Il terzo polo c’è. Questo è l’Annozero

26 Marzo 2010 0 Di luna_rossa

Il terzo polo c’è. In una notte l’Italia ha scoperto un’altra televisione: una tv collettiva di piazza; una tv “familiare”, sul solito schermo di Minzolini e Fede; soprattutto una tv condivisa, interattiva, che scardina le abitudini: la tv del web.
Michele Santoro, Marco Travaglio, Sandro Ruotolo, Vauro, insieme a Floris, a Gabbanelli, a Gad Lerner, insieme a Luttazzi e a Benigni e a Monicelli, insieme alle operaie dell’Omsa, alle ricercatrici dell’Ispra, insieme alla folla di Bologna, non solo hanno mandato in onda la più bella puntata di “Annozero”, ma hanno girato pagina alla storia della tv.
E stavolta, per quanto paradossale sia, ne sia dato merito anche a Berlusconi: perché è proprio per rompere la censura che sta attanagliando ogni fonte di informazione che si è messa in moto la catena di sant’antonio dei siti web, delle piccole tv, del tam-tam di immagini e parole che pervade la nostra vita. Un evento che non è soltanto un evento: lo diciamo sommessamente, ma nella morta gora dei media questa è una rivoluzione. Più di google. Più di youtube. Perché sfrutta l’ingegno tecnologico, l’invenzione dei new media, per dare vita per la prima volta a un’altra televisione. Che nasce libera. Libera come le prime tv locali alla fine degli anni Settanta. Come le tv di quartiere. Ma questa è tv che inonda l’etere: i dati d’ascolto di “annozero” sono strabilianti, il 13% d’ascolto registrato dall’Auditel sui media tradizionali (Sky al 6%, Current tv 2,44%, network locali al 6%. Ma anche Rainews24, rompendo l’embargo a Santoro, ha rimandato le immagini in differita della trasmissione). Soprattutto, però, la banda larga non è mai stata così stretta, perché era sul computer di casa che si seguiva, commentava, che si richiamavano gli amici a seguire la trasmissione. Anche Globalist ha rischiato di andare in panne, ha triplicato i contatti; così come è successo a Repubblica tv, con le sue 350mila connessioni. Ma erano centinaia i siti internet che rimandavano le immagini di Bologna, insieme alla pagina della diretta streaming (che è arrivata a 125mila contatti unici): dal Corriere tv, al sito internet del Tg3, ai tanti, tantissimi siti e blog autoprodotti che rimandavano le immagini all’infinito. Non ha nessuna importanza sapere quanti eravamo davanti al computer ieri sera: nell’era di Berlusconi i numeri sono una variabile impazzita, come il milione di piazza San Giovanni a Roma. Fatto sta che stamattina sembra che l’abbiano visto tutti!
Una trasmissione che è già in replica, perché internet archivia senza neppure la fatica dell’”on demand”: le vignette di Vauro, l’intervento di Luttazzi, Monicelli, senza censure, autocensure, imbarazzi. Infinite repliche, infiniti clic.
Ora, ora che il terzo polo si è mostrato, nella rete del web e delle piccole tv, inizia un’avventura nuova. Il primo rischio è che la censura si abbatta come una scure anche qui. Basta poco. Basta abbandonare del tutte le politiche sulla banda larga, un problema che non va mai sulle prime pagine dei giornali, misconosciuto, vitale per la comunicazione nel nostro Paese, per il superamento del “digitale divide” che spacca in due anche l’Italia. Mentre Obama promette di connettere l’America (“100 mega in download e 50 in upload”), e fa di questo la sua grande scommessa sul futuro, noi siamo ancora a combattere con i 2MB e di internet ultraveloce si parla solo nei convegni. Peggio: gli 800 milioni di euro previsti per la banda larga sono congelati dal Cipe, anche se a richiederla è l’industria, che ne ha necessità vitale.
Ma ad averne necessità vitale è anche l’informazione, per sgusciar via dalla trappola mortale del duopolio Rai-Mediaset, che soffoca La7, che Sky non può scardinare. “Annozero”, si ricomincia di qui: mai titolo fu più premonitore.

Globalist

in data 26.03.2010

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