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tutti i giorni 4 nuove pagine di articoli presi dai media e dalla rete, opinioni di redazione e approfondimenti





 

gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

rapporti sociali

MODENA: CONTRO IL CIE CONTESTATA LIVIA TURCO ALLA FESTA DEL PD | Indymedia Emilia-Romagna.

Modena 7 settembre 2010

Interrotta e contestata Livia Turco mentre parlava di immigrazione ed integrazione alla festa del PD.

Dal tentativo di fuga del 1 settembre ed il sucessivo sciopero della fame non si fermano le iniziative di solidarietà con gli immigrati reclusi nel cie di Modena.

-Sabato 4 si è tenuto un presidio al cie con musica ed interventi.

-Martedì 7 alcuni/e anarchici/he solidali hanno interrotto l’intervento di Livia Turco in cui parlava di immigrazione ed integrazione con un intervento contro i Cie ed un volantino sul tentativo d’evasione, la situazione nel cie di Modena e le responsabilità della sinistra che appunto con la legge Turco-Napolitano gli, allora, cpt lì ha istituiti.

turco

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Articolo 21 – Regista iraniano non può lasciare l’Iran per recarsi a Venezia. Giulietti (Art.21): “Gravissimo! Il governo intervenga e la Rai trasmetta un suo film”.
di Marco Curatolo

Regista iraniano non può lasciare l’Iran per recarsi a Venezia. Giulietti (Art.21): "Gravissimo! Il governo intervenga e la Rai trasmetta un suo film"

Jafar Panahi non può lasciare l’Iran. E, soprattutto, non può recarsi a Venezia e presenziare alla proiezione del suo nuovo cortometraggio “The Accordion” (la fisarmonica), in programma oggi nel corso della giornata inaugurale della Mostra del Cinema. Gli organizzatori hanno sperato fino all’ultimo che le autorità della Repubblica Islamica dell’Iran rilasciassero il passaporto e il permesso di espatrio al regista, che è stato detenuto per tre mesi nel carcere di Evin, a Teheran, ed è stato rilasciato su cauzione il 24 maggio scorso. Ma il permesso è stato negato, e Panahi non è potuto partire.
Ad accompagnare “The Accordion” sarà  perciò un videomessaggio che il regista  ha registrato per salutare il pubblico della Mostra. “È un fatto gravissimo e vergognoso – ha dichiarato all’ADNKRONOS Giuseppe Giulietti di Articolo 21 – rispetto al quale non ci si può limitare solo ad una presa d’atto. Chiediamo al governo italiano, tramite il ministro degli esteri Franco Frattini, di attivarsi perché sia consentito al cineasta di essere a Venezia almeno per la cerimonia di chiusura.”
“Il problema – afferma Pietro Marcenaro, presidente della Commissione  straordinaria per la Tutela e la promozione dei diritti umani del Senato – è che la comunità internazionale non può affrontare il dossier Iran solo dall’angolo visuale del pericolo nucleare. La questione della libertà di espressione è almeno altrettanto importante”.
Panahi rimane dunque in Iran, almeno per ora, e le autorità di Teheran hanno perso un’occasione per mostrare al mondo un volto diverso e disponibile al dialogo. Quello che arriva è, al contrario, l’ennesimo segnale di chiusura di un regime indebolito dalle lotte intestine, dalla crisi economica (che le sanzioni hanno aggravato) e dal dissenso dilagante nel paese; un regime che, tuttavia, non conosce altra risposta se non la repressione, l’inganno o l’insulto. È storia di questi giorni l’aggressione verbale, di inaudita volgarità,  di cui è stata fatta oggetto Carla Bruni per avere apertamente preso posizione in favore di Sakineh Ashtiani, la donna condannata alla lapidazione perché colpevole di adulterio. I giornali conservatori iraniani, vicini alle posizioni della guida suprema Ayatollah Khamenei, hanno in sostanza accusato la moglie del presidente Sarkozy di essere “una poco di buono priva di qualsiasi moralità, una rovina famiglie”.
La mobilitazione per salvare la vita di Sakineh continua tuttavia in tutto il mondo. Il 9 settembre, proprio al Lido di Venezia, Articolo 21 ha preparato un’iniziativa di solidarietà, coordinata da Ahmad Rafat, in favore suo e di tutte le vittime della repressione nella Repubblica Islamica. Domani, 2 settembre, davanti alla sede dell’ambasciata iraniana in Italia, in via Nomentana 361 a Roma, alle 16.30 si terrà una manifestazione promossa dalla Federazione dei Verdi. Anche in questo caso l’obiettivo è chiedere la salvezza di Sakineh Ashtiani.
La storia di Sakineh ha colpito il mondo per l’efferatezza della pena prevista (la lapidazione) e  per il modo in cui il suo caso giudiziario è stato architettato e gestito dalla magistratura iraniana: l’avvocato della donna, Mohamad  Mostafaei, costretto all’esilio dopo che la moglie e il cognato erano stati arrestati senza motivo; un’accusa di omicidio inventata di sana pianta per rafforzare l’accusa e giustificare la pena; una confessione televisiva forzata (e naturalmente autoaccusatoria) giunta dopo due giorni di torture e condannata da tutte le principali organizzazioni umanitarie internazionali. Eppure Sakineh non è che la punta di iceberg, e il fatto che a Jafar Panahi venga oggi impedito di lasciare il paese ne è la conferma: in Iran la negazione dei diritti fondamentali dei cittadini, l’oppressione di qualsiasi forma di dissenso, la persecuzione degli intellettuali, degli attivisti, dei giornalisti, degli studenti, dei difensori dei diritti umani continua senza sosta. Un intero paese, o per lo meno la parte più viva della sua società civile, è tenuto in ostaggio da una cricca disperatamente abbarbicata al suo potere, e ai giganteschi interessi economici ad esso legati.
La mostra del cinema di Venezia può rappresentare un’importante vetrina internazionale per esercitare nuove pressioni sulle autorità iraniane, sia per la salvezza di Sakineh, sia per chiedere con nuova fermezza all’Iran di rilasciare le centinaia di prigionieri politici attualmente in carcere. Non dimentichiamo che proprio Jafar Panahi venne liberato dopo che Juliette Binoche, davanti alla platea del Festival di Cannes, aveva chiesto il suo rilascio.
Proprio mentre la corsa contro il tempo per salvare Sakineh prosegue, un’altra non meno affannosa si è attivata per chiedere la liberazione immediata ed incondizionata di Shiva Nazar Ahari, una giovane donna di 26 anni, giornalista – bella come il sole e con due occhi fieri che nemmeno il carcere è riuscito a spegnere – che ha dedicato gli anni migliori della sua giovinezza ad aiutare i bambini svantaggiati e a difendere i diritti umani nel suo paese (il sito della campagna in suo favore: http://chrr.biz/shiva/index-en.php). Shiva, che ha conosciuto per la prima volta Evin a diciassette anni, è portavoce del Comitato dei reporter per i diritti umani: una figura chiave, negli ambienti del dissenso in Iran, una persona il cui numero di telefono è noto a tutti coloro che sono, sono stati o potrebbero essere prigionieri politici nelle carceri del regime. Shiva Nazar Ahari è un vero e proprio “angelo dei diritti”, sempre pronta a correre in soccorso delle vittime della repressione e dei dissidenti mandati in galera dalle autorità. Dopo le elezioni del giugno 2009 in galera ci è finita lei, per ben due volte, l’ultima il 20 dicembre scorso. Il 4 settembre prossimo verrà processata con la più temibile delle accuse: Moharebeh, guerra contro Dio. Perché per la giustizia stravolta e deforme della Repubblica Islamica “gli angeli dei diritti” sono nemici di Dio. Si troverà, a Venezia o altrove, qualcuno disposto a spendere una parola per Shiva e a chiedere per lei la libertà che le è dovuta?
Mohammad Nourizad, regista amico di Jafar Panahi, un passato da editorialista di giornali conservatori, non proprio un eroe del dissenso, nei mesi scorsi è finito in prigione per avere scritto tre lettere aperte, molto critiche, nei confronti della guida suprema Khamenei. Rilasciato su cauzione, ha trovato il coraggio per scrivere un’ultimo messaggio al capo spirituale e politico della Repubblica Islamica, immaginando che egli, nel giorno del giudizio, si trovi a rispondere alle contestazioni dei suoi detrattori. “Vorrei che Lei lasciasse un buon ricordo dietro di sé, e che correggesse i Suoi errori – scrive Nourizad a conclusione della missiva – e se mi chiede da dove cominciare Le risponderò così: con un ordine nobile e giusto da parte Sua. Che tutti i prigionieri politici, in carcere senza ragione, possano tornare subito tra le braccia dei loro cari”.
Due giorni più tardi, Mohammad Nourizad è stato riconvocato in prigione.
In Iran, funziona così.

Salviamo Sakineh. 9 settembre iniziativa di Articolo21 al Festival di Venezia - di Ahmad Rafat*Buon compleanno Dr. Zeid- di Marco Curatolo / Domani 2 settembre, manifestazione organizzata dai Verdi sotto l’ambasciata iraniana a Roma

Firma l’appello “Salviamo Sakineh”

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Affonda barcone di migranti: un morto – Corriere della Sera.

Immigrazione – Sbarco Clandestini

Immigrazione - Sbarco Clandestini

Un barcone con a bordo un numero ancora imprecisato di immigrati è affondato a circa 50 miglia dalla Sardegna: grazie al coordinamento dei soccorsi da parte della Guardia costiera italiana e all’intervento di una nave algerina dirottata sul posto, 22 immigrati sono stati tratti in salvo; recuperato anche un cadavere, mentre una persona risulta dispersa.

I fatti, secondo quanto si apprende dal comando generale delle capitanerie di porto, risalgono alle 14.30 di sabato, quando un aereo lussemburghese della missione Frontex in pattuglia nel canale di Sardegna ha avvistato un barcone di 6-8 metri, con a bordo diverse persone, a circa 50 miglia da Capo Spartivento. Nonostante si fosse in area SAR, (Ricerca e soccorso tunisina-algerina), anche la Guardia costiera italiana si è mobilitata: sul posto è stata indirizzata una motovedetta da Cagliari, che però è dovuta tornare indietro a causa delle proibitive condizioni del mare.

Allora è stata inviata in soccorso della piccola imbarcazione una nave tanker algerina che si trovava in zona e che ha tratto in salvo gli occupanti della barca, che era ormai praticamente affondata. Uno non ce l’ha fatta, mentre un altro è disperso. Nel tardo pomeriggio l’aereo lussemburghese che aveva avvistato l’imbarcazione è stato avvicendato da un elicottero della Guardia di finanza che ancora si trova sul posto.

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Guidò le battaglie anti-omosessuali dei repubblicani Usa, ora rivela: sono gay - Il Messaggero.

ROMA (26 agosto) – «Sono gay». Ken Mehlman, ex presidente del partito repubblicano e manager della campagna di George W. Bush nel 2004, ha ammesso in una intervista di essere omosessuale e ha detto di voler diventare un attivista per il diritto dei gay a unirsi in matrimonio.

Mehlman è il più alto esponente repubblicano ad avere ammesso di essere gay e in passato è stato in prima linea contro i diritti degli omosessuali, sostenendo tutti i referendum e le misure legislative per vietare le nozze tra coppie dello stesso sesso. «Mi ci sono voluti 43 anni per trovarmi a mio agio con questo aspetto della mia vita – ha detto Mehlman -. Ho il rimpianto di non essere uscito allo scoperto alcuni anni fa». Mehlman ha detto al giornale The Atlantic che «George W. Bush non è omofobico», ma ha ammesso nello stesso tempo che l’amministrazione Bush ha usato iniziative anti-gay per «trarre dei vantaggi politici».

Una campagna per far uscire Mehlman allo scoperto era stata lanciata a suo tempo dall’attivista Mike Rogers, che aveva invitato più volte l’esponente repubblicano ad ammettere di essere gay. Ma il consigliere di Bush aveva sempre negato di essere omosessuale. Rogers ha accusato Mehlman di avere dato vita, quando era manager della campagna elettorale di Bush, alla «campagna presidenziale più anti-gay della storia americana». «Mehlman è orrendamente omofobico e dovrebbe essere ritenuto responsabile per il suo passato, a prescindere dalla sua ammissione odierna di essere gay», ha affermato Rogers.

Nella sua intervista a The Atlantic, Mehlman ha spiegato di essere «giunto solo di recente alla conclusione di essere gay» e di avere confessato nelle ultime settimane ai familiari e agli amici la sua vera natura sessuale.

«Tutti hanno reagito in modo meraviglioso e mi hanno assicurato il loro pieno sostegno», ha affermato l’esponente repubblicano. Mehlman desidera diventare un portavoce della American Foundation for Equal Rights (Afer), che è impegnata in una azione legale in California contro i tentativi di mettere al bando i matrimoni gay. Mehlman ha detto di «essere dispiaciuto di non essere uscito allo scoperto mentre ero ancora in un ruolo chiave della vita politica americana».

Il partito repubblicano ha una posizione contraria alle nozze gay, una situazione che ha messo in difficoltà anche l’ex-vicepresidente Dick Cheney: l’ex vice di Bush ha una figlia lesbica.

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Lione e le 238 telecamere “Spiati ma più sicuri” – LASTAMPA.it.

Il sindaco socialista:
«Meno privacy, però
delinquenza dimezzata»
JACQUES BOUCAUD

LIONE
Per Gérard Collomb, senatore e sindaco socialista di Lione, «la sicurezza della gente è la libertà fondamentale». L’immagine di sindaco-sceriffo che si è ritagliato addosso dopo la sua elezione nel 2001, gli calza a pennello. Anche se questo non basta a trasformare Lione in una città modello. È invece una città dove da molto tempo succede qualcosa sul fronte sicurezza. A partire dagli investimenti realizzati durante il mandato di Raymond Barre (1995-2001) e dalle prime telecamere messe in funzione nel 2003. Per quanto concerne la videosorveglianza insomma Lione ha giocato d’anticipo. Al centro per il Controllo urbano di Lione (Csul), in «Place de la Comedie», 21 agenti si alternano davanti agli schermi che monitorano una città sorvegliata da 238 telecamere. Sui pannelli appaiono da quattro a 64 immagini differenti. E tutto questo ha un costo. Il conto è salito a 7.484.290 euro, di cui 200 mila sono destinati alla gestione e al funzionamento del sistema. «Un milione all’anno per coprire l’1% del territorio», lamenta il consigliere comunale ambientalista Étienne Téte per il quale le telecamere hanno solo fatto traslocare la delinquenza altrove.

Sette anni dopo l’installazione delle prime videocamere, il dibattito è sempre acceso ed è stato ravvivato anche da un rapporto della Corte regionale dei Conti sulla pubblica sicurezza a Lione, presentato in giugno al consiglio municipale. «Il Csul è utilizzato principalmente per monitorare i problemi di ordine pubblico ed è molto meno usato per i casi di criminalità compiuti contro i beni e le persone», hanno sentenziato i giudici. Il ricorso alle immagini nei procedimenti giudiziari, hanno sottolineato i magistrati, «è progressivamente aumentato». Ma è comunque marginale «rispetto a quanto complessivamente accade nella città di Lione».

Ai critici, fra cui i Verdi che denunciano il mancato rispetto delle libertà individuali, il comune ha risposto con la creazione, nel 2004, di un regolamento e di un collegio etico attualmente guidato da Daniel Chabanol, ex presidente del Tribunale amministrativo d’Appello di Lione. «È una garanzia del rispetto dell’etica», dice il sindaco di Lione, evidenziando che nessuna querela è stata finora presentata alla Commissione etica per violazione delle libertà personali.

Videosorveglianza troppo cara e poco utile quindi? Secondo l’ufficio del assistente del sindaco per la sicurezza pubblica, Jean-Louis Touraine, il sistema consente «un’efficace gestione del territorio urbano». La delinquenza è diminuita nei quartieri dotati di videocamere: -51,1% nella Vecchia Lione (fra il 2003 e il 2009), -58,8% nel quartiere de La Duchére (fra il 1999 e il 2009) e -41,4% nella Presque’Ile (fra il 2000 e il 2009).

Videosorveglianza, consiglio locale per la sicurezza e la prevenzione della delinquenza, il nuovo regolamento della vita notturna, che sarà siglato in novembre: l’arsenale cittadino per garantire la sicurezza è ampio. Al punto da essere diventato un’imponente macchina. Un alto funzionario di polizia, dietro anonimato, ritiene che al di là delle ambizioni politiche, «per migliorare la sicurezza tutti hanno realmente interesse a trovare un accordo». Comprese polizia nazionale e locale.

E questo sembra il caso di Lione, dove il rapporto di forza fra i due è in evoluzione: sempre meno agenti nazionali, sempre più municipali. Eppure la responsabilità resta di competenza dello Stato. Nel 2009, c’erano 340 poliziotti locali a Lione e 653 dipendenti del ministero dell’Interno ma con un rafforzamento dei poteri dei primi. Lione, la città dei 238 «occhi elettronici» e, da quest’anno la prima in Francia con i radar installati sui semafori, è dunque una città tranquilla? Fra il 2008 e il 2009 la delinquenza è calata del 3,5% in generale e del 4,2% per rapine a mano armata, furti con scasso, furti d’auto e incendi secondo i dati della polizia nazionale.

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Bambini prendono a calci un immigrato tra l’indifferenza e le risate degli adulti – Corriere della Sera.

La spiaggia di Civitanova Marche
La spiaggia di Civitanova Marche

MILANO – Lo hanno circondato mentre si riposava su una sdraio in riva al mare. Poi lo hanno insultato e preso a calci. La vittima è un giovane venditore ambulante bengalese. Gli aggressori, cinque bambini sui 10-11 anni. E’ successo sulla spiaggia di Civitanova Marche, in provincia di Macerata, tra le risate dei genitori dei piccoli bulli.

LA TESTIMONIANZA - A raccontarlo è una cronista dell’Ansa, Paola Lo Mele, che ha assistito alla scena mentre era al mare nella cittadina marchigiana. «Il ragazzo bengalese si era appena fermato a riposare sotto un ombrellone dello stabilimento balneare Golden Beach, quando i bambini lo hanno circondato e insultato, sferrando calci alla sdraio sulla quale era seduto» racconta la giornalista. «Alzati da qua, vattene, questa è proprietà privata!» hanno detto al giovane immigrato. Poi gli insulti: «Amigo, vai a vendere fuori da qua. Questa roba l’hai rubata». Il tutto sotto gli occhi di un gruppo di adulti, molto probabilmente i genitori, seduti a pochi ombrelloni di distanza. Questi ultimi – ricostruisce la cronista – non solo non sono intervenuti ma hanno anche riso del comportamento dei figli. «Sono stati molto cattivi» è stato l’unico commento del bengalese che appariva molto turbato e che non ha però voluto sporgere denuncia.

LE REAZIONI - E’ dispiaciuto dell’episodio il proprietario dello stabilimento, Fausto Colotto. Al telefono da Civitanova, racconta di non essersi però accorto di nulla. «Conosco i bambini dello stabilimento da sempre e mi sembra molto strano» dice rammaricato. Come lui sembrano non aver notato niente nemmeno i bagnanti della spiaggia, più volte interrogati dai giornalisti intervenuti sul posto. Solo martedì Civitanova Marche era entrata nelle cronache nazionali per la profanazione della tomba di Maria Letizia Berdini, la donna uccisa nel 1996 da un sasso dal cavalcavia. «I due episodi vanno però tenuti distinti» precisa il sindaco Massimo Mobili. Interpellato dal Corriere, nega anche che nella cittadina si stiano insinuando fenomeni di razzismo e di bullismo: «Questo sarebbe in assoluto il primo caso».

Alessia Rastelli
arastelli@corriere.it

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La Nazione – Firenze – Stop al degrado: semafori e lampioni tirati a lucido.

fiorentina, ha deciso che semafori, lampioni e quadri elettrici non possono più rappresentare terreno fertile sul quale graffitari o vandali di qualunque genere possano sperimentare la propria creatività. E per farlo ha deciso di ripartire da zero: è così ha dato avvio a una maxi operazione di pulizia per le strade della città.

Il presidente di Silfi Andrea Bacci, si informa in una nota di Palazzo Vecchio, ha spiegato che sono in tutto 34 i quadri elettrici dei semafori riverniciati (dall’Oltrarno alle centrali vie Alfani, Cavour e Martelli e piazza Stazione). La Silfi ha anche provveduto a ripulire l’ ‘armadio’ (i quadri elettrici più grandi) della porta telematica in via della Scala-Santa Caterina, 3 ‘armadi’ degli impianti tv a circuito chiuso in centro e 13 armadi adiacenti a rispettiviimpianti di illuminazione. Sono attualmente in corso altri 15 interventi (tra gli altri, piazza Libertà, viale Lavagnini, Porta al Prato, via dello Statuto).

Quanto poi alle verniciature di lampioni sono, fin dall’inizio dell’anno, 676; 625 sono tutti i semafori ripuliti. ”Ci siamo attivati immediatamente – ha sottolineato Bacci – seguendo gli inviti dell’amministrazione per dare anche noi il nostro contributo ad una città più pulita e più bella. In particolare, al momento gli impianti della zona della
stazione sono praticamente stati già rimessi completamente a nuovo. I nostri tecnici – ha concluso – stanno provvedendo adesso a ripulire pali e quadri lungo le strade che vengono riasfaltate in questo periodo”.

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Immigrati delinquenti? Come gli italiani | l’AnteFatto | Il Cannocchiale blog.

Il sociologo Barbagli: “Ma crescono le denunce per rapina e omicidio a carico di stranieri”.

di Corrado Giustiniani

Più immigrazione eguale più criminalità: vero o falso? Falso, falsissimo secondo la Banca d’Italia. “Dal 1990 al 2007 la popolazione degli immigrati regolari in Italia è quadruplicata, mentre tassi di criminalità e reati sono rimasti costanti – ha spiegato Paolo Pinotti, del Servizio Studi di via Nazionale – É questa è la prova che l’immigrazione non ha peggiorato il quadro”. Pinotti è stato chiamato a rispondere al quesito dagli organizzatori del Festival dell’Economia di Trento, assieme al sociologo Franco Barbagli, a Franco Pittau della Caritas, a Linda Laura Sabbadini dell’Istat e all’economista americano David Card, dell’Università di Berkeley. Quest’ultimo ha mostrato le statistiche sul rigido sistema detentivo della California: è in carcere ben il 4 per cento degli uomini nati negli Stati Uniti di età compresa tra i 18 e i 40 anni, ma solo lo 0,5 per cento dei nati all’estero.

Se in Italia si passa dall’analisi delle denunce a quella delle detenzioni, la popolazione straniera è invece molto più rappresentata: in quindici anni gli immigrati sono passati infatti dal 15 al 40 per cento dei detenuti. Ma hanno molte più possibilità di finire dentro in attesa di giudizio e molte meno di uscire per fruire delle pene alternative. Franco Pittau ha iniziato col dire che l’Italia aveva nel 2006 una media di 4,6 denunce ogni 100 residenti, inferiore alla media europea del 6 per cento e in più, nel corso del 2008, si è registrato un calo del 10 per cento delle denunce complessive, da 2 milioni 933 mila a 2 milioni 965 mila. Ma le buone notizie sembrano avere le gambe corte, come se fossero bugie.

Del resto, in un altro dibattito Ilvo Diamanti, citando dati dell’Osservatorio di Pavia, ha dimostrato come il Tg1 sia il telegiornale più ansiogeno d’Europa, con 239 notizie a sfondo criminale nel primo trimestre del 2010, a fronte di 109 del Tg spagnolo, 79 della Bbc, 42 di France 2 e appena 24 del Tg tedesco Ard. Si parla di criminalità e si tacciono, o quasi, i gravi problemi della crisi economica e della disoccupazione, per poi riscoprirli adesso all’improvviso, moltiplicando l’effetto ansiogeno. Il tasso di criminalità degli immigrati regolari è del tutto simile a quello degli italiani, sostiene la Caritas, e per giunta un sesto delle denunce si riferisce al soggiorno illegale sul nostro paese. Tra il 2005 e il 2008 le denunce a carico degli stranieri sono aumentate del 20 per cento, ma la popolazione è salita del 46 per cento. Particolarmente ingiuste le critiche ai rumeni: le denunce a loro carico sono aumentate nel triennio del 32 per cento, ma la loro presenza in Italia è quasi triplicata (più 267 per cento). Più allarmato Marzio Barbagli. É vero che i dati delle carceri sovrastimano la quota degli immigrati, ma – ha osservato il sociologo bolognese – in alcuni delitti, come le rapine in abitazione, la presenza straniera è salita moltissimo: siamo al 51 per cento delle denunce. E, nel Centro-Nord, il 50 per cento delle denunce per omicidio è a carico di immigrati (anche se spesso è straniera anche la vittima).

“Falso che l’immigrazione aumenti la criminalità, ma il problema è molto rilevante – ha sostenuto infine il direttore centrale dell’Istat Linda Laura Sabbadini – In molti tipi di delitti la quota degli stranieri è salita e c’è un sommerso di denunce non sporte che la farebbe crescere ancora. Di certo, però, va attribuita agli italiani la stragrande maggioranza delle violenze sessuali: il 67 per cento, secondo le nostre indagini, è opera di mariti e partner, che però, per paura, non vengono denunciati dalle vittime”.

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Il ricordo della violenza che imperversava a Milano, dove vivevo quando ero ragazzino alle volte mi perseguita.

Parlo degli anni 1971, ’72 e ’73.

Allora ero un militante del Movimento Studentesco e niente era apparentemente più importante, nella mia vita, della politica. Avevo 13 anni, quando ho cominciato, nella fine del ’70 e 17 quando ho smesso, nel ’74.

Allora uscire di casa, vestito con l’eskimo verde, come ero io, era veramente pericoloso. Milano era percorsa da bande estremiste, che si riconoscevano a vista, si puntavano e si scontravano quasi quotidianamente.

Eravamo praticamente tutti in divisa, una divisa non dichiarata, ma evidente.

I compagni avevano l’eskimo, appunto, o il loden, calzavano le clarks, i jeans capelli spesso lunghi e barbe spesso incolte, o baffoni alla Stalin …

I fasci avevano le barrows ai piedi (scarpe a punta eleganti) e i ray ban a goccia come occhiali fissi. Giravano spesso sui vespini 50 o il “primavera” 125.

Poi c’erano le zone controllate dalle diverse bande.

L’Università Statale era la roccaforte dei Rossi, mentre Piazza San Babila era il luogo dei Neri.

Da notare che tra i due punti vi sono più o meno 300 metri di distanza, una zona di confine dove poteva accadere di tutto. Praticamente Corso Europa, che finisce in San Babila da una parte e in Via Larga, a ridosso della Statale dall’altra segnava un confine mai dichiarato ma che era meglio non varcare, quantomeno con un certo abbigliamento.

Ricordo le rare volte che ero costretto a passare da quella zona il batticuore e la paura che avevo, come se, da un momento all’altro potessi essere aggredito.

Poi c’erano le varie piazze e piazzette di quartiere, magari con un lato della piazza nero e l’altro rosso.

Normalmente i compagni avevano una chiave inglese sotto la giacca e i fasci il coltello in tasca.

Le aggressioni dieci contro uno erano all’ordine del giorno.

Si organizzavano i “cucchini” cioè aspettare la gente sotto casa e riempirla di botte …

Il sabato pomeriggio poi era sempre “caccia aperta” o di qua o di là qualcuno all’ospedale ci finiva quasi sempre.

Ogni mattina che paura uscire di casa! E fare quei 200 metri tra la fermata del tram e la scuola …

Eppure sono stato fortunato. Per una serie di casualità non ho mai dato una botta a nessuno e non le ho mai prese!

Diciamo che mi è andata bene.

Ma in questo clima l’ideologia che ci sosteneva era così importante? Nel mio vissuto di allora sì, anche se io ero un po’ particolare. Partecipavo alle attività del Movimento, ma i miei due migliori amici erano due fascisti. Soprattutto durante il primo anno di liceo. Poi i rapporti, a causa delle divisioni create dalla politica, si sono deteriorati.

Anche in estate, del resto, lontano da scuola, nella località marittima dove trascorrevo le vacanze con i miei genitori, nella scelta degli amici non facevo certo una selezione in base al colore della fede politica!

Si stava tutti insieme e si pensava soltanto a divertirsi! La politica era solo un ricordo scolastico. Era come se si andasse in vacanza anche da quella!

Ma la violenza, in tutto questo attivismo politico, che valore aveva? Aggiungeva il pepe a tutte le situazioni! Ogni incontro era un brivido. Era come vivere in continuazione in un film di Hitchcock.

Uscivi di casa e ti chiedevi: riuscirò a tornare a casa vivo? Quale sensazione avrebbe potuto farti sentire più adulto? Quando tutto si era tranne che adulti! Poi il gruppo, i collettivi studenteschi, i ruoli all’interno dei collettivi, le gerarchie che piano piano si scalavano, i capi e i capetti che si guardavano con ammirazione. Tutto quanto contribuiva a creare un mito e una mitologia. Con tutti gli aspetti segreti dell’organizzazione, le cose che non tutti sapevano ma che sapevano tutti: chi aveva menato di qua e chi di là, tutte cronache del pronto soccorso …

Dopo quegli anni molte cose sono cambiate. Direi che da quei giovani sono iniziate diverse strade. Qualcuno ha poi fatto il salto verso la lotta armata, per fortuna non molti. Altri sono tornati a fare i bravi ragazzi. Molti sono passati al consumo di droghe e ad un altra forma di essere “diversi” rispetto alla gente comune, a coloro che nel mondo dei ragazzi di allora erano i “regolari”, cioè quelli che si alzano la mattina e vanno a lavorare.

Erano anni in cui le influenze musicali erano importanti, e la musica diventava occasione per consumo di droga collettivo, soprattutto hashish, ma anche tutto il resto, dall’ LSD alla coca e all’eroina.

L’eroina è diventata in breve una piaga sociale. La violenza è poi diventata il piccolo scippo per procurasi la dose, il furto dell’autoradio o della macchina. La piccola delinquenza quotidiana, ma motivata quasi sempre dalla necessità imposte dall’assuefazione. Poi con la diffusione dell’AIDS la siringa sporca si è trasformata in un arma letale da utilizzare come minaccia! Che orrore!

Cosa ci rimane oggi di quegli anni di violenza?

Ben poco direi! Soltanto LA VIOLENZA.

La violenza non ha più ideologia, non ha più giustificazioni! Nessuno propaganda più la violenza come sistema per mutare la società! Bé qualche volta lo fa Bossi, che dice che si imbracceranno i fucili …, ma fa più sorridere che altro, almeno speriamo.

Eppure le guerre non sono certo finite e abbiamo assistito impotenti al crollo delle torri gemelle, forse l’atto più drammatico cui il mondo ha mai assistito in diretta dopo le esplosioni delle bombe atomiche in Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ma oggi la violenza per i giovani è gioco! Raramente ha conseguenze tragiche, anche se quando avviene sembra che chi la compie non si renda neanche conto delle conseguenze di ciò che ha commesso.

Il Wrestling è ormai quasi passato di moda, anche se ha diffuso una cultura di violenza acrobatica ma piena di sangue “dal vivo” …

In questo aspetto le immagini di violenza che circolano nel mondo virtuale, con la tv e con internet, hanno un peso non indifferente. Reale e virtuale spesso si confondono e la sensazione di sentirsi protagonisti che si prova in un videogioco può essere ricercata anche nella realtà.

Direi che un passo avanti è stato fatto: la violenza dell’ideologia è sconfitta. Non c’è più, o quasi, una ideologia che fa della violenza la propria bandiera!

Tuttavia c’è un linguaggio molto violento, abbiamo immagini molto violente, abbiamo violenza sulle donne e sugli animali, sui deboli in generale.

Abbiamo casi di violenza cieca e immotivata, stupida e inutile, ma mai sostenuta da una ideologia, sempre più emarginata dalla ragione e da una società che vuole crescere piuttosto che combattersi.

Ma allora? Che fare con questo residuo di violenza?

Io penso che occorra gestirla, farne gioco civile. Porre limiti ma usarla per divertimento.

Se guardiamo due o tre cuccioli di cane o di gatto o di altri mammiferi spesso li vediamo lottare tra di loro, mordicchiarsi, graffiarsi e comunque aggredirsi. Non si fanno quasi mai male! E’ uno spasso osservarli.

Pensare che i nostri ragazzi non abbiano di questi impulsi è assurdo. Val la pena giocarci e cominciare a considerare l’aggressività come una parte di ognuno di noi che si può gestire. Come la sessualità.

Altro aspetto della crescita che preoccupa molto chi cresce. Aggressività e affettività sono comunque ancora oggetto di censura nella nostra società. Ai ragazzi resta difficile parlarne. Non lo fa la scuola e spesso anche i genitori sono imbarazzati.

Invece io credo che organizzare delle “risse scolastiche”, ovviamente rispettando delle norme di sicurezza evitando che qualcuno si faccia male, in cui i ragazzi possono divertirsi, esprimendo la propria aggressività senza farsi male, farebbe un gran bene alla loro convivenza.

Assurdo? E allora perché i ragazzi filmano in continuazione episodi di piccole risse tra di loro? Non è forse un gioco?

Creano addirittura dei club e si ritrovano per prendersi a cinghiate …

Certo, c’è una identità di destra nella cinghiamattanza, ma sembrano più i richiami alla violenza fine a se stessa, che non all’ideologia. Anche se gli adepti parlano di una “danza macabra” che “non è odio cieco, eccesso sadico, escamotage per scatenare masochismo represso” ma “in ultima istanza (aguzza la vista) è un atto d’amore…”

Anche il calcio, con i suoi riti domenicali, è privo di qualsiasi ideologia, e anche il tifo sembra soltanto una scusa per soddisfare gli istinti aggressivi.

Ma aggressività e amore sono gli aspetti maggiormente censurati dalla cultura. E sono anche le cose che maggiormente attraggono, fatalmente.

La trasgressione è un richiamo troppo forte per gli adolescenti che devono superare le prove di iniziazione per accedere al mondo degli adulti.

In fondo gli adulti danno molti esempi di un mondo inaccessibile ai giovani. Soltanto l’esistenza di film VIETATI AI MINORI DI 18 ANNI, sembra un richiamo irresistibile per un mondo adulto dominato dalle PROIBIZIONI.

Ecco che i ragazzi, per diventare adulti, devono essere capaci di accedere al PROIBITO. Ciò che è proibito, nella fantasia dei ragazzi, non lo è perché dannoso, ma soltanto perché riservato agli adulti che possono goderne LIBERAMENTE.

Se ne deduce che tutte le proibizioni, relative al sesso e alla violenza, non fanno altro che eccitare gli animi.

Che fare allora?

Potremmo parlare di sesso molto più liberamente, rendere noiosi, come in realtà sono, tutti i film pornografici, e giocare con i ragazzi e la loro aggressività, un aspetto naturale e non pericoloso, di per sé.

Ai ragazzi piace giocare.

E perché mai gli adulti non dovrebbero aiutarli a giocare? Solo reprimere?

La repressione, senza alcuna comprensione, accompagnata soltanto dalla condanna, perché non si fa, può portare alla violenza, perché la repressione è già di per sé un atto violento.

E’ meglio condividere le esperienze con i ragazzi, e vivere vicino a loro, piuttosto che lontani, ipercritici e repressivi.

E’ per questo che con i miei figli faccio a botte quasi tutti i giorni …

O no?

:-)

Per scaricare La Ragnatela del Grillo in PDF vai qui:
Oppure qui per leggere la sinossi del racconto

Articolo originale: http://www.giosby.it/2008/10/03/violenza-gioco-e-ideologia/

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coordinamento:

Ken Sharo-Luna Rossa

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