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Il Riformista – Per Azar, Sakineh e i loro fratelli: non dimentichiamo l’Onda verde

Il Riformista.

di Luigi Spinola

Iran. Nel braccio della morte della prigione di Tabriz, c’è una ragazza condannata alla lapidazione quando aveva 15 anni. Incastrata dal marito. E torturata dai suoi carcerieri. La mobilitazione internazionale continua, anche per lei. Ma ci siamo scordati la battaglia per la democrazia. E i ragazzi iraniani ci danno appuntamento già oggi.

Nel braccio della morte del carcere di Tabriz, città nella regione nord-occidentale dell’Iran, Sakineh Mohammadi Ashtiani non è la sola donna condannata alla lapidazione. Azar Bagheri attende di morire da quando ha 15 anni. Ora ne ha 19 anni. La sua storia è stata rivelata al mondo poche settimane fa da Mina Ahadin, la stessa donna che ha aiutato i figli di Sakineh a lanciare la campagna internazionale per la liberazione della madre.

Mina Ahadin conosce bene Tabriz, lì ha fatto la Rivoluzione, che per lei era comunista. Poi gli islamisti hanno iniziato a sterminare i loro avversari politici. E a Tabriz è stata eseguita la condanna a morte di suo marito. Era il giorno del loro anniversario di matrimonio. Mina è scappata in Germania, dove ha fondato il Comitato Internazionale contro le esecuzioni.

Quando il caso Sakineh è arrivato sui giornali, a inizio luglio, Mina è stata contattata dalle famiglie di due ragazze: Azar Bagheri, 19 anni, e Marian Ghorbanzadeh, 25, (racconteremo la sua storia nei prossimi giorni ndr). Azar è stata arrestata quando aveva solo 15 anni, denunciata dall’uomo che era stata costretta a sposare solo un anno prima. Azar era una sposa infelice ma non adultera, racconta il suo avvocato. Condannata, oltre che da un codice penale barbarico, da un marito truffaldino che non voleva pagare un debito. E ha incastrato il suo creditore accusandolo di una fantomatica relazione extra-coniugale.

A Tabriz anche Azar – come Sakineh – è stata vittima di una finta esecuzione. A Sakineh però è andata meglio. Ha passato una notte infame, sabato scorso, in attesa dell’annunciata impiccagione all’alba. E nessuno è venuta a prenderla. Azar per due volte è stata trascinata nel cortile del carcere. Sotterrata fino al petto, come prescrive l’articolo 102 del Codice Penale iraniano, ha atteso il lancio di pietre «non abbastanza grosse da poter uccidere la persona con uno o due colpi – (accorciando così la sofferenza del condannato) – non piccole al punto da non poterle più definire pietre» (articolo 104 del Codice Penale). Poi è stata riportata in cella.

Secondo le ultime notizie raccolte da Amnesty International, la condanna a morte di Azar mediante lapidazione sarebbe stata commutata nella pena corporale della fustigazione, novantanove frustrate per l’esattezza, pena solitamente accessoria e preliminare (art 84) – come è accaduto per Sakineh – alla lapidazione. Ma le contorsioni della legge locale – e la sua grottesca applicazione da parte del sistema giudiziario – non consentono di escludere nulla. E comunque la Corte Suprema può ancora riportare Azar nel buco, fino al petto, in attesa delle pietre adatte a farla morire lentamente.

La campagna internazionale contro la lapidazione continua. Non solo per Sakineh. Per Azar, Marian e le altre donne (almeno cinque) e uomini (tre) condannati alla stessa pena, malgrado la moratoria formalmente in vigore in Iran dal 2002. Ieri le iniziative si sono moltiplicate, anche in Italia, come le gigantografie di Sakineh affisse sui palazzi governative e comunali.

Al sit-in organizzato dai Verdi davanti all’ambasciata iraniana a Roma, c’erano anche alcuni dei ragazzi iraniani che da più di un anno portano avanti in Italia la battaglia per la libertà dell’Onda Verde. Azadeh è contenta della partecipazione della politica, ma non nasconde le sue perplessità. «Per Sakineh vengono tutti a parlare, ed è molto importante, ma non vorrei che fosse uno show. Il problema non è ottenere la clemenza per una singola donna. Il problema è la mancanza di democrazia. Perché se in Iran avessimo una vera democrazia, questa legge non ci sarebbe». E la battaglia per la libertà in Iran – secondo Azadeh – dopo una fiammata iniziale è stata lentamente abbandonata dall’occidente. «Diciassette prigionieri politici hanno fatto un lungo sciopero della fame quest’estate chiedendo solo di essere trattati come gli altri detenuti. Nessuno ne ha parlato».

Ieri a Teheran è stata nuovamente attaccata dalle milizie basiji la casa del leader riformista Ahmed Karrubi. Pochi giorni fa è stata aggredita la carismatica moglie di Mousavi. Intimidazioni, per convincere l’opposizione a non uscire di casa. Perché oggi il regime celebra la sua annuale “Giornata di Gerusalemme”. E vuole evitare il bis dell’anno scorso, quando l’Onda verde gli rubò la scena nelle strade di Teheran, Isfahan, Tabriz, Yazd e Shiraz.

L’Onda verde a Teheran oggi potrebbe essere costretta a ripiegare. Ma i ragazzi iraniani a Roma ci saranno. Chiederanno la liberazione di Shiva Nazarahari, attivista in galera, che attende domani la sua condanna. E così anche oggi i ragazzi iraniani torneranno davanti all’ambasciata. Senza gigantografie o testimonial annunciati. L’appuntamento, per tutti, è alle cinque di pomeriggio a Via Nomentana 361. È tempo di ricominciare a spingere l’Onda verde.

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