Berlino bombardata. Ma di poesie – Video – RepubblicaTv – la Repubblica.it
Berlino bombardata. Ma di poesie – Video – RepubblicaTv – la Repubblica.it.
You are currently browsing the cultura category.
Berlino bombardata. Ma di poesie – Video – RepubblicaTv – la Repubblica.it.
Un’estate al mare – ControLaCrisi.org.

cassintegrati della Vinyls che occupano da quasi 200 giorni l’isola sarda continuano a ricevere solidarietà e visite culturali. Il festival di cinema e letteratura «Pensieri e parole» ha accompagnato una lotta operaia diventata tanto emblematica, quanto ignorata dai poteri politici ed economici. In gioco, insieme alla chimica italiana, c’è la dignità del lavoro, la stessa da Porto Torres a Melfi
PORTO TORRES. Varcare le soglie di un carcere, anche dismesso come quello dell’Asinara, ti sbatte in faccia una verità che non bisognerebbe mai (come invece ogni giorno si fa) dimenticare: ti ricorda che le società umane sono attraversate da fratture, da dislivelli di potere che generano, prima ancora che conflitto, esclusione, prevaricazione, dolore, violenza. Nella galera che è stata di massima sicurezza e che insieme con sequestratori sardi e super boss della mafia ha ospitato anche i militanti di quella che un tempo è stata chiamata lotta armata, quest’evidenza è rimasta appiccicata ai muri scrostati, alle piastrelle sconnesse dei pavimenti, al ferro rugginoso delle sbarre delle celle dove i cassintegrati della Vinyls di Porto Torres vivono da quasi duecento giorni il loro naufragio. Non soli, perché, anche durante quest’estate che si spegne, intorno a loro hanno avuto tanta attenzione, solidarietà, affetto. Sono stati, ad esempio, tra i protagonisti dell’edizione 2010 di «Pensieri e parole», il festival di cinema e di letteratura organizzato dal regista Antonello Grimaldi e dall’attore Sante Maurizi.
Festival nel quale il carcere inteso come dimensione simbolica ha avuto un grande spazio, a ricordare, appunto, che le linee di frattura che segnano i diversi livelli di potere in cui si articola qualsiasi contesto sociale – a qualsiasi latitudine – hanno molto a che fare con il lavoro negato o mortificato, a Porto Torres come a Melfi. Verità che emerge con evidenza estrema in uno dei film che «Pensieri e parole» ha proposto nell’ex cortile del penitenziario sardo: «La bocca del lupo», di Pietro Marcello. Un film straordinario, lontanissimo dal «carinismo» o dalle denunce finte e ipocrite di tanto pessimo cinema italiano. Realizzato con riprese dal vero e spezzoni di repertorio, il film ha fatto incetta di premi in Italia e all’estero, dal festival di Torino a quello di Berlino, e racconta una storia d’amore vera, vissuta nei vicoli di Genova, narrata dai protagonisti, che in galera si sono conosciuti. Continue Reading…
In manicomio con Celestini Bene la sua prima (al cinema) – Culture – l’Unità.it.

di Alberto Crespi
Nel contesto di questi primi giorni di Mostra, “La pecora nera” è una benedizione: finalmente un bel film, dopo incredibili schifezze come il film d’apertura (“Black Swan” di Aronofsky) o ambigui monumenti alla correttezza politica (“Miral” di Schnabel, ne parliamo in altra pagina). Ma non ci sembra il modo giusto di parlarne: Ascanio Celestini, grande teatrante/affabulatore al primo film, non ha il compito di salvare Venezia da se stessa. Il suo film ha una lunga storia che prescinde dal Lido. Che sia in competizione è un incidente di percorso.
Prima di diventare un film, “La pecora nera” è stato uno spettacolo teatrale in forma di monologo ed un romanzo (editi in cofanetto da Einaudi). Apparentemente è la storia di un caso clinico. Un ragazzino nato «nei favolosi anni 60» (la frase è un tormentone che in teatro ricorreva spesso, nel film meno) cresce in una condizione di disagio, con una nonna affettuosa e ingombrante, un padre e dei fratelli violenti, una madre rinchiusa in manicomio. Dopo aver assistito all’omicidio di una prostituta, uccisa dai fratelli, il piccolo Nicola viene anch’egli ricoverato e sottoposto a elettroshock. Come suol dirsi, chi entra in manicomio sano diventa matto per forza. Anni dopo – nel 2005, nei giorni della morte di Papa Wojtyla – Nicola ha sviluppato una forma di schizofrenia che lo spinge a sdoppiare il sé «normale» con un alter ego folle. La trama non prevede scioglimenti: il manicomio è diventato un habitat, uno stile di vita. Non a caso il film si apre con la famosa barzelletta, che la voce di Celestini racconta fuori campo, dei due matti che tentano di fuggire dal manicomio dai 100 cancelli, i due matti ne scavalcano 99 e, all’ultimo, si stufano e tornano indietro.
Abbiamo «sciolto» in una trama temi e situazioni che Celestini a teatro snoda in un monologo avvincente e inquietante, e che al cinema – con l’aiuto degli sceneggiatori Ugo Chiti e Wilma Labate – si evolve in una serie di tableaux vivants, di bozzetti autosufficienti. C’è molto Brecht nello stile volutamente non naturalistico, e c’è molto Pasolini nell’occhio cinematografico che Celestini si inventa per questo suo primo film (non casuale, anzi, decisivo l’apporto del direttore della fotografia Daniele Ciprì, già partner di Franco Maresco in Cinico Tv). Ma l’apparente limpidezza del film” “nasconde una complessità che darà vita a polemiche e fraintendimenti. È facilissimo leggerlo come un film sulla pazzia, sulla 180, su Basaglia, e trovarlo poco realistico, poco «di denuncia».
La verità è che Celestini usa il manicomio per parlare d’altro, e nessuno è in grado di spiegarlo meglio di lui: «Non volevo fare un film, né uno spettacolo, di denuncia. Per questo non è ambientato nel ’78, all’epoca della legge 180, e non parla di Basaglia anche se parte da Basaglia. Anni prima della legge, egli scrisse del manicomio paragonandolo ad altre istituzioni come la scuola, il carcere, la famiglia, la caserma. Ecco, io non credo che il manicomio o il carcere siano istituzioni criminali perché vi avvengono abusi o violenze: credo che sia criminale l’idea stessa di istituire simili istituzioni, perché è criminale che qualcuno decida della libertà di un altro. Se ci si limita al manicomio, allora ogni dibattito viene chiuso dalla risposta che diede una paziente di Perugia intervistata sulla legge 180. Disse: ma perché ci avete chiuso i manicomi, stavamo così bene, mangiavamo cacavamo e pisciavamo come matti. Il manicomio riduce un adulto alla dimensione di un bambino col pannolino. Ed è ovvio che qualcuno ci stia bene, e non voglia crescere». “La pecora nera” è la storia di un’Italia non cresciuta, rinchiusa nel mito dei «favolosi anni Sessanta». È un film su di noi, anche se crediamo di non essere matti.
![]()
Il direttore d’orchestra Zubin Mehta attacca senza mezzi termini il ministro Bondi: nel gestire male la crisi delle fondazioni liriche e tagli annessi “è senza vergogna”. Il ministro s’arrabbia perché la parola della star internazionale del podio è ascoltata, è interprete raffinato e popolare a un tempo, e il maestro non è certo un “no global” né un comunista. Poi, in soccorso di Bondi, interviene Capezzone. Ci mancava da qualche ora.
Mehta è il direttore del Maggio musicale fiorentino. È a Mantova dove domani e domenica dirige il Rigoletto di Verdi nei luoghi e nelle ore dell’opera (un’operazione già fatta con la Tosca di Puccini a Roma e a Parigi con la Bohème). Indiano, di casa a Firenze, ama il peperoncino ma non è per questa sua golosità che ora si pepato o – come dichiara – «cattivo». Nella città lombarda debutta come baritono e protagonista Placido Domingo.
«Spero che il Rigoletto sia d’ispirazione – interviene Mehta – spero che il governo che taglia a tutti i teatri lo guardi». Mehta si riferisce al Carlo Felice di Genova, dove i dipendenti sono in cassa integrazione – una situazione senza precedenti – e che, come osserva il maestro, è «una tragedia». Mehta non dimentica il “suo” Maggio: con i professori d’orchestra era sceso in piazza proprio contro la riforma firmata da Bondi. E al ministro non le manda a dire, anzi dice fatti veri: «È senza vergogna e non ha il coraggio di venire a Firenze a parlare con noi. Anche con i sindacati di tutta Italia è rimasto a parlare dieci minuti e poi è andato via». Tutto sfortunatamente vero. Anche il mese scorso, ha ricordato Mehta, sul Maggio fiorentino è piombato un colpo di mannaia con un ulteriore taglio di 2 milioni di euro. Non bastasse, lo Stato non pagherà la tournée del coro e orchestra fiorentine della primavera prossima in Giappone «anche se avevano detto che avrebbero pagato i viaggi per le iniziative dei 150 anni dell’Unità d’Italia» (e sono queste le iniziative che danno lustro anche al cosiddetto “marchio” Italia caro al ministro e affini).. «Firenze – ricorda Mehta – è dove è nata l’opera (nel 1600, ndr) e si taglia dove non ci sono grandi industrie come a Torino e Milano. Noi abbiamo Gucci e Ferragamo. Brava la Rai – si rincuora – che non ha cancellato questa produzione all’ultimo momento e non ha tagliato nulla». E se finanziamenti alla cultura soffrono quasi ovunque, appunta il direttore, in Germania hanno tagliato meno che da noi, in Austria va bene mentre «in Italia è una vergogna».
Bondi, di fronte a tanto attacco, è costretto a replicare. «Il maestro non sa di cosa sta parlando. In questi anni il ministero è stato particolarmente vicino al Maggio Musicale Fiorentino, così come a tutte le altre fondazioni liriche in difficoltà». Tralasciando che Mehta sa di cosa parla perché vive in quel mondo e confronta con altri paesi, il ministro insiste: «La situazione del Carlo Felice di Genova, così come altre realtà, non può essere imputata a questo Governo, che anzi si è adoperato per varare una riforma, ampiamente condivisa in Parlamento, ma è dovuta a un quindicennio di dissesti e malagestione». Dopo l’autoassoluzione, «la trasferta del Maggio in Giappone riguarda il 2011, anno per il quale non è ancora stato definito il riparto del Fus (il Fondo unico per lo spettacolo, ndr) né tanto meno preso in considerazione alcun progetto. Conto sul fatto che il maestro Mehta riveda i suoi frettolosi e infondati giudizi offensivi che non merito».
In soccorso di Bondi arriva il salvagente dei salvagente, Daniele Capezzone, portavoce del Pdl: «Spiace e sorprende che una personalità come Mehta si sia abbandonato a un giudizio superficiale e conformista». Se non sapessimo che il direttore non si perita troppo di questo giudizio, dovrebbe sentirsi quasi onorato di simili parole.
Troppi i turisti alla Sistina Paolucci: “Pensiamo al futuro” – Roma – Repubblica.it.

In occasione della presentazione delle visite serali programmate per settembre e ottobre, il direttore dei musei vaticani lancia l’allarme. “La spolveratura agli affreschi di Michelangelo che abbiamo eseguito nella pausa estiva mette in evidenza segnali preoccupanti. Dobbiamo pensare al controllo climatico e all’abbattimento degli inquinanti”
Una “spolveratura” degli affreschi della Cappella Sistina, consentita dalla pausa estiva che limitava gli accessi, ha messo in evidenza segnali preoccupanti riguardo alle prospettive di conservazione dei capolavori michelangioleschi.
Sarà possibile far vedere la Cappella Sistina ai nostri figli? A porsi la domanda è il professor Antonio Paolucci, ex ministro e direttore dei musei vaticani. “A molti anni dalla conclusione del contrastato e tuttavia esemplare intervento di restauro, la Cappella Sistina coinvolge l’attenzione dei responsabili dei Musei Vaticani – si chiede Paolucci sull’Osservatore Romano – per ragioni conservative persino più importanti della disputa sull’utilizzo dei solventi e sui livelli di pulitura” che alla fine degli anni ’80 monopolizzò l’attenzione degli esperti. “Oggi – spiega il direttore dei Musei Vaticani – il problema di questo luogo mitico visitato ogni giorno da parecchie migliaia di persone è rappresentato dalla pressione antropica eccessiva (e quindi bisognosa di rettifiche e di compensazioni ambientali di proporzionata efficacia), dal non più adeguato controllo climatico, dall’insufficiente abbattimento degli inquinanti”.
“Se vogliamo conservare la Sistina in condizioni accettabili per le prossime generazioni, è questa – sottolinea Paolucci – la sfida che dobbiamo vincere ed è una sfida persino più ardua di quella che Gianluigi Colalucci seppe vittoriosamente affrontare alla fine del secolo scorso”. “Agli uomini del nostro tempo – rileva il direttore dei musei vaticani citando il professor Giovanni Urbani. il grande teorico della conservazione preventiva - non è dato produrre capolavori d’arte paragonabili a quelli del passato. Non ci sono e non ci saranno, ai nostri giorni, nuovi Michelangelo e nuovi Raffaello. Possiamo però dispiegare, per la conservazione del patrimonio, risorse di creatività e di intelligenza non inferiori a quelle che quei grandi hanno messo in opera nel fare arte, perchè le opportunità offerteci dalla scienza e dalla tecnica sono oggi virtualmente infinite”. E dunque “la ‘spolveratura’ della Cappella Sistina ci invita a misurarci con questo nobile invito”.
A settembre e ottobre riprendono intanto le visite serali ai musei vaticani, visite solo su prenotazione online e limitate al venerdì dalle 19.00 alle 23.00 (ultimo ingresso 21.30). Info su www.museivaticani.va.
Magazzinieri Carrefour senza stipendio da mesi. Riempiono i carrelli: “E’ il nostro anticipo”.
di Amerigo Rivieccio
ASSAGO – In fila alle casse con i carrelli pieni e senza nessuna intenzione di pagare. In altri tempi e con contorni diversi avrebbe potuto essere battezzato esproprio proletario, ma quanto è avvenuto al supermercato Carrefour di Assago, alle porte di Milano, è molto meno ideologico e molto più preoccupante.
Protagonisti i 60 magazzinieri del magazzino lombardo del Gs-Carrefour di Pieve Emanuele che da tre mesi, in seguito agli esiti di un rinnovo contrattuale da parte dell’azienda, hanno la busta paga a zero ore e non vengono fatti rientrare a lavoro nonostante due sentenze del tribunale del lavoro che danno loro ragione.
I lavoratori hanno riempito i carrelli: pasta, pannolini, olio e tutti quei beni di primissima necessità che non sono più in grado di acquistare per le proprie famiglie. Poi in fila alle casse, ma non per pagare.
I delegati hanno infatti trattato a lungo col direttore del supermercato per ottenere un primo anticipo, non in denaro ma in beni di prima necessità sulle somme loro dovute.
La lunga trattativa si è però conclusa con un buco nell’acqua, se fossero usciti con i carrelli e senza pagare il direttore sarebbe stato costretto a denunciarli per furto, così il gruppo ha lasciato i carrelli in fila ordinata alle casse e ha lasciato il supermercato.
La situazione dei 60 magazzinieri resta quindi, nonostante le sentenze a favore, insoluta e di quello che al momento è l’ultimo capitolo della storia della “Melfi del Nord”, come è stata definita dagli stessi sindacati, resta il messaggio di 60 famiglie che hanno la legge dalla propria parte e lo stipendio a zero.
La Vice Segretaria generale della CGIL, Susanna Camusso, in merito alla vicenda ha chiesto di: “Reintegrare immediatamente i lavoratori che lavorano per il gruppo GS – Carrefour nel polo di Pieve Emanuele a carico del consorzio Gemal e, allo stesso tempo, l’assunzione di responsabilità da parte del gruppo francese nei confronti di una vicenda che non la vede assolutamente estranea”.
La Camusso ha proseguito :“Le sentenze qui come a Melfi, vanno rispettate per garantire legalità e il rispetto dei diritti dei lavoratori: non si può pensare di agire calpestando le regole, così come la stessa GS – Carrefour non può nascondersi dietro responsabilità altrui perché in questa vicenda non è assolutamente estranea”.
E proprio sul punto della legalità e del rispetto del lavoro e delle regole la Vice Segretaria ha concluso che “a Pieve Emanuele va ristabilita la legalità altrimenti il conflitto resterà aperto”.
————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————-
Nulla di ideologico…ed in questa emergenzialità sta il vero dato, terribile. Semplicemente senza sostentamento…in qualche modo si riappropriano del proprio lavoro. Il discorso sulle povertà e sui diritti è appena cominciato. Potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione di avanzamento, perchè più in basso di così, sinceramente, il movimento dei lavoratori non può e non deve cadere. L’Area di Progresso, deve prendere coscienza della tematica…che potrebbe divenire assolutamente devastante e causare gravi scontri sociali. La disperazione ed il bisogno sono pessimi consiglieri. Lasciatelo dire a me che li conosco sin troppo bene. Questo paese si sta avviando ad ammettere livelli di povertà che non hanno precedenti in questi anni, per i quali si deve tornare con la memoria ad inizio secolo. Io non sono mai stato, nemmeno negli anni gloriosi dei movimenti, uno che accettasse lo scontro fine a sè stesso, non ricavo particolare piacere dalla contrapposizione, mi turba spiritualmente, sono assertore convinto dell’uno….ma qui il potere sta veramente esagerando. Si usa la crisi a pretesto per le peggiori e più nefande iniziative, si fanno passare ristrutturazioni selvagge…dove l’unica finalità è l’aumento esponenziale del guadagno. Si inventano crisi anche dove non ci sono con l’unico obbiettivo di ottimizare finanziariamente, ed in questo non si tengono presenti i lavoratori, che diventano parte dell’arredamento…rumore di fondo, rivelando così appieno la vera natura distruttiva del Capitalismo…che nella sua crisi sta cercando di trascinare il tessuto sociale verso rapporti medievali(giandiego)
Un suo nuovo libro è in uscita, in spagnolo, a novembre, e per l’Italia Einaudi sta già traducendolo. Ce lo ha confidato Mario Vargas Llosa, vincitore del Premio Internazionale Viareggio-Versilia 2010. Il prestigioso riconoscimento viene assegnato ogni anno, come recita il regolamento, “a una personalità di fama mondiale che abbia speso la vita per la cultura, l’intesa tra i popoli, il progresso sociale e la pace”. E lo scrittore peruviano è sicuramente uno dei protagonisti della vita culturale e civile contemporanea che più si è impegnato su questi temi. Nato nel 1936 in Perù, ha poi vissuto a lungo a Parigi, dove ha avuto modo di confrontarsi più da vicino con la tradizione culturale europea. Dal romanzo d’esordio, La città e i cani, ha scritto una trentina di libri. Il nuovo romanzo si intitola Il sogno del Celta.
“È un romanzo storico, che ci ho messo tre anni a scrivere. È ambientato nell’epoca in cui cominciò l’utilizzo su scala industriale del caucciù, che veniva preso in Congo e nella foresta amazzonica. Per ottenere il controllo delle zone dove si estraeva questa sostanza, i colonizzatori europei compirono dei veri e propri stermini di massa, forse i primi grandi genocidi dell’epoca contemporanea. Il protagonista del mio libro è un personaggio realmente esistito, Roger Casement, diplomatico britannico ma anche, clandestinamente, indipendentista irlandese. Fu amico di Joseph Conrad, che accompagnò in Congo nel viaggio che poi sarà all’origine del romanzo ‘Cuore di tenebra’. Casement fu il primo a documentare le atrocità perpetrate dagli europei ai danni delle popolazioni locali di cui si voleva sfruttare una risorsa fondamentale per l’industria dell’epoca. Ma la sua voce non fu ascoltata, anzi fu messa a tacere. Mi interessava sfatare il mito del colonialismo a partire da un testimone scomodo”.
Da sempre lei attribuisce alla letteratura questo ruolo: demistificare l’esistente. Crede che ancora oggi essa sia capace di ottenere tale risultato?
“Penso di sì, anzi ne sono convinto. La letteratura ha un insostituibile compito civile, oserei dire politico. I libri, i romanzi, le poesie incrementano la fantasia, l’immaginazione, cioè lo spirito critico della gente. Quando leggiamo un’opera letteraria, scopriamo che il mondo non è perfetto, ma che, al contrario, è fatto male, pieno di ingiustizie, di cose che non vanno. Di conseguenza cominciamo a diventare critici nei confronti di quanto ci circonda. La letteratura produce insoddisfazione, ma si tratta di un’insoddisfazione salutare, perché prelude a un cambiamento. Per questo le dittature hanno sempre cercato di mantenere il controllo sulla produzione letteraria e sugli scrittori”. Continue Reading…
CGIL. Il 4 settembre insieme ai rom e ai sinti davanti all’ambasciata francese
.
ROMA – Parteciperà anche la Cgil alla grande manifestazione del 4 settembre in difesa dei diritti del popolo Rom e Sinti che si terrà a Roma alle ore 14e30 in Piazza Farnese, davanti all’ambasciata francese per protestare sia contro le espulsioni di Sarkozy, sia contro il ministro dell’Interno Maroni che ha promesso misure più dure di quelle francesi.
ROMA – Undici giorni di proiezioni, dal primo all’11 settembre, con 23 lungometraggi in concorso, 27 fuori concorso e una vera valanga di film italiani, il doppio dell’anno scorso, alla 67/ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Ad aprire Venezia 67 per gli italiani sara’, in Sala Grande il 2 settembre alle 16.45, ‘La pecora nera’ di e con Ascanio Celestini e Maya Sansa e, a chiudere, giovedi’ 9 settembre alle 19.30, ‘La solitudine dei numeri primi’ di Saverio Costanzo con Alba Rohrwacher, Luca Marinelli e Filippo Timi, dal romanzo Premio Strega di Paolo Giordano.
L’atteso ‘Noi credevamo’ di Mario Martone sul Risorgimento italiano, il film piu’ lungo della selezione (204 minuti), con Luigi Lo Cascio, Toni Servillo e Luca Zingaretti, si potra’ vedere martedi’ 7 settembre alle 18.30, mentre il 3 settembre alle 21.30 sara’ la volta de ‘La passione’ di Carlo Mazzacurati con Silvio Orlando, Corrado Guzzanti e Cristiana Capotondi. Di Mazzacurati sara’ proposto anche il ritrovato film d’esordio ‘Notte italiana’ (1987), il 3 settembre alle 15.45 in sala Darsena per la Settimana Internazionale della Critica.
Il 6 settembre e’ invece il giorno di ‘Vallanzasca-Gli angeli del male’, il film Fuori Concorso di Michele Placido, preceduto e accompagnato da polemiche sempre piu’ accese, con Kim Rossi Stuart nel ruolo dell’ex bandito, oggi sessantenne, sul cui arrivo al Lido e’ ancora giallo. Il 6 settembre e’ anche il giorno del film a sorpresa di Venezia 67.
Il primo settembre la Cerimonia di inaugurazione della Mostra, a inviti alle 19.00, sara’ seguita in Sala Grande, dal film in concorso ‘Black Swan’ di Darren Aronofsky con Natalie Portman, Winona Ryder e Vincent Cassel, chissa’ se accompagnato dalla moglie Monica Bellucci, tutti attesi al Lido. A movimentare l’apertura potrebbero essere anche gli interpreti di
‘Machete’ il film di Robert Rodriguez Fuori Concorso (a mezzanotte in Sala Grande) Jessica Alba e Michelle Rodriguez ma
il piu’ atteso e’ Robert De Niro il cui arrivo sembra pero’ molto incerto. Nel giorno d’apertura anche l’omaggio a Gassman ‘Vittorio
racconta Gassman-Una vita da Mattatore’ di Giancarlo Scarchilli, in sala Darsena alle 22.30. Omaggi anche a ‘L’Ultimo Gattopardo: ritratto di Goffredo Lombardo’ di Giuseppe Tornatore, il 7 settembre Fuori concorso in sala Grande, e a ‘Dante Ferretti: production designer’ di Gianfranco Giagni, il 10 settembre, Fuori Concorso. Fra gli eventi, la cerimonia di premiazione con
il Leone d’Oro alla Carriera a John Woo, il 3 settembre alle 21.30 in Sala Grande. ù
Nell’ampia schiera di italiani, 41 (di cui 29 lungometraggi contro i 22 (di cui 18 lungometraggi) del Festival di Venezia 2010: ‘I baci mai dati’ di Roberta Torre, che apre Controcampo Italiano, il 3 settembre in Sala Grande e lo stesso giorno anche il ‘Gorbaciof’
Fuori Concorso di Stefano Incerti e per Orizzonti ‘Malavoglia’ di Pasquale Scimeca. In una mostra che al momento si annuncia senza grandi stelle ‘Somewhere’ di Sofia Coppola, in concorso a Venezia 67 (il 3 settembre alle 19.30 in Sala Grande) potrebbe portare al Lido Benicio Del Toro e anche le interpreti italiane Laura Chiatti e Simona Ventura mentre ‘La versione di Barney’ (Barney’s Version’ di Richard J. Lewis (10 settembre alle 19.30 in Sala Grande) dal romanzo di Mordechai Richler vede fra i protagonisti Dustin Hoffman e Paul Giamatti. Per Venezia 67, il 2 settembre alle 19 in Sala Grande ecco ‘Miral’ di Julian Schnabel con Willem Dafoe, Vanessa Redgrave e Freida Pinto e il 4 settembre alle 19.00 ‘Potiche’ di Francois Ozon con Catherine Deneuve e Gerard Depardieu. E l’11 settembre, con la proiezione del film di chiusura Fuori Concorso ‘The tempest’ di Julie Taymor potrebbe arrivare la protagonista Helen Mirren.
ZERO SUPERSTAR, TANTI DIVI MA SI SPERA ANCORA
Tanti divi ma, ad oggi, nessuna superstar da paparazzare davvero alla 67/a Mostra del cinema di Venezia (1-11 settembre). Il direttore Marco Mueller ha annunciato per il 6 settembre un film a sorpresa e forse, per l’annosa questione star al Lido, si puo’ ancora sperare in un Johnny Depp o in una Angelina Jolie (The Tourist di Florian Henckel von Donnersmarck, girato tra l’altro a Venezia), pregare per l’arrivo di Sean Penn e Brad Pitt con The Tree of Life di Terrence Malick (che essendo regista di super culto riuscirebbe nell’impresa del doppio colpo cinefilo e gossipparo). La nefanda certezza annunciata e’ invece il no di George Clooney. Mueller ha ammesso che The American non ci sara’: ”in Usa esce il 1 settembre, produttori e distributori erano interessati all’apertura ma il nostro lavoro ha dato un altro risultato”, ossia Black Swan di Darren Aronofsky e certo ci si puo’ ben accontentare.
Tanto a movimentare l’apertura, oltre agli interpreti di quel film Natalie Portman, Winona Ryder e Vincent Cassel (con la Bellucci?) ci sara’ pure la coppia sexy di Machete Jessica Alba e Michelle Rodriguez. Arrivera’ De Niro interprete del thriller di Rodriguez che aprira’ la mezzanotte del fuori concorso? Difficile, essendo gia’ stato la (strapagata, secondo le voci) star di Taormina e la parola d’ordine del presidente della Biennale Paola Baratta oggi e’ stata ‘sobrieta”. Benicio Del Toro per Somewhere di Sofia Coppola (che potrebbe portare al Lido anche le italiche Laura Chiatti e Simona Ventura e pure Nino Frassica), Dustin Hoffman e Paul Giamatti per la versione cinema del romanzo di Mordecai Richler La versione di Barney, le star francesi Deneuve-Depardieu per Potiche di Ozon, la dolce Freida Pinto per Miral di Schnabel, Helen Mirren per The Tempest, Ben Affleck regista e attore di The Town, la bella di Bollywood Aishwarya Rai per Raavanan di Mani Tarnam che sara’ presentato fuori concorso in doppia versione tamil e hindi (auguri!), la cinesina Michelle Yeoh. No certo gia’ da ora di Martin Scorsese (gira a Parigi il suo primo 3d). Capitolo a parte per gli italiani: con 41 film imbarcati da Marco Mueller si fa prima a dire chi non ci sara’. Facili ironie a parte, al Lido arriveranno Alba Rohrwacher, Filippo Timi, Kim Rossi Stuart, Giorgio Tirabassi, Ambra Angiolini, Beppe e Toni Servillo, Massimo Ranieri, Ligabue, Carlo Verdone.