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OMSA GOLDEN LADY CHIUDE LO STABILIMENTO DI FAENZA E APRE IL TERZO IN SERBIA – BOICOTTIAMO I MARCHI

La rabbia delle Cgil di Faenza

Apprendiamo oggi, 26/07/2010, dai giornali locali, dell’annuncio ufficiale dell’accordo ratificato tra il Ministro per l’Economia e lo Sviluppo regionale serbo e il titolare della GoldenLady Company, Nerino Grassi, che porterà alla costruzione in Serbia del terzo stabilimento produttivo.

“E’ una vergogna”, ha dichiarato Samuela Meci della Filctem Cgil di Faenza. “Martedi 20 luglio abbiamo avuto un incontro con la proprietà dove di fatto non si sono avute certezze per il futuro delle lavoratrici e dei lavoratori Omsa di Faenza, per quello che riguarda la riconversione del sito faentino. Tante parole, ma ancora nulla di concreto. Solo lo slittamento della chiusura di qualche mese”.
La chiusura dello stabilimento ha portato al licenziamento di 350 dipendenti, molte donne. A dare notizia dell’accordo con il ministro dell’Economia serbo e’ la Filctem-Cgil.
Il gruppo, che detiene i marchi Omsa, Golden Lady, Sisi’, Philipe Matignon, Filodoro, ha 7.000 dipendenti, 9 stabilimenti in Italia, 4 in Usa, 2 in Serbia, che presto saranno 3.

NON COMPRIAMO PRODOTTI A MARCHIO
Omsa, Golden Lady, Sisi’, Philipe Matignon, Filodoro,
LA PRODUZIONE DEVE RESTARE IN ITALIA
Luciana P. Pellegreffi
By NEURONIATTIVI

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Posted 1 day, 16 hours ago.

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Berlusconi va all’Università privata “Che belle ragazze, mica la Bindi…”

Berlusconi va all'Università privata "Che belle ragazze, mica la Bindi..."  Il premier in visita all’ e-campus di Novedrate, in provincia di Como: “Si sono laureate con il massimo dei voti e non assomigliano certo a lei…”.La replica: “Logora ripetitività delle sue volgarità”. Di Pietro? Quando si è laureato nessuno sapeva nulla”. E sul Pdl: “Piccole incomprensioni”

ROMA – “Vedo belle ragazze laureate con il massimo dei voti, che non assomigliano certo a Rosy Bindi…”. Silvio Berlusconi, in visita all’università telematica e-campus di Novedrate, in provincia di Como, torna a prendere di mira il presidente del Pd. Lo aveva già fatto in diretta televisiva da Bruna Vespa 1, suscitando dure polemiche 2. E torna a farlo oggi. Parlando con gli studenti  il presidente del Consiglio avrebbe toccato il tasto della scelta di ragazze di bell’aspetto all’interno del suo partito: “Mi accusano sempre di circondarmi di belle ragazze senza cervello ecco invece qui delle belle ragazze che si sono laureate con il massimo dei voti e che non assomigliano certo a Rosy Bindi…”

Parole a cui la Bindi replica con ferma pacatezza: “Su quello che ha detto il presidente del Consiglio, mi limito con tristezza a prendere atto che tra i tanti segnali della fine dell’impero c’è anche questa ormai logora ripetitività delle sue volgarità”

Ma non solo l’esponente del Pd finisce nel mirino del premier. La seconda frecciata è per Antonio Di Pietro. “Quando studiavo io lo sapeva tutto il condominio – avrebbe detto il premier – quando si è laureato Di Pietro, invece, nessuno ne sapeva niente”. Immediata la replica di Di Pietro: “Anche per queste sue ultime  affermazioni lo querelerò augurandomi che si decida ad affrontarmi a viso aperto in un’ aula di Tribunale”.

Il Cavaliere ha poi liquidato i problemi interni alla maggioranza come “piccole
incomprensioni”. Minimizzando l’allrme sullo stato dei rapporti interni alla coalizione di governo messa alla prova dalle vicende relative alle inchieste sugli appalti per il G8 e alla cosiddetta P3.

La vista del premier non è piaciuat all’ex ministro dell’Università Fabio Mussi: “Da una parte Gelmini e Tremonti affamano la ricerca e l’universita’ pubblica italiane, dall’altra  Berlusconi va in festosa visita all’universita telematica privata del Cepu”.

 

(19 luglio 2010) – Repubblica.it

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Posted 1 week, 2 days ago.

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Giulia e la dura vita del credente gay – Corriere della Sera

Giulia e la dura vita del credente gay – Corriere della Sera.

«Emarginata in parrocchia e osteggiata dai genitori»

diversi da chi?

Giulia e la dura vita del credente gay

«Emarginata in parrocchia e osteggiata dai genitori»

MILANO - Le difficoltà a farsi accettare dagli amici e dai genitori, la diffidenza di un’intera comunità che non riesce a superare i conflitti tra fede e omossessualità. E’ questo il dramma che ha vissuto Giulia, 20 anni, una delle protagoniste del progetto «Diversi da chi?» promosso da Mtv. Ai microfoni dell’emittente impegnata in un viaggio tra i giovani gay italiani, Giulia ha raccontato cosa significa dichiararsi lesbica in una delle città più cattoliche della cattolicissima Italia, Assisi. Prima osteggiata dal padre, che per un mese non le ha rivolto la parola, quindi, anche grazie al suo aiuto, finalmente compresa e riabbracciata dalla madre. Infine, costretta a cambiare città e vita, trasferendosi a Bologna dove ora frequenta il Dams, per superare la diffidenza e i silenzi della sua città e persino della sua parrocchia, luogo fondamentale per lei così credente.

ESSERE GAY L’iniziativa di Mtv punta a dare risposte ad alcuni quesiti prima di tutto: cosa vuol dire per un adolescente e per un giovane italiano essere omosessuale? Come si fa a dirlo alla famiglia? Agli amici? Alla società? Secondo i dati dell’Eurispes, più del 15% della popolazione italiana si rifiuta di riconoscere l’omosessualità come un semplice orientamento sessuale. Il risultato sono i continui episodi di violenza omofobica registrati dalla cronaca. Sulla base dei dati raccolti dall’Arcigay tra il 2006 e il 2009 in Italia ci sono stati quasi 300 episodi di violenza grave contro gli omosessuali: 37 omicidi, 189 violenze e aggressioni, 21 estorsioni, 14 atti di bullismo e 29 atti vandalici. Una recrudescenza spaventosa, aggravata dal fatto che la nostra legislazione, a contrario di quella di Francia, Spagna, Inghilterra, Belgio, Svezia, Danimarca e altri paesi europei non prevede pene più severe per i colpevoli di violenze o offese a carattere omofobico. La storia di Giulia verrà raccontata da Mtv martedì 20 luglio.

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Posted 1 week, 3 days ago.

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SICUREZZA E DIGNITA’ NEGATE – DONNE IN KENYA

La paura di essere aggredite rende le donne prigioniere nelle loro case “Avevo sempre sottovalutato la minaccia della violenza. Andavo abitualmente alle latrine, salvo quando si era fatto troppo tardi. Questo, fino a due mesi fa quando ho rischiato di essere stuprata.”
Le donne e le ragazze degli insediamenti abitativi precari di Nairobi, la capitale del Kenya, vivono nella costante minaccia di subire violenza sessuale e per questo rinunciano spesso a uscire dalle loro case per usare i servizi igienici e i bagni pubblici. È quanto denunciato oggi da Amnesty International, in un nuovo rapporto intitolato “Sicurezza e dignità negate: la vita delle donne negli insediamenti abitativi precari di Nairobi”.
Il rapporto spiega come il mancato inserimento di queste aree nei progetti e nei finanziamenti di sviluppo urbano abbia significato un accesso inadeguato ai servizi igienici, cosa che colpisce in modo particolarmente duro le donne che vi risiedono.”Queste donne diventano prigioniere nelle loro case durante la notte e talvolta anche prima del tramonto. Poiché necessitano di maggiore riservatezza rispetto agli uomini per andare in bagno o fare una doccia, l’inaccessibilità di questi servizi le pone a rischio di stupro e le costringe a restare intrappolate in casa” – ha dichiarato Godfrey Odongo, ricercatore di Amnesty International sull’Africa orientale. “Il fatto che non siano in grado neanche di accedere ai pochi servizi pubblici igienici esistenti le espone al rischio di malattie”.

La situazione è aggravata dall’assenza di forze di polizia negli insediamenti abitativi precari. Quando le donne subiscono violenza, è improbabile che riescano a ottenere giustizia. A Kibera, l’insediamento più grande di Nairobi con un milione di abitanti, non c’è un posto di polizia.

“Avevo sempre sottovalutato la minaccia della violenza. Andavo abitualmente alle latrine, salvo quando si era fatto troppo tardi. Questo fino a due mesi fa quando ho rischiato di essere stuprata” – ha dichiarato Amina, 19 anni, dell’insediamento abitativo precario di Mathare.

Alle 7 di sera, Amina è stata circondata da quattro uomini, che l’hanno picchiata e spogliata. Solo le sue grida, che hanno richiamato l’attenzione dei vicini, hanno scongiurato lo stupro. Sebbene conoscesse uno degli uomini, Amina non lo ha denunciato per timore di ritorsioni.Nell’impossibilità di lasciare le loro case di una sola stanza dopo il tramonto, molte abitanti degli insediamenti informali ricorrono alle “toilette volanti”, buste di plastica che vengono poi lanciate fuori per disfarsi del contenuto. Le precarie condizioni igieniche in cui vivono, dovute anche alla grande quantità di escrementi umani depositati all’aperto a causa dell’inadeguato accesso ai servizi igienici, contribuiscono direttamente all’insorgere di malattie e agli elevati costi delle spese mediche.

Altre donne hanno raccontato ad Amnesty International quanto sia umiliante lavarsi di fronte ai parenti e ai bambini.Anche alla luce del giorno, i bagni pubblici sono scarsi e molto lontani. Secondo fonti ufficiali, solo il 24 per cento degli abitanti degli insediamenti informali di Nairobi ha accesso a servizi igienici in casa.
Nonostante alcuni elementi positivi, le politiche adottate del Kenya riguardo ai risultati prefissati dagli Obiettivi di sviluppo del millennio non tengono conto delle specifiche necessità delle donne che vanno incontro alla violenza a causa della mancanza di servizi igienici adeguati e non affrontano la mancata applicazione delle direttive che impongono ai proprietari delle case e dei terreni di fornire questi servizi.

“C’è una differenza profonda tra quello che il governo dice di voler fare e quello che succede ogni giorno negli insediamenti abitativi precari” – ha sottolineato Odongo. “Le politiche nazionali del Kenya riconoscono il diritto ai servizi igienici, attraverso leggi e regolamenti in vigore. Tuttavia, a causa di decenni di mancato riconoscimento ufficiale degli insediamenti, in queste aree quelle leggi e quei regolamenti non vengono applicati, permettendo ai proprietari delle case e dei terreni di evitare ogni sanzione per non aver messo a disposizione bagni e docce”.

Nonostante le politiche nazionali sulla terra, l’incertezza sui titoli legali costituisce a sua volta un problema perdurante per gli abitanti e fa sì che i proprietari delle case e dei terreni non abbiano alcun incentivo a fornire servizi igienici adeguati e a incrementare le misure di sicurezza.

Amnesty International chiede al governo del Kenya di rendere più vincolanti le norme che impongono ai proprietari di costruire servizi igienici e bagni negli insediamenti, anche attraverso contributi economici ai proprietari non in grado di sostenerne i costi.

Il governo deve inoltre adottare misure immediate per migliorare la sicurezza, l’illuminazione e le attività di polizia e garantire che le autorità competenti agiscano in modo coordinato per migliorare la fornitura di acqua e di servizi igienici negli insediamenti.

Entrambi i rapporti fanno parte della campagna globale “Io pretendo dignità”, che intende porre fine alle violazioni dei diritti umani che creano e acuiscono la povertà. Nell’ambito di questa campagna, Amnesty International chiede a tutti i governi di porre fine agli sgomberi forzati, garantire eguale accesso ai servizi pubblici per le persone che vivono negli insediamenti abitativi precari e assicurarne la partecipazione attiva alle decisioni riguardanti le loro vite.

Scarica il rapporto in inglese “Sicurezza e dignità negate: la vita delle donne negli insediamenti abitativi precari di Nairobi” (786.84 KB).Roma, 7 luglio 2010

Fonte


Luciana P. Pellegreffi
By NEURONIATTIVI

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Posted 1 week, 6 days ago.

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Spagna:Corte,no sospensione legge aborto

14 Luglio 2010 18:10 ESTERI

MADRID – Il tribunale Costituzionale spagnolo ha respinto la richiesta del Partido Popular di sospendere in via cautelare la nuova legge sull’aborto. E ha invece deciso sulla costituzionalita’ di alcuni punti. La legge, che trasforma l’interruzione volontaria della gravidanza in un diritto entro le 14/a settimana, e’ in vigore dal 5 luglio. Il 30 giugno la Corte aveva dichiarato ricevibile il ricorso di incostituzionalita’ di alcuni punti della nuova legge presentato dal Pp e dal governo della Navarra.

corriere.it

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Posted 2 weeks ago.

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Si scrive stalking, si legge violenza maschile

  • Autore: Angela Azzaro
  • Pubblicato: 13 lug 2010 – http://www.glialtrionline.it
  • La cronaca di questi giorni si è finalmente accorta degli uomini che uccidono le donne, ma purtroppo questi uomini non vanno mai in vacanza e non ci sono temperature che riescano a far sbollire la loro rabbia. La differenza sta nell’attenzione dei media oppure in un caso particolarmente efferato che riporta in auge i delitti in famiglia e dietro un uomo che ammazza la moglie si scopre che ce ne è un altro, poi un altro, poi un altro ancora. Un rimando infinito che attraversa il Paese. Però è vero che negli ultimi anni la percentuale delle donne ammazzate è cresciuto. Lo dice un recente rapporto Eurispes-Ansa. L’ultimo decennio vede aumentare i delitti in famiglia e li vede aumentare soprattutto nel ricco Nord.

    E’ un dato su cui riflettere. Ma soprattutto si dovrebbe riflettere sul perché non si riesca a fermare questa strage. In questi anni l’atteggiamento prevalente è stato uno: ridurre la questione della violenza maschile a un problema di ordine pubblico e a un problema che riguarda lo straniero. E’ lo straniero che è violento, è lui che costituisce una minaccia. Un atteggiamento razzista smentito dai fatti. La catena degli omicidi anche di questi giorni spinge a prendere atto di un’altra verità, ma il modo di affrontarla è sempre lo stesso: legge e/o repressione.

    Lo sforzo che va fatto è un altro. Si tratta di andare a fondo nel rapporto uomo donne, per metterlo in discussione e per ripensare un intero modello di società. Ma questo costa troppo, sembra essere troppo difficile, perfino doloroso. Ma senza questo sforzo anche le buone iniziative rischiano di venire inficiate alla radice.

    La legge sullo Stalking sta subendo questo destino.  E’ una normativa che ha il limite di scegliere come unico piano quello del diritto e della pena, ma è altresì uno strumento valido – come possono testimoniare le operatrici del settore – perché riconosce finalmente come reato una serie di comportamenti molesti e persecutori prima considerati non perseguibili. E’ quindi importante perché se usato bene previene la violenza e la morte. Eppure, in mancanza di un contesto che critichi in profondità la cultura della violenza maschile, sta diventando un’arma a doppio taglio. E lo sta diventando da un punto di vista pratico e da un punto di vista culturale. Nel primo caso, sta accadendo – fatto molto grave – che vere e proprie violenze nei confronti delle donne vengano invece derubricate, in fase di avvio di indagine, come stalking. E’ un fenomeno che si sta diffondendo sempre più e che preoccupa le avvocate dei centri antiviolenza impegnate nell’importante e delicato compito di difendere le donne nei tribunali. Non si tratta di chiedere più carcere per gli uomini. Non è questo il piano che interessa. Ma è evidente che nello slittamento dalla violenza alla molestia, anche in caso di percosse che durano per anni, c’è un parallelo slittamento di senso: riducendo la portata del reato è come se si volesse ammorbidire il comportamento. Denunciarlo, portarlo sulla scena pubblica – come di fatto la legge sullo Stalking ha fatto – ma rendendolo più digeribile, più accettabili agli occhi di una società che ha paura di guardarsi nel profondo.

    E’ un fenomeno che ha appunto anche una ricaduta culturale e politica. Lo stalker, così viene chiamato il molestatore che come abbiamo visto spesso è invece un vero violento, è stato sdoganato da giornali e telegiornali. Se ne parla facilmente, lo si scrive con molta più facilità. E’ come se dietro questo termine inglese ci si metta al riparo dal nominare la verità più scomoda dell’uomo violento. Del maschio assassino. De fatto che quando si parla di uomini che uccidono le donne non stiamo parlando dello straniero o di un film di fantascienza popolato da extraterrestri, gli stalker, ma stiamo parlando di noi. Di tutti noi.

    Invece la tendenza è sempre quella di costruire mostri. Se l’immagine dello straniero viene messa per fortuna in discussione dall’evidenza dei fatti (ma appena si ripresenterà l’occasione non si mancherà di ripuntare il dito sui migranti) si tenta comunque di costruire vie di fuga che possano mettere al sicuro le certezze su cui si fonda la violenza: i ruoli, un’idea del maschile e del femminile che vacilla ma deve essere mantenuta in vita a tutti i costi, una famiglia eterosessuale che fa sangue da tutte le parti ma resta l’unico modello su cui fondare le relazioni.

    Ecco allora che dal cilindro dei media escono fuori trovate singolari. Isabella Bossi Fedrigotti (Corriere, 12 luglio) se è inventata il fenomeno dell’emulazione, come se la spinta dei maschi violenti fosse quella di pensare «se lo hanno fatto altri lo faccio pure io». Insomma è come se ci fosse in giro una sorta di virus che contagia e che si trasmette da zona a zona, da famiglia a famiglia, da coppia a coppia. Così durante il funerale di Eleonora, la giovane sedicenne uccisa a Mestre, il prete ha addirittura fatto intendere che per fermare i delitti si dovrebbe smettere di parlarne.

    Dal virus al maschio bestia, il passo è facile. E’ l’idea dello psichiatra Vittorino Andreoli che sempre sul Corriere (13 luglio) prima fa un ragionamento importante sull’attaccamento del bambino alla madre come modello sbagliato delle relazioni tra adulti e poi però si butta in una descrizione incredibile sull’uomo violento come essere primitivo o come bestia. Il problema quindi non sarebbe la cultura, la nostra cultura, ma gli istinti primordiali. Un altro inutile fantasma con cui mettere al riparo la propria coscienza, mentre le donne continuano a morire.

     

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    Posted 2 weeks, 1 day ago.

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    Sinead: “Il papa? un insulto alla nostra intelligenza” – Culture – l’Unità.it

    Sinead: “Il papa? un insulto alla nostra intelligenza” – Culture – l’Unità.it.

    Dimenticatevi la giovanissima anima inquieta degli anni Ottanta, capelli rasati e volto scavato da un’adolescenza turbolenta segnata dagli abusi, in famiglia e in un collegio di suore. La Sinéad O’Connor che stasera salirà sul palco dell’Arena del mare, a Genova, è una prosperosa quarantatreenne mamma di quattro figli, in testa un cespuglio castano che incornicia il viso florido. Una donna che lotta ogni giorno coraggiosamente contro i suoi demoni, e che oggi non fa mistero di mettere al primo posto «la famiglia, i miei bambini. Quando sei troppo coinvolto nel “music business” è facile perdere di vista le cose importanti della vita. Invece tutto ciò che faccio è scrivere canzoni e cantarle, come altra gente esprime in modo diverso la propria arte».

    La sua però è da sempre un’arte di denuncia. Ad iniziare dallo scandalo dei preti pedofili. Nel 1992 strappò l’immagine di Giovanni Paolo II davanti alle telecamere del Saturday Night Live, farebbe lo stesso con la foto di Benedetto XVI?
    «Resto convinta del fatto che il Papa sia un insulto alla nostra intelligenza. Io credo nei precetti del cristianesimo e nel potere dello Spirito santo, ma non mi pare che chi dovrebbe guidare la Chiesa faccia lo stesso. Se solo avessi convissuto per anni anche solo con il sospetto che qualcuno, nella mia comunità spirituale, compiva degli abusi, non ci avrei dormito la notte. Invece, per decenni nessuno ha detto nulla e gli abusi nelle parrocchie e nei collegi sono proseguiti nell’omertà più totale. Per questo Benedetto XVI dovrebbe dimettersi, o essere messo alla porta: non ha mai collaborato con la commissione d’inchiesta su quanto accadde ad esempio negli istituti religiosi irlandesi. E invece è ancora lì, come i responsabili delle violenze sui minori. Mentre il popolo d’Irlanda è stato oltraggiato dalla noncuranza del Vaticano».

    Nel ‘92, il veicolo per lanciare la sua personalissima lotta per «salvare Dio dalla religione» fu l’aggressiva «War» di Bob Marley. Qual è il suo rapporto con lo spiritualissimo reggae del cantante jamaicano?
    «Quella canzone mi permise di combattere apertamente contro le ingiustizie che mi balzavano agli occhi, di usare la mia arte e la mia popolarità come strumento di denuncia. Alcuni musicisti di grande popolarità fanno canzoni che non esprimono nulla. Ma come si può ignorare i problemi che sono sotto gli occhi di tutti? Al di là di questo, però, ascolto qualunque tipo di musica, dal reggae al pop (ho quattro bambini!) fino alla musica irlandese. In certi momenti amo anche il silenzio».

    Dopo l’incredibile boom economico degli anni Novanta, più di altri Paesi europei l’Irlanda oggi è vittima di una violenta recessione economica.
    «Vivo ancora a Dublino. E sotto i miei occhi, ogni giorno c’è gente che perde la casa, famiglie vittime di un vero e proprio crack costrette a lasciare il Paese in cerca di lavoro. Ma in realtà anche durante gli anni del boom c’erano grossi problemi, guai che ora si sono aggravati come l’abuso di sostanze stupefacenti. Ma l’intero mondo è un disastro, e per questo io continuo a lottare. Per la paura di non essere più in grado, un giorno, di avere un tetto, cibo e vestiti per la mia famiglia».

    Nel 1989 annunciò pubblicamente il suo supporto all’Irish repubblican army (IRA). Com’è cambiato il suo approccio alla politica? E che ne pensa delle scuse pubbliche del nuovo primo ministro britannico Cameron per i 14 morti nella «Bloody sunday» del 1972?
    «Di recente una commissione d’inchiesta ha stabilito cosa accadde, e che le persone assassinate erano innocenti che intendevano solo manifestare pacificamente. E questo è l’importante, per l’opinione pubblica mondiale e prima di tutto per i famigliari delle vittime e la gente della città dove avvenne la strage, Derry». Parlando ancora di musica, a quando il prossimo lavoro? «Sto registrando un nuovo album che dovrebbe uscire nei primi mesi del 2011. Un misto di tutti i generi musicali che ho composto dal primo disco The lion and the cobra. In certi momenti ho paura che non piacerà a nessuno. Ma poi vado avanti, e continuo a lottare con la mia voce».

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    Posted 2 weeks, 5 days ago.

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    l’Unità.it-Violenza sulle donne «Io minacciata di morte»

    l’Unità.it.

    di Mariagrazia Gerina tutti gli articoli dell’autore

    Maria è una donna di quarantacinque anni con due figlie ormai grandi. La chiameremo così, come una delle due vittime di Gaetano De Carlo, il “serial killer” dello stalking delle cronache di questi ultimi giorni. La sorte che ha riservato alle sue ex è l’incubo delle donne perseguitate da uomini violenti. L’incubo di poter essere la prossima.

    Maria lo scorso aprile si è decisa. Ha trovato la forza di reagire. Si è rivolta al questore della sua città perché fermasse l’ex marito che le stava, e le sta, rendendo la vita un inferno. Voleva mettere fine a quella sensazione di non avere scampo, che ti bracca ancora quando per fuggire ti sei lasciata alle spalle tutto. Finora, non ha ancora avuto risposta. E sono passati più di due mesi. Due mesi di paura. Una sentimento con cui Maria convive da quando ha sposato l’uomo che ora la perseguita. La prima cosa che Maria ha cercato di lasciarsi alle spalle nel tentativo di mettersi in salvo è stato il suo matrimonio, fin dall’inizio una giostra di minacce, prima psicologiche, poi anche fisiche, a cui magari seguivano i mazzi di fiori. È andata avanti così per anni. Poi, quando le figlie sono cresciute, Maria ha trovato il coraggio di rompere.

    Ma lui non si rassegnava, l’idea della separazione gli era inaccettabile. In quel momento, quando Maria ha cercato di riprendersi la sua vita, è iniziato lo stalking: «Il telefono squillava nel cuore della notte, mi cercava ovunque, mi aspettava sotto casa, all’uscita dal lavoro».

    Per sfuggirgli Maria le ha provate tutte. «Ho cambiato cinque volte il numero di cellulare. Ho cambiato anche casa perché le telefonate notturne continuavano». A più di quarant’anni, in cerca di rifugio, è tornata per un po’ a vivere dalla madre. Non è bastato. «È venuto a cercarmi anche al lavoro. Ne ho trovato un altro, ma le minacce sono continuate». Di pari passo col progredire della causa di separazione. Un vero e proprio detonatore per la furia dell’ex.

    «Se continui ad andare dall’avvocato, t’ammazzo». Quando ha sentito quella frase Maria ha capito davvero cos’era la paura con cui viveva da vent’anni. Non arrivava all’improvviso. Prima c’erano state altre minacce e botte. Ma Maria non si è scoraggiata. Anche perché nel frattempo, rivolgendosi al Telefono Rosa, aveva trovato sostegno psicologico e legale.
    Ha denunciato gli episodi di lesioni e percosse. E poi seguendo il percorso tracciato dalla legge sullo stalking, si è rivolta al questore. Rassicurata dal meccanismo previsto dalla norma. Le è stato spiegato che, ancor prima ancora di sporgere denuncia (cosa che lei aveva già fatto) avrebbe potuto presentare la richiesta di protezione e ottenere un ammonimento formale da parte del questore. Se l’avesse saputo prima si sarebbe evitata tanti momenti di paura.

    La lista delle cose che attraverso l’ammonimento possono essere interdette a uno stalker nel tentativo di arginare la furia che lo spinge a devastare la vita della sua vittima è lunga: sostare sotto casa della donna, o di telefonarle, o di presentarsi davanti al suo luogo di lavoro. E se l’uomo trasgredisce uno solo dei divieti sanciti dal questore a quel punto può scattare l’arresto.
    È questa, come fu spiegato a Maria, la filosofia della legge: mettere di fronte al potenziale carnefice un percorso a ostacoli per impedirgli di nuocere e, in questo modo, “liberare” una donna che altrimenti non avrebbe avuto la forza di reagire perché paralizzata dalla paura.

    Maria l’aveva capita alla perfezione questa filosofia quando, lo scorso aprile, ha fatto appello al questore. Lei la denuncia l’aveva già fatta e, pensava, c’era un motivo in più per intervenire rapidamente. Ha presentato (corredata delle mail e dei messaggi che provavano l’ossessione dell’ex marito) un’istanza di ammonimento. Ha anche aggiunto, come documentazione, copia delle denunce per molestie e per minacce presentate quando il matrimonio era ancora formalmente in piedi e dopo la separazione. Sono passati due mesi e Maria attende ancora risposta.

    04 luglio 2010

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    Liberazione.it-Forum sociale europeo, le donne invadono Istanbul con le loro lotte

    Liberazione.it.

    Al via, con la Marcia mondiale delle donne, la sesta edizione del Fse che dalla Turchia guarda a oriente

    Istanbul – La piazza Taksim, il salotto buono della Istanbul che guarda a occidente, sembrava popolata della solita calca affaccendata.
    Giovani in camicia e valigetta di ritorno dal lavoro, ragazze in chiacchiere, i bar affacciati lungo la strada raccolti intorno al te del tardo pomeriggio. Sono scivolate con la forza del vento che dal Bosforo risale i vicoli e taglia la città. Prima un migliaio, le delegate della Marcia Mondiale delle donne che da oltre 30 Paesi di tutto il mondo si sono date appuntamento nella città turca per unire le forze e le lotte, dalla Palestina al Kurdistan, dall’Iran alla nostra civile Europa certificata, perché le morti si moltiplicano in famiglia, sul lavoro, come la spinta a tornare in casa, segregate, nell’ombra. Nel giro di un’ora sono diventate più di cinquemila, conquistando con canti e slogan gli applausi di altre donne, sorprese tra le strade dello shopping più elegante.
    Si è aperta così la sesta edizione del Forum sociale europeo che dalla Turchia guarda a oriente, dove le frustrazioni delle lotte storiche in Kurdistan come in Palestina, si intrecciano alle nuove vertenze che seguono le filiere industriali, in prima fila quelle italiane dell’auto e della moda, attraverso le fughe verso i paradisi del lavoro “Pomigliano style”. “Un’altra Europa è necessaria”, è la risposta che le diverse migliaia di attivisti dei movimenti ma anche di sindacati storici come IG Metal, CGT, Solidaire, la Via Campesina, e i nostri Cgil, Fiom e Cobas, danno all’inconsistenza delle politiche del G8 e del G20 appena conclusi. Questo percorso nato nel 2002 a Firenze dopo la mobilitazione genovese del G8 e che ha toccato Parigi, Londra e Malmoe accompagnando l’elaborazione politica dei movimenti sociali europei, si articolerà fino a sabato in oltre duecento seminari dove costruire non soltanto un’agenda comune, ma anche pezzi di processo sul “che fare insieme” a livello europeo. Continue Reading…

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    Posted 3 weeks, 5 days ago.

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