delle Autorità pubbliche di vigilanza, ha portato a dubitare della stessa capacità della democrazia, come forma di governo, di affrontare e risolvere in modo corretto la crisi in corso. La globalizzazione dei mercati finanziari, l’alternativa, lucidamente illustrata da Posner, fra una politica keynesiana di pesanti interventi pubblici e la riduzione del debito pubblico, il rapporto tra Stati Uniti e Cina, completano con acutissime osservazioni la cornice della crisi.

Il primo problema che pare necessario affrontare, al di là delle suggestioni di Posner, è la verifica del binomio per nulla scontato costituito da capitalismo- democrazia. È ormai una constatazione incontroversa che il capitalismo, come sistema di economia di mercato, non comporti necessariamente un regime politico di democrazia. In base ad una consolidata distinzione, il capitalismo ha, per così dire, un andamento pendolare, ai cui estremi si collocano da un lato il capitalismo di Stato e dall’altro un’economia di libero mercato. Corrispondentemente si contrappongono l’utopia comunista da un lato e dall’altro lato quella libertaria: la prima ha avuto nell’Unione Sovietica la sua più avanzata espressione, così come la seconda è stata rappresentata storicamente dagli Stati Uniti verso la fine dell’Ottocento.

Successivamente alla deriva provocata dalla rivoluzione finanziaria, che data almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso, i capitalismi sono diventati molteplici e vittime essi stessi di interne poliarchie, con interessi spesso divergenti, che hanno reso improbabili se non addirittura impossibili definizioni precise. Diventava, infatti, assai difficile individuare con sicurezza il gioco dei poli di influenza all’interno dei singoli Stati fra il potere dei governi e quello delle corporations, soprattutto da quando l’Institute of Policy di Washington nel 2000 rivelò che il 51 per cento delle 100 maggiori economie mondiali erano controllate dalle multinazionali e solo il 49 per cento dagli Stati.

La globalizzazione ha creato altri e diversi capitalismi, ma mentre l’ideologia estrema del capitalismo di Stato è stata definitivamente cancellata dal crollo del muro di Berlino, e sono nati, per così dire, diversi capitalismi misti, l’ideologia del libero mercato efficiente che si autoregola ha continuato a prosperare e ha in parte condizionato anche i capitalismi di Stato, in Paesi come la Cina e la Russia, ancor prima che nel 2008 negli Stati Uniti si scatenassero crisi finanziaria e conseguente depressione.

L’ideologia del libero mercato efficiente aveva poi trovato, prima della rivoluzione finanziaria, opportuni correttivi negli ordinamenti nazionali. Ma la globalizzazione del capitalismo finanziario ha superato i confini e le regole dei singoli Stati, affidandosi ad una lex mercatoria la cui sola norma è costituita dal contratto, che proprio per la sua portata limitata e non generale, e la relativa mancanza di enforcement, costituisce un «non-luogo» del diritto, lasciando i mercati finanziari e i loro protagonisti, che ne hanno approfittato, privi di regole. È così che anche la più astratta e irreale, ma fondamentale istituzione del capitalismo inventata dal diritto per rispettare la proprietà privata in forma collettiva, la società per azioni, è caduta nella definizione di «nesso di contratti».

Sulla base di ben più consolidati principi giuridici, il grande storico Fernand Braudel aveva avvertito che la proprietà e i mercati (anche quei «contro-mercati» fuori da ogni regolamentazione nel periodo mercantilista alle periferie delle città mercantili e delle fiere, e oggi invece insediati nei circuiti in cui operano le opache banche ombra, gli hedge funds e le società di private equity) preesistevano al capitalismo, anche se ne costituivano il fondamento.

Ma nel capitalismo finanziario sia la proprietà sia i mercati hanno subìto profonde trasformazioni e sono soprattutto queste ad aver messo in discussione il concetto stesso di democrazia, collegato al capitalismo. Agli azionisti proprietari, persone fisiche, si sono sostituiti enti astratti creati dal diritto, persone giuridiche con responsabilità limitata, la cui genesi e il cui sviluppo hanno sempre avuto una connotazione pubblica e uno stretto rapporto con i governi. L’origine della moderna società per azioni nella Compagnia delle Indie, quella inglese e quella olandese, non è creazione del mercato, bensì dello Stato e la sua missione oltre che nell’espansione dei commerci internazionali era accompagnata dalla funzione prioritaria dell’attuazione della politica coloniale di conquista dei singoli Stati. Questa è la ragione ultima per cui alle Compagnie venivano riconosciuti privilegi non solo dal punto di vista patrimoniale, ma anche politico, in rappresentanza e delega dei rispettivi governi, fino ad essere a volte dotate di un esercito regolare.

L’ambiguità e l’equivoco sono perdurati sia pure in misura diversa nelle varie epoche storiche. Con la recente rivoluzione finanziaria la situazione ha preso una piega decisamente meno incerta, ma più devastante. Il capitalismo di Stato sembra, nel mercato globalizzato, aver preso il sopravvento sul capitalismo del libero mercato, attraverso i fondi sovrani, o comunque le società possedute direttamente dagli Stati.

E sono proprio la mancanza di trasparenza, quale caratteristica collegata alla scarsa regolamentazione dei mercati del credito, le misere limitazioni al leverage speculativo sul capitale preso a prestito e la totale opacità delle banche ombra (gli hedge funds e le società di private equity), con le loro operazioni sui non disciplinati prodotti finanziari «derivati» nelle varie forme di opzioni e di assicurazioni sul loro fallimento (dai cosiddetti Cdo ai Cds), ad aver travolto il capitalismo finanziario nella crisi e nella depressione economica attuali.

Laddove viene meno la trasparenza, dominano i conflitti di interessi. Questi non investono solamente le società di rating, che di tale conflitto sono ormai considerate una sorta di paradigma, poiché danno le valutazioni di affidabilità, cui i mercati credono, sulle società alle quali contemporaneamente forniscono ben remunerati servizi di consulenza. Il conflitto di interessi coinvolge indistintamente tutti gli operatori dei mercati e le stesse strutture interne delle società nei rapporti fra azionisti, managers, stakeholders.

Su questo complesso universo di formazioni di ricchezza spesso virtuale e di speculazione sul debito, di trasformazione dei beni immobili in mobili, cioè in prodotti finanziari di ogni tipo, la mancanza di trasparenza del mercato ne ha decretato la sacralità. Il libero mercato è così diventato un misterioso luogo sacro che si autoregolamenta, aborre le regole, alla trasparenza preferisce l’opacità. È questo allontanamento dalle regole che ha condotto al fallimento del capitalismo e dell’ideologia del libero mercato.

Il capitalismo si è dunque distaccato dalle democrazie, dal mito illuministico degli uguali, per sostituirlo con quello dell’egoismo, ed ha, oltre che creato inaccettabili diseguaglianze interne, con le sue strutture inciso negativamente sui diritti fondamentali del cittadino. La degenerazione del sistema non è stata affrontata in tempo utile e nella lotta attuale tra lo Stato e le sue regole nei confronti delle grandi imprese sempre più padrone della ricchezza e la loro libertà dalle regole sembrano proprio queste ultime a prevalere. La politica ha ceduto all’economia, con l’unica eccezione, spesso pericolosa, del capitalismo di Stato.

L’aver affidato, attraverso contratti, a imprese private la gestione anche di molte attività paramilitari e logistiche nella guerra in Iraq e in quella in Afghanistan, con altrettante violazioni dei diritti umani, è pericolosissimo: i contratti con imprese private non sono né controllati, né monitorati, perché fuori delle strutture gerarchiche pubbliche. In tutti i settori dell’attività dove l’interesse pubblico imporrebbe l’intervento dello Stato, come afferma in un recente saggio Edward Rubin, «la privatizzazione rappresenta una violazione dei doveri del governo».

Il contrattualismo sfrenato del capitalismo finanziario ha fatto scuola ed ormai è la forma più moderna di un regime politico feudale riottoso e indisciplinato, nel quale sotto i poteri centrali degli Stati-nazione, disorganizzati e svigoriti, dominano sempre più nuovi vassalli potenti: le grandi imprese, autentiche regine della globalizzazione.

È ora necessario ripensare criticamente anche le istituzioni fondamentali della democrazia, tenendo conto della corretta affermazione di Ralf Dahrendorf, che cercare di far andare in accordo globalizzazione e democrazia può essere come tentare la quadratura del cerchio.

Democratizzare l’economia di mercato, abolendo il più possibile le ineguaglianze, con le asimmetrie e i conflitti di interesse, è certamente un’altra proposta che può essere coltivata. È possibile allora che dall’ideologia della rivoluzione finanziaria si debba passare all’utopia che, nei momenti più difficili della storia, qualche risultato ha pur conseguito. E non è, forse, questo un nuovo momento storico in cui può ancora diventare attuale il diritto cosmopolitico che per Immanuel Kant prelude alla pace perpetua, in una nuova lotta per il diritto? Ma del nuovo libro di Richard Posner, certamente il più completo e lucido punto di partenza, nessuno, qualsivoglia soluzione auspichi, potrà fare a meno.

Guido Rossi

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