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Epifani: «Operazione pericolosa contro Confindustria e contro il sindacato» – Economia – l’Unità.it.
di Rinaldo Gianola
Nessun passo avanti, nessuna apertura. Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, è molto deluso dall’incontro con Sergio Marchionne: «Ha ribadito le sue posizioni, al limite del ricatto. Se non fate quello che dico io me ne vado altrove perché la Fiat è un gruppo mondiale e posso scegliere dove fabbricare. Non ci sono cambiamenti nel suo diktat, né oggi, bisogna sottolinearlo, ci sono certezze sui volumi produttivi e sugli investimenti del gruppo in Italia. Resta tutto avvolto nell’incertezza ma la strada scelta dal Lingotto non conviene a nessuno, nemmeno all’azienda».
Epifani, la Cgil non condivide il piano Marchionne e così i nuovi modelli vengono spostati in Serbia.
«Non è così. Lo stesso Marchionne ha detto che il trasferimento in Serbia è stato deciso per una questione di tempi, perché Mirafiori non sarebbe stata pronta. La verità è che Marchionne continua a promettere investimenti che restano confusi, chiede una nuova organizzazione del lavoro, nuovi ritmi, deroghe alle leggi e al contratto nazionale ma poi non c’è la certezza di cosa produrranno le fabbriche italiane. L’incontro è stato deludente, non capisco l’ottimismo del governo, di Cisl e Uil. Il futuro degli stabilimenti italiani oggi è in dubbio. Né il governo né la Regione Piemonte sono riusciti a convincere Marchionne a fare un passo in avanti».
Fabbrica Italia, dice Marchionne, è un progetto aziendale, non un piano condiviso. Quindi: ci state o no?
«Se Fabbrica Italia è una proposta aziendale perché non farla diventare un progetto condiviso dai lavoratori, dai sindacati, dalle istituzioni, perché non renderla più forte con il consenso e la partecipazione di tutti? Ci sono le condizioni, se la Fiat vuole, di riaprire il negoziato e trovare un accordo ampio, su produzioni, organizzazione del lavoro, saturazione degli impianti. L’obiettivo principale della Cgil e della Fiom è di mantenere e di rafforzare l’industria dell’auto in Italia, di consentire alla Fiat di realizzare in sicurezza i suoi investimenti, di rendere più efficienti le fabbriche, di garantire i posti di lavoro. Noi ci stiamo e siamo disposti a dare il nostro importante contributo, nel rispetto della Costituzione, delle leggi dello Stato, dei contratti».
Ma Marchionne non ne vuole sapere di contratti e di tutto il resto. La Cgil si ostina su questi argomenti mentre Marchionne vuole uscire da Federmeccanica e denunciare il contratto nazionale di lavoro. Lui è già nel futuro, è “inarrivabile” come dice il Corriere della Sera…
«Marchionne sta compiendo un’operazione molto pericolosa che danneggia l’intero sistema delle relazione industriali. Uscire da Federmeccanica e derogare dal contratto vuol dire, prima di tutto, dare uno schiaffo alla Confindustria e alla signora Marcegaglia. Se la Confindustria non è in grado di far rispettare gli accordi ai suoi associati quale credibilità potrà avere con le controparti? Marchionne vuole davvero passare sopra tutto, distruggere anni di storia di relazioni industriali, vuole farla finita con i corpi intermedi di rappresentanza? È un rischio molto grave, soprattutto in un paese colpito da una crisi profonda, dove la tenuta del tessuto sociale è in forte pericolo».
Forse Marchionne, alla pari di Berlusconi, si accontenta di tenere la Cgil fuori dalla porta. Non le pare?
«Non voglio pensare che un gruppo importante come la Fiat possa ricercare la sistematica esclusione del più grande sindacato italiano. Sarebbe un gravissimo errore, perché fabbriche con migliaia di dipendenti e produzioni molto complesse non si governano trasformandole in caserme. La Cgil e la Fiom restano in campo con la piena disponibilità a negoziare e a trovare un accordo nell’interesse di tutti. Se, invece, la Fiat sceglierà un’altra strada ne prenderemo atto».
Il sindaco Chiamparino ha detto che il sindacato, e si riferiva alla Cgil e alla Fiom, non è stato all’altezza della sfida Fiat, che Mirafiori non può pagare per Pomigliano…
«Il giudizio di Chiamparino è sbagliato. Che cosa vuol dire, che cosa c’entra Pomigliano con Mirafiori? Il sindaco non ha capito che, comunque, la produzione di Torino sarebbe stata trasferita in Serbia, come ha detto lo stesso Marchionne? E poi bisogna chiarire una volta per tutte: se la politica, anche la sinistra, ritiene che un sindacato moderno sia quello che accoglie tutte le richieste delle imprese a partire dalla Fiat senza fare obiezioni, allora è bene ribadire che questo non è il modello di sindacato che appartiene alla Cgil. Forse il sindaco di Torino ritiene che la Cgil e la Fiom non siano abbastanza responsabili davanti a una sfida come quella della Fiat? Bene, invito lui e la Fiat a metterci alla prova».
La verità, comunque, è che di fronte a Fabbrica Italia la capacità di analisi e di risposta del sindacato e della politica, in particolare delle forze progressiste, sono state insufficienti, è stato impiegato un armamentario vecchio mentre Marchionne fa la parte del modernizzatore in maglioncino.
«Non c’è dubbio che ci siano difficoltà perché l’operazione Fabbrica Italia è ambiziosa e impegnativa per tutti. Ma vorrei aggiungere che la difficoltà più grande è quella di trovarsi di fronte non a disegno industriale, condivisibile o meno, ma a una filosofia del ricatto che ispira le trattative, o meglio: le comunicazioni ai sindacati, e sostanzialmente si basa su un solo principio».
Quale sarebbe questo principio?
«L’azienda è al centro di tutto, vado a produrre dove mi conviene e tutto il resto non conta. Vado dove gli operai costano meno e posso sfruttarli di più, dove i governi mi danno soldi e non mi fanno pagare le tasse. Marchionne, forse, è un po’ troppo americano, per questo rischia di compiere gravi errori».
Se questo è il principio che ispira Marchionne, allora la Fiat in Italia durerà poco? Che idea si è fatto della strategia di Marchionne, dove sta andando?
«Il suo primo, principale fronte è l’America. Non ci sono dubbi. Deve riportare in Borsa la Chrysler, rimborsare il maxi-prestito e cercare di sfruttare la congiuntura positiva del mercato. Poi nel medio termine è possibile la fusione tra Fiat e Chrysler, speriamo che ci sia ancora spazio per l’Italia e per l’Europa. Per questo è importante oggi difendere e sviluppare una forte industria dell’auto in Italia».
Non teme che la linea dura di Marchionne possa far presa su altre imprese che affrontano pesanti ristrutturazioni?
«Penso che le imprese italiane non seguiranno questa strada che porterebbe dritti dritti alla balcanizzazione delle relazioni industriali dove comanda il più forte. Mi chiedo e chiedo alle aziende intelligenti: conviene buttare a mare un grande patrimonio di relazioni industriali per colpire momentaneamente lavoratori e sindacati, per fare la faccia dura? No, non credo che seguiranno Marchionne perché già oggi nel nostro paese grandi imprese italiane e multinazionali nella chimica, nel tessile, nell’industria degli occhiali, si accordano con il sindacato per ristrutturare le attività produttive al fine di restare in Italia e difendere l’occupazione».
Cosa succede adesso?
«Attendiamo di conoscere le scelte ufficiali di Marchionne, se esce da Confindustria, se denuncia il contratto, come e se manterrà gli impegni per le fabbriche Fiat in Italia. La Cgil e la Fiom sono pronte a riprendere il confronto per garantire all’azienda di raggiungere gli obiettivi ambiziosi che si è data. Se il governo non si limitasse, come ho detto, a fare il notaio ma mettesse in campo qualche idea di politica industriale darebbe un bel contributo. D’altra parte ricordo che tutta la partita Fiat iniziò a Palazzo Chigi, lì dovrebbe tornare».
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L’uomo con il maglione è piuttosto furbo, spaccia delle scelte di fondo che comunque sarebbero state prese da una multinazionale tesa solo al massimo profitto e che non ha nessuna intenzione di rispettare l’essere umano, per delle scelte quasi casuali dipendenti dalle scelte della FIOM. Quasi che se il sindacato sbraga……sse del tutto come già hanno fatto i colabborazionisti Bonanni e Angeletti tutto si risolverebbe e Lingotto prnerebbe a risplendere di luce propria la Fiat generosamente non andrebbe i Serbia, le macchine improvvisamente si venderebbero e gli asini felici volerebbero…Scuola Berlusconiana? Qui il busilliss è sommo è nato prima l’uovo o la gallina…Forse Marchionne si è laureato allo IULM oppure all’università del San Raffaele???? Scherziamo, perchè ci resta poco altro…Disinformazia, che in un paese che stenta a riconoscere sè stesso ha facile presa. Anche per la falsa immagine di area che la Fiat è riuscita a trasmettere con la gestione Montezemolo che l’ha schierata, del tutto apparentemente in un’area di “illuminismo”…niente di più falso, non dimentichiamolo il Fascismo è nato in FIAT…la famiglia Agnelli è artefice del fascismo e di quarant’anni di Democrazia Cristiana e fra i peggiori e più affamati avvoltoi di questa nazione(giandiego)
....birra? Posted 4 hours, 23 minutes ago. Add a comment
Fioroni: «Stanno per esplodere Caliendo si faccia da parte» – Italia – l’Unità.it.
di Maria Zegarelli
La pila dei quotidiani, «Gli ultimi fuochi dell’impero romano», di Giulio Castelli e «Propaganda Fide R.E» di Andrea Gagliarducci sotto il braccio, «mi tengo aggiornato sui temi caldi…».
Beppe Fioroni, a proposito di temi caldi, ha sentito le ultime? Indagato anche il sottosegretario Giacomo Caliendo.
«Sono garantista e i giudici devono fare il proprio mestiere, non emetto sentenze ma è indiscusso che il ruolo del sottosegretario alla giustizia è un ruolo particolare e le ragioni dell’opportunità vanno di pari passo con la saggezza richiesta a chi svolge una funzione particolare per conto del nostro paese».
Secondo lei questo renderà ancora più a rischio la tenuta della maggioranza?
«Con il clima che c’è al loro interno ogni voto e ogni momento possono essere elementi che fanno detonare il sistema Pdl».
La rottura tra Berlusconi e Fini sembra questione di giorni, settimane, Quale scenario vede nel caso in cui i cofondatori si separino non consensualmente?
«Credo che lo scontro sia reale, ma ricordo anche che quando Berlusconi annunciò il Pdl Fini disse “siamo alle comiche finali”, salvo poi cambiare idea. Mi auguro che stavolta si sia reso conto che sono andati troppo oltre…».
E quindi, cosa ci sarebbe dopo?
«L’Italia ha una situazione economica molto seria, se in prospettiva alla crisi economica si aggiunge anche quella politica, con il debito pubblico che abbiamo, diventiamo un paese condannato a fare la fine della Grecia».
Sta dicendo anche lei, come D’Alema, che la soluzione è un governo di transizione?
«Penso che il Pd debba dare la disponibilità al presidente della Repubblica affinché si crei un esecutivo che prima di tutto risolva i problemi degli italiani e poi, soltanto allora, si può andare alla conta».
Transizione con o senza Berlusconi?
«Mi sembra evidente che il “dopo” non può che tener conto dei danni e dei colpevoli del “prima”».
Chi dovrebbe guidare la transizione?
«Non ci sto al giochetto dei nomi, non è un problema del Pd, spetta al Capo dello Stato verificare su quale personalità può crearsi una convergenza per un governo che rimetta in piedi il Paese. Si deve richiedere un gesto di responsabilità verso l’Italia e questo non a nulla a che vedere con gli inciuci».
Anche perché le elezioni adesso non trovano un Pd in gran forma. Secondo i sondaggi scende il Pdl ma il Pd non sale, mentre il cosiddetto terzo polo risulta piuttosto attraente.
«L’interpretazione che do del sondaggio di Renato Mannheimer è che il Terzo Polo oltre il 20% non rappresenta la sommatoria dei voti di Fini, Casini e Montezemolo ma la fine della “cotta” degli italiani per Berlusconi e un giudizio negativo sul sistema bipolare così come si è assestato in Italia. Gl italiani vogliono una ulteriore novità».
Lei che con questo Pd è piuttosto critico sta facendo un pensierino al grande centro?
«Non ho nostalgia del grande centro e non sono tentato di andarmene. Sono solo incazzato perché non vedo realizzata quell’intuizione che ci fece fondare il Pd e sono ostinato a portare avanti la mia battaglia per farlo diventare il partito nuovo in grado di rappresentare l’alternativa al berlusconismo. Noi avevamo un appuntamento con la Storia, quell’appuntamento è arrivato ma il Pd non è pronto».
Troppo di sinistra?
«Io mi preoccupo se alla fine di un congresso o di una assemblea davanti al termine “democratici” nessuno applaude mentre davanti al “compagni” c’è chi si spella le mani perché questo vuol dire che non riusciamo ancora ad essere orgogliosi di quello che siamo oggi. Nella prima Repubblica i grandi partiti popolari fondavano il proprio progetto per il paese su un pensiero forte che portava l’elettore a scegliere da che parte stare. Nella seconda Repubblica abbiamo pensato di poter trasformare il partito in uno stato d’animo e non abbiamo messo nel conto che senza pensiero forte la politica diventa debole e succube degli interessi. Il Pd deve trovare il suo pensiero forte e fermare in questo modo il terzo Polo».
C’è chi vede in Vendola proprio questo.
«Vendola è di nuovo presidente della Puglia da qualche mese, non può pensare che quello è un trampolino di lancio per le sue, pur legittime, ambizioni personali. Per il Pd, poi, mi sembra più importante trovare un progetto per un’altra Italia e il soggetto adatto per realizzarlo e per parlare a quel blocco sociale – artigiani, commercianti, cooperanti, coltivatori diretti – senza il quale non si vince».
Non avete già nel segretario Pd il candidato premier?
«Non ho pregiudizi per nessuno, tantomeno per il segretario».
E sulle primarie? C’è chi sospetta lei, D’Alema, Marini e Bersani, di volerle superare.
«Le primarie sono uno strumento al servizio della politica e la politica ha un obiettivo: vincere le elezioni non le primarie».
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Dovessi giurarvi che mi piaccia questa intervista e che io condivida anche in parte quello che Fioroni dice mentirei ed è molto preoccupante perchè, detto con assoluta sincerità, pur rendendomi conto che la Real Politik debba in questo momento avere il centro della scena…questa sua prospettiva quasi mi spaventa, vista l’affezione assoluta di certo PD per la condivisione non vorrei che il percorso di Transizione diventasse una scelta di fondo. D’altra parte di fronte ad un’emergenza quale quella che abbiamo in questo momento, non esistono soluzioni indolori. Ho dei fortissimi dubbi però che la destra finiana, “cosiddetta perbene” sia poi così disposta a questo percorso. Mi chiedo se l’ottimismo di Fioroni non sia un tantinello azzardato e non dimentico che a destra hanno sempre trovato ospitalità ipotesi di “forzatura” del sistema democratico…Vocazione che non hanno mai perduto che hanno già avuto modo di dimostrare in questa legislatura…Siamo così sicuri che i “MI DISTINGUO” di Fini siano finalizzati a questo…Io non ci giurerei e resterei moooolto, moltissimo vigilante (parola antica, forse un poco abusata, ma efficace)[giandiego]
....birra? Posted 1 day, 8 hours ago. Add a comment
«È una bomba a orologeria nel Mediterraneo» – Mondo – l’Unità.it.
Cinque pozzi Bp in 50mila chilometri quadrati potrebbero tradursi in cinque maree nere nel Mediterraneo. Greenpeace non è preoccupata?
«Siamo in allarme – risponde Giorgia Monti, responsabile Mare di Greenpeace Italia – da quando due settimane fa abbiamo ricevuto le prime indiscrezioni su questo nuovo progetto di ricerca di idrocarburi nel Mediterraneo. Il disastro nel Golfo del Messico dimostra che la trivellazione in acque profonde resta estremamente rischiosa. Nel Mediterraneo, che è già uno dei mari più inquinati del Pianeta e soprattutto è un mare chiuso, senza forti correnti, un disastro di quel genere avrebbe conseguenze senz’altro peggiori. Si tratta di una bomba ad orologeria».
Però non ci sono solo le esplorazioni in Libia. La Bp ha firmato pochi giorni fa anche un accordo per impianti offshore in Egitto…
«Ciò che inquieta di più è che le compagnie stanno concentrando la loro attività nel bacino orientale del Mediterraneo: non c’è solo la Libia e l’Egitto ma la Tunisia, Cipro, la Croazia, Malta. Non si tratta di grandi stati federali e democratici come l’America, con opinioni pubbliche capaci di reagire, fare resistenza, chiedere risarcimenti, come è già più possibile nei Paesi che si affacciano sul lato occidentale del Mediterraneo. Invece è proprio là che i petrolieri hanno stabilito la loro nuova Frontiera, dove ritagliare i propri investimenti».
Quale rischio corrono le nostre spiagge?
«Il nostro è un mare che subisce già una fortissima pressione antropica perché le zone costiere sono ovunque fortemente popolate, oltretutto con scarsi impianti di depurazione delle acque reflue. Non solo. Si stima che il 30 percento di tutto il traffico di idrocarburi del mondo passi dal Mediterraneo. Si sa che ci sono molte micro perdite nelle attività di scarico e carico nei porti, attività illegali come il lavaggio a mare di cisterne. Essendo un mare chiuso, con poca ossigenazione dagli oceani, disastri come l’affondamento della petroliera Haven fuori dal porto di Genova che è l’incidente più grave mai accaduto e risale al 1991 non è ancora smaltito. Il fondale marino è ancora contaminato dal catrame, residuo dello sversamento di oltre 140 mila tonnellate di greggio. Si può capire come possano allarmare tutti questi nuovi pozzi di ricerca che stanno sorgendo come funghi».
Se ci fosse una perdita negli impianti Bp in Libia sarebbe indennizzato solo Gheddafi. Come potrebbero tutelarsi gli altri Paesi rivieraschi come l’Italia?
«Certo, non avrebbe nessun tipo di responsabilità legale nei confronti dei Paesi limitrofi, non esistendo alcuna norma internazionale di reato ambientale e quindi neanche di risarcimento danni. È sempre difficile quantificare i danni all’ambiente, ancor più ottenere dei risarcimenti corposi come ha dimostrato il caso della Exxon in Alaska. In questo caso poi sarebbe solo Gheddafi a stabilire il danno, come pure i controlli di sicurezza da garantire».
Come si potrebbe aumentare i controlli?
«In Brasile e in Norvegia ad esempio esistono leggi che prescrivono come obbligatori sistemi di blocco automatico dei pozzi e comandi a distanza nelle piattaforme offshore. Negli Usa invece la lobby petrolifera negli anni scorsi è riuscita a bloccare una normativa analoga con la scusa che questi sistemi sarebbero stati onerosi. In realtà scongiurare il disastro della Deepwater Horizon sarebbe costato quanto il canone d’affitto di un giorno della stessa piattaforma».
Per salvare il mare cosa si dovrebbe fare?
«Deve essere chiaro che investire sul petrolio è una follia. La risorsa sta finendo e si stanno cercando giacimenti in zone sempre più incontaminate e irraggiungibili. Nel mare più in profondità si va e più siamo di fronte ad ecosistemi estremamente fragili, neanche del tutto studiati, com’è per le montagne nel Canale di Sicilia. Quando anche i giacimenti più estremi saranno esauriti, cosa faremo? e in quale ambiente contaminato ci troveremo? È chiaro che la strada è un’altra, è quella ad esempio dell’efficienza energetica. E intanto si deve creare una rete di riserve marine inviolabili, protette da regole nazionali e internazionali».
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Questa è la dimostrazione diell’assoluta indifferenza delle Major Multinazionali delle sette sorelle di fronte ai casi del mondo e dimostra laddove serva come non siano i governi a determinare il loro percorso ma il contrario. Le perforazioni di Profondità in Mediterraneo sono un iattura assoluta e la BP ha dimostrato ……nella pratica tutta la sua assoluta e totale incompentenza, ma non solo leggete nell’articolo le condizioni in cui la Libia…alleata del nostro sommo imperatore…permetterà le trivellaioni. Anche L’italia si appresta a trivellare, fra lìaltro anche nelk tempio dei cetacei. Va detto che in quanto a scelte sciagurate questo governo non ce ne ha fatte mancare nessuna. Il Nucleare…inutile dannoso e pericoloso, le trivellazioni (a cosa serve che si sia insistito perchè fossero minimo a 5 miglia marine dalla costa???? Ce lo spieghi ministra Prestigiacomo?) ormai le sperane in un mondo migliore si stanno riducendo a nulla…questo governo e anche molti altri a livello mondiale non escluso Lula in Brasile si stanno impegnando per portarci più velocemente verso la fine…l’impotenZa è assoluta le scelte in cui ci costringono sono vicoli ciechi dai quali non esiste ritorno…tutto all’insegna del profitto e con il falso intento di mantenere il nostro livello di “comodità”…pagheremo carissima la nostra follia, ed ancora più cara la nostra assoluta impotenza.(giandiego)
....birra? Posted 3 days, 3 hours ago. Add a comment
Bonanni: «Marchionne non può giocare allo sfascio» – Economia – l’Unità.it.

L’unico segno visibile di disappunto, forse di delusione, mostrato dal leader Cisl sta in quel generico «amministratore delegato». Raffaele Bonanni non nomina mai per nome Sergio Marchionne, il manager a cui ha creduto per il rilancio di Pomigliano, e che ora toglie a Mirafiori la produzione della nuova monovolume. Ma quando parla si mostra fiducioso, al ridimensionamento del cuore industriale del Lingotto dice di non credere.
Segretario, si aspettava o temeva una simile decisione della Fiat?
«Ho trovato singolare che l’amministratore delegato l’abbia annunciata a mezzo stampa, soprattutto in un momento di grande confusione come questo. Nel metodo, mi sarei aspettato più sobrietà».
E nel merito?
«Io non credo al ridimensionamento di Mirafiori. La Fiat è liberissima di portare la produzione della prossima monovolume in Serbia, a me può anche non importare, se sceglie lo stabilimento torinese per una produzione equivalente o addirittura più prestigiosa».
Per ora un’alternativa non c’è.
«Ed è questa l’unica cosa che andremo a chiedere al tavolo di mercoledì prossimo: la Fiat mantiene l’obiettivo di raggiungere in Italia la cifra di un milione e 400mila veicoli prodotti dagli attuali 600mila? In tal caso, quali sono questi veicoli e dove verranno realizzati?».
Al tavolo ci sarà anche il governo, che però non ha nulla da offrire, nemmeno un ministro dello Sviluppo economico quale interlocutore. Si è parlato anche di lei quale successore di Scajola.
«Che uno dei principali paesi industriali europei sia senza un ministro dello Sviluppo economico durante una crisi come quella attuale, è un fatto grave che si commenta da sé. Ma nessuno mi ha mai proposto di ricoprire la carica, né io ho alcuna intenzione di accettarla, visto che ho promesso alla Cisl che sarei rimasto fino all’ultimo giorno del mio mandato».
Intanto, però, l’inerzia dell’esecutivo sulla vicenda Fiat si fa sentire.
«Il primo danno di questa assenza di direzione è stata proprio la chiusura di Termini Imerese. Ancora aspettiamo le altre proposte per quel sito».
Sta sempre in piedi il famoso progetto Fabbrica Italia?
«Stiamo parlando di investimenti per 20 miliardi di euro da effettuare nei prossimi sei anni, che stabilizzeranno l’occupazione per almeno una ventina. Fino a qualche mese fa, queste erano le preoccupazioni degli interessati alla confusione: si sposterà negli Stati Uniti, si sposterà in Brasile, si sposterà in Polonia. Ma niente di tutto ciò è avvenuto».
Si riferisce alla Fiom e alla vicenda Pomigliano?
«Certo. Noi ci siamo presi le nostre responsabilità perché abbiamo bisogno di quell’investimento, anche come indicazione agli altri investitori nazionali e internazionali, magari intenzionati a lasciare il Paese. Senza investimento non c’è lavoro e senza lavoro non ci sono diritti. Mi viene in mente la vicenda Alitalia. Anche allora noi della Cisl ci prendemmo le nostre responsabilità per far nascere la nuova società, e proprio qualche giorno fa Air France ha annunciato 4mila licenziamenti».
Ma lei si fida ancora di un’azienda che su Pomigliano ha preteso ed ottenuto molto, ma poi ha deciso di andarsene in Serbia?
«L’amministratore delegato della Fiat non può prestarsi al gioco dello sfascismo».
Si riferisce sempre alla Fiom?
«Sì. Se venisse ridimensionato lo stabilimento di Mirafiori, non si capirebbe la logica Fiat, che presterebbe il fianco a chi gioca per far fallire gli investimenti sulla pelle dei lavoratori. Perché io non giudico altrimenti la Fiom, che ha fatto una discussione incomprensibile su Pomigliano e non so quali diritti costituzionali».
Veramente si trattava del diritto di sciopero.
«Nell’accordo non c’è alcun divieto di sciopero. Si dice solo di non favorire lo sciopero in determinate circostanze, durante gli straordinari nel diciottesimo turno, per consentire all’azienda di completare le proprie commesse».
Ma lei crede davvero a quanto ha detto Marchionne? Che porterà la monovolume in Serbia a causa del comportamento di un sindacato sgradito, «poco serio» per la precisione, a Pomigliano?
Questo preferisco sentirmelo dire mercoledì dall’azienda stessa. Nel gioco del caleidoscopio dei media, una virgola può diventare un poema. Ma dovesse ripetere una simile spiegazione, sarei preoccupato. Sarebbe una spiegazione senza fondamento, perché altre forze serie e maggioritarie si sono prese la responsabilità di quell’accordo».
Per Pomigliano si parla anche di una «newco» dove riassumere i dipendenti favorevoli all’accordo e dove non applicare il contratto nazionale dei metalmeccanici.
«La newco non è una novità, anche lo stabilimento di Melfi ha una ragione sociale diversa da quella della Fiat, non ci sarebbe alcun problema, purchè venissero riassunti tutti gli attuali dipendenti, nessuno escluso. Ma noi non accetteremo mai di disdire il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici. Ci è costato molto impegno raggiungerlo, ed ha prodotto buoni risultati».
La Fiat, però, sembra intenzionata a scriversi da sola «la nuova cultura del lavoro», come l’ha chiamata l’Herald Tribune.
La globalizzazione impone una svolta nelle relazioni industriali. Il sindacato non può limitarsi all’antagonismo spingendo le aziende internazionali a fuggire in posti più convenienti, ma deve puntare a relazioni partecipative, che responsabilizzino i lavoratori nelle imprese. In questo modo si costruiranno anche più forti personalità democratiche, perchè il populismo si fonda nella verticalizzazione del potere. Mi piacerebbe che di questo discutessero le forze progressiste del Paese, invece di limitarsi al ruolo di fiamme fatue dei cimiteri».
La strada delle relazioni partecipative con le imprese, però, conduce sempre più lontano dalla Cgil.
«Noi stiamo aspettando la Cgil. Il nostro obiettivo politico é riavvicinarci, ma con una strategia, non con la testa rivolta all’indietro ogni volta che una realtà disordinata la prende per la giacca. Il problema è la Fiom e la Cgil dovrebbe risolverlo. In fondo, firma tutti i contratti di categoria tranne quello dei metalmeccanici. Mi sembra che ci siano le condizioni perché rimetta in discussione la decisione presa due anni fa sull’accordo interconfederale».
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Mi fa, sinceramente, rabbia che quest’uomo parli, venduto e svenditore, ora si erge a far morali, fra tutti proprio lui che ha facilitato e, fortissimamente, difeso l’affronto che gli operai di Pomigliano hanno dovuto subire??? Proprio lui, maggior candidato a quel posto che denuncia come vuoto…Lui il miglior artefic……e del piano di rinascita nazionale… che consegna al suo nuovo probabile incarico un sindacato diviso…lui …già lì accucciato nella posizione della rana e pronto al salto…Una sola parola “Vergognati Bonanno”, tu sei l’artefice dello sfacio, tu il primo colabborazionista ed ora cosa fai…ti indigni? Ridicolo e grottesco, se non passase dall’orgoglio di molti che tu hai contribuito ad umiliare(giandiego)
....birra? Posted 4 days, 4 hours ago. Add a comment
Veltroni: «Le stragi volute dall’Antistato ma la verità è vicina» – Italia – l’Unità.it.
Concita De Gregorio
C’è solo da continuare a cercare. Chi cerca la verità non lo fa a vantaggio di qualcuno, è chi depista lo fa per occultare qualcosa, proteggere qualcuno. Le cose stanno come avevamo immaginato in questi anni e anche peggio. Torno da questi tre giorni in Sicilia con la certezza che quei magistrati, se non si impedirà loro di lavorare, potranno dire al Paese la verità che fin qui è stata nascosta».
Si chiude così l’analisi dei fatti che Walter Veltroni fa all’indomani della lunghissima audizione dei magistrati siciliani in commissione Antimafia. Audizione secretata nel merito della quale – dice subito – «non entrerò per rispetto istituzionale ed etico del segreto. Posso però dire che sono stati giorni straordinari, di grande valore storico ed emotivo. Ne esco con la conferma che ciò che abbiamo detto in questi anni è assolutamente vero. È vero ciò che scrissi su questo giornale nella notte delle stragi, quasi vent’anni fa. È vero ciò che ha detto il presidente Pisanu parlando di “convergenza di interessi tra mafia, logge massoniche, pezzi di apparati deviati, settori politici”. Ripeto ciò che ho detto in questi mesi e che ora è da tutti confermato: le stragi del ‘92-’93 sono state stragi dell’Antistato, non solo stragi di mafia. C’è stato un disegno volto al condizionamento della vita politica nazionale e non era certo Totò Riina a guidarlo. Dico Antistato perché non voglio smettere di pensare che lo Stato siano Falcone, Borsellino, Caponnetto, gli uomini delle scorte, coloro che hanno speso la loro vita in difesa della legalità. Non importa quale grado gerarchico, quale posizione nella vita pubblica avesse chi ha complottato contro Falcone e Borsellino: era antistato».
Stiamo alle dichiarazioni pubbliche rese dai magistrati fuori dall’audizione: siamo davvero a un passo dalla verità?
«Sembra emergere, hanno detto alla stampa i magistrati, che l’assassinio di Borsellino è stato spiegato negli anni seguendo un depistaggio spaventoso. Una falsa verità costruita ad arte. Le dichiarazioni di Spatuzza fanno ripensare a quel che anni fa disse Brusca: per via D’Amelio ci sono innocenti in galera. Si sono evidentemente fatti passi avanti nel disvelare una gigantesca menzogna. Ma se Scarantino non è il responsabile dell’assassinio di Paolo Borsellino: perché qualcuno si è accusato di responsabilità che non aveva e per questo ha accettato condanne dure? Su mandato e per coprire chi, che cosa? Se si lasciano lavorare i magistrati, se avranno il sostegno delle istituzioni, se i mezzi di informazione non si lasceranno trascinare in pericolose operazioni di depistaggio (le fughe di notizie sono uno dei modi classici), se chi indaga sarà messo in grado di accedere alle fonti di informazione, ecco, allora davvero la verità sarà a portata di mano. Il sistema politico non deve avere paura della verità. Mi ha davvero colpito che il procuratore Lari abbia detto: il sostegno del capo dello Stato è importante. Sono importanti i segnali politici così come i gesti concreti: i colpi ai vertici della mafia, certo, ma poi sconcertano le contraddizioni. Negare la protezione a Spatuzza è messaggio pericolosissimo: se collabori non sei protetto. Una decisione assurda, mi rivolgo al governo: ci ripensi».
Spatuzza è stato oggetto di una campagna di discredito. Ci si domanda se sia credibile.
«Le parole di chi collabora con la giustizia devono trovare riscontri. Non bisogna delegittimare né credere a prescindere: bisogna verificare quello che dicono. Senza i pentiti né la mafia né il terrorismo sarebbero stati colpiti. Come ci ha detto un procuratore: le parole dei pentiti offrono una panoramica, poi ci sono altri strumenti per lo zoom. Le intercettazioni sono uno di questi. Il ddl sulle intercettazioni è pericoloso perché nega ai magistrati la possibilità di indagare: anche in materia di mafia, poiché come ciascuno sa molti reati di mafia sono emersi a partire da indagini che con la mafia in origine non avevano a che fare. E’ questo il nodo della legge in discussione, questa la posta reale».
Ogni volta che si parla di stragi di stato, o di antistato, c’è chi ironizza sui complottisti e i dietrologi. È ora di uscire dalla panoramica ed entrare nel dettaglio: nomi, circostanze, prove, dicono. Dicono anche: come mai solo adesso, 18 anni dopo?
«È maturo il momento. Io non sono complottista né dietrologo. Guardo la realtà per quella che è. Piazza Fontana, Bologna, Piazza della Loggia, Ustica, la precisa composizione del commando che ha rapito Moro: se ancora non si sa con certezza come siano andate le cose non è per caso. Assassini rossi o neri, le mafie che hanno provato a distruggere il tessuto civile di questo paese non hanno mai agito da sole. Mi domando: perché si coprono verità cosi devastanti? Politicamente ci siamo già dati le risposte. I magistrati indagano quando sono in condizioni di farlo. Quando c’è chi collabora, per esempio. Oggi lo stanno facendo con serietà, con scrupolo, rischiando molto».
Un’altra domanda interessante è perché la mafia abbia smesso di fare stragi. È lo snodo del ragionamento di chi sostiene: perché lo scenario politico successivo alle stragi la garantiva.
«È un dato di fatto che le stragi finiscono in coincidenza con l’aprirsi, dopo il governo Ciampi, di una nuova fase politica, ed è altrettanto chiaro che le stragi non sono il linguaggio della mafia. La mafia uccide. Il Velabro, i Georgofili uomini come Riina non sanno neppure cosa siano. Un’altra mano, dal ’69 in poi, c’è stata dappertutto. Perché la banda della Magliana compie il depistaggio del lago della Duchessa, perché rapisce Emanuela Orlandi, perché il suo capo è sepolto a Sant’Apollinare? Quando Grasso parla di “entità” non indica la Spectre ma un sistema di interessi che si coagula di volta in volta. Per me non vale solo per la mafia. È stato così per piazza Fontana, nel ’78 con Moro. Qualcuno ha eseguito ma ci hanno messo le mani in molti. Nel libro di Flamigni dedicato a via Gradoli c’è una sorta di outlet del terrorismo: sul pianerottolo nell’appartamento di fronte a quello di Moretti e Balzarani il cognome sul campanello era Mokbel. La storia di questi anni è così. Che fine hanno fatto l’agenda rossa di Borsellino? Quella di Ilaria Alpi? Gli appunti di Cassarà, il file del computer di Falcone, la videocassetta di Rostagno? Ecco. Siamo forse oggi in condizione di arrivare a dirsi qualcosa che non si poteva dire prima. D’altronde la storia non è fatta della fretta bulimica dei giorni né dei mesi, è fatta di fasi. È arrivato il momento della verità ed è questo il tempo in cui chi sa ha il dovere di parlare: lo faccia. Il nostro paese ha diritto alla verità sulla sua storia».
A chi si rivolge?
«Ci sono molti testimoni viventi che hanno avuto in quegli anni responsabilità istituzionali e politiche. C’è stata per molto tempo una strategia destabilizzante. Guardiamo agli eventi di quei due anni. La mafia ha colpito prima i suoi referenti politici colpevoli di non aver ammorbidito la sentenza del maxiprocesso. Falcone, a Roma, stava arrivando al cuore del sistema finanziario e politico mafioso, è stato ucciso quando è stato lasciato solo. Poi la trattativa con l’Antistato – lo Stato non può trattare con la mafia. Non va a buon fine o Borsellino si oppone. Poi le stragi del ’93-’94, appena formato il governo Ciampi. Bisognava intervenire sull’esito della vita politica nazionale. L’alternativa è che fosse in corso un’altra trattativa. Oggi sappiamo che anche l’attentato all’Addaura non è andato come hanno voluto far credere. Agostino e Piazza, due agenti, sono stati uccisi in circostanze misteriose. Falcone diceva “menti raffinatissime”, e non penso si riferisse a Riina. Abbiamo avuto il nemico in casa, annidato dentro lo Stato. Siamo vicini, sì, a conoscere la verità ma è importante proprio per questo, proprio adesso il messaggio politico che si manda. La frase su Mangano non può essere dimenticata».
“Un eroe”, per Berlusconi e Dell’Utri.
<MC>«Un uomo che ne ha sciolto un altro nell’acido, condannato a più ergastoli. Un segnale precisissimo, quella frase. Mi fa piacere che oggi se ne accorgano anche altri ma meglio sarebbe stato forse dirlo prima. Due anni fa per esempio, quando gli italiani andavano a votare: sarebbe stato bello sentirlo dire allora. No, Mangano non è un eroe».
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A sentirlo parlare così il “compagno” Walter sembra persino convinto, sarà il filtro gentile di Concita, forse. A parte gli scherzi, siamo un poco stanchi di eterne ricapitolazioni, degli avvenimenti. Di annunci di soluzioni dietro l’angolo, di dotte e colte analisi, un poco trite. Nella scoperta delle acque calde L’ amico Walter è specialista. Vorremmo qualch………e fatto, qualche verità. Si afferma che la verità sulle stragi sia dietro l’angolo…Bhè quell’angolo ci preoccupa molto Walter, moltissimo. Non voglio essere inutilmente acido, non gioverebbe all”unità montante e necessaria per battere l’Imperatore Buffone ed i suoi scherani, ma ho l’impressione che chi cerchi veramente la verità, chi la esiga dovrebbe essere…come dire, un poco più determinato, nel suo inseguimento, meno disponibile all’autoassoluzione degli artefici, meno disposto al compromesso con loro, cosciente della Lacerazione profonda che è steta inserita nella società e del fatto che, con ogni probabilità i fautori e i mnandanti di tale operazione oggi gestiscono il potere, anzi, probabilmente non lo hanno mai lasciato(giandiego)
....birra?
Bernard Rappaz di fronte ai giornalisti nell’agosto 2008 a Sion (Keystone)
Il canapaio ha interrotto lo sciopero della fame iniziato in segno di protesta per la condanna detentiva. Rappaz era ad ogni modo disposto a proseguire fino alla morte, una volontà che secondo Ruth Baumann-Hölzle della Commissione nazionale d’etica andava rispettata. Sia dallo Stato che dai medici.
Il Dipartimento vallesano della sicurezza ha deciso di rivedere le modalità di esecuzione della pena inflitta a Rappaz, le cui condizioni di salute sono diventate preoccupanti.
L’agricoltore, ricoverato all’Inselspital di Berna, dovrà scontare la sua pena al suo domicilio. Sarà sorvegliato 24 ore su 24, avrà diritto a un’ora d’aria al giorno e potrà ricevere visite solo da parenti stretti e per non più di 90 minuti.
Le condizioni sono state accettate da Rappaz, il quale ha ricominciato a nutrirsi, ha indicato mercoledì la Cancelleria vallesana. La misura è provvisoria in attesa della sentenza del Tribunale federale
Ecologista e attivista per la depenalizzazione della canapa, Rappaz aveva iniziato il suo digiuno nel mese di maggio per protestare contro la condanna inflittagli per aver coltivato e venduto grandi quantità di canapa.
Nel corso degli anni Novanta, molti cantoni svizzeri hanno praticato una politica liberale, senza basi legali chiare, nei confronti del consumo di cannabis. Così, per qualche tempo era possibile acquistare marijuana negli oltre 130 canapai sorti in varie località del Paese, ciò che ha condotto a un vero e proprio turismo della canapa nelle zone di frontiera. Anche i contadini avevano scoperto una possibilità di guadagno accessorio coltivando la pianta.
Dopo questo periodo piuttosto tollerante, la situazione è cambiata. Nel 2004, il progetto del governo federale di revisione della legge sugli stupefacenti – che comprendeva il principio della depenalizzazione – è stato affossato dal Consiglio nazionale (Camera del Popolo).
Anche l’iniziativa popolare che chiedeva di depenalizzare il consumo di marijuana e di creare un mercato controllato della canapa è stata respinta dall’elettorato svizzero nel 2008. Continue Reading…
....birra?
19/7/2010 (9:43) - DOCUMENTO PUBBLICATO IL 26 FEBBRAIO 2008
La prima intervista di Eleonora Moro
Dall’archivio de “La Stampa”
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| Aldo Moro e la moglie Eleonora
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FERDINANDO IMPOSIMATO
A trent’anni dalla morte dello statista ucciso dalle Br
la vedova ne parlò con il giudice Imposimato
Questa, a trent’anni dall’uccisione di Aldo Moro, è la prima intervista rilasciata dalla moglie Eleonora su quei tragici momenti. Lo sfogo della vedova dello statista democristiano è stato raccolto da Ferdinando Imposimato, magistrato, docente, parlamentare, che lo pubblica nel volume “Doveva morire – Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell’inchiesta racconta”.
Aldo Moro ha scritto: «Le cose saranno chiare, saranno chiare presto». Lo ha scritto in una delle sue lettere più belle. È una lettera che rileggo spesso…
«Non lo faccia perché è troppo triste…»
Quando ho riletto le dichiarazioni che lei ha fatto alla Commissione Moro, sono rimasto sconvolto. Lei afferma fatti e circostanze con precisione e verità assolute. Lei denuncia le inerzie del potere.
«Quella gente desiderava eliminarlo perché era scomodo. La gente scomoda sta dalla parte della giustizia e della verità. E poi c’è da dire che tutti avevano una paura terribile perché lui sapeva tutto di tutti, e quindi si sentivano sotto un riflettore che li inquadrava. Purtroppo non avevano capito che Aldo non avrebbe mai fatto del male a qualcuno se non fosse stato necessario per il bene comune…».
Nelle sue testimonianze, davanti alla Commissione Moro e alla Corte di Assise di Roma, lei fa un’affermazione che mi ha colpito. Dice che la tipografia delle Brigate rosse di via Pio Foà era stata scoperta molti giorni prima…
«Certo».
Lei domanda: perché, se questa tipografia era stata individuata, non è stata fatta alcuna perquisizione? E aggiunge: perché i documenti trovati nell’appartamento brigatista di via Gradoli non sono stati esaminati? Perché nessuno li ha letti? Perché sono rimasti imballati per tanto tempo? A lei chi aveva detto tutto questo?
«Erano cose che sapevano tutti. Le conoscevo io perché ero in contatto con la segreteria di Aldo. E le conoscevano quelli che avevano potere nel governo. Vede, Aldo Moro era un uomo che non aveva paura. Camminava verso la sua morte tranquillo, come se andasse a fare una passeggiata. Quando una persona non la si può corrompere, né spaventare, l’unica possibilità è quella di eliminarla perché troppo pericolosa. Aldo conosceva fatti che risalivano a dieci, vent’anni prima. Loro si rendevano conto di essere i veri prigionieri. E che c’era un’unica cosa da fare: ucciderlo. Anche perché, conoscendo la profonda onestà di Aldo Moro, erano certi che egli non aveva lasciato scritto la storia di ognuno di loro su dei pezzi di carta, consegnandoli a un notaio».
Moro, dopo gli episodi avvenuti in via Savoia, davanti al suo studio, disse: «Questa è la prova generale».
«Anche gli uomini della sua scorta, che erano ragazzi buoni, dicevano: “Noi siamo i bersagli di un tiro a segno”. Lo dicevano continuamente. Quindi Moro e i suoi custodi avevano la sensazione di essere sotto tiro. Era una sensazione che aveva anche il portiere di casa nostra. Erano tutti sorvegliati».
Ma perché non ci fu alcun controllo da parte dello Stato?
«Perché lo Stato voleva la morte di Aldo Moro. Quelli che erano nei vari posti di comando lo volevano eliminare». Può indicare qualche persona? «Io non posso indicare nessuno. Non li ho visti operare. Io sono una cristiana e se non ho la prova sicura che quello è un mascalzone, io non lo accuso. Prego Dio per lui. Prego affinché gli tenga la Sua santa mano sul capo».
Comunque in quei giorni prima del sequestro c’era una percezione di pericolo imminente.
«Gli uomini della sua scorta, e soprattutto l’autista, vivevano con l’idea chiara che un giorno o l’altro li avrebbero ammazzati. Perché Moro doveva essere ammazzato. Gli uomini della scorta erano sicuri di essere nel mirino di qualche gruppo, ma non erano intimoriti. Mi dicevano: “Signora, noi siamo certi del pericolo, ma non morirà da solo, noi siamo pronti a sacrificarci con lui”».
A un certo punto della sua audizione davanti alla Commissione Moro, usa questa espressione: «Quei poverini mi hanno detto che era stata trovata la tipografia delle Br molti giorni prima dell’uccisione di Aldo Moro e che non era stato fatto nulla». Chi erano quei poverini?
«Credo gli autisti e anche la sua segreteria. Ad Aldo la gente voleva bene. E tutti quelli che gli volevano bene non hanno mai smesso di interessarsi alla sua sorte in quei terribili giorni. Vede, a coloro che lo hanno fatto uccidere non posso stringere la mano. Se li incontro, li saluto da lontano e filo via rapidamente».
Non riesce a dar loro la mano?
«Io non sono una cristiana così santa. Sono una cristiana molto semplice…».
E questo accade quando ci sono le cerimonie commemorative?
«Sì. Ma succede anche quando li incontro per strada».
Quindi quando ci sono le cerimonie lei è costretta a incontrarli?
«Non vado mai alle cerimonie. Non ci volevo andare quando Aldo era vivo, ma lo dovevo fare come moglie di mio marito. Figuriamoci adesso. Ma il mondo è piccolo. Incontri la gente quando meno te l’aspetti. Per esempio: vado al funerale di una mia amica dell’Azione cattolica, ed ecco che me li trovo lì. Vede, dopo la morte di mio marito mi sono messa a studiare, dal punto di vista cattolico, la difficoltà del perdono. Perché uno può dire: li voglio perdonare. E io, nel profondo, li ho perdonati. Ma quando li vedo, attraverso la strada e vado dall’altra parte. Più che la morte di mio marito, mi ferisce il fatto che sia morto un innocente a causa delle perverse mire di quattro stupidi mascalzoni. Se solo fossero stati modestamente intelligenti avrebbero capito che al potere non si arriva mai attraverso il delitto».
Aldo Moro si è sacrificato per tutti.
«Io glielo dicevo: guarda come cammini verso la tua morte. E lui lo sapeva benissimo. Era il suo abito mentale, il suo modo di vivere. Era un uomo che amava il merito, la pulizia morale, l’onestà delle persone, la bontà. È un dato di fatto che Aldo, arrivato al potere, non lo abbia usato per fare del male a qualcuno. Continuamente il male gli cadeva sotto gli occhi: il tale aveva rubato, quell’altro aveva imbrogliato, l’altro ancora aveva messo nei guai tutta la famiglia. Lui cercava sempre di riparare, ma poi cercava di mettere chi aveva sbagliato in un angolino, in modo che non potesse nuocere più di tanto. In un paese come l’Italia, con la voglia di fare carriera che hanno tutti, non era poco».
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IL MANIFESTO.
| Daniela Preziosi
Il dissenso immaginario
Fedele al suo personaggio – e al suo format radiofonico, Stampa e Regime, una lettura dei giornali che trascende i quotidiani con l’esercizio della memoria su una politica basata sull’oggi, l’ignoranza, l’oblio – quando il signore intervistato varca la soglia del manifesto chiede a uno dei più anziani e bravi un pezzo di anni fa. Lo ricorda, vorrebbe rileggerlo. Massimo Bordin a suo modo è un ex manifesto, coté gruppo politico. Trotzkista da ragazzino, poi nel gruppo dei coltissimi della rivista Praxis (fondato dallo zio di Corradino Mineo, il direttore epurato in questi giorni da RaiNews, destini incrociati) poi giornalista, è radicale dagli anni 80 e da diciannove fino al prossimo 31 luglio direttore di Radio Radicale, «organo della lista Marco Pannella». Si è dimesso. Non può fare, ha spiegato, il direttore sfiduciato benché graziato dalla liberalità dell’editore. Potrebbe provare a convincerlo che sbaglia, «ma francamente – dice – non sono sicuro di averne più voglia». Parole più adatte a un Red Butler di Via col vento che a un radicale professionale. Praticamente una provocazione per il leader, abituato a separazioni e contestazioni chiassose e adolescenziali, alla Daniele Capezzone, per citare l’ultimo defenestrato.
Alto, british, elegante, molto understatement. Si definisce «umile cronista» e anche con ciò fa saltare i nervi a Pannella, di cui è l’antitesi anche fisica, l’ottuagenario Proteo è corpulento, vulcanico, aggressivo, eccessivo. Per quasi dieci anni hanno passato le domeniche pomeriggio insieme. Altro format bello e impossibile: due ore di conversazione, l’entusiasta e lo scettico, il delirio di onnipotenza e il pessimista della ragione. Uno che pontifica urbi et orbi, l’altro che traduce per i non radicali, purché molto pazienti. Archetipo, genere letterario, compagnia di giro: qualsiasi cosa fosse centinaia di ascoltatori già lo rimpiangono e lasciano messaggi sul uo profilo Facebook. Manco fosse la tomba di Jim Morrison.
Bordin, Pannella ti contesta in diretta. Ma giura di essere un editore liberale, disposto a tenerti così: direttore e dissidente. Che vuoi di più? Perché te ne vai? Più che un editore che sfiducia il direttore, sembra il caso di un direttore che sfiducia il suo editore.
Negli ultimi anni si è accentuata una necessità di controllo, da parte di Pannella. Non è sempre andata così. La radio non è il partito. Ha una sua forma, una sua autonomia. Deve incarnare Pannella. Pannella l’ha usata molto come antidoto a una normalizzazione del partito radicale. E ha fatto bene. Ogni tanto il partito diceva ‘noi vorremmo’, e io li fermavo facilmente: ma solo perché sapevo di avere le spalle coperte. Da lui. Quanto alla questione di sfiducia, l’argomentazione contiene una parte di verità. Mettiamola così: io non ho i soldi per sfiduciare un editore, ma posso non fidarmi dell’editore? Se la radio deve incarnare la tua linea politica e invece tu dici che la radio non ti rappresenta, io resto in mutande. E a poco serve che tu, editore, come atto di liberalità, aggiunga: ma non fa nulla, prosegui pure. Non mi tranquillizza.
Allora parliamo di questo dissenso in casa radicale.
È poca cosa.
Pannella si spertica in complimenti per il segretario del Pd Bersani. E insieme sostiene che Massimo D’Alema sia il complice di Berlusconi nel regime della «peste italiana». D’Alema, il grande elettore di Bersani.
Appunto, non torna. Ma Pannella sostiene l’autonomia dei radicali nel rapporto col Pd, e sono perfettamente d’accordo con lui. Forse critichiamo il Pd con angolature differenti. Ma millimetri.
Pannella ce l’ha con D’Alema e invece la radio in questi anni ha stretto molte collaborazioni con la ‘galassia dalemiana’. Con Red Tv, addirittura Italianieuropei per il mensile Interprete internazionale. Insomma, Bordin, collabori con la «peste».
Ma quale galassia dalemiana, abbiamo molti più rapporti con le comunità ebraiche, per dire. L’Interprete è un’iniziativa di un nostro collaboratore. Vederci un asse con D’Alema che inquina la linea dei radicali… ma per carità.
E allora il dissenso dov’è?
Il dissenso non c’è. Se Pannella dirigesse la radio lo farebbe con modi diversi dai miei, il mondo è bello perché è vario. Ma non c’è un dissenso. Se invece Pannella vuole rimarcarlo, resto perplesso. E nel dubbio, mi faccio da parte. E non ne farei uno psico-dramma.
Vieni da sinistra. Non hai dissentito neanche quando i radicali si allearono con Berlusconi, anno ’94, prima di diventare gli ultimi giapponesi di Prodi?
Ma no, queste sono le grandi intuizioni tattiche di Pannella.
Come oggi dire, come fa Emma Bonino, ma anche Pier Ferdinando Casini, che non si interrompe una legislatura?
Lo so, è rischioso. Può significare di diventare gli ultimi giapponesi di Berlusconi. Dico per assurdo. Giapponesi di Prodi significava evitare che la situazione andasse in vacca, come puntualmente accaduto. Una scelta tattica, ma alta.
Una scelta tattica rompere con la casa-madre della sinistra?
La sinistra ne fu ben felice. Ricordo con sincero raccapriccio la riunione in cui venimmo ricevuti da quella specie di esapartito. Furono Armando Cossutta e Leoluca Orlando a dire: con i radicali mai. Dall’altra parte c’era Berlusconi che dialogava con il mondo liberale, con Lucio Colletti. Fu un azzardo. Ma la disillusione fu rapida.
Per Pannella siamo al momento più grave della repubblica e insieme alla soluzione finale del genocidio culturale dei radicali. Con che coraggio diserti?
Ma io non diserto, solo non voglio fare il direttore. Quanto al momento, Pannella ha ragione. C’è un vuoto di politica imbarazzante. L’opposizione è inesistente. Se maggioranza e opposizione girano a vuoto, quello che può venire è pericoloso. In un arco che va dal despota illuminato a Pinochet.
Condividi anche questo. Dì qualcosa su cui dissenti.
A parte le cravatte? Io le cose che sa fare Pannella non le so fare. Di uno sciopero della sete mi dà fastidio solo l’idea. Dico un’altra cosa: c’è un termine che Pannella usa e a me fa rizzare i capelli: ‘differenza antropologica radicale’. Presuppone un Dna radicale, poi magari anche uno forzista, e uno fascista. Pericoloso. Ne dico un’altra. Ma con affetto.
Prego.
Pannella, persona ben poco vicina al comunismo, nel suo inizio di vita politica è rimasto profondamente affascinato oltreché da Luciana Castellina, com’è noto, anche dallo stile comunista. A lui piacerebbero militanti che vivessero come i gruppi dei dieci di Pietro Secchia, senza quella linea politica ovviamente, né quel concetto di democrazia interna. Una fascinazione per il gruppo chiuso.
Una setta. Pannella dice: siamo un ordine monastico.
Evoca quella fascinazione. Ma Pannella non l’ha raccolta dai monasteri.
E tu la contestavi da ragazzo, dai tempi del trozkismo.
E del ’77. Sì, io non c’entro niente con questo. Mi piace studiarla, ho le opere di Secchia. Ma non è il mio genere.
Lasci il timone di una radio che vive di soldi pubblici e, come tutta l’editoria non profit, vive un ‘periodo especial’.
Purtroppo no. Viviamo l’evoluzione di una sottovalutazione. La questione delle nostre convenzioni doveva essere affrontata da tempo, con spregiudicatezza e inventiva. La convenzione va bene, ma non basta. Se fai servizio pubblico, come noi, non puoi prescindere dal rapporto con la Rai. Proporre qualcosa, rientrare nel contratto di servizio, cercare sinergie, non saprei. È una cosa tutta da inventare. Il tempo non c’è mancato. Certo, anche allora premevano urgenze.
Eccolo. Questo è un dissenso.
Pannella detesta le scorciatoie, i praticoni. Vuole che tu faccia le cose e anche che raggiunga il massimo delle potenzialità aggregative. Per capirci: pretende che per entrare in un posto apri la porta con un calcio. A noi, invece, alla radio, capita di lavorare diversamente. Se alle prime registrazioni dei processi avessimo fatto una battaglia eclatante ci avrebbero espulso alla prima udienza. Invece noi lavoravamo per linee interne, e portavamo a casa il nastro. Lui ha ragione. Ma io non faccio il monaco.
Non rompi una regola. Un’amicizia?
Di Pannella ho stima. Quanto all’amicizia, a tutti i grandi personaggi capita così. Come si fa ad essere amico di Trotzky? O di Lenin? No, il termine amico è una cosa o troppo vasta o troppo ristretta.
Hai fatto diventare la radio una testata autorevole, e i radicali più comprensibili. Ti aspettavi qualche parola affettuosa in più? Bonino in diretta ti ha dato dell’irresponsabile.
Ognuno ha il suo stile. Su questo, è vero, sono irresponsabile: non è colpa mia. E comunque: non fate passare Pannella per un Beria in scala, in realtà nei confronti dei compagni più giovani ha un tratto protettivo e molto meno autoritario di quanto non appaia. Quanto a me, ho avuto più di quanto ho dato.
Pannella ti chiede di partecipare alla scelta del futuro della radio. Perché non collabori?
Mi chiedono un’altra cosa: di avallare le loro scelte. Per dire ‘abbiamo deciso tutti insieme’. Ma perché devo partecipare a a una foto in cui tutti sorridono?
Il format di Stampa e regime ha il marchio Bordin. Se non potrai farlo nella tua radio, lo esporterai?
Se va a finire male con la mia radio, e mi dispiacerebbe, dovrò in ogni caso guadagnare qualcosa per pagare l’affitto e le altre piccole incombenze della vita. In questo caso. per alcuni motivi, è più probabile che faccia il giornalista che il centravanti del Barcellona
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Non ci fa affatto strano lo scoprire come certe forme di indeterminazione in stile liberal non siano affatto nuove…L’antipolitica, il mischione destra- sinistra- centro. La teorizzazione dell’assenza delle differenze e dell’unificazione del tutto nell’idea della casta, non nasce ieri. Tale indeterminazione ha, però, favorito l’avventura dell’alleanza innaturale con Forza Italia, ha partorito individui come Capezzone, Rutelli…il che si può molto difficilmente perdonare, pur con tutto l’affetto che ci lega ai radicali…la saggezza dell’osservatore terzo. Rispetto a Radio Radicale…la definizione di tattica, la necessità di profili bassi…indeterminati è discussione annosa che ha prodotto però i mostri di cui sopra
....birra? Posted 1 week, 6 days ago. Add a comment