A sorpresa il presidente sospende il tavolo con gli americani sull’accordo per la sicurezza. Al centro della disputa ci sarebbe il tentativo di Washington di aprire un canale di comunicazione diretta e separata con gli insorti
KABUL - A causa delle divergenze reciproche sull’avvio del dialogo con i Talebani in vista della pacificazione nazionale, il governo afgano ha sospeso senza preavviso i colloqui con gli Stati Uniti in merito all’Accordo Bilaterale sulla Sicurezza, un trattato che consentirebbe alle truppe Usa di rimanere nel Paese centro-asiatico anche dopo il 2014, quando sarà completato il ritiro delle forze della Nato: lo ha annunciato Aimal Faizi, portavoce del presidente Hamid Karzai.
“Esiste una contraddizione tra ciò che l’amministrazione americana afferma e quanto invece fa a proposito dei colloqui di pace in Afghanistan”, ha sottolineato il portavoce presidenziale. “Dichiarazioni e azioni non sono coerenti tra loro”. Continua a leggere

Bruxelles – È allarme per il fenomeno dei “foreign fighter”, i combattenti stranieri, volontari europei che arrivano in Siria, vengono “radicalizzati” e addestrati e al ritorno in patria potrebbero sferrare attacchi terroristici: «È un problema serio», ha spiegato ieri il coordinatore Ue anti-terrorismo Gilles De Kerchove sulla scia delle notizie relative all’uccisione proprio nel paese di Assad del genovese Giuliano Ibrahim Delnevo, 23enne convertito all’islam.
Come lui, sarebbero almeno 800 i “fighter” partiti per la Siria dall’inizio del conflitto. Secondo alcune fonti investigative, anche «45-50» dall’Italia, un numero che «preoccupa», come detto, soprattutto per le minacce e i rischi legati al loro rientro, dopo aver conosciuto la “jihad”, la guerra santa, e aver impugnato le armi. Anche se da Belgrado, sempre ieri, il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, ha detto di «non credere proprio che si sia di fronte a una possibile ondata di terroristi islamici in partenza dall’Italia». Continua a leggere

Un ragazzo genovese di 23 anni, convertito all’islam, è morto in Siria combattendo a fianco dei ribelli contro il regime di Bashar al Assad. A riportarlo è il quotidiano italiano Il Giornale. “È morto in Siria combattendo contro il governo di Bashar Assad, ma non era siriano. E neppure arabo. Era di Genova, aveva in tasca un passaporto italiano ed era cresciuto in una famiglia che non aveva alcun legame con l’islam”, scrive il quotidiano milanese.
Giuliano Delnevo, che aveva preso anche il nome di Ibrahim, sarebbe così il primo musulmano italiano morto combattendo nelle file dei ribelli anti Assad, dopo essersi unito alla guerriglia sunnita.
La notizia sarebbe stata confermata al Giornale da “diverse fonti dell’intelligence e del ministero dell’interno”, secondo il quotidiano, anche se “non viene confermata dalla Farnesina”.
fotografia da web
Il presidente siriano, Bashar al Assad, ha negato di aver mai ordinato l’uso di gas per sedare la ribellione in corso nel Paese ed è tornato a evocare uno dei peggiori incubi per occidentali ed europei, affermando che se questi ultimi decideranno di armare i ribelli siriani, l’Europa pagherà il prezzo di trovarsi i terroristi all’interno dei propri confini

Il presidente siriano, Bashar al Assad, ha negato di aver mai ordinato l’uso di gas per sedare la ribellione in corso nel Paese ed è tornato a evocare uno dei peggiori incubi per occidentali ed europei, affermando che se questi ultimi decideranno di armare i ribelli siriani, l’Europa pagherà il prezzo di trovarsi i terroristi all’interno dei propri confini.
In un’anticipazione di un’intervista rilasciata a Damasco, che sarà pubblicata domani dal giornale tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), Assad ha detto che “se gli europei consegnano armi, il cortile dell’Europa si trasformerà in (un terreno) propizio al terrorismo. E l’Europa ne pagherà il prezzo”.
A fine maggio, i ministri degli esteri dell’Unione Europea non avevano trovato l’accordo sulla questione, lasciando che ciascun Paese membro decidesse per contro proprio se fornire o meno sostegno militare agli insorti siriani. Continua a leggere
Reportage da Istanbul: la repressione, la resistenza e la mobilitazione. Cronaca dello sgombero di Gezi park e cosa succede adesso in Turchia.

Erdogan ha scelto le cattive. E ieri sera intorno alle 9 la polizia in assetto antisommossa è entrata a Gezi per sgomberare i manifestanti che occupavano il parco, sparando gas lacrimogeni e seguendo i manifestanti sin nella hall dell’Hotel Divan, dove molti si erano rifugiati. Continua a leggere
Gli stessi che si indignavano per l’invasione del Libano e l’eccidio di Shabra e Shatila oggi dimenticano le stragi del regime siriano. Un j’accuse tra Beirut e Roma

In fila, Mercedes sovraccariche di donne, bambini, materassi, buste e valigie tentavano una a una di passare l’instabile ponte sul fiume Awwali, uno dei pochi ancora non bombardati dall’aviazione israeliana in quell’estate del 2006. A fuggire erano gli abitanti del sud del Libano. Si era in piena guerra. Vista da lì, non c’erano dubbi. Non c’erano tentennamenti né lacerazioni intellettuali: quella povera gente lasciava le proprie case sotto un attacco nemico, che non risparmiava le popolazioni civili, i loro raccolti, le loro fabbriche, le loro abitazioni. La maggior parte di quei libanesi in fuga erano sostenitori di Hezbollah.
E il movimento sciita era la resistenza contro il nemico sionista. Lo stesso nemico che era tornato con le sue bocche di fuoco a fare terra bruciata. Da quel ponte era molto semplice raccontare la disperata fuga di quella gente a un pubblico italiano, occidentale. Senza troppi “se” e senza troppi “ma”. Chi oggi sembra aver scoperto l’acqua calda – ovvero che la realtà è piena di sfumature – allora leggeva quella guerra in bianco e nero. E nessuno, nel suo stesso campo ideologico-intellettuale, si sentiva di rimproverarlo per questa sua approssimazione manichea. Continua a leggere

Talebani pronti a trattare la pace con gli Usa






