Aiuto, sta cadendo la scuola – L’espresso

11 Settembre 2010 0 Di luna_rossa

Aiuto, sta cadendo la scuola – L’espresso.

Aiuto, sta cadendo la scuola

di Roberta Carlini e Fabrizio Gatti

Oltre 12 mila gli istituti a rischio. Ma mancano fondi. E i lavori non partono. Viaggio nelle aule da mettere in sicurezza. Da Nord a Sud. Per evitare che si ripetano le tragedie degli ultimi anni.

Quest’anno il paracadute non serve. Il liceo Einaudi di Dalmine, in provincia di Bergamo, ha finalmente la scala di emergenza. Fino a pochi mesi fa le uscite di sicurezza dei tre piani davano sul vuoto e per questo dovevano rimanere chiuse: l’alternativa del salto da dieci metri non è prevista dalle tabelle ministeriali. Alla periferia di Milano i ragazzini delle medie fanno lezione in una palazzina provvisoria.

Un concetto piuttosto elastico: perché la palazzina è la stessa da quasi 50 anni. Da Nord a Sud. A Pantelleria si studia in aeroporto. Il motivo non è la partenza per la gita annuale: la loro scuola non è più agibile e sono stati trasferiti nella base dell’Aeronautica militare. Di solito il ministero considera un fattore di rischio la vicinanza con un aeroporto. Loro sono “dentro” l’aeroporto.

La scuola ai tempi della grande crisi. Si lasciano a casa gli insegnanti precari. E si gonfiano i corsi fino a 35 alunni per classe. Numeri da dopoguerra. Già, ma le aule così imbottite sono sicure? C’è poco da stare tranquilli. Lo Stato non ha abbastanza soldi per impedire che le tragedie degli ultimi anni non si ripetano. A cominciare dai 27 bambini e la maestra morti il 31 ottobre 2002 a San Giuliano di Puglia nella elementare mal costruita e crollata per una scossa di terremoto. Fino al cedimento del soffitto del liceo Darwin a Rivoli, vicino a Torino, dove il 22 novembre 2008 le macerie uccidono Vito Scafidi, 17 anni, e feriscono i suoi compagni. Non ci sono risorse nemmeno per intervenire in tutte le scuole che ne hanno bisogno nella provincia di Rieti, colpita in questi mesi da un intenso sciame sismico.

I maggiori rischi per la qualità degli edifici sono lungo l’Appennino centrale e al Sud. E i soldi per le ristrutturazioni volano al Nord. La ripartizione dei 358 milioni per mettere in sicurezza le scuole italiane, sbloccati nelle scorse settimane dal Comitato interministeriale per la programmazione economica, parla chiaro: 210 milioni consegnati al Centro Nord. E quasi 50 alla Lombardia, la regione del ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Una situazione tanto ricca che il presidente lombardo, Roberto Formigoni (Pdl), nel 2009 ha addirittura finanziato 67 mila studenti delle scuole private con buoni studio fino a 1.050 euro a persona. Il contributo stabilito da una legge regionale è destinato al pagamento delle rette. Una sponsorizzazione indiretta che aggira i vincoli dell’articolo 33 della Costituzione. E i beneficiari sono in gran parte istituti religiosi. Con insegnanti assunti senza concorso, tra i quali è forte la componente di Comunione e liberazione: lo zoccolo elettorale di Formigoni.

La ricchezza lombarda brilla però solo nelle scuole private. Come il collegio Villoresi San Giuseppe di Monza dove Silvio Berlusconi ha fatto studiare i suoi figli minori. Laboratori di chimica e informatica, piscina, campi di calcio. E, se proprio ci sono stranieri in classe, si tratta di solito dei figli di diplomatici o di manager. La differenza con l’istruzione pubblica in Lombardia comincia già dai buoni scuola. Per le iscrizioni alle private, il tetto per poter ottenere il contributo di 1.050 euro a studente è di 46.597 euro di reddito familiare annuo. Per le statali, il reddito limite è di soli 15.458 euro, calcolato in base ai valori più restrittivi dell’indicatore della situazione economica (stipendio e patrimonio immobiliare e mobiliare). E anche i contributi sono molto più economici: 120 euro per le elementari, 220 per le medie inferiori, 320 per le superiori. Basta fare un giro. Alla periferia Nord di Milano, davanti alla media Cassinis, le spaccature nelle mura di recinzione sono così grosse che ci passa un animale. Alla Bussero gli infissi vecchi di ottant’anni si staccano dai supporti. Alla Locatelli i soffitti trasudano umidità. Alla elementare Locchi l’anno scorso è caduto un pezzo di intonaco del soffitto in pieno giorno. Alla scuola di via Russo le piastre del controsoffitto sono cadute nel luglio 2008. Un anno e due mesi dopo, il danno non è stato riparato.

Decenni di evasione fiscale lasciano il segno. Lo Stato è a secco, i tagli vincono sulle manutenzioni. Così convivere con le crepe è diventata una necessità. Oltre che un pericolo. Tanto che i genitori dei sei istituti più disastrati di questo pezzo di Milano, da Bicocca a Niguarda fino all’Isola, hanno fondato un’associazione che si chiama proprio così: “Una crepa in Comune”. Chiedono interventi urgenti. “La media Cassinis è un prefabbricato costruito in pieno boom demografico. Lo fecero negli anni ’60 e dissero che doveva servire al massimo 20 anni”, racconta Antonella Loconsolo, una delle promotrici del gruppo: “È un frigorifero d’inverno. Le pareti prefabbricate si sono staccate dai muri interni. Così una lezione in un’aula disturba quelle vicine. Il cortile è inesistente. Dal muro di cinta entra chiunque. Da anni il Comune dice che la scuola va abbattuta e ricostruita”. Invece niente. La Cassinis non è nemmeno prevista nell’elenco degli interventi finanziati dal Cipe. Altra scuola la don Orione in via Iseo. I soldi qui sono arrivati. Ma solo per l’imbiancatura. Cosa che fa sorridere i genitori: “Da anni ci dipingiamo le mura da soli”. Nello stesso quartiere una proprietà pubblica in buono stato c’è. È in via Cirié e l’hanno data in affitto a una scuola privata inglese. Ottomila euro di retta all’anno.

Anche il Piemonte è ko. Ad Asti gli 800 studenti dell’Alfieri e del Quintino Sella, un liceo classico e un commerciale, hanno trovato la scuola chiusa. La presidente della Provincia, Maria Teresa Armosino, deputato Pdl ed ex sottosegretario all’Economia, non ha i due milioni per le riparazioni e la messa a norma dell’impianto elettrico richieste dalla Asl. “Facciano i doppi turni”, ha deciso la Provincia. Il ministero, negli anni, non è ancora riuscito a completare l’anagrafe degli edifici scolastici. Dovrebbe essere la base su cui avviare le ristrutturazioni. Almeno quando si trovano i soldi da affidare ai Comuni per materne, elementari e medie, e alle Province per gli istituti superiori. Prevista da una legge del 1996, l’anagrafe sarà, forse, completata entro ottobre prossimo. Per avere un campione dei rischi bisogna allora affidarsi al lavoro delle associazioni. Come Cittadinanza attiva, che ha pronto il suo dossier 2010. I dati sono da disfatta. I distacchi di intonaco interessano un’aula su cinque. Ed è uno degli indicatori più visibili della mancata manutenzione. Il rischio riguarda il 29 per cento dei corridoi, il 23 per cento dei laboratori, il 21 per cento dei bagni. E non risparmia le mense: il 14 per cento è minacciato dalla caduta di frammenti e pezzi di gesso o cemento. Le scale di sicurezza sono assenti nel 29 per cento dei casi. Il 16 per cento delle scuole non ha porte antipanico lungo le vie di fuga.

I controsoffitti in gesso o cemento pressato sono un grave elemento di pericolo. In particolare se non sono stati ancorati a dovere alla soletta portante. Possono cedere per usura dei materiali, infiltrazioni di umidità o anche per piccole scosse di terremoto. Durante i sopralluoghi avviati dopo la morte di Vito Scafidi a Rivoli e il terremoto a Parma del 23 dicembre 2008, i tecnici scoprono che in alcuni istituti gli ancoraggi del controsoffitto sono stati fatti con il fil di ferro. A inizio 2009 il ministero delle Infrastrutture dirama le “Linee guida per il rilevamento delle vulnerabilità degli elementi non strutturali nelle scuole”. Secondo il nuovo piano di intervento bisogna verificare non solo le strutture portanti, ma anche elementi appesi, parapetti, cornicioni, camini, insegne, tamponature, infissi, rivestimenti, arredi, macchinari, impianti. Un elenco che sembra scontato. Ma non lo è. La scuola De Amicis, chiusa a L’Aquila ancor prima del terremoto del 6 aprile, dimostra che controsoffitti e muri divisori non ingabbiati sono i primi a cadere. Il 31 marzo di quest’anno un’ordinanza della presidenza del Consiglio stabilisce come suddividere tra le Regioni i 20 milioni per l’adeguamento strutturale e sismico delle scuole. Un caso è la Calabria, la regione con il più alto indice di sismicità in Italia: ottiene un milione 495 mila 839 euro più 82.499 euro di arretrati per mettere in sicurezza 1.428 istituti fuori norma. Fanno 1.047 euro a scuola. Giusto il costo di una imbiancatura.

Il ministero dell’Istruzione ha messo a punto una lista nera di istituti scolastici che hanno bisogno di interventi urgenti: 12.046 edifici. Di questi la presidenza del Consiglio ha disposto interventi solo su 1.706 scuole grazie ai 358 milioni sbloccati dal Cipe. Secondo la tabella, la Lombardia avrebbe l’8,5 per cento delle criticità e il 13,8 per cento dei fondi. “Una scelta fatta con criteri incomprensibili”, commenta Mimmo Pantaleo, segretario della Cgil scuola: “Fu il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, dopo la tragedia di San Giuliano, a dire che per mettere in sicurezza tutte le scuole italiane servivano 20 miliardi. Da allora sono arrivati pochi spiccioli”.Sul totale nazionale di 42 mila edifici, le strutture a rischio sono molte di più di quelle comprese nella lista nera: almeno 22.858 scuole secondo il censimento avviato dopo il crollo di San Giuliano. Risultato in otto anni: meno di 500 milioni di euro impegnati dal 2002 al 2009, 1.614 interventi progettati, 1.219 avviati. E i lavori conclusi? Eccoli: 176. L’esempio è di questi giorni. Dall’estate 2009 lo sciame sismico si è spostato dall’Abruzzo al Lazio, in provincia di Rieti. Qui gli istituti censiti nella lista nera sono 146: non hanno nessuna precedenza. I 1.706 edifici da ristrutturare vengono selezionati nell’aprile 2010, quando il pericolo è già evidente. Ma le scuole della provincia di Rieti che saranno adeguate sono 14. E solo due nella zona in cui i terremoti hanno l’epicentro. Le parole pronunciate sulle lacrime di San Giuliano e L’Aquila sono rimaste semplicemente parole.

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