You are currently browsing the Ambiente category.

E all’alba del centesimo giorno la marea nera non si vede più – Repubblica.it
.
Golfo del Messico, in superficie è sparita la macchia. Ma il disastro resta, i fondali sono pieni di sostanze tossiche e il catrame infesta le spiagge e le coste dalla Lousiana alla Florida
DAL NOSTRO INVIATO ANGELO AQUARO
NEW YORK – E il centesimo giorno la macchia sparì. Se fosse una favola non si sarebbe potuto trovare finale migliore per la vicenda del petrolio disperso nel Golfo del Messico, dalla Louisiana alla Florida. Ma la tragedia ambientale più grave della nostra epoca – 145 milioni di galloni, 550 milioni di litri secondo le stime più pessimistiche del governo, più di dieci volte l’Exxon Valdez – resta un disastro che dovrebbe frenare ogni ottimismo.
Eppure la macchia è sparita: lo dicono le immagini dei radar, lo dicono le testimonianze di chi è volato sul Golfo, lo dicono gli esperti del gruppo ambientalista SkyTruth. L’ombra nera che si allungava per tutto il Golfo si è ristretta fino quasi a scomparire anche se le palline di catrame continuano a raggiungere le spiagge e le chiazze di petrolio miscelato con i disperdenti chimici continuano a turbare la superficie dell’Oceano. Ma proprio questo è il problema: stiamo parlando solo di superficie.
“Un conto è quello che si vede su: sapevamo che prima o poi sarebbe sparito. Noi siamo preoccupati di quello che sta accadendo sui fondali”. La rabbia che Mickey Johnson, pescatore di Bayou La Batre, Alabama, riversa al New York Times, è quella delle migliaia e migliaia di pescatori per cui nulla è più come prima da quel 20 aprile in cui la Deepwater Horizon è esplosa facendo undici morti. Un terzo delle acque sono state chiuse e la pesca sta morendo come il turismo, malgrado le spiagge costrette a chiudere per l’emergenza siano state soltanto 49 su 253: gli americani non si fidano ed evitano il Golfo.
Ma com’è possibile che il petrolio sia sparito? E soprattutto dov’è finito? La prima causa è ovviamente il blocco del flusso. Aspettando che i due pozzi alternativi uccidano il pozzo per sempre, da due settimane ormai il petrolio non esce più dalla falla, fermato dal tappo che ha finalmente funzionato. Poi ci sono le cause naturali. Determinante l’azione dei batteri, che in praticano si sono “mangiati” il greggio, ma anche la capacità del petrolio di evaporare più velocemente di quanto si credesse: secondo il gruppo ambientalista Oceana il 40 per cento del greggio si sarebbe semplicemente volatilizzato. Le due tempeste che si sono abbattute sul Golfo nell’ultima settimana sono state la spazzolata finale. E poi, certo, c’è stata la task force messa in piedi da governo e Bp, 4mila navi, migliaia di spazzini del mare al lavoro che hanno bruciato o soffiato via il petrolio dall’oceano.
Restano da vedere i danni. Due report governativi hanno già sottolineato la concentrazione di sostanze tossiche sul fondo marino: ma siamo ancora agli inizi dell’indagine. Un po’ più in là è invece quella giudiziaria. Dice il Washington Post che gli agenti federali stanno formalizzando quelle accuse criminali che potrebbero anche spedire in galera funzionari della compagnia e delle altre aziende coinvolte: oltre ovviamente ai dipendenti federali del Mineral Management Service che avrebbero chiuso più di un occhio sulla sicurezza in cambio di mazzette. Il centesimo giorno porta davvero buone notizie.
——————————————————————————————————————————————————————————————————
Occhio che non vede…la saggezza popolare ci insegna le logiche umane…dalle quali persino il cantastorie di Repubblica pare non volersi esimere, essendo giornale dalla vocazione Progressistsa non può non segnalareil danno permanente, inenarrabile, irrecuperabile, ma lo fa in un contesto “Positivo” raccontando di una… “attenzione” che è ben lungi dall’esistere di una stato attento e vigile…nel mondo ci sono ancora migliaia di sversamenti, centinaia di piccole Luisiana, ma glorifichiamo la legge che punisce , forse, i corrotti…perchè di errore si tratta e non di modello di sviluppo demenziale. In fondo Repubblica mica deve mettere in discussione l’ordine delle cose, fare la voce “illuminata” va bene, ma mettere in discussione il sistema, quello non lo fa più nemmeno L’unità…le multinazionali in fondo possono essere utili…quindi…Viva il Re…la situazione è grave , ma neanche tanto come si pensava…Il petrolio, abbiamo scoperto evapora..(giandiego)
....birra? Posted 5 hours, 42 minutes ago. Add a comment
Ambiente – LaStampa.it: Le ali che ci daranno energia.
Lunghe 275 metri le strutture girano su se stesse per intercettare le correnti migliori
Nel Mare del Nord nascono le turbine eoliche di nuova generazione
FRANCESCO RIGATELLI
Ali di gabbiano per l’energia pulita del futuro. Mentre l’eolico in Italia è associato in queste settimane ai faccendieri della P3, nel Mare del Nord si gioca una grande partita energetica. Ingegneri britannici, statunitensi, danesi e norvegesi pensano infatti a una nuova generazione di turbine in mare aperto. Come l’Aerogenerator, previsto per il 2014 da Arup, società di design che ha curato anche l’Expo di Shanghai e che ha coprodotto quest’evoluzione della pala eolica insieme con un consorzio universitario e con il finanziamento di gruppi come British Petroleum, Rolls Royce e Shell. Si tratta di un gabbiano d’acciaio rotante in alto mare (per questa collocazione il genere viene detto «offshore») con un’estensione alare di 275 metri per catturare l’energia dei venti d’ogni provenienza.
«C’è una grande corsa a questo tipo di tecnologia – ha spiegato Feargal Brennan, professore d’Ingegneria alla Cranfield University, ateneo a Nord di Londra, dove è stata ideata una parte dell’Aerogenerator -. Si tratta di una dura sfida, la cui posta in palio è il dominio del mercato globale dell’energia eolica». Un settore in cui, al momento, le turbine al largo della costa paiono il futuro. E l’energia eolica, a sua volta, viene considerata il domani delle energie rinnovabili, soprattutto perché costa meno delle altre: solare, geotermico e biomasse. Anche se tutte queste hanno un prezzo superiore del 50% rispetto a carbone e petrolio.
Così si spiega il fiorire di incentivi per la ricerca in questa direzione. L’Ue ha posto al 2020 l’obiettivo del 20% di energia da fonti rinnovabili. Un traguardo raggiungibile solo con nuove tecnologie più potenti e meno costose. Aerogenerator e molti progetti simili rispondono alla prima caratteristica. Producono infatti dal vento fino a 10 megawatt istantanei, più di quanto serve a 3.000 famiglie, dato che il contatore di casa scatta a 3 kilowatt. Una quantità di gran lunga superiore alle turbine su terra, che si aggirano sui 3 megawatt con sperimentazioni fino a 7 megawatt. Quelle in mare sono più produttive, perché catturano un vento che non incontra alberi o montagne. Ma costano ancora tanto. E questo è il loro limite. Si stanno costruendo soprattutto nel Mare del Nord perché ha fondali più bassi (20-30 metri) e venti più forti che il Mediterraneo.
Aerogenerator e altri progetti simili fanno parte della nuova generazione di queste turbine marine, che si definiscono flottanti. Simili a piattaforme, infatti, sono ancorate con cavi a fondali fino a 150 metri, raggiungendo così il pregio di poter essere costruite ovunque e non solo dove il mare è poco profondo. La maggior parte di queste turbine sono prototipi anglosassoni, come Britannia, che a parte il nome, utile a fluttuare in mari inglesi, è di produzione della società statunitense Clipper; e come quelle in costruzione da parte dell’azienda norvegese Sway. Anche in Italia ci sono movimenti nel settore. In Puglia, di fronte al Gargano, si pensa ad una di queste turbine flottanti. E al Politecnico di Torino, dove nel 2006 si brevettò il primo progetto al mondo di eolico d’alta quota, è allo studio un prototipo industriale, anche per l’offshore, con ali mobili, legate a terra con cavi sintetici, e pronte a catturare il vento fino a 500 metri. Si chiama Kite energy e Mario Milanese, responsabile del progetto, ne parla entusiasticamente: «E’ la grande novità che manca: per leggerezza dei materiali e dei costi può ricavare energia dal vento con un costo di produzione più basso di quello del petrolio. Si tratta di un obiettivo mai raggiunto, per cui tutto il mondo della ricerca sta lavorando».
francesco.rigatelli(at)lastampa.it
....birra? Posted 1 day, 16 hours ago. Add a comment
Rivolta in Amazzonia: gli indios sequestrano cento operai – Corriere della Sera.
 |
| Uso della dinamite nella zona della centrale idroelettrica di Aripuanà, in Mato Grosso |
SAN PAOLO – Si sono dipinti con i colori di guerra e l’hanno iniziata. Nell’Amazzonia brasiliana è scoppiata l’ennesima rivolta di indios che vogliono difendere il loro territorio. Centinaia di indigeni hanno occupato, armati di archi e mazze, la centrale idroelettrica di Aripuanà, nel Mato Grosso, e hanno preso in ostaggio oltre cento operai.
INDENNIZZO PER LA DEVIAZIONE DEI FIUMI – Gli indigeni, che appartengono a sei etnie locali, chiedono un indennizzo per i danni e l’impatto sulla loro vita causati dalla deviazione dei fiumi della regione per costruire la centrale di Dardanelos. Una delle principali recriminazioni degli indios è che il bacino formato dalla diga sommergerà un grande cimitero tradizionale. Secondo le testimonianze raccolte dalla tv brasiliana, circa 250 indios armati e dipinti con i colori di guerra sarebbero penetrati nel cantiere di Dardanelos, minacciando i dipendenti. Cinque dirigenti sono stati rilasciati, ma gli operai del cantiere sono stati tenuti in ostaggio in attesa che inizino le trattative con l’impresa responsabile per la costruzione, iniziata tre anni fa. Il Funai, l’ente statale incaricato della protezione degli indios, farà da intermediario tra i contendenti.

....birra? Posted 2 days, 17 hours ago. Add a comment
Ecco le cinque ragioni per cui potrei dire sì all’Agenzia sul nucleare – Corriere della Sera.

La lettera
Ecco le cinque ragioni per cui
potrei dire sì all’Agenzia sul nucleare
Parla l’oncologo Umberto Veronesi, senatore del Pd
 |
| Umberto Veronesi |
Caro direttore,
Il dibattito che si è sviluppato intorno all’ipotesi di una mia nomina a Presidente dell’Agenzia per la Sicurezza del nucleare appare confuso su 5 punti fondamentali, che tengo molto a chiarire. Primo, la scelta non è ancora fatta: non ho accettato la proposta di nomina a Presidente, ma la sto attentamente valutando. La decisione che ho preso è che, nel caso in cui accettassi, sicuramente mi dimetterei dal Senato. Lo farei non per motivi partitici, ma perché non potrei conciliare attività scientifica, agenzia e lavori in Senato. Dunque al momento continuo la mia attività senatoriale, all’interno della Commissione Istruzione, Ricerca e Cultura, dove si lavora bene intellettualmente e umanamente. Secondo, ho posto precise condizioni al mio sì: il piano deve essere tecnologicamente avanzato, economicamente sostenibile e professionalmente gestito da figure di alto profilo scientifico e non selezionate in base a logiche di partito. Inoltre il mio ruolo deve garantire ampi margini di libertà di decisione e di azione, e deve essere compatibile con la mia attività clinica, medica e scientifica, che non ho alcuna intenzione di abbandonare. Terzo, le mie competenze in qualità di Presidente sarebbero di coordinamento degli esperti in materia di nucleare (prevalentemente fisici), con una responsabilità diretta circa la sicurezza per la salute della popolazione.
Chi teme la mia mancanza di sapere ed esperienza tecnica sul nucleare va rassicurato: mi occuperò di rischio per la salute e prevenzione, come faccio da sempre, con impegno. Va detto comunque che ho sempre coltivato l’interesse per la fisica (anzi direi che sono un appassionato); non a caso ho ricevuto la Laurea Honoris Causa in Fisica dall’Università di Milano. Quarto, la motivazione del mio profondo interesse per la proposta è che ritengo che la scelta del nucleare sia un Bene per il Paese, che amo e che vorrei vedere sviluppare in linea con gli standard mondiali più avanzati. La mia posizione ha origini scientifiche «storiche» e non è cambiata nel tempo. Gli Stati Uniti e, proprio ai nostri confini, la Francia e la Svizzera (modello di qualità di vita per noi italiani) hanno da anni investito nel nucleare e continuano a sviluppare strategicamente la loro scelta. Come fonte di energia, il nucleare è al momento la meno tossica per l’uomo: il rischio collegato al suo utilizzo è quello di incidente alle centrali di produzione, ed oggi nel mondo è calcolato vicino allo zero.
E’ dunque l’alternativa più valida al petrolio, che è altamente inquinante ed è causa di conflitti sanguinosi, oltre che di episodi disastrosi per l’ambiente e la salute, come abbiamo vissuto di recente con la vicenda americana della Bp. Quinto ed ultimo punto, la mia eventuale decisione a favore della nomina non cambia il mio pensiero, la mia filosofia e il mio impegno sociale. Sono legato (in alcuni casi anche iniziatore) ai movimenti che sostengono i diritti dei più deboli e dei più poveri, che lottano contro l’ingiustizia sociale, che si impegnano contro gli squilibri economici, l’indigenza e la fame nel mondo, che promuovono la pace e il rispetto dei diritti umani, che agiscono a favore della questione femminile. Questi sono i temi che applicano i valori della Sinistra, a cui ho aderito per tutta la vita, dalla lontana Resistenza, all’incarico come Ministro in un Governo di sinistra, fino al mio recente impegno in Parlamento.
Valori che non rinnego e continuerò a trasformare in atti concreti. Per questo, su caloroso invito di Walter Veltroni, nel 2008 ho accettato di candidarmi al Senato e per questo, sono convinto, sono stato eletto a Milano: portare in Parlamento i miei 50 anni di battaglie per la salute, la scienza e la libertà di pensiero e di ricerca. Come ho dichiarato apertamente, non sono mai stato iscritto ad un partito e non mi sono iscritto al Pd. Il mio contributo alla vita dei cittadini e al Paese sono convinto sia, in questo momento, accettare un ruolo di tutela della salute nell’ambito di una scelta nucleare (che strategicamente condivido) comunque già presa dall’attuale Governo. Per questo, se tutte le condizioni che ho indicato saranno rispettate, accetterò la nomina di Presidente dell’agenzia per la sicurezza del nucleare.
....birra? Posted 2 days, 17 hours ago. Add a comment
«È una bomba a orologeria nel Mediterraneo» – Mondo – l’Unità.it.
Cinque pozzi Bp in 50mila chilometri quadrati potrebbero tradursi in cinque maree nere nel Mediterraneo. Greenpeace non è preoccupata?
«Siamo in allarme – risponde Giorgia Monti, responsabile Mare di Greenpeace Italia – da quando due settimane fa abbiamo ricevuto le prime indiscrezioni su questo nuovo progetto di ricerca di idrocarburi nel Mediterraneo. Il disastro nel Golfo del Messico dimostra che la trivellazione in acque profonde resta estremamente rischiosa. Nel Mediterraneo, che è già uno dei mari più inquinati del Pianeta e soprattutto è un mare chiuso, senza forti correnti, un disastro di quel genere avrebbe conseguenze senz’altro peggiori. Si tratta di una bomba ad orologeria».
Però non ci sono solo le esplorazioni in Libia. La Bp ha firmato pochi giorni fa anche un accordo per impianti offshore in Egitto…
«Ciò che inquieta di più è che le compagnie stanno concentrando la loro attività nel bacino orientale del Mediterraneo: non c’è solo la Libia e l’Egitto ma la Tunisia, Cipro, la Croazia, Malta. Non si tratta di grandi stati federali e democratici come l’America, con opinioni pubbliche capaci di reagire, fare resistenza, chiedere risarcimenti, come è già più possibile nei Paesi che si affacciano sul lato occidentale del Mediterraneo. Invece è proprio là che i petrolieri hanno stabilito la loro nuova Frontiera, dove ritagliare i propri investimenti».
Quale rischio corrono le nostre spiagge?
«Il nostro è un mare che subisce già una fortissima pressione antropica perché le zone costiere sono ovunque fortemente popolate, oltretutto con scarsi impianti di depurazione delle acque reflue. Non solo. Si stima che il 30 percento di tutto il traffico di idrocarburi del mondo passi dal Mediterraneo. Si sa che ci sono molte micro perdite nelle attività di scarico e carico nei porti, attività illegali come il lavaggio a mare di cisterne. Essendo un mare chiuso, con poca ossigenazione dagli oceani, disastri come l’affondamento della petroliera Haven fuori dal porto di Genova che è l’incidente più grave mai accaduto e risale al 1991 non è ancora smaltito. Il fondale marino è ancora contaminato dal catrame, residuo dello sversamento di oltre 140 mila tonnellate di greggio. Si può capire come possano allarmare tutti questi nuovi pozzi di ricerca che stanno sorgendo come funghi».
Se ci fosse una perdita negli impianti Bp in Libia sarebbe indennizzato solo Gheddafi. Come potrebbero tutelarsi gli altri Paesi rivieraschi come l’Italia?
«Certo, non avrebbe nessun tipo di responsabilità legale nei confronti dei Paesi limitrofi, non esistendo alcuna norma internazionale di reato ambientale e quindi neanche di risarcimento danni. È sempre difficile quantificare i danni all’ambiente, ancor più ottenere dei risarcimenti corposi come ha dimostrato il caso della Exxon in Alaska. In questo caso poi sarebbe solo Gheddafi a stabilire il danno, come pure i controlli di sicurezza da garantire».
Come si potrebbe aumentare i controlli?
«In Brasile e in Norvegia ad esempio esistono leggi che prescrivono come obbligatori sistemi di blocco automatico dei pozzi e comandi a distanza nelle piattaforme offshore. Negli Usa invece la lobby petrolifera negli anni scorsi è riuscita a bloccare una normativa analoga con la scusa che questi sistemi sarebbero stati onerosi. In realtà scongiurare il disastro della Deepwater Horizon sarebbe costato quanto il canone d’affitto di un giorno della stessa piattaforma».
Per salvare il mare cosa si dovrebbe fare?
«Deve essere chiaro che investire sul petrolio è una follia. La risorsa sta finendo e si stanno cercando giacimenti in zone sempre più incontaminate e irraggiungibili. Nel mare più in profondità si va e più siamo di fronte ad ecosistemi estremamente fragili, neanche del tutto studiati, com’è per le montagne nel Canale di Sicilia. Quando anche i giacimenti più estremi saranno esauriti, cosa faremo? e in quale ambiente contaminato ci troveremo? È chiaro che la strada è un’altra, è quella ad esempio dell’efficienza energetica. E intanto si deve creare una rete di riserve marine inviolabili, protette da regole nazionali e internazionali».
——————————————————————————————————————————————————————————————————-
Questa è la dimostrazione diell’assoluta indifferenza delle Major Multinazionali delle sette sorelle di fronte ai casi del mondo e dimostra laddove serva come non siano i governi a determinare il loro percorso ma il contrario. Le perforazioni di Profondità in Mediterraneo sono un iattura assoluta e la BP ha dimostrato ……nella pratica tutta la sua assoluta e totale incompentenza, ma non solo leggete nell’articolo le condizioni in cui la Libia…alleata del nostro sommo imperatore…permetterà le trivellaioni. Anche L’italia si appresta a trivellare, fra lìaltro anche nelk tempio dei cetacei. Va detto che in quanto a scelte sciagurate questo governo non ce ne ha fatte mancare nessuna. Il Nucleare…inutile dannoso e pericoloso, le trivellazioni (a cosa serve che si sia insistito perchè fossero minimo a 5 miglia marine dalla costa???? Ce lo spieghi ministra Prestigiacomo?) ormai le sperane in un mondo migliore si stanno riducendo a nulla…questo governo e anche molti altri a livello mondiale non escluso Lula in Brasile si stanno impegnando per portarci più velocemente verso la fine…l’impotenZa è assoluta le scelte in cui ci costringono sono vicoli ciechi dai quali non esiste ritorno…tutto all’insegna del profitto e con il falso intento di mantenere il nostro livello di “comodità”…pagheremo carissima la nostra follia, ed ancora più cara la nostra assoluta impotenza.(giandiego)
....birra? Posted 3 days, 3 hours ago. Add a comment

Grazie al piano casa della Regione Sardegna, il presidente del Consiglio potrà realizzare nuovi bungalow abitabili nella sua residenza estiva a Porto Rotondo
25 luglio 2010 – ANSA
CAGLIARI – Grazie al piano casa della Regione Sardegna, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi potrà realizzare nuovi bungalow abitabili nel complesso di Villa Certosa, residenza estiva del premier a Porto Rotondo. Il via libera – come riporta oggi il quotidiano La Nuova Sardegna – è arrivato dalla Commissione paesaggistica regionale, che ha esaminato l’istanza di ampliamento della volumetria, presentata nel maggio scorso, dalla Idra Immobiliare spa, la società del Cavaliere proprietaria di Villa Certosa. La Commissione, presieduta dallo scultore sardo Pinuccio Sciola (l’inventore delle pietre sonore) non ha – spiega La Nuova Sardegna – rilevato elementi di incompatibilità dal punto di vista paesaggistico. “Si tratta di alcune strutture staccate dal corpo centrale della residenza – spiega Sciola al quotidiano sardo – inserite in uno spazio immenso. Non c’era alcun motivo per negare il parere positivo”. Complessivamente sono 35 le unità edilizie (hotel, villaggi turistici, ville private) che hanno chiesto alla Commissione regionale l’ampliamento delle volumetrie. Una ventina di richieste sono state già bocciate.
VERDI, RICORSO TAR CONTRO MODIFICHE VILLA CERTOSA – “Presenteremo un ricorso al Tar Sardegna per chiedere che venga annullata l’autorizzazione paesaggistica rilasciata al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per l’ampliamento di Villa Certosa e la costruzione di numerosi bungalow”. Lo dichiara il Presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli in una nota. “A quanto ne sappiamo – aggiunge – il progetto presentato per Villa Certosa, infatti, è assolutamente insufficiente e per niente dettagliato. Inoltre, la normativa sul paesaggio in Sardegna vieterebbe anche solo la costruzione di un metro cubo sulle coste”. “In questo caso è evidente il conflitto d’interessi di Berlusconi che avrà un vantaggio diretto ed economico da una norma da lui fortemente voluta e approvata: il piano casa, a cui ci siamo sempre opposti. Il valore di Villa Certosa – prosegue Bonelli – aumenterà di diversi milioni di euro in barba a tutte le normative a tutela del paesaggio e dell’ambiente: l’assalto del cemento e della speculazione alle coste sarde è iniziato”. “Berlusconi avrebbe dovuto astenersi dal chiedere l’autorizzazione per questo ampliamento – conclude Bonelli – in questo modo, ancora una volta, dimostra di preoccuparsi più dei suoi interessi che di quelli del Paese”.
....birra? Posted 3 days, 18 hours ago. Add a comment
Rosia Montana
Rosia Montana torna a tremare. Sui monti Apuseni che circondano questo paese del Nord-Est della Romania e contengono molto oro, la multinazionale mineraria canadese Gabriel Resources ha messo gli occhi da anni, impegnandosi ad aprire quella che sarebbe la miniera d’oro più grande d’Europa, prevedendo di estrarre in 16 anni 300 tonnellate dell’eterno metallo. La Gabriel detiene l’80% delle quote della Rosia Montana Gold Corporation- Rmgc (creata ad hoc per lo sfruttamento dei giacimenti) mentre la compagnia mineraria statale Minvest Deva ha la maggior parte delle quote rimanenti.
Nel 2002 gli abitanti di Rosia e gli ambientalisti romeni iniziano a opporsi a suon di ricorsi legali e azioni politiche al progetto. La campagna «Save Rosia Montana» è diventata negli anni il movimento più forte nella nazione. Segno che la gravità dell’impatto previsto è stata percepita. Il progetto comporterebbe non solo lo spostamento di tutti gli abitanti, cimitero compreso, di Rosia, collocata com’è proprio in mezzo ai giacimenti. Nel tempo, la Rmgc ha comprato l’80% delle proprietà nel villaggio, ma chi non ha venduto è determinato a tenersi terre e case.
La preoccupazione maggiore riguarda la tecnologia di estrazione del metallo: come al solito, l’oro verrebbe separato dalle montagne di roccia usando il cianuro. Secondo il gruppo «Romania senza cianuro» ne occorrerebbero 10.000 tonnellate ogni anno. Anche uno studio dell’Accademia delle scienze romena chiede di non aprire la miniera, perché i metalli pesanti e le altre sostanze sviluppate nel processo potrebbero inquinare laghi e acque circostanti. Nel 2000 il cianuro fuoriuscito da una miniera ungherese provocò un disastro ecologico nella regione romena Baia Mare. La Rmgc invece sostiene che sarà tutto pulito. Il sito della compagnia mostra verdi campi e animali, quelli che alla fine del progetto, là pascoleranno.
Ma niente da fare. La gente non si è convinta nemmeno di fronte ai tremila posti di lavoro promessi. Il 95% degli intervistati, nel corso di un sondaggio parlamentare, si è detta contro. Per Greenpeace, l’80% dei romeni non vuole la mina. Gli oppositori sottolineano la presenza, in mezzo alle belle foreste, di siti archeologici risalenti all’epoca romana che potrebbero essere valorizzati da un punto di vista turistico. Invece l’occupazione creata dalla miniera sarebbe temporanea, a differenza dei danni.
Un anno fa sembravano aver vinto. Il progetto era stato bloccato da un tribunale e anche il Ministero dell’ambiente aveva sospeso le procedure di autorizzazione. In maggio una risoluzione del Parlamento europeo aveva dato ulteriori speranze agli attivisti: chiedeva infatti la messa al bando continentale dell’uso del cianuro, inquinante compreso nella Direttiva europea sulle acque. E quanto all’oro aveva anche suggerito di puntare piuttosto sul riciclaggio. L’oro, materiale eterno, vi si presta perfettamente e ijn giro c’è già anche troppo oro rispetto ai bisogni veri.
Ma la Rmgc aveva già investito molto e con il prezzo dell’oro più che raddoppiato e la prospettiva di profitti ancor più allettanti, è tornata alla carica. Da un lato si è appellata contro la sentenza, dall’altro ha aumentato la propaganda, sostenendo che la Romania ricaverebbe 19 miliardi di dollari fra redditi diretti e indiretti. Intanto la Commissione Europea non ha sottoscritto la risoluzione del Parlamento: per il Commissario all’ambiente, un bando complete sarebbe «dannoso per l’occupazione senza vantaggi aggiuntivi per ambiente e salute».
di Marinella Correggia – 24.07.2010 Il Manifesto.it
....birra? Posted 4 days, 23 hours ago. Add a comment

Ad accorgersi del nuovo “pacco” che il governo italiano sta per regalare all’Abruzzo e al centro Italia, progettando di trasformarlo in una vera e propria polveriera, è stato un deputato catalano del Parlamento europeo, Raül Romeva i Rueda, del gruppo Verdi/A.L.E.. L’unico ad aver presentato, martedì scorso, un’interrogazione prioritaria per chiedere l’intervento immediato dalla Commissione europea contro il progetto Snam di gasdotto denominato “Rete Adriatica” ma che in realtà corre per quasi un quarto del suo percorso nel bel mezzo delle zone appena interessate dal devastante terremoto del 6 aprile 2009. Gli aquilani, a differenza dei cittadini marchigiani e umbri che da qualche tempo hanno costituito il comitato «No Tubo», se ne stanno accorgendo solo ora che, come pugili suonati, cominciano appena a riprendere fiato e a potersi occupare d’altro oltre che a rimettersi semplicemente in piedi. Ad aiutarli, i conterranei di Sulmona, dove dovrebbe sorgere anche una centrale di compressione gas, che hanno messo su la rete di associazioni «Cittadini per l’ambiente». «È una cosa assurda, forse non è si è compreso a quale rischio sismico siamo sottoposti: cosa sarebbe accaduto se fosse stato già in funzione durante il sisma aquilano?», chiede l’assessore all’Ambiente del comune dell’Aquila, Alfredo Moroni, che la prossima settimana chiamerà a raccolta tutti i comuni dell’Appennino centrale interessati.
Era stato fermo per anni, il progetto del metanodotto Snam “Rete Adriatica” deviato, nel 2004 durante il governo Berlusconi II, improvvisamente e senza alcun apparente motivo dal suo percorso originario che lo vedeva correre da Brindisi a Minerbio (Bo) lungo la costa adriatica. Erano stati riscontrati problemi di «criticità idrogeologiche e di tipo urbanistico», dissero, perciò la Snam e il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi decisero un nuovo tracciato: da Massafra (Ta) a Minerbio, passando per dieci regioni ma soprattutto attraversando la dorsale appenninica. L’Aquila, Pizzoli, Barisciano, Navelli, Poggio Picenze: i nomi che sono diventati noti a causa del terremoto sono solo alcune delle località interessate al passaggio diretto del gasdotto. Cinque tronconi e una centrale di compressione gas che se realizzati sventreranno «tre parchi nazionali, un parco naturale regionale e 21 siti di importanza comunitaria», come scrive Romeva i Rueda al Parlamento Ue, ma soprattutto che attraverseranno «aree a gravissimo rischio sismico (Abruzzo, Umbria e Marche) e idrogeologico senza che sia stato effettuato un unico procedimento di valutazione di impatto ambientale né una procedura di valutazione ambientale strategica». (Un aiutino però è arrivato dalla manovra Tremonti approvata in Senato e in discussione ora alla Camera che introduce forse non a caso il silenzio-assenso per il Via e il Vas: nessuna risposta entro 60 giorni equivale ad un ok). Il metano in forma gassosa sottoposto ad alta pressione (75 bar) correrà lungo 687 chilometri di tubo dal diametro di 120 centimetri, sotterrato a 5 metri di profondità. Di questi, 187 chilometri riguardano il tratto Foligno (Pg)-Sulmona e ben 106 corrono dentro l’Abruzzo, nelle zone a più alta sismicità d’Italia. «Sarebbe stata un’ecatombe, se fosse stato già in funzione quella terribile notte del 6 aprile 2009», spiega Mario Pizzola, portavoce dell’associazione «Cittadini per l’ambiente». «A Tarsia, in provincia di Cosenza – racconta – nel febbraio scorso è esploso un tratto del gasdotto di diametro e portata molto inferiori a causa di uno smottamento del terreno per le piogge: per fortuna era distante dai centri abitati ma le fiamme erano visibili fino a 20 km di distanza».
Dopo cinque anni, come prevede la legge, la dichiarazione di pubblica utilità per il progetto Snam “Rete Adriatica” era scaduta. Ma incredibilmente l’8 aprile 2009, mentre ancora si cercavano i vivi sotto le macerie aquilane, la Snam ripresenta la richiesta e ottiene di nuovo il certificato necessario all’avvio ai lavori. I soggetti «interessati» – comuni, province e regioni – avevano 30 giorni di tempo per opporsi «in forma scritta», secondo l’avviso di avvio del procedimento emesso pochi giorni dopo dal ministro Scajola. «Figuriamoci se il comune dell’Aquila e la regione Abruzzo erano in grado di seguire questa faccenda così a ridosso del sisma», spiega Moroni. La Snam, dal canto suo, sostiene di aver inserito un’”integrazione sismica” al progetto allegando studi appositi proprio per rassicurare la popolazione. Solo nel giugno scorso le province di Pesaro-Urbino e di Perugia, il comune di Gubbio e alcune associazioni ecologiste hanno presentato ricorso alla Commissione Ue. Nel frattempo però due giorni fa in Senato è stata approvata una norma contenuta nel decreto legge sull’energia che prevede proprio per le infrastrutture di produzione, trasmissione e distribuzione di energia «l’istituzione di commissari straordinari ad acta che agiscono in sostituzione di tutte le autorità ordinarie – spiega il senatore Pd Roberto della Seta – e possono bypassare anche le regioni in caso di contenzioso».
Un affare da molti milioni di euro. Il progetto della Snam è quello di raddoppiare la portata della rete Tirrenica, aprire un canale di approvvigionamento dai paesi nordafricani (Libia, Algeria, Tunisia) – emancipandosi così dai produttori dell’est europe – e costruire nel nord Italia un hub-gas da cui far partire le diramazioni per rifornire tutti i paesi nordeuropei. «Con un metanodotto già sovradimensionato per i nostri fabbisogni – spiegano ancora gli ambientalisti – l’Italia si candida ad essere un ponte tra l’Africa e l’Europa. Alla centrale di compressione di Sulmona lavorerà in joint-venture con la Snam la British Gas, consorella della Bp, quella dell’onda nera negli States». E come la Louisiana, anche l’Abruzzo sarà (di nuovo) terra per predatori.
di Eleonora Martini
24.07.2010 – Il Manifesto.it
....birra? Posted 4 days, 23 hours ago. Add a comment
Notizia anticipata dal Financial Times (da cui è tratta la piantina che vedete a sinistra): la Bp avviera’ in poche settimane delle trivellazioni al largo delle coste libiche (e a circa 500 km dalle coste siciliane). Il Parlamento degli Stati Uniti ha intanto accusato la compagnia di aver favorito la scarcerazione dell’attentatore di Lockerbie, Abdelbaset Ali Mohmet al-Megrah, per aggiudicarsi questa commessa. Ad annunciare l’inizio delle operazioni e’stato David Nicholas, portavoce della major britannica, il quale ha tenuto a sottolineare come la societa’ sia pronta a imparare dalla lezione del gravissimo disastro ambientale provocato nel Golfo del Messico ad aprile.
L’accordo siglato tra Bp e Tripoli, risalente al 2007, prevede, a seguito delle attivita’ esplorative, la perforazione di cinque pozzi nel Golfo di Sirte. Nicholas ha affermato che Bp sta prendendo “molto seriamente” i rischi legati alle operazioni (i giacimenti da perforare si trovano a una profondita’ d’acqua di oltre duemila metri, superiore a quella del pozzo sotto la piattaforma Deepwater Horizon, la cui esplosione uccise undici persone e causo’ la devastante fuoriuscita di greggio che ha dominato le prime pagine dei giornali negli ultimi mesi).
I guai per la Bp, ad ogni modo, non sembrano voler finire. Secondo il Parlamento statunitense, la compagnia avrebbe fatto pressione per la scarcerazione, avvenuta lo scorso anno, del terrorista libico Abdelbaset Ali Mohmet al-Megrahi, considerato responsabile dell’attentato di Lockerbie, la citta’ scozzese nei cieli della quale, nel 1998, un aereo di linea statunitense salto’ in aria insieme ai suoi 270 passaggeri. Per i parlamentari di Washington, le operazioni di lobbying della Bp a favore di al-Megrahi avrebbero spianato la strada alla firma dell’accordo con la Libia. Una commissione del Senato di Washington terra’ un’audizione al proposito la settimana prossima.
Inutile dire che il fantasma della “marea nera” si aggira per il Mediterraneo anche perché il Ft fa esplicito riferimento a 21 permessi di esplorazioni lungo le coste italiane e l’incubo di piattaforme petrolifere nell’azzurro mare siciliano sembra sempre più vicino.
Le perforazioni avranno luogo ad una profondita’ di circa 5.700 piedi (1.700 metri), 200 metri piu’ giu’ rispetto a quelle della Deepwater Horizon, la piattaforma situata al largo della Louisiana esplosa il 20 aprile . Tra
gli ambientalisti e non solo – chi pensa al peggio. Con il Ft si è “aperto” il presidente della Commissione Ambiente del Senato italiano Antonio D’Alì: «Il problema – afferma il senatore siciliano – non e’ la Bp o la Libia. Il fatto e’ che il mare non ha confini e se capitano incidenti, che siano in acque nazionali o internazionali, gli effetti si fanno sentire in tutto il Mediterraneo. Considerato che stiamo parlando gia’ di uno dei mari piu’ inquinati dal petrolio di tutto il mondo, le conseguenze di un disastro potrebbero essere irreversibili”. Peccato che proprio lo scorsa settimana il commissario europeo addetto all’energia aveva proposto una moratoria delle trivellazioni nelle acque europee e che la proposta sia stata respinta dai paesi del Mediterraneo.
in data:24/07/2010 – Liberazione.it
....birra?