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Epifani: «Operazione pericolosa contro Confindustria e contro il sindacato» – Economia – l’Unità.it.
di Rinaldo Gianola
Nessun passo avanti, nessuna apertura. Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, è molto deluso dall’incontro con Sergio Marchionne: «Ha ribadito le sue posizioni, al limite del ricatto. Se non fate quello che dico io me ne vado altrove perché la Fiat è un gruppo mondiale e posso scegliere dove fabbricare. Non ci sono cambiamenti nel suo diktat, né oggi, bisogna sottolinearlo, ci sono certezze sui volumi produttivi e sugli investimenti del gruppo in Italia. Resta tutto avvolto nell’incertezza ma la strada scelta dal Lingotto non conviene a nessuno, nemmeno all’azienda».
Epifani, la Cgil non condivide il piano Marchionne e così i nuovi modelli vengono spostati in Serbia.
«Non è così. Lo stesso Marchionne ha detto che il trasferimento in Serbia è stato deciso per una questione di tempi, perché Mirafiori non sarebbe stata pronta. La verità è che Marchionne continua a promettere investimenti che restano confusi, chiede una nuova organizzazione del lavoro, nuovi ritmi, deroghe alle leggi e al contratto nazionale ma poi non c’è la certezza di cosa produrranno le fabbriche italiane. L’incontro è stato deludente, non capisco l’ottimismo del governo, di Cisl e Uil. Il futuro degli stabilimenti italiani oggi è in dubbio. Né il governo né la Regione Piemonte sono riusciti a convincere Marchionne a fare un passo in avanti».
Fabbrica Italia, dice Marchionne, è un progetto aziendale, non un piano condiviso. Quindi: ci state o no?
«Se Fabbrica Italia è una proposta aziendale perché non farla diventare un progetto condiviso dai lavoratori, dai sindacati, dalle istituzioni, perché non renderla più forte con il consenso e la partecipazione di tutti? Ci sono le condizioni, se la Fiat vuole, di riaprire il negoziato e trovare un accordo ampio, su produzioni, organizzazione del lavoro, saturazione degli impianti. L’obiettivo principale della Cgil e della Fiom è di mantenere e di rafforzare l’industria dell’auto in Italia, di consentire alla Fiat di realizzare in sicurezza i suoi investimenti, di rendere più efficienti le fabbriche, di garantire i posti di lavoro. Noi ci stiamo e siamo disposti a dare il nostro importante contributo, nel rispetto della Costituzione, delle leggi dello Stato, dei contratti».
Ma Marchionne non ne vuole sapere di contratti e di tutto il resto. La Cgil si ostina su questi argomenti mentre Marchionne vuole uscire da Federmeccanica e denunciare il contratto nazionale di lavoro. Lui è già nel futuro, è “inarrivabile” come dice il Corriere della Sera…
«Marchionne sta compiendo un’operazione molto pericolosa che danneggia l’intero sistema delle relazione industriali. Uscire da Federmeccanica e derogare dal contratto vuol dire, prima di tutto, dare uno schiaffo alla Confindustria e alla signora Marcegaglia. Se la Confindustria non è in grado di far rispettare gli accordi ai suoi associati quale credibilità potrà avere con le controparti? Marchionne vuole davvero passare sopra tutto, distruggere anni di storia di relazioni industriali, vuole farla finita con i corpi intermedi di rappresentanza? È un rischio molto grave, soprattutto in un paese colpito da una crisi profonda, dove la tenuta del tessuto sociale è in forte pericolo».
Forse Marchionne, alla pari di Berlusconi, si accontenta di tenere la Cgil fuori dalla porta. Non le pare?
«Non voglio pensare che un gruppo importante come la Fiat possa ricercare la sistematica esclusione del più grande sindacato italiano. Sarebbe un gravissimo errore, perché fabbriche con migliaia di dipendenti e produzioni molto complesse non si governano trasformandole in caserme. La Cgil e la Fiom restano in campo con la piena disponibilità a negoziare e a trovare un accordo nell’interesse di tutti. Se, invece, la Fiat sceglierà un’altra strada ne prenderemo atto».
Il sindaco Chiamparino ha detto che il sindacato, e si riferiva alla Cgil e alla Fiom, non è stato all’altezza della sfida Fiat, che Mirafiori non può pagare per Pomigliano…
«Il giudizio di Chiamparino è sbagliato. Che cosa vuol dire, che cosa c’entra Pomigliano con Mirafiori? Il sindaco non ha capito che, comunque, la produzione di Torino sarebbe stata trasferita in Serbia, come ha detto lo stesso Marchionne? E poi bisogna chiarire una volta per tutte: se la politica, anche la sinistra, ritiene che un sindacato moderno sia quello che accoglie tutte le richieste delle imprese a partire dalla Fiat senza fare obiezioni, allora è bene ribadire che questo non è il modello di sindacato che appartiene alla Cgil. Forse il sindaco di Torino ritiene che la Cgil e la Fiom non siano abbastanza responsabili davanti a una sfida come quella della Fiat? Bene, invito lui e la Fiat a metterci alla prova».
La verità, comunque, è che di fronte a Fabbrica Italia la capacità di analisi e di risposta del sindacato e della politica, in particolare delle forze progressiste, sono state insufficienti, è stato impiegato un armamentario vecchio mentre Marchionne fa la parte del modernizzatore in maglioncino.
«Non c’è dubbio che ci siano difficoltà perché l’operazione Fabbrica Italia è ambiziosa e impegnativa per tutti. Ma vorrei aggiungere che la difficoltà più grande è quella di trovarsi di fronte non a disegno industriale, condivisibile o meno, ma a una filosofia del ricatto che ispira le trattative, o meglio: le comunicazioni ai sindacati, e sostanzialmente si basa su un solo principio».
Quale sarebbe questo principio?
«L’azienda è al centro di tutto, vado a produrre dove mi conviene e tutto il resto non conta. Vado dove gli operai costano meno e posso sfruttarli di più, dove i governi mi danno soldi e non mi fanno pagare le tasse. Marchionne, forse, è un po’ troppo americano, per questo rischia di compiere gravi errori».
Se questo è il principio che ispira Marchionne, allora la Fiat in Italia durerà poco? Che idea si è fatto della strategia di Marchionne, dove sta andando?
«Il suo primo, principale fronte è l’America. Non ci sono dubbi. Deve riportare in Borsa la Chrysler, rimborsare il maxi-prestito e cercare di sfruttare la congiuntura positiva del mercato. Poi nel medio termine è possibile la fusione tra Fiat e Chrysler, speriamo che ci sia ancora spazio per l’Italia e per l’Europa. Per questo è importante oggi difendere e sviluppare una forte industria dell’auto in Italia».
Non teme che la linea dura di Marchionne possa far presa su altre imprese che affrontano pesanti ristrutturazioni?
«Penso che le imprese italiane non seguiranno questa strada che porterebbe dritti dritti alla balcanizzazione delle relazioni industriali dove comanda il più forte. Mi chiedo e chiedo alle aziende intelligenti: conviene buttare a mare un grande patrimonio di relazioni industriali per colpire momentaneamente lavoratori e sindacati, per fare la faccia dura? No, non credo che seguiranno Marchionne perché già oggi nel nostro paese grandi imprese italiane e multinazionali nella chimica, nel tessile, nell’industria degli occhiali, si accordano con il sindacato per ristrutturare le attività produttive al fine di restare in Italia e difendere l’occupazione».
Cosa succede adesso?
«Attendiamo di conoscere le scelte ufficiali di Marchionne, se esce da Confindustria, se denuncia il contratto, come e se manterrà gli impegni per le fabbriche Fiat in Italia. La Cgil e la Fiom sono pronte a riprendere il confronto per garantire all’azienda di raggiungere gli obiettivi ambiziosi che si è data. Se il governo non si limitasse, come ho detto, a fare il notaio ma mettesse in campo qualche idea di politica industriale darebbe un bel contributo. D’altra parte ricordo che tutta la partita Fiat iniziò a Palazzo Chigi, lì dovrebbe tornare».
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L’uomo con il maglione è piuttosto furbo, spaccia delle scelte di fondo che comunque sarebbero state prese da una multinazionale tesa solo al massimo profitto e che non ha nessuna intenzione di rispettare l’essere umano, per delle scelte quasi casuali dipendenti dalle scelte della FIOM. Quasi che se il sindacato sbraga……sse del tutto come già hanno fatto i colabborazionisti Bonanni e Angeletti tutto si risolverebbe e Lingotto prnerebbe a risplendere di luce propria la Fiat generosamente non andrebbe i Serbia, le macchine improvvisamente si venderebbero e gli asini felici volerebbero…Scuola Berlusconiana? Qui il busilliss è sommo è nato prima l’uovo o la gallina…Forse Marchionne si è laureato allo IULM oppure all’università del San Raffaele???? Scherziamo, perchè ci resta poco altro…Disinformazia, che in un paese che stenta a riconoscere sè stesso ha facile presa. Anche per la falsa immagine di area che la Fiat è riuscita a trasmettere con la gestione Montezemolo che l’ha schierata, del tutto apparentemente in un’area di “illuminismo”…niente di più falso, non dimentichiamolo il Fascismo è nato in FIAT…la famiglia Agnelli è artefice del fascismo e di quarant’anni di Democrazia Cristiana e fra i peggiori e più affamati avvoltoi di questa nazione(giandiego)
....birra? Posted 4 hours, 22 minutes ago. Add a comment
Legge bavaglio, lo sfogo del premier “Ddl massacrato, tentato di ritirarlo” – Repubblica.it.
Dalla commissione Trasporti lo stop all’obbligo di rettifica in 48 ore per i blogger. Csm, oggi nuovo voto. Ma salta l’intesa sul finiano Lo Presti
di LIANA MILELLA
ROMA – In chiave di vendetta anti-Fini, ma anche anti-Quirinale che ha spinto sulle modifiche, Berlusconi tenta di far saltare il banco sulle intercettazioni. Il cui destino, lungo tutto ieri, è stato quanto mai alterno, con la certezza sempre più fondata che il voto previsto per la prossima settimana sia destinato a saltare. Per paura dell’ostruzionismo del Pd, il rischio che cadano un paio di decreti, ma soprattutto per possibile franchi tiratori berlusconiani. Cui il Cavaliere ha regalato un motivo in più per mandare sotto la legge sin dalle pregiudiziali di costituzionalità da votare oggi dopo la discussione generale. Era alla Farnesina il premier, davanti agli ambasciatori, quando ha detto: “La legge è stata massacrata e sono addirittura tentato di ritirarla”. E poi preso dalla foga: “Abbiamo mandato fuori un bel cavallo e ci va bene se esce un ippopotamo… questa legge non ridà al cittadino l’inviolabilità della comunicazione scritta e orale, garantita dalla Costituzione come diritto alla libertà”.
Affondata dunque. Come Berlusconi aveva già fatto una settimana fa subito dopo gli emendamenti migliorativi. Un atteggiamento che molti berlusconiani hanno interpretato come un segnale a impallinare la legge nel segreto del voto sulle pregiudiziali, magari addebitandone la responsabilità ai finiani. I quali, subito, si sono smarcati. Ecco Carmelo Briguglio e Fabio Granata: “Noi eravamo pronti a votarla. Ma se lui vuole ritirarla questa è una nostra vittoria”. I finiani leggono l’uscita del Cavaliere in un solo modo: un gesto di stizza contro chi, come Giulia Bongiorno, si è battuta per migliorare il testo, ma anche l’ammissione che Fini ha “vinto” nel rivoluzionare il testo. Non solo: il premier contesta l’altolà del Quirinale che ha insistito sui punti critici. Per
Berlusconi né compromessi, né mediazioni, come quelle imposte a più riprese da Fini.
Ma i suoi non mollano, e del resto il loro giudizio critico sulla legge viene confermato a ogni piè sospinto. Come ieri quando, dalla commissione Trasporti, presieduta dal berlusconiano Mauro Valducci, arriva lo stop all’obbligo di rettifiche entro 48 ore per i blog. Un “bavaglio alla rete” criticato dal capogruppo Pd alla Camera Dario Franceschini che ne chiede lo stralcio. Ma il parere della Trasporti è dirimente. Ne prendono atto la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno che, con il sottosegretario Giacomo Caliendo, si riserva di valutare l’opportunità di modifiche in aula. Il centrista Roberto Rao lo dà per scontato perché “è necessario salvaguardare la libertà della rete e dei blogger”. Il Pd vota contro il mandato al relatore per il passaggio in aula, ma “benedice” il parere della Trasporti.
Sorprese a catena, mentre in Transatlantico i pronostici sugli “ascolti” s’intrecciano con quelli sugli otto laici da mandare al Csm. Su cui spinge il capo dello Stato. Anche questo un voto da fare oggi. Su cui arriva una nuova “vedetta” di Berlusconi contro Fini. Al suo candidato, deputato Nino Lo Presti, l’unico che pareva certo fino a ieri mattina, viene dato il benservito da Niccolò Ghedini: “Tu sei fuori”. Regge l’intesa sul centrista Michele Vietti. Il Pd candida Guido Calvi e Glauco Giostra, ma i franceschiniani insistono su Pietro Carotti, e sale la fronda che sfocerà oggi nella riunione dei gruppi. Come quella di Donatella Ferranti che dice “dovevamo candidare una personalità come Valerio Onida”. Per la Lega entra Mariella Ventura Sarno. Per il Pdl Annibale Marini, Vincenzo Scordamaglia, e poi due a scelta tra Giuseppe Gargani, Nino Marotta, Lorenzo D’Avack. Marini per alcune ore è parso incerto, ma resta in competizione perché, come dice il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri, “senza veti preventivi” sarà il Csm a votare. Ma, giusto nelle stesse ore, il collega della Camera Fabrizio Cicchitto confermava il via libera a Casini per Vietti. Un segnale ai centristi per aprire una porta verso una possibile dialogo di governo.
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Imperatore Buffone! Capriccioso e Proprietario…Infantile, persino nel suo modo di porsi, abituato ad essere obbedito e riverito. In qualsiasi altro luogo tensioni e contraddizioni di questa portata avrebbero creato le condizioni delle dimissioni, ma non qui, non nel Bel Paese. Qui l’eccesso di teatralità è parte del ……Dna, la volontà spasmodica di comparire bagaglio genetico, il capriccio da maschietto mammone, normalizzato, il machismo verbale…comportamento, qui lui ed i suoi curatori d’immagine, i suoi registi, lavorano sull’olio e tagliano il burro, qui va bene quasi tutto, questo è il paese del bengodi. questo è l’ultimo posto in Europa ad essersi reso conto di essere Nazione, che ancora accarrezza nostalgie di Lombardo-veneto e Regno delle Due-Sicilie, qui abbiamo ancora la massoneria borbonica, quella vaticana, e quella austro-ungarica. Qui non si cresce. nop si evolve si vivacchia e ci si arrangia. Questo è il paese dove la raccomandazione è norma, dove nessuno conosce la propria costituzione, dove non si leggono libri e giornali. Questo è un paese dove la stessa borghesia illuminata è sempre stata minoranza…qui vanno i templari, qui abbiamo il Vaticano. Questo paese ha riempito le piazze del suo Duce, ha approvato le sue follie, lo ha osannato…e non ha mai metabolizzato questa bruttura, quando è venuto il momento ha cambiato divisa, fazzolletto al collo e ha votato il potente di turno. Queto paese ha avuto ed accettato quaranta anni di Democrazia Cristiana…ed ancora oggi la cerca(giandiego)

....birra? Posted 8 hours, 13 minutes ago. Add a comment

Il Fatto Quotidiano.
Avete un blog sul quale seguite l’attività politica della vostra città? Vi interessate di politiche ambientali e aggiornate il vostro sito con le novità che riguardano risparmio energetico e gestione dei rifiuti? Siete iscritti ad una mailing list di ricercatori precari nella quale vi confrontate sui tagli all’università? E ancora, siete tra quelli che, telecamera in spalla, vanno dai politici a chiedere conto delle loro scelte?
Se siete tra questi, o se comunque avete un vostro sito Internet, preparatevi: molto presto dovrete fare molta attenzione. Nella legge bavaglio che verrà approvata a breve in via definitiva, è contenuto un articolo che vi riguarda. E’ il comma 29 che recita: “ Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.
Vuol dire che ogni sito web (blog, forum, pagina Facebook, canale YouTube, wiki, ecc), dovrà sottostare all’obbligo di rettifica previsto per le testate giornalistiche. Se a qualcuno non va bene qualcosa che avete scritto, se ritiene falsa o tendenziosa una vostra frase o pensa che una vostra opinione ecceda il diritto di critica, potrà contattarvi ingiungendovi di pubblicare la sua versione dei fatti. Nel momento in cui nella vostra casella di posta arriverà una simile comunicazione, partirà un conto alla rovescia: avrete 48 ore per pubblicare la rettifica. Scaduto questo termine, non avendo rispettato la legge, rischiate una multa fino a 12mila euro.
Per la maggioranza di governo e persino per alcuni esponenti della blogosfera, il comma 29, è sacrosanto: “Sul web non si può scrivere ciò che si vuole” dicono. Per molta parte degli utenti della rete, per il Partito Democratico e Italia dei Valori, invece, il comma non tiene conto nella natura amatoriale di molti siti web e risulta perciò censorio. Da più parti viene anche sottolineato che il comma presta il fianco ad abusi: un sito web spesso non ha risorse, competenze e personale per analizzare nel merito ogni richiesta di rettifica. Juan Carlos De Martin, professore associato presso la Facoltà di Ingegneria dell’Informazione del Politecnico di Torino, contattato dal Fatto, parla a riguardo di “Chilling effect”, una definizione utilizzata negli Usa per definire leggi che sopprimono opinioni o condotte attraverso la minaccia di ritorsioni; è di certo vittima del Chilling effect un cittadino che si autocensura per timore di una penalizzazione (nel nostro caso di una multa salata).
Su Internet è in corso una campagna contro il comma 29. L’associazione Valigia Blu – la stessa che si era fatta promotrice di una raccolta di firme per chiedere al Tg1 una rettifica sull’avvocato Mills prescritto e non assolto – ha scritto una lettera aperta a Gianfranco Fini e Giulia Buongiorno: “Occorre reintrodurre il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame alla Camera” dicono esponenti della blogosfera, della cultura, della politica. “L’informazione in Rete – aggiungono – ha dimostrato, ovunque nel mondo, di costituire la migliore forma di attuazione di quell’antico ed immortale principio, sancito dall’art. 19 della dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo e del cittadino: ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione”.
I tempi ormai stringono: in settimana la Camera darà il via libera alla legge sulle intercettazioni. Quindi la maggioranza di governo, su esplicito diktat di Berlusconi, intende chiudere la pratica bavaglio al Senato entro le ferie estive.
....birra? Posted 1 day, 15 hours ago. Add a comment
Marchionne vuol lasciare Federmeccanica e dire addio al contratto nazionale – Repubblica.it.

L’ad punta a nuove regole sulla base del modello Pomigliano. L’annuncio domani al vertice con il governo o giovedì con una lettera a Bombassei. Potrebbe avvenire assieme alla decisione di creare una new company per Pomigliano
di SALVATORE TROPEA
TORINO – La Fiat ha intenzione di uscire dalla Federmeccanica e disdire il contratto di lavoro nazionale che regola il rapporto con i suoi dipendenti. L’annuncio potrebbe essere dato già domani se Sergio Marchionne deciderà di partecipare alla riunione congiunta di Torino con governo e sindacati o slittare a giovedì se sceglierà di farlo con una lettera al presidente della Federazione delle aziende metalmeccaniche, Alberto Bombassei, e ciò potrebbe avvenire insieme alla decisione di creare una new company per Pomigliano. Nel primo caso l’ad del Lingotto andrà al tavolo dell’incontro per ribadire la scelta di mettere in stand by il futuro di Mirafiori in attesa di sapere se ci sarà o meno l’affidabilità necessaria per poter produrre auto in Italia in maniera competitiva. In base alla risposta che otterrà deciderà se “rompere col passato” e inaugurare nuove regole.
Quello che è certo è che la questione Fiat, aperta col caso Pomigliano e proseguita con la svolta su Mirafiori, potrebbe trovare una soluzione inedita destinata a cambiare la storia delle relazioni industriali italiane, introducendo a quella nuova cultura del lavoro che è l’obiettivo di Marchionne. Consapevole degli effetti che potrebbe scatenare, il Lingotto deve avere studiato nei particolari, e continua a farlo ancora in queste ore, la mossa che rappresenta uno scarto storico col quale Marchionne intende dimostrare di essersi già collocato di fatto nell’epoca “dopo Cristo”.
Per questo ha consultato fior di legali, evitando di affidarsi a soluzioni confezionate in casa e adattabili a controversie tradizionali. Intanto Marchionne sa che c’è un contratto che lega la Fiat alle regole in esso contenute fino al termine del 2012. E dunque fino a quella scadenza resta in bilico, salvo trovare una diversa soluzione, la situazione di Pomigliano dove a partire dalla metà del 2011 si dovrà produrre la Panda. A meno che non si pensi di farlo con le regole contenute nell’accordo separato oggetto del referendum. Ma con parecchi problemi per l’azienda.
A quel che si sa la Fiat conta di applicare fino alla data di scadenza il vecchio contratto per poi introdurre la nuova “charta” i cui contenuti ancora non sono stati resi noti. Molto probabilmente il nuovo contratto riguarderà soltanto i dipendenti di Fiat Group Automobiles. Quanto ai contenuti, una parte sarebbe recepita dal contratto nazionale esistente e un’altra sarebbe completamente nuova. Quest’ultima, che è quella alla quale tiene la Fiat, dovrebbe contemplare le regole che sono state in queste settimane oggetto di contestazione e che sono riassumibili nella possibilità, dicono al Lingotto, di fare quanto è stato scritto senza dover aprire continui negoziati.
Ciò vuol dire che se, per esempio, si stabilisce un monte ore di straordinario la richiesta dell’azienda non può essere contestata senza incorrere in una penalità; se si stabilisce che si fanno diciotto turni l’impegno va rispettato senza dover discutere caso per caso; se ancora la produzione si ferma perché a monte un fornitore non ha assicurato il flusso di componenti si deve poter recuperare la produzione perduta.
“Io devo fare automobili restando competitivo sui mercati” ha ribadito qualche giorno fa Marchionne a Detroit.
Dunque se non avrà le garanzie sulle quali insiste da qualche mese, farà il passo della disdetta del contratto. Che comporterà anche l’uscita dalla Confindustria sia pure temporanea, e dunque dalle associazioni industriali delle città dove Fiat è presente.
....birra? Posted 2 days, 4 hours ago. Add a comment
Kine, badante espulsa dall’Italia E il paese si ribella – Immigrazione – l’Unità.it.
di Rachele Gonnelli

l maresciallo della stazione del paesino di Sesta Godano non era affatto contento quando ha dovuto bussare alla casa e portarsi via Ngom Kine, «la senegalese», in caserma. Nell’atto che aveva in mano, trasmessogli dalla Prefettura di La Spezia c’era l’ordine di prelevare la donna come «pericoloso criminale». Ma tutte e 600 le anime del borgo abbarbicato sulle montagne della Lunigiana conoscono «la Kine» come una tra le persone più gentili e di cuore della vallata. Un giudizio evidentemente arrivato anche alle orecchie dei carabinieri. E infatti il maresciallo ha chiamato il sindaco, per metterlo a parte del suo stupore e del suo rammarico. Dall’altra parte della cornetta, Giovanni Lucchetti del Pd, ha aggiunto a questi sentimenti una increspatura di indignazione e un retrogusto amaro di risentimento politico. Quando ha chiuso la coversazione c’è scappata un’esclamazione. Perché l’unica ragione per cui la signora Kine veniva trascinata via in manette dalla casa del suo datore di lavoro senza poter dire «né a né ba» è la procedura della legge Bossi-Fini che trasforma i clandestini in delinquenti e le badanti come Kine in pericolosi criminali da espellere senza tanti accertamenti e preamboli.
La signora Ngom Kine, senegalese di 41 anni e sei figli, è arrivata dodici anni fa in Italia fuggendo dalle botte e dalle vessazioni continue di un marito alcolista e violento. «In Italia ho sempre lavorato, io, ho pulito tanto, tante case – racconta dal Cie di Bologna dove si trova adesso – ho lavorato quattro anni in una famiglia a Vicenza, poi quando è morta la nonna, mi hanno mandata via e sono andata a Milano. A Milano dopo un po’ mi è stato chiesto non solo pulizie, qualcosa di più, e io ho detto no e me ne sono andata. Ora a Sesta sto bene». Anche il signor Giorgio Noberini, in carrozzella per un ictus che lo ha colpito quattro anni fa, ha ritrovato grazie a lei la sua pace e molte relazioni personali che a causa della sua infermità si erano rarefatte. «Non è solo la pulizia e i mille accudimenti e attenzioni di cui ha bisogno – spiega il fratello Sergio – questa donna ha fatto un miracolo, gli ha restituito la serenità, il suo posto nella comunità, quel che si dice il benessere». A sentire Sergio Noberini tutto ciò grazie a Kine, «alle sue doti umane e spirituali, che non son davvero merce molto diffusa».
Kine e Giorgio hanno ripreso a coltivare pomodori e insalate nell’orto. Naturalmente è lei che si accolla i lavori più faticosi. Una volta a settimana si mette con una seggiolina bianca sul bordo della stradina e regala le verdure alle vicine. «La Rosalba, la Angela, si fermano a chiacchera, portano le uova fresche – racconta Sergio – Ivano porta i suoi prodotti, Arturo una volta a settimana porta e cucina il pesce». E poi c’è il passeggio al mercato, il giro all’edicola. «Lei non sa quante persone in questi giorni mi hanno fermato, telefonato, scritto – dice Sergio – tutti per mettersi a disposizione: “cosa si fa?”». Anche il sindaco Lucchetti ha messo a disposizione l’assistente sociale e i suoi funzionari per cercare di sbrogliare la matassa burocratica e far tornare Kine. Che tra l’altro attendeva da settembre la richiesta di regolarizzazione, la famosa «sanatoria delle badanti», per la quale il suo datore di lavoro aveva già anticipato il primo versamento di 500 euro. Tre mesi fa si è scoperto che c’era un impedimento, una «situazione ostativa», un verbale di polizia che risaliva a diversi anni prima. Kine era stata sorpresa con del materiale contraffatto, neanche è chiaro il contesto. Forse sopresa ad un banchetto di cappellini in una festa senegalese davanti all’Acquario di Genova o come ipotizza l’avvocata Alessandra Ballerini associata ad un sequestro in un appartamento dove stava in coabitazione. Le hanno dato «ricettazione», un reato penale pesante e l’aggravante della «pericolosità sociale». Tanto basta per rischiare di essere rispedita in Senegal da un momento all’altro. Anche se a Sesta Godano nessuno ci crede. Conta di più aver conosciuto tre dei figli che sono venuti a trovarla. «Ragazzi estremamente garbati, rispettosi, ubbidienti – racconta ancora il fratello di Giorgio – che lei aiuta e sente continuamente, che abbiamo ospitato e rivorremmo come ospiti». Alcuni abitano in Francia, uno è già sposato con figli, gli altri studiano e quelli che sono ancora in Senegal sperano di raggiungerla prima o poi. «Certo che vorrei rivederli – dice Ngom dal Cie di Bologna – ma meglio lontana che morta e mio marito mi minaccia continuamente, vuole che lo curi ma è un drogato. Non so perchè certi uomini torturano, violentano. Mio padre mi ha sempre aiutato ma non ce la fa contro di lui. E io non voglio tornare in Senegal: sono molto contenta di vivere». L’avvocatessa Alessandra Bellerini cerca di rincuorarla.
Ora tutta la vicenda è nelle mani del giudice di pace di La Spezia che nell’udienza fissata per venerdì prossimo esaminerà il ricorso presentato contro il decreto d’espulsione. «Sarebbe davvero assurdo ripagarla così», concludono nel paese di Sesta.
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L’assurdo provocato dalla Bossi-Fini( Ricordi… paladino d’ogni giustizia d’essere artefice e complice di questo orrore???) non ha mai fine, mostruosità che fanno gongolare il cuore e la mente malata d’ogni razzista, ma che ci coprono di ridicolo e di umiliazione agli occhi del mondo. Nello specifico qui…”volesse Iddio…” abbiamo avuto una razione positiva da parte del tessuto sociale, il che fa sperare nella possibilità di questa Nazione di ritrovare sè stessa ed il senso del suo percorso…ma resta il fatto che abbiamo una legge “vomitevole” creata apposta per creare disagioe ed umiliazione in coloro che abbiano la vicissitudine di essere ospitati( parola grossa ormai) in questo paese.(giandiego)
....birra? Posted 2 days, 7 hours ago. Add a comment
Rivolta in Amazzonia: gli indios sequestrano cento operai – Corriere della Sera.
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| Uso della dinamite nella zona della centrale idroelettrica di Aripuanà, in Mato Grosso |
SAN PAOLO – Si sono dipinti con i colori di guerra e l’hanno iniziata. Nell’Amazzonia brasiliana è scoppiata l’ennesima rivolta di indios che vogliono difendere il loro territorio. Centinaia di indigeni hanno occupato, armati di archi e mazze, la centrale idroelettrica di Aripuanà, nel Mato Grosso, e hanno preso in ostaggio oltre cento operai.
INDENNIZZO PER LA DEVIAZIONE DEI FIUMI – Gli indigeni, che appartengono a sei etnie locali, chiedono un indennizzo per i danni e l’impatto sulla loro vita causati dalla deviazione dei fiumi della regione per costruire la centrale di Dardanelos. Una delle principali recriminazioni degli indios è che il bacino formato dalla diga sommergerà un grande cimitero tradizionale. Secondo le testimonianze raccolte dalla tv brasiliana, circa 250 indios armati e dipinti con i colori di guerra sarebbero penetrati nel cantiere di Dardanelos, minacciando i dipendenti. Cinque dirigenti sono stati rilasciati, ma gli operai del cantiere sono stati tenuti in ostaggio in attesa che inizino le trattative con l’impresa responsabile per la costruzione, iniziata tre anni fa. Il Funai, l’ente statale incaricato della protezione degli indios, farà da intermediario tra i contendenti.

....birra? Posted 2 days, 17 hours ago. Add a comment
Il ‘Contratto di Marchionne’ per l’operaio modello. Niente scioperi, ferie di notte.
Il corsivo di Puck
Si chiamerà “Contratto Marchionne”, dovrà essere firmato dai sindacati, Cisl,Uil, Ugl, Fismic e controfirmato per accettazione dai singoli lavoratori che vogliano essere assunti nelle aziende del gruppo Fiat, settore auto. Se non firmi vatti a trovare lavoro da un’altra parte, tanto c’è abbondanza di disoccupati. Se non ci sei tu c’è subito pronto un altro che pur di portare a casa un tozzo di pane accetta tutto. Sarà la Bibbia del dipendente Fiat. Marchionne ha un così alto disprezzo di chi lavora, dell’operaio, che ha la certezza che ormai la dignità della persona, il rispetto di sé, è meno che un optional. In fondo prende esempio da se stesso.
Il “Contratto”, di cui siamo in grado di anticipare i contenuti è fatto di pochi punti, l’amministratore delegato della Fiat non ha tempo da perdere. Ha dettato qualche idea a pseudo giuristi del lavoro e loro hanno provveduto a dare esecuzione alla volontà di Cesare. L’Articolo 1 è lapidario: Cesare è il mio padrone non avrò altri padroni all’infuori di lui che comanda sulla mia vita ed io obbedisco. Art. 2: si lavora quando Cesare decide, si può prevedere anche dei turni completi, mattino, pomeriggio e sera. In questo caso il salario è a scalare: se prendi dieci al mattino, la sera, visto che sei sfinito e produci molto meno, puoi arrivare a non più di quattro. Alla fine della giornata tutti insieme per il ringraziamento, con genuflessione obbligatoria di fronte all’immagine di Cesare. Art. 3 : il salario non può superare la media dei salari percepiti nelle fabbriche dislocate in tutto il mondo. Chi attualmente porta a casa qualcosa in più deve restituire il maltolto e adeguarsi. Art 4: è previsto un contributo malattia e pensione che deve essere dato dal lavoratore all’azienda per sgravarla dai costi e come compenso perché ti da lavoro. Art.5: Onde evitare che i lavoratori possano scambiarsi opinioni o comunque parlare fra loro è obbligatorio l’uso di un bavaglio, tipo quello previsto dal governo italiano a proposito delle intercettazioni e delle informazioni. Art 6: l’azienda distribuirà ai dipendenti un piccolo breviario dal punto di vista sindacale. E’ eliminata la parola sciopero. E’ fatto obbligo al lavoratore di non turbare l’armonia aziendale con azioni dissennate come lo sciopero e di non usare mai questo termine neppure con i familiari. L’azienda si fa garante del diritto dei lavoratori di non scioperare mai. Chiunque viola questo articolo viene immediatamente licenziato. Prima dell’allontanamento dal posto di lavoro è previsto un ‘giro’ in tutti i reparti a bordo di un’auto trasformata in gabbia, in modo che tutti vedano quale è la sorte di chi viola il contratto. Art 7. L’iscrizione al sindacato di fabbrica è obbligatoria. A dirigere l’organizzazione sul luogo di lavoro sono i dirigenti aziendali e i capi reparto. Segretario generale Sergio Cesare Marchionne, segretari generali aggiunti, Bonanni, Angeletti, la Polverini dell’Ugl in attesa di un nuovo segretario e uno del Fismic scelto a piacere da Cesare. Presidente onorario il ministro Sacconi . Art.8. Le ferie devono essere godute solo la notte . Per venti giorni l’anno è garantito al lavoratore un solo turno, quello del mattino. Per cui l’istituto delle ferie è salvo. Con la famiglia puoi andare al mare dalle sette della sera fino alla sei del mattino, restando comunque a disposizione nel caso in cui ci sia bisogno. Art.9. Per quanto riguarda la pausa pranzo può essere usufruita tutti i giorni previo pagamento di un ticket. Il lavoratore deve introdurre due monete da due euro per avere assicurato venti minuti di pausa. Il pranzo deve essere acquistato presso la mensa aziendale ed è comprensivo di un primo e un secondo al costo di dieci euro. Pane e bevande escluse. Se il lavoratore lo porta da casa deve pagare un altro ticket di quattro euro per affitto del posto tavolo, comprensivo di sedia. Art.10. Tutti i giorni , per ogni turno di lavoro, è prevista la pausa di tre minuti per recitare la “preghiera” di Cesare per scacciare i cattivi pensieri e inviare le dovute maledizioni alla Fiom e alla Cgil. Il “ contratto Marchionne” contiene la seguente nota a verbale: in caso i lavoratori pongano problemi di informazione si devono rivolgere all’Ufficio Trasparenza mettendo per scritto , non più di dieci righe, la loro richiesta. Se entro dieci giorni non arriva risposta vuol dire che l’Ufficio ha ritenuto la domanda non pertinente. L’Ufficio è diretto dal Primo assistente di Cesare. Collaborano i segretari nazionali di Cisl e Uil. Esclusi Ugl e Fismic che non hanno mai niente da dire.
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La nuova Italia del lavoro secondo Marchionne. Dubito che il futuro perdonerà personaggi equivoci come Bonanno e Angeletti, che hanno permesso, dividendo il sindacato e formando l’accordo separato che venisse introdotto questo precedente. La morale è sostanzialmente una ci si uniforma al peggio…Per Marchionne non esi…ste l’Europa, no……n esiste l’Italia lui ha una visione Globale ed il parametro sono gli operai Coreani e cinesi…quindi rassegnazione ed obbedienza…questa è la nuova regola…per i manager stipendi sempre più alti…e premi al raggiungimento dei risultati, ottenuti sulla pelle di chi lavora…i rinunciabili. la carne da catena di montaggio, gli inutili…l’incubo di Fantozzi diviene realtà. Non esiste un sindacato mondiale, ma esistono le multinazionali, la visione dei Bonanno e degli Angeletti è anzi alla frantumazione ed alla contrattazione parcellizzata reparto per reparto, ad personam…così si garaqntiscono la prorpia stessa esistenza ed il ruolo di cardano…fra il padronato e i lavoratori…Negli interessi di chi? Forse dei propri a questo punto…Soldi e garanzie, 730 ed unico per i loro C.A.F., isee e red…trade d’union in fabbrica, posti privilegiati e i lavoratori? Sostituibili, elastici, flessibili…che problema c’è(giandiego)
....birra? Posted 3 days, 7 hours ago. Add a comment
“Operai” di Tarsilia do Amaral

Negli anni ottanta destò stupore il fatto che, malgrado il successo dell’offensiva antisindacale di Margaret Thatcher, la disoccupazione di massa in Gran Bretagna, olre tre milioni, non riusciva a influenzare i salari industriali che fordisticamente ancora seguivano la dinamica della produttività. In Inghilterra, per sottolineare metaforicamente la distanza dei disoccupati da coloro che avevano mantenuto l’impiego nell’industria fu coniata l’espressione the unemployed are in Australia (i disoccupati sono in Australia). L’esperienza degli ultimi vent’anni mostra che per funzionare effcaciemente da fattore di compressione sul salario e sulle condizioni di lavoro, il marxiano esercito industriale di riserva deve in realtà essere attivo e non formato prevalentemente da gente estromessa dall’occupazione e gettata alle ortiche.
Nel 2005 vide la luce una ricerca, diventata rapidamente famosa, di Richard Freeman, esperto del lavoro presso l’università di Harvard, intitolata «Il grande raddoppio». Freeman mostra come negli anni Novanta la forza lavoro disponibile alle economie capitalistiche raddoppiò, passando da un miliardo e 460 milioni di persone a 2 miliardi e 930 milioni. La nuova offerta di lavoro provenne dal crollo del sistema sovietico e dei paesi dell’est europeo, nonchè dall’inserzione della Cina e dell’India nell’economia mondiale. Nei tre casi si tratta di lavoratori attivi o la cui attività è desiderata. Freeman sottolinea che la nuova forza lavoro non è solo complementare a quella dei paesi avanzati bensì largamente sostitutiva. Ciò è connesso al rapido ampliamento da parte della Cina – ed anche dell’India – della gamma di filiere produttive mentre ai salari cinesi/indiani occorreranno almeno tre decenni per raggiungere i livelli statunitensi. In quest’ottica l’evoluzione dell’Europa dell’est è particolarmente importante per la Germania e l’Italia. Ambedue i paesi hanno fatto di quella zona l’area di ristrutturazione delle proprie industrie. Ai bassissimi saggi di investimento in Germania, ormai in voga da oltre un decennio, corrisponde un’intensa attività d’investimento delle mutinazionali tedesche dell’auto e degli elettrodomestici all’est, prevalentemente per servire la domanda dell’Europa occidentale. Dal canto loro le piccole imprese del nordest italiano hanno fatto da battistrada, praticamente all’indomani della fine del blocco sovietico, usando l’esistenza di una vasta disoccupata classe operaia industriale per delocalizzare in Romania. Un processo molto informale ed opaco a dir poco. Oggi la Fiat lo copia in pieno ma finanziariamente ben protetta dai lauti aiuti pubblici europei e del governo serbo.
Il raddoppio della forza lavoro mondiale non è finito: il Carnegie Endowment for Peace ne prevede un secondo per il prossimo trentennio, interamente proveniente dai paesi emergenti ma con impatto economico sul salario di quelli avanzati. È evidente che un così radicale cambiamento dei rapporti tra capitale e lavoro può essere affrontato solo politicamente, rifiutando questo tipo mercato del lavoro e di realtà – che non è razionalità – economica. Ma la debolezza sta proprio qui.
di Joseph Halevi – 25.07.2010 – (Il Manifesto.it.)
....birra? Posted 4 days, 1 hour ago. Add a comment
Nei giorni scorsi misero in atto blocchi e proteste
24 luglio, 12:26 – ANSA
NAPOLI – Gli agenti della Digos partenopea, in seguito ad attivita’ investigativa, hanno denunciato 150 persone appartenenti al movimento disoccupati napoletani. I manifestanti sono stati denunciati a vario titolo per i reati di interruzione di pubblico servizio, invasione di edifici pubblici, blocco stradale procurato e resistenza a lesioni a pubblico ufficiale. I denunciati si sono resi responsabili dei disordini verificatisi nei giorni 15, 19 e 21 luglio.
Intanto continua il presidio dei disoccupati davanti al carcere di Poggioreale, a Napoli. E’ da giorni, da quando lo scorso 21 luglio due senza lavoro sono stati arrestati in seguito alle proteste messe in atto in città, che davanti all’istituto penitenziario, i disoccupati scandiscono slogan di protesta.
Quanto ai denunciati, giovedi’ 15 luglio i disoccupati occuparono la sede della Direzione Centrale del Lavoro, il Teatro San Carlo e la sede della Camera di Commercio, inoltre causarono gravi disagi ai collegamenti marittimi con le isole del golfo con la loro presenza nelle acque del porto: durante questo episodio si verificarono anche scontri tra i disoccupati e le forze dell’ordine, conclusisi con il ferimento di tre poliziotti ed un marinaio della guardia costiera. Lo scorso 19 luglio, invece, occuparono la sede del Comune e quella della Presidenza della Regione: i manifestanti al momento dell’irruzione ferirono due guardie giurate in servizio di vigilanza. Ed ancora il 21 luglio, oltre ai gravi disagi arrecati alla navigazione marittima, si resero responsabili anche dell’occupazione del Museo Diocesano.
....birra? Posted 4 days, 16 hours ago. Add a comment