MILANO – Riapre i battenti il centro chirurgico di Emergency a Lashkar-Gah, chiuso nello scorso aprile scorso dopo il ritrovamento di armi e dopo l’accusa a tre volontari italiani di essere collaboratori dei talebani. «Oggi è una bella giornata» dice Gino Strada.
Un team composto da un chirurgo, due infermieri e un logista internazionale e da 140 afghani, tra personale medico, amministrativo e ausiliario, ha ripreso possesso della struttura dopo che una delegazione di Emergency guidata da Gino Strada, aveva incontrato lunedì scorso il governatore della regione di Helmand per verificare la possibilitá di riapertura.
LE ASSICURAZIONI DEL GOVERNATORE – Nei giorni scorsi il governatore aveva vincolato la ripresa delle attività ad alcune condizioni, tra le quali la presenza di militari afghani intorno all’ospedale e il passaggio della gestione dell’ospedale al ministero della Sanità locale. Il governatore ha inoltre assicurato che Emergency continuerà a poter condurre in autonomie le attività dell’ospedale sia dal punto di vista clinico sia dal punto di vista gestionale. Sulla decisione hanno influito le continue sollecitazioni della societá civile afghana. Da quando il centro era stato chiuso infatti la popolazione locale aveva perso un luogo di cura fondamentale in quanto l’ospedale era l’unica struttura in grado di offrire assistenza chirurgica gratuita e di elevata qualità in tutta la provincia di Helmand.
STRADA: «ASSICURATA PIENA AUTONOMIA» – «Oggi è una bella giornata – ha osservato Strada in collegamento telefonico dall’Afghanistan – e siamo arrivati con fatica a questo momento. Siamo riusciti a capire quale era l’umore della gente che aveva bisogno che l’ospedale riaprisse e che non voleva fosse tolto a loro per motivi forse politici. Abbiamo ricevute le scuse ufficiali da parte del governo afghano e questo dimostra che evidentemente si è trattato di un episodio oscuro». «Al governatore di Lashahk-Gah – ha proseguito Strada – abbiamo fatto le nostre richieste tra le quali il libero accesso per i feriti alla struttura e che l’ospedale debba essere rispettato da tutti, così come deve essere per sua natura un luogo neutrale dove non si esercita violenza. Abbiamo anche ribadito che è impensabile che un ospedale sia sotto il controllo di una forza militare e che l’accesso alle cure sia filtrato da qualcuno e su questo il governatore si è detto d’accordo con noi». «Abbiamo avuto un incontro con il nuovo capo della sicurezza perché quello precedente è stato rimosso, e ci ha garantito piena collaborazione e pieno rispetto dell’autonomia dell’ospedale. Un ospedale – ha sottolineato Strada – che abbiamo ritrovato in una situazione disastrosa, pieno di sabbia ma senza che, tuttavia, vi fosse stato alcun furto».
ATTEGGIAMENTO SERVILE DELL’ITALIA NELLA VICEBDA DELL’ARRESTO – Nella vicenda dell’arresto dei tre operatori di Emergency e della chiusura dell’ospedale di Lashkar-Gah il Governo italiano ha dimostrato un «atteggiamento servile» nei confronti degli alleati coinvolti. A distanza di tempo ne resta convinto Gino Strada che ha riferito di aver parlato nei giorni scorsi con l’ambasciatore britannico nel paese asiatico per chiarire il coinvolgimento dei militari inglesi nella chiusura dell’ospedale di Emergency (furono infatti alcuni soldati britannici a prelevare i tre operatori italiani). Se si fosse verificata una situazione contraria – ha ragionato Strada – e cioè «se fossero stati dei militari italiani a prelevare degli operatori inglesi, il governo inglese avrebbe subito convocato l’ambasciatore italiano: ma da noi non usa, il nostro governo è più servile».
Kabul
All’ospedale specialistico Esteqlal di Kabul, la metà del personale è composto da donne. Arrivano al lavoro portandosi dietro i figli, che lasciano all’asilo nido di cui la struttura è dotata, aperto ventiquattrore su ventiquattro. Situato nella periferia a sud-ovest della capitale afghana, l’ospedale offre prestazioni gratuite a circa un milione di persone. Meno di una decina di anni fa, al posto dei reparti e delle aiuole con gigli, rose e girasoli che adornano il cortile, c’erano macerie. Dal 2003, la struttura sanitaria è sostenuto dalla Cooperazione italiana. I reparti sono più puliti di quelli di altri paesi, Italia compresa. Per esempio quando si entra nell’unità di pediatria o al reparto ustionati, ci si toglie le scarpe per indossare ciabatte. I pavimenti sono tirati a lucido. Un contrasto stridente con il vialone, asfaltato, ma polveroso da cui si accede all’ospedale, dove si respirano a pieni polmoni i veleni sprigionati nel cielo di Kabul dal traffico e i colibatteri delle fogne all’aperto.
Al di là del cancello d’ingresso, notiamo un via vai di donne, che s’incamminano verso la porta di un reparto al piano terra, che dà sul cortile. Aspettano il turno, ma senza mettersi in fila per scambiare qualche chiacchiera. Attendono di varcare la soglia del consultorio familiare. Sono le 11.30 e sul registro sono già annotati i nomi di 39 donne. Alcune indossano il burqa, come Gulnesa Aref, 30 anni. Quando entra nella sala, in cui ci sono due scrivanie a cui siedono le operatrici sanitarie che assistono donne, ma anche coppie che vogliono parlare di problemi (in una stanzetta separata), Gulnesa scopre il viso. Ha occhi e capelli neri, porta dei pendenti d’oro ai lobi e ha mani e piedi colorati con l’hennè. Le chiedo quanto soffra il caldo con il burqa sopra i vestiti, in questo luglio, che, dicono a Kabul, è il più cocente da 50 anni. Mi guarda e sorride. «Vengo da un villaggio vicino Kabul, lo devo mettere per forza» – «Te lo impone tuo marito?» – «Non è che me lo imponga lui. Andiamo d’accordo, è una questione che rigurda le nostre famiglie». Che di sicuro non immaginano Gulnesa al consultorio a farsi prescrivere la pillola col permesso del suo sposo, che fa l’autista. Hanno già cinque figli, di cui tre femmine. La donna non è andara a scuola. Le chiedo se le figlie riceveranno un’istruzione e se porteranno il burqa come lei. Accenna un sorriso e dice: «Certo che andranno a scuola. Non sai quanto mi dispiace non essere potuta andarci io. No, non voglio che portino il burqua». Forunatamente per loro sarà una gabbia da cui saranno probabimente libere, dato che il marito di Gulnesa, pur non essendo molto istruito, pare di larghe vedute, considerato il contesto sociale da cui la coppia proviene.
La cultura della contraccezione, che è ancora un miraggio in questo paese, salverebbe vite umane. La mortalità materno-infantile in Afghanistan è altissima, intorno allo 0,6%, spiega il Dottor Arif, che parla perfettamente italiano ed è benvoluto da medici e pazienti, a giudicare dal calore con cui è accolto quando entra nei reparti.
E’ anche grazie al suo lavoro di intermediazione se al posto di quella che era una moschea oggi c’è la sala operatoria adiacente alla sala parto. E che gli anziani prima e i mariti poi, abbiano lasciato le donne andare al consultorio. Un lavoro che ha comportato far comprendere i rischi delle troppe gravidanze per una donna. E fare accettare la cosa come non contraria all’Islam.
Al consultorio, racconta il medico, si prescrive la pillola del giorno dopo, come quella mensile.
Le donne afghane che fanno uso di contraccettivi, per ora solo a Kabul e nei pochi altri centri del paese in cui esistono progetti di questo tipo gestiti dalla cooperazione internazionale, hanno in genere già dei figli. Al reparto pediatrico, dotato di due incubatrici e cullette ricoperte da un leggero e trasparente velo bianco, la quiete è disturbata solo dai vagiti dei neonati. Ne arriva uno che fino a poco prima galleggiava ancora nel liquido amniotico. ««Come si chiama?», domanda spontanea. Risposta del Dottor Arif, che lavora anche al Policlinico Gemelli di Roma: «Qui non è come in Italia, al nome ci penseranno dopo». In questa che pare un’oasi di pace, le conseguenze della guerra ti colpiscono come una porta in faccia. Le malformazioni nei feti, in tutto l’Afghanistan, sono ancora oggi, una delle tante conseguenze delle bombe liberatrici. «Nelle zone maggiormente bombardate dagli americani l’incidenza di malformazioni è estremamente elevata», aggiunge Arif. Al reparto ustionati ci si imbatte nella tragedia che molte donne afghane vivono dietro le mura di casa, è il.
Gli incidenti domestici sono frequenti per gli “angeli del focolare” che maneggiano fiammiferi vicino alle bombole del gas.
Ma sopratutto, in Afghanistan, anche finita l’era talebana, non mancano le donne che si danno fuoco. Al reparto questi casi sono classificati con il termine inglese self-immolation. Questo mese i casi sono stati tre. Ustioni oltre il 50% del corpo, com’è il caso per chi si auto-immola, significano non solo morte, ma agonia. Talvolta arrivano all’Esteqlal donne ancora vive con il corpo ustionato fino all’85% – 90%. Muoiono quasi tutte. Malia Koja, 19 anni, si è salvata. Aveva ustioni sul 35% del corpo. Porterà a vita i segni del suo gesto disperato. Le ferite del cuore, che l’hanno spinta a immolarsi, le fanno più male di quelle sulla pelle.
E all’alba del centesimo giorno la marea nera non si vede più – Repubblica.it
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Golfo del Messico, in superficie è sparita la macchia. Ma il disastro resta, i fondali sono pieni di sostanze tossiche e il catrame infesta le spiagge e le coste dalla Lousiana alla Florida DAL NOSTRO INVIATO ANGELO AQUARO
NEW YORK – E il centesimo giorno la macchia sparì. Se fosse una favola non si sarebbe potuto trovare finale migliore per la vicenda del petrolio disperso nel Golfo del Messico, dalla Louisiana alla Florida. Ma la tragedia ambientale più grave della nostra epoca – 145 milioni di galloni, 550 milioni di litri secondo le stime più pessimistiche del governo, più di dieci volte l’Exxon Valdez – resta un disastro che dovrebbe frenare ogni ottimismo.
Eppure la macchia è sparita: lo dicono le immagini dei radar, lo dicono le testimonianze di chi è volato sul Golfo, lo dicono gli esperti del gruppo ambientalista SkyTruth. L’ombra nera che si allungava per tutto il Golfo si è ristretta fino quasi a scomparire anche se le palline di catrame continuano a raggiungere le spiagge e le chiazze di petrolio miscelato con i disperdenti chimici continuano a turbare la superficie dell’Oceano. Ma proprio questo è il problema: stiamo parlando solo di superficie.
“Un conto è quello che si vede su: sapevamo che prima o poi sarebbe sparito. Noi siamo preoccupati di quello che sta accadendo sui fondali”. La rabbia che Mickey Johnson, pescatore di Bayou La Batre, Alabama, riversa al New York Times, è quella delle migliaia e migliaia di pescatori per cui nulla è più come prima da quel 20 aprile in cui la Deepwater Horizon è esplosa facendo undici morti. Un terzo delle acque sono state chiuse e la pesca sta morendo come il turismo, malgrado le spiagge costrette a chiudere per l’emergenza siano state soltanto 49 su 253: gli americani non si fidano ed evitano il Golfo.
Ma com’è possibile che il petrolio sia sparito? E soprattutto dov’è finito? La prima causa è ovviamente il blocco del flusso. Aspettando che i due pozzi alternativi uccidano il pozzo per sempre, da due settimane ormai il petrolio non esce più dalla falla, fermato dal tappo che ha finalmente funzionato. Poi ci sono le cause naturali. Determinante l’azione dei batteri, che in praticano si sono “mangiati” il greggio, ma anche la capacità del petrolio di evaporare più velocemente di quanto si credesse: secondo il gruppo ambientalista Oceana il 40 per cento del greggio si sarebbe semplicemente volatilizzato. Le due tempeste che si sono abbattute sul Golfo nell’ultima settimana sono state la spazzolata finale. E poi, certo, c’è stata la task force messa in piedi da governo e Bp, 4mila navi, migliaia di spazzini del mare al lavoro che hanno bruciato o soffiato via il petrolio dall’oceano.
Restano da vedere i danni. Due report governativi hanno già sottolineato la concentrazione di sostanze tossiche sul fondo marino: ma siamo ancora agli inizi dell’indagine. Un po’ più in là è invece quella giudiziaria. Dice il Washington Post che gli agenti federali stanno formalizzando quelle accuse criminali che potrebbero anche spedire in galera funzionari della compagnia e delle altre aziende coinvolte: oltre ovviamente ai dipendenti federali del Mineral Management Service che avrebbero chiuso più di un occhio sulla sicurezza in cambio di mazzette. Il centesimo giorno porta davvero buone notizie.
Occhio che non vede…la saggezza popolare ci insegna le logiche umane…dalle quali persino il cantastorie di Repubblica pare non volersi esimere, essendo giornale dalla vocazione Progressistsa non può non segnalareil danno permanente, inenarrabile, irrecuperabile, ma lo fa in un contesto “Positivo” raccontando di una… “attenzione” che è ben lungi dall’esistere di una stato attento e vigile…nel mondo ci sono ancora migliaia di sversamenti, centinaia di piccole Luisiana, ma glorifichiamo la legge che punisce , forse, i corrotti…perchè di errore si tratta e non di modello di sviluppo demenziale. In fondo Repubblica mica deve mettere in discussione l’ordine delle cose, fare la voce “illuminata” va bene, ma mettere in discussione il sistema, quello non lo fa più nemmeno L’unità…le multinazionali in fondo possono essere utili…quindi…Viva il Re…la situazione è grave , ma neanche tanto come si pensava…Il petrolio, abbiamo scoperto evapora..(giandiego)
Il Parlamento regionale della Catalogna ha approvato oggi la proposta di legge che proibisce la corrida sul proprio territorio. 68 voti a favore, 55 contrari e 9 astensioni.
Il dibattito al Parlamento catalano si incentrava su un’iniziativa legislativa popolare sostenuta da 180.000 firme che chiedeva la fine dello spettacolo «barbaro». La votazione era iniziata stamane alle 10.00 mentre fuori dall’edificio si erano riuniti decine di manifestanti pro e contro la corrida. La Catalogna, che ha conquistato nel 2006 lo statuto di autonomia, è la prima regione spagnola a proibisce le corride a parte le Canarie dove il divieto è stato approvato nel 1991.
Nel mirino gli oltre 91.000 documenti riservati diffusi dal sito WikiLeaks sulla guerra
Obama: «nel dossier nulla di nuovo»
Afghanistan, il Pentagono apre
inchiesta sulla fuga di notizie
Nel mirino gli oltre 91.000 documenti riservati diffusi dal sito WikiLeaks sulla guerra
ROMA – Il Pentagono ha disposto l’apertura di un’inchiesta criminale sulla fuga di notizie che ha permesso al sito WikiLeaks di diffondere oltre 91.000 documenti riservati sulla guerra in Afghanistan.
OBAMA: «NULLA DI NUOVO» – Il presidente Barack Obama ha commentato la fuga di notizie sulla guerra in Afganistan, il giorno dopo la diffusione da parte di WikiLeaks di 92.000 documenti riservati sulle operazione militari americane. Obama ha detto che il dossier di WikiLeaks «non rivela nulla di cui già non fossimo a conoscenza». Il presidente ha comunque definito “preoccupante” la fuga di informazioni. Obama ha parlato dalla Casa Bianca, al termine di un incontro con i leader di maggioranza e minoranza al Senato. «Anche se mi preoccupa la diffusione di informazioni così riservate sulle nostre operazioni militari, il fatto è che questi documenti non rivelano nulla di nuovo, nulla di cui l’opinione pubblica non fosse già stata informata», ha detto Obama.
LA STRATEGIA NON CAMBIA – La strategia Usa nella lotta al terrorismo e nelle relazioni con il Pakistan non cambia dopo l’esplosione della «bomba» Wikileaks. Lo ha precisato il capo di Stato maggiore Mike Mullen: non ci saranno conseguenze sulle relazioni con Islamabad, dopo che in parte dei 92mila resoconti di intelligence sulla guerra in Afghanistan svelati dal sito internet sono emersi elementi di collaborazione tra i servizi segreti pakistani (Isi) e i talebani.
Apprendiamo oggi, 26/07/2010, dai giornali locali, dell’annuncio ufficiale dell’accordo ratificato tra il Ministro per l’Economia e lo Sviluppo regionale serbo e il titolare della GoldenLady Company, Nerino Grassi, che porterà alla costruzione in Serbia del terzo stabilimento produttivo.
“E’ una vergogna”, ha dichiarato Samuela Meci della Filctem Cgil di Faenza. “Martedi 20 luglio abbiamo avuto un incontro con la proprietà dove di fatto non si sono avute certezze per il futuro delle lavoratrici e dei lavoratori Omsa di Faenza, per quello che riguarda la riconversione del sito faentino. Tante parole, ma ancora nulla di concreto. Solo lo slittamento della chiusura di qualche mese”.
La chiusura dello stabilimento ha portato al licenziamento di 350 dipendenti, molte donne. A dare notizia dell’accordo con il ministro dell’Economia serbo e’ la Filctem-Cgil.
Il gruppo, che detiene i marchi Omsa, Golden Lady, Sisi’, Philipe Matignon, Filodoro, ha 7.000 dipendenti, 9 stabilimenti in Italia, 4 in Usa, 2 in Serbia, che presto saranno 3.
NON COMPRIAMO PRODOTTI A MARCHIO
Omsa, Golden Lady, Sisi’, Philipe Matignon, Filodoro,
In una società come quella giapponese dove il modello toyota ha creato la fabbrica totale chi perde il lavoro o non lo trova vive la propria condizione come una delle più grandi colpe. In realtà questo meccanismo è diffuso anche in occidente dove il suicidio o l’omicidio sono reazioni estreme ad un disagio psicologico che non trova una risposta collettiva. Decenni orsono, quando esisteva una identità di classe perdere il lavoro o vivere la condizione di disoccupato determinava una reazione contro un diritto negato. Oggi invece dove i consumi determinano le identità, e dove la frammentazione impedisce la ricostruzione di una identità collettiva tutto viene vissuto soggettivamente. Ed è anche e soprattutto in questa dimensione individuale che va ricercata la vittoria più grande del capitalismo.
(ANSA) – TOKYO, 27 LUG – Gli autoreclusi (hikikimori), potrebbero diventare in Giappone più dell’1% su una popolazione pari a quasi 130 milioni di persone: attualmente sono 700.000, ma il dato potenziale supera il milione e mezzo. È l’allarme contenuto nell’ultimo studio messo a punto dall’Ufficio di Gabinetto giapponese, sul fenomeno del crescente numero di persone che vivono rintanate in camera, rifiutando ogni contatto diretto con il mondo esterno. Il rapporto fornisce uno scenario inquietante, al pari di quel vocabolo hikikomori (letteralmente chi ‘si ritira isolandosì) divenuto ormai noto in tutto il mondo come sinonimo di un male tipicamente nipponico: gli autoreclusi completi, che abbandonano la propria stanza di nascosto solo per cibarsi, sono 230.000, ma arrivano a oltre 700.000 considerando quelli che si recano all’esterno soltanto per interessi personali. Drammatica la stima sui potenziali hikikomori: almeno 1,55 milioni, che corrispondono alle persone che confessano d’aver desiderato almeno una volta di volersi chiudersi in casa per ripararsi dal mondo. La fotografia più recente del fenomeno riferisce di una stragrande maggioranza di maschi (quasi il 70%), in gran parte intorno ai 30 anni di età (46% del totale), che finisce per ripararsi tra le mura domestiche per difficoltà incontrate sul lavoro o nella ricerca di impiego (44%). Quasi il 70% degli autoreclusi prova senso di colpa, spesso nei confronti dei genitori, e una quota simile si dice ‘incertà se rivolgersi alle istituzioni pubbliche in cerca di aiuto. Numerosi sono coloro che dichiarano di aver pensato al suicidio («a volte sento che vivere è un peso»).
Le istituzioni sono spesso prese di mira in quanto inadeguate ad affrontare la piaga sociale, soprattutto giovanile: in un editoriale apparso sull’edizione online, il quotidiano Mainichi ha ricordato oggi che «il problema è stato individuato da almeno 15 anni», ma pochi, ad eccezione di singoli esperti ed enti no profit, hanno lavorato per la sua risoluzione. Negli anni passati era stato istituito un progetto pubblico di riabilitazione per gli hikikomori, che prevedeva un periodo di tre mesi di prova per riportare i soggetti a disagio verso uno stile di vita regolare e al passo con la società, ma l’iniziativa è stata di recente cancellata dall’attuale esecutivo a guida Democratica, che ha giudicato il progetto non efficiente in rapporto ai costi.
Ne avevamo scritto pochi giorni fa proprio su questo sito. Wikileaks permette di “pubblicare” cose ritenute impubblicabili dai singoli governi. E mentre noi ci arrovelliamo su come poter far uscire le intercettazioni tra cricche ed escort (e in un silenzio stampa colpevolissimo ci trivellano il Mediterraneo sotto gli occhi), dagli Usa la “fuga di notizie”riguarda la guerra in Afghanistan.
Civili morti e di cui non si e’ mai saputo nulla, un’unita’ segreta incaricata di “uccidere o catturare” ogni talebano senza alcun processo, i droni Reaper telecomandati a distanza da una base del Nevada, la collaborazione tra i servizi segreti pakistani (Isi) e i talebani: gli archivi segreti della guerra in Afghanistan sono stati svelati da Wikileaks -il portale Internet creato proprio per pubblicare documenti riservati, autore nel passato di numerosi scoop- al New York Times, al Guardian e a Der Spiegel (in Spagna). Emergono 92.000 rapporti classificati del Pentagono che coprono sei anni di Guerra in Afghanistan, dal gennaio 2004 al dicembre 2009, sia sotto l’amministrazione Bush che quella Obama. Si tratta della maggiore fuga di notizie della storia militare americana: una quantita’ enorme di documenti da cui emerge un’immagine devastante di quello che e’ effettivamente successo in Afghanistan: le truppe che hanno ucciso centinaia di civili in scontri che non sono mai emersi, gli attacchi dei talebani che hanno rafforzato la Nato e stanno alimentando la guerriglia nei vicini Pakistan e Iran. Amara la considerazione finale: “dopo aver speso 300 miliardi di dollari in Afghanistan, gli studenti coranici sono piu’ forti ora di quanto non lo fossero nel 2001″. Furente la Casa Bianca che ha condannato “con forza” la pubblicazione del materiale riservato: “Possono mettere a rischio -ha detto non il solito portavoce, ma addirittura il consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama, il generale James Jones- la vita degli americani e dei nostri alleati, e minacciare la nostra sicurezza nazionale”. Indispettito anche l’ambasciatore del Pakistan negli Stati Uniti, Husain Haqqani, che ha definito “irresponsabile” la pubblicazione del materiale riservato. La Casa BIanca ha fatto comunque notare che il materiale copre l’arco di tempo dal gennaio 2004 al dicembre 2009″. Tra le carte emerge, tra l’altro, che “il Pakistan, ostentatamente alleato degli Stati Uniti, ha permesso a funzionari dei suoi servizi segreti di incontrare direttamente i capi talebani in riunioni segreti per organizzare reti di gruppi militanti per combattere contro i soldati americani, e perfino per mettere a punto complotti per eliminare leader afghani”; e che “l’intelligence pakistana (Directorate for Inter-Services-Intelligence) lavorava al fianco di al Qaeda per progettare attacchi” e “faceva il doppio gioco”. Non solo. “Per la prima volta” e’ emerso che “i talebani hanno usato missili portatili a ricerca di calore contro gli aerei della Nato” come gli Stinger che la Cia forni’ ai mujaheedin di Osama bin Laden “per combattere contro i sovietici negli anni ’80″; dall’arrivo di Obama alla Casa Bianca le truppe Usa “usano molti piu’ droni (aerei senza piloti) malgrado le loro performance siano meno notevoli di quanto ufficialmente riferito. Alcuni si sono schiantati al suolo o si sono scontrati in volo, costringendo le truppe americane ad intraprendere rischiosissime operazioni di recupero prima che i talebani riuscissero ad impadronirsi dell’armamento e della tecnologia”. “La Cia ha allargato le operazioni paramilitari in Afghanistan” e “dal 2001 al 2008 ha finanziato il budget dell’intelligence afghana, trattandola come una sua affiliata virtuale”. Dagli archivi riservati emerge inoltre che la coalizione sta usando sempre piu’ le armi letali Reaper per fulminare gli obiettivi talebani in modo telediretto da una base del Nevada. Washington sembra voler ignorare il doppio gioco di Islambad. Secondo i documenti citati, anche l’amministrazione Obama, malgrado le roboanti minacce di “intervento diretto” dell’allora candidato democratico alla presidenza, non ha cambiato nulla. Questo mese il segretario di Stato, Hillary Clinton ha annunciato “altri 500 milioni di dollari” in aiuti a Islamabad, definendo Usa e Pakistan “partner uniti da una causa comune”. Sul sito web il Nyt – che insieme al britannico Guardian e al tedesco Der Spiegel hanno avuto accesso ai documenti forniti da WikiLeaks diverse settimane fa – sono presentati i rapporti piu’ interessanti. Per il New York Times si tratta anche di un recupero, peraltro non in esclusiva, dalla batosta inflittagli lunedi’ scorso dal Washington Post. Il quotidiano della capitale ha cominciato a pubblicare a partire da lunedi’ scorso un’inchiesta a puntate frutto di due anni di lavoro di due giornalisti sui legami tra le agenzie di intelligence Usa e le societa’ di contractors, cui venivano affidate le operazioni piu’ sporche.
Uso della dinamite nella zona della centrale idroelettrica di Aripuanà, in Mato Grosso
SAN PAOLO – Si sono dipinti con i colori di guerra e l’hanno iniziata. Nell’Amazzonia brasiliana è scoppiata l’ennesima rivolta di indios che vogliono difendere il loro territorio. Centinaia di indigeni hanno occupato, armati di archi e mazze, la centrale idroelettrica di Aripuanà, nel Mato Grosso, e hanno preso in ostaggio oltre cento operai.
INDENNIZZO PER LA DEVIAZIONE DEI FIUMI – Gli indigeni, che appartengono a sei etnie locali, chiedono un indennizzo per i danni e l’impatto sulla loro vita causati dalla deviazione dei fiumi della regione per costruire la centrale di Dardanelos. Una delle principali recriminazioni degli indios è che il bacino formato dalla diga sommergerà un grande cimitero tradizionale. Secondo le testimonianze raccolte dalla tv brasiliana, circa 250 indios armati e dipinti con i colori di guerra sarebbero penetrati nel cantiere di Dardanelos, minacciando i dipendenti. Cinque dirigenti sono stati rilasciati, ma gli operai del cantiere sono stati tenuti in ostaggio in attesa che inizino le trattative con l’impresa responsabile per la costruzione, iniziata tre anni fa. Il Funai, l’ente statale incaricato della protezione degli indios, farà da intermediario tra i contendenti.
1) 6 video-Paolo Barnard il
trattato di LIsbona e il colpo di stato
2)tutti i motivi per cui il signoraggio è
3) 2 video-altra bufala del cosidetto signoraggio
E’ gravissimo e fuori dal mondo, ormai digitale, il passaggio sui blog del Disegno di legge Alfano sulle intercettazioni. Non c’è stato ascolto, finora, rispetto a un’indicazione molto chiara che viene dall’universo della rete: stralciare un comma che equipara impropriamente i siti alla carta stampata. C’è ancora la possibilità, se si vuole, alla ripresa del […]
Lesioni da metalli pesanti al fegato, ai polmoni e ai linfonodi di circa un terzo dei bovini allevati nella zona di Taranto. La notizia segue le lumache alla diossina e le aree verdi vietate ai bambini a causa dell’inquinamento nel quartiere Tamburi.La ricerca sui bovini è fresca di pubblicazione sul periodico scientifico Folia Histochemica et Cytobiologica, […]
uomini e donne amore e morte spesso s’intersecano senza spiegazioni apparenti flirt, corteggiamento, abbordaggio, chat donne che disdegnano, donne insultate, donne massacrate. poi si parla dei massacri e di cosa gira per la testa agl uomini che massacrano amore, non amore. possesso, gelosia un fenomeno di follia individuale o una lucida follia che ha messo r […]
Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l’appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l’onestà e il coraggio. L’onestà… l’onestà… l’onestà. E quindi l’appello che io faccio ai giovani è […]
Era dall'anno di creazione di 2PIU2UGUALE5 che non riuscivo a prendermi una vera Vacanza, giustamente con la V maiuscola. Probabilmente mi ci vuole anche perché col passare del tempo la voglia di scrivere e di fare qualcosa per questo “stupido paese” passa. Anzi, te la fanno passare. A presto e buone vacanza a tutti! Risvegliati Italia! […]
L’ospedale Gaetano Pini di Milano si è recentemente unito al Policlinico. Tra i cambiamenti ovvi derivanti dalla novità ce n’è anche uno stupefacente: non si accettano più donazioni di sangue da cittadini maschi omosessuali. Perché? Boh! Forse si pensa ancora alla famosa storia delle “categorie a rischio” e si crede ancora che l’AIDS sia la […]
La notte scorsa cinque militanti antifascisti sono stati aggrediti da membri di organizzazioni di estrema destra nei pressi di piazza Politeama, a Palermo. Tra di essi vi erano anche alcuni nostri iscritti". E' quanto afferma Marco Giordano, coordinatore provinciale dei Giovani comunisti. "Condanniamo senza mezzi termini l'accaduto e rich […]
per ricordare due veri eroi del nostro tempo, di Adriana Castellucci. Ormai da diciotto anni tornare a Palermo per me significa non mancare all'appuntamento del 19 luglio: una sorta di rito che sigilla un patto con la memoria collettiva del nostro disgraziato Paese. Rivedo vecchie facce del passato, ne conosco di nuove, recrimino sul numero dei parteci […]
Italia modello da seguire nella lotta alla tratta degli esseri umani. Ma solo fino al 31 luglio prossimo quando – a meno di improvvisi cambiamenti – verranno chiuse 14 delle 15 postazioni regionali e interregionali del numero verde Antitratta, un canale attivo 24ore su 24 a cui possono rivolgersi vittime e forze dell’ordine per denunce […]
Isabela Figueiredo ha scritto uno dei romanzi più coraggiosi che ho letto sulla fine del colonialismo portoghese che è, insieme, un tributo di amore per suo padre e un’affermazione della sua identità. Ha un blog, Novo Mundo, e quando le ho chiesto di tradurre un suo post che mi è piaciuto molto, un post che […]
El día lunes 26 de julio varixs activistas realizaron una manifestación pacífica en contra de un nuevo curso realizado en la Facultad de Ciencias Exactas y Naturales (UBA), esto es en Ciudad Universitaria, el cual está directamente relacionado con la experimentación en Animales de laboratorio. El mismo consta de un curso arancelado con una parte […]