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E all’alba del centesimo giorno la marea nera non si vede più – Repubblica.it
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Golfo del Messico, in superficie è sparita la macchia. Ma il disastro resta, i fondali sono pieni di sostanze tossiche e il catrame infesta le spiagge e le coste dalla Lousiana alla Florida
DAL NOSTRO INVIATO ANGELO AQUARO
NEW YORK – E il centesimo giorno la macchia sparì. Se fosse una favola non si sarebbe potuto trovare finale migliore per la vicenda del petrolio disperso nel Golfo del Messico, dalla Louisiana alla Florida. Ma la tragedia ambientale più grave della nostra epoca – 145 milioni di galloni, 550 milioni di litri secondo le stime più pessimistiche del governo, più di dieci volte l’Exxon Valdez – resta un disastro che dovrebbe frenare ogni ottimismo.
Eppure la macchia è sparita: lo dicono le immagini dei radar, lo dicono le testimonianze di chi è volato sul Golfo, lo dicono gli esperti del gruppo ambientalista SkyTruth. L’ombra nera che si allungava per tutto il Golfo si è ristretta fino quasi a scomparire anche se le palline di catrame continuano a raggiungere le spiagge e le chiazze di petrolio miscelato con i disperdenti chimici continuano a turbare la superficie dell’Oceano. Ma proprio questo è il problema: stiamo parlando solo di superficie.
“Un conto è quello che si vede su: sapevamo che prima o poi sarebbe sparito. Noi siamo preoccupati di quello che sta accadendo sui fondali”. La rabbia che Mickey Johnson, pescatore di Bayou La Batre, Alabama, riversa al New York Times, è quella delle migliaia e migliaia di pescatori per cui nulla è più come prima da quel 20 aprile in cui la Deepwater Horizon è esplosa facendo undici morti. Un terzo delle acque sono state chiuse e la pesca sta morendo come il turismo, malgrado le spiagge costrette a chiudere per l’emergenza siano state soltanto 49 su 253: gli americani non si fidano ed evitano il Golfo.
Ma com’è possibile che il petrolio sia sparito? E soprattutto dov’è finito? La prima causa è ovviamente il blocco del flusso. Aspettando che i due pozzi alternativi uccidano il pozzo per sempre, da due settimane ormai il petrolio non esce più dalla falla, fermato dal tappo che ha finalmente funzionato. Poi ci sono le cause naturali. Determinante l’azione dei batteri, che in praticano si sono “mangiati” il greggio, ma anche la capacità del petrolio di evaporare più velocemente di quanto si credesse: secondo il gruppo ambientalista Oceana il 40 per cento del greggio si sarebbe semplicemente volatilizzato. Le due tempeste che si sono abbattute sul Golfo nell’ultima settimana sono state la spazzolata finale. E poi, certo, c’è stata la task force messa in piedi da governo e Bp, 4mila navi, migliaia di spazzini del mare al lavoro che hanno bruciato o soffiato via il petrolio dall’oceano.
Restano da vedere i danni. Due report governativi hanno già sottolineato la concentrazione di sostanze tossiche sul fondo marino: ma siamo ancora agli inizi dell’indagine. Un po’ più in là è invece quella giudiziaria. Dice il Washington Post che gli agenti federali stanno formalizzando quelle accuse criminali che potrebbero anche spedire in galera funzionari della compagnia e delle altre aziende coinvolte: oltre ovviamente ai dipendenti federali del Mineral Management Service che avrebbero chiuso più di un occhio sulla sicurezza in cambio di mazzette. Il centesimo giorno porta davvero buone notizie.
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Occhio che non vede…la saggezza popolare ci insegna le logiche umane…dalle quali persino il cantastorie di Repubblica pare non volersi esimere, essendo giornale dalla vocazione Progressistsa non può non segnalareil danno permanente, inenarrabile, irrecuperabile, ma lo fa in un contesto “Positivo” raccontando di una… “attenzione” che è ben lungi dall’esistere di una stato attento e vigile…nel mondo ci sono ancora migliaia di sversamenti, centinaia di piccole Luisiana, ma glorifichiamo la legge che punisce , forse, i corrotti…perchè di errore si tratta e non di modello di sviluppo demenziale. In fondo Repubblica mica deve mettere in discussione l’ordine delle cose, fare la voce “illuminata” va bene, ma mettere in discussione il sistema, quello non lo fa più nemmeno L’unità…le multinazionali in fondo possono essere utili…quindi…Viva il Re…la situazione è grave , ma neanche tanto come si pensava…Il petrolio, abbiamo scoperto evapora..(giandiego)
....birra?
«È una bomba a orologeria nel Mediterraneo» – Mondo – l’Unità.it.
Cinque pozzi Bp in 50mila chilometri quadrati potrebbero tradursi in cinque maree nere nel Mediterraneo. Greenpeace non è preoccupata?
«Siamo in allarme – risponde Giorgia Monti, responsabile Mare di Greenpeace Italia – da quando due settimane fa abbiamo ricevuto le prime indiscrezioni su questo nuovo progetto di ricerca di idrocarburi nel Mediterraneo. Il disastro nel Golfo del Messico dimostra che la trivellazione in acque profonde resta estremamente rischiosa. Nel Mediterraneo, che è già uno dei mari più inquinati del Pianeta e soprattutto è un mare chiuso, senza forti correnti, un disastro di quel genere avrebbe conseguenze senz’altro peggiori. Si tratta di una bomba ad orologeria».
Però non ci sono solo le esplorazioni in Libia. La Bp ha firmato pochi giorni fa anche un accordo per impianti offshore in Egitto…
«Ciò che inquieta di più è che le compagnie stanno concentrando la loro attività nel bacino orientale del Mediterraneo: non c’è solo la Libia e l’Egitto ma la Tunisia, Cipro, la Croazia, Malta. Non si tratta di grandi stati federali e democratici come l’America, con opinioni pubbliche capaci di reagire, fare resistenza, chiedere risarcimenti, come è già più possibile nei Paesi che si affacciano sul lato occidentale del Mediterraneo. Invece è proprio là che i petrolieri hanno stabilito la loro nuova Frontiera, dove ritagliare i propri investimenti».
Quale rischio corrono le nostre spiagge?
«Il nostro è un mare che subisce già una fortissima pressione antropica perché le zone costiere sono ovunque fortemente popolate, oltretutto con scarsi impianti di depurazione delle acque reflue. Non solo. Si stima che il 30 percento di tutto il traffico di idrocarburi del mondo passi dal Mediterraneo. Si sa che ci sono molte micro perdite nelle attività di scarico e carico nei porti, attività illegali come il lavaggio a mare di cisterne. Essendo un mare chiuso, con poca ossigenazione dagli oceani, disastri come l’affondamento della petroliera Haven fuori dal porto di Genova che è l’incidente più grave mai accaduto e risale al 1991 non è ancora smaltito. Il fondale marino è ancora contaminato dal catrame, residuo dello sversamento di oltre 140 mila tonnellate di greggio. Si può capire come possano allarmare tutti questi nuovi pozzi di ricerca che stanno sorgendo come funghi».
Se ci fosse una perdita negli impianti Bp in Libia sarebbe indennizzato solo Gheddafi. Come potrebbero tutelarsi gli altri Paesi rivieraschi come l’Italia?
«Certo, non avrebbe nessun tipo di responsabilità legale nei confronti dei Paesi limitrofi, non esistendo alcuna norma internazionale di reato ambientale e quindi neanche di risarcimento danni. È sempre difficile quantificare i danni all’ambiente, ancor più ottenere dei risarcimenti corposi come ha dimostrato il caso della Exxon in Alaska. In questo caso poi sarebbe solo Gheddafi a stabilire il danno, come pure i controlli di sicurezza da garantire».
Come si potrebbe aumentare i controlli?
«In Brasile e in Norvegia ad esempio esistono leggi che prescrivono come obbligatori sistemi di blocco automatico dei pozzi e comandi a distanza nelle piattaforme offshore. Negli Usa invece la lobby petrolifera negli anni scorsi è riuscita a bloccare una normativa analoga con la scusa che questi sistemi sarebbero stati onerosi. In realtà scongiurare il disastro della Deepwater Horizon sarebbe costato quanto il canone d’affitto di un giorno della stessa piattaforma».
Per salvare il mare cosa si dovrebbe fare?
«Deve essere chiaro che investire sul petrolio è una follia. La risorsa sta finendo e si stanno cercando giacimenti in zone sempre più incontaminate e irraggiungibili. Nel mare più in profondità si va e più siamo di fronte ad ecosistemi estremamente fragili, neanche del tutto studiati, com’è per le montagne nel Canale di Sicilia. Quando anche i giacimenti più estremi saranno esauriti, cosa faremo? e in quale ambiente contaminato ci troveremo? È chiaro che la strada è un’altra, è quella ad esempio dell’efficienza energetica. E intanto si deve creare una rete di riserve marine inviolabili, protette da regole nazionali e internazionali».
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Questa è la dimostrazione diell’assoluta indifferenza delle Major Multinazionali delle sette sorelle di fronte ai casi del mondo e dimostra laddove serva come non siano i governi a determinare il loro percorso ma il contrario. Le perforazioni di Profondità in Mediterraneo sono un iattura assoluta e la BP ha dimostrato ……nella pratica tutta la sua assoluta e totale incompentenza, ma non solo leggete nell’articolo le condizioni in cui la Libia…alleata del nostro sommo imperatore…permetterà le trivellaioni. Anche L’italia si appresta a trivellare, fra lìaltro anche nelk tempio dei cetacei. Va detto che in quanto a scelte sciagurate questo governo non ce ne ha fatte mancare nessuna. Il Nucleare…inutile dannoso e pericoloso, le trivellazioni (a cosa serve che si sia insistito perchè fossero minimo a 5 miglia marine dalla costa???? Ce lo spieghi ministra Prestigiacomo?) ormai le sperane in un mondo migliore si stanno riducendo a nulla…questo governo e anche molti altri a livello mondiale non escluso Lula in Brasile si stanno impegnando per portarci più velocemente verso la fine…l’impotenZa è assoluta le scelte in cui ci costringono sono vicoli ciechi dai quali non esiste ritorno…tutto all’insegna del profitto e con il falso intento di mantenere il nostro livello di “comodità”…pagheremo carissima la nostra follia, ed ancora più cara la nostra assoluta impotenza.(giandiego)
....birra? Posted 2 days, 21 hours ago. Add a comment

Qualcosa è cambiato, ma i servi dei saccheggiatori non se ne sono accorti.
Due ministri della repubblica, Tremonti e Ronchi, in una conferenza stampa a palazzo Chigi, hanno tentato di confondere le acque. Tremonti: «L’acqua appartiene al popolo», ma «su materie che riguardano i trattati non ci può essere referendum abrogativo».
Se avessimo una classe di governo seria non saremmo costretti ad assistere alle insopportabili manifestazioni di arroganza e di superficialità ormai usuali dopo le conferenze stampa. Se avessimo una classe di governo seria, potremmo godere quanto meno del rispetto per una percentuale significativa del corpo elettorale che dice concretamente basta all’ ideologia mercatista e che chiede una riflessione vera sul punto in cui ci hanno portato le privatizzazioni. Se avessimo una classe di governo seria non avremmo un ministro saltimbanco che prima inventa la finanza creativa e cerca di vendere pure il Colosseo, poi si pente e attacca mercatismo e banche, e adesso, richiamato all’ ordine dai poteri forti che serve da sempre, si schiera con il collega Ronchi facendo propria l’incredibile menzogna per cui l’Europa imporrebbe di privatizzare il servizio idrico.
Se avessimo una classe di governo seria, i ministri di destra eviterebbero di prendere il giro il popolo sovrano, e si sciacquerebbero la bocca (con fresca acqua pubblica) ogni volta che lo nominano al solo scopo di saccheggiarlo.
Se avessimo un classe di governo seria si arresterebbe ogni privatizzazione almeno fino alla pronuncia della Corte Costituzionale sul Referendum (che ha raccolto oltre 1,4 milioni di firme) e si aprirebbe una discussione approfondita studiando i contributi di tanti che, senza interesse personale, denunciano quindici anni di privatizzazioni truffaldine.
Se avessimo una classe di governo seria si abbinerebbe il voto referendario a quello amministrativo di primavera, risparmiando milioni ai contribuenti e garantendo un dibattito politico vero, finalmente sul merito delle questioni.
Nei prossimi mesi si accelereranno le gare sui servizi pubblici (non volute dall’Europa ma dalla nostra classe di governo, di destra e di sinistra , come a Torino per Gtt) per privatizzare il più possibile battendo sul tempo il referendum. Si farà di tutto per non far votare il popolo sovrano e se si voterà sarà a fine giugno sperando che tutti siano al mare (sulle spiagge a pagamento del federalismo demaniale!).
Tremonti nervosetto esterna. Sa che l’acqua sciacquerà le sue ambizioni di premierato al guinzaglio dei poteri forti e dei razzisti del nord. Ha letto troppi libri per non sapere che quando muta l’egemonia culturale tramontano i sogni di potere fondati su quella vecchia. E l’egemonia è ora davvero mutata.
fonte: Il manifesto, 23 luglio 2010
....birra? Posted 4 days, 18 hours ago. Add a comment
Un milione e 400 mila firme contro la privatizzazione dell´acqua. Raccolte in circa tre mesi. Un record, ma la notizia è che la società civile non è morta, che si può provare a sopraffarla finché si vuole, ma c´è sempre un limite. Il retro della medaglia è l´immagine di una classe politica che di fronte alla rete che si è formata per raccogliere le firme dovrebbe impallidire, farsi piccola, capire quant´è inadeguata, vuota e fuori dal mondo. C´è chi non è in grado di raccogliere le firme necessarie a presentare una lista elettorale e mette nei guai a posteriori il recente governatore del Piemonte.
C´è chi caverebbe soldi anche da una rapa, se fosse possibile, e fa decreti per privatizzare i nostri beni comuni o condonare qualsiasi cosa, dall´acqua alle spiagge passando per l´archeologia e i mostri edilizi. C´è chi si distingue per intrallazzare fino all´inverosimile pur di coprire pulciosi interessi economici e personali e chi, bontà sua, non riesce proprio a opporsi e cade in tutti i tranelli possibili di un ménage politico stantio, autoreferenziale, basato solo su un apparire sempre più elemosinato al Cesare, sui personalismi ma con sempre meno personalità.
Un milione e 400 mila firme per dire che l´acqua non si può privatizzare sono molto di più della sacrosanta difesa del bene comune per eccellenza, sono un urlo urlato con dignità e buon senso, il frutto di un´indignazione seria e civile, una lezione per chiunque voglia fare politica in Italia. I tre quesiti referendari hanno senso, sono ben congegnati per bloccare giusto in tempo la strada di una privatizzazione generalizzata entro il 2011, da cui sarebbe difficilissimo, o costosissimo, tornare indietro. Invece ora ce la si può fare: se l´iter verrà rispettato, se la volontà di quel milione e mezzo di italiani non sarà calpestata per l´ennesima volta, nella primavera del prossimo anno la lezione data alla politica nostrana sarà completa.
La rete del Forum dei movimenti per l´acqua, che è nata e si è propagata con una naturalezza disarmante per chiunque faccia il raccattatore di voti di professione, è una speranza per la democrazia nel nostro Paese. I banchetti volanti al Giro d´Italia, quelli nei mercati (li ho visti, sempre con la gente in educata fila), ai concerti, dove si fanno gli aperitivi tanto di moda, nelle piazze e vie di fronte agli strusci consumistici: mai un simbolo di partito, chi si è messo a disposizione l´ha fatto per l´acqua perché di fronte all´acqua sparisce qualsiasi colore, qualsiasi ideologia, qualsiasi altro interesse. Non è un caso che chi abbia tentato di cavalcare l´onda pro domo sua abbia fallito miseramente.
Il cibo, l´acqua, la nostra terra, il bello e il buono che non si devono necessariamente comprare: forse c´è la speranza che non si portino via tutto. Sono le cose che stanno più a cuore alle persone umili che cercano di vivere bene la propria vita in un mare di difficoltà che non si sono per niente cercate: è la dimostrazione che i temi della politica dovrebbero essere altri, se la politica fosse nobile, se la politica sapesse.
(20 luglio 2010)
FONTE: la Repubblica, 20 luglio 2010
....birra? Posted 6 days, 17 hours ago. Add a comment
Pd, Pdl dimostrano di essere un insieme indistinto di personaggi legati ai poteri forti per la privatizzazione dei beni comuni. E pensare che c’è qualcuno che vorrebbe costruire l’alternativa insieme a chi vuole convincerci che privatizzare l’acqua ridurrebbe gli sprechi e migliorerebbe il servizio.
ACQUA:NASCE ACQUALIBERATUTTI,COMITATO PER NO A REFERENDUM
ROMA, 20 LUG – «Se vincerà il fronte del sì, uno dei risultati inevitabili sarà che gli italiani dovranno pagare una nuova tassa per l’acqua, dal momento che per far fronte agli sprechi e ai necessari investimenti di ammodernamento degli acquedotti servono 60 miliardi di euro». A denunciarlo Acqualiberatutti, il neocomitato per il no al referendum per la nazionalizzazione dei servizi idrici, presentato oggi alla Camera e che sta raccogliendo le adesioni di politici di entrambi gli schieramenti, ricercatori, professionisti e società civile.
Secondo Acqualiberatutti chi ha firmato contro la privatizzazione dell’acqua, in realtà ha firmato contro la libertà di organizzazione del settore. «Le attuali norme prevedono che, ferma restando la proprietà pubblica dell’acqua, la gestione dei servizi sia affidata tramite procedure di gara trasparenti – spiega Antonio Iannamorelli (Pd), uno dei promotori – Se vincessero i sì, si tornerebbe ad una gestione di sprechi, più imposte ai cittadini e un uso clientelare della cosa pubblica».
«Il comitato per il sì ha fatto una propaganda falsiticata, facendo passare un messaggio errato – spiega Benedetto Della Vedova (Pdl), uno degli aderenti ad Acqualiberatutti – Il decreto Ronchi non prevede certo che l’acqua diventi privata. Quello che è in discussione è il servizio di trasporto dell’acqua dalla sorgente al rubinetto, che ha dei costi. Ma il fronte del sì vuole che tutto ciò sia fatto dello Stato, tornando quasi ad una gestione sovietica del servizio. Eppure in Italia la libera concorrenza sul fronte dell’elettricità e della telefonia ha dato grandi risultati».
Il comitato si costituirà ora, conclude Piercamillo Falasca, uno dei promotori, «presso la Corte Costituzionale. Ci batteremo per sottolineare l’incostituzionalità dei quesiti referendari. Metà dell’acqua trasportata si perde e viene sprecata. E se si elimina qualsiasi forma di redditività del servizio, nessuno farà mai gli investimenti necessari».
fonte: ANSA
....birra?
Milano, “avvelenamento delle acque”: sequestrata l’area di Santa Giulia – Italia – l’Unità.it.
Nel corso della mattinata, i finanzieri del nucleo di polizia tributaria di Milano hanno eseguito il sequestro preventivo dell’area Montecity-Rogoredo, di proprietà della Milano Santa Giulia Spa facente capo al Gruppo Risanamento. I reati contestati a vario titolo sono di attività di gestione di rifiuti non autorizzata e avvelenamento delle acque. Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Milano sono state svolte con il contributo del Corpo forestale dello Stato, dell`Arpa e della polizia locale di Milano. In particolare, le diverse relazioni presentate hanno evidenziato, tra l’altro, l`inquinamento della falda acquifera sottostante l`area «Santa Giulia», con superamenti dei limiti di legge di alcune sostanze pericolose per l’ambiente e la salute, tra cui alcune cancerogene. Su alcuni terreni dell`area, inoltre, sarebbero stati eseguiti scavi non autorizzati, nei quali sarebbero state poi «riportate», senza alcun titolo, scorie di acciaieria, da trattare, invece, come rifiuti. L’area «Santa Giulia», che ha un`estensione pari a circa un milione di metri quadri e un valore di mercato approssimativo di circa un miliardo di euro, occupa oggi gli spazi che furono un tempo degli stabilimenti chimici della Montedison, nonché dell`acciaieria Redaelli.
....birra?

L’acqua è un bene comune e non può essere affidato al libero mercato. Sulla base di questa convinzione il
comitato per l’acqua pubblica ha raccolto oltre un milione e quattrocentomila firme a favore dei referendum abrogativi delle norme che consentono la cosiddetta ‘privatizzazione dell’acqua’, ultima delle quali è quella sui servizi pubblici locali compresa nel decreto Ronchi. I promotori del referendum, un vasto cartello di associazioni e realtà della società civile, stamattina hanno depositato le forme raccolte presso la Corte di Cassazione, che dovrà procedere alla loro convalidazione e svolto una manifestazione a piazza Navona per annunciare il risultato.
Nessun referendum ha raggiunto questo livello di adesione, “è un record”, recita il volantino distribuito in piazza, anche se ovviamente il riferimento al referendum sul divorzio, che raccolse un milione 370mila firme, è improponibile perché quelle furono le firme autenticate dalla Cassazione e di norma tra la raccolta e la certificazione qualche decina o centinaia di migliaio di firme viene cassato per irregolarità varie. La parte
del leone nella raccolta di firme l’ha fatta la Lombardia, con 236.278 moduli compilati. Al secondo posto il Lazio, con 146.450 sottoscrittori. Fanalino di coda la val d’Aosta, con 835 firme. In piazza stamattina a festeggiare il risultato c’erano fra gli altri Stefano Leoni, presidente del Wwf, padre Alex Zanotelli, Marco Bersani di Attac, Corrado Oddi della Funzione pubblica Cgil, alcuni esponenti dei partiti della sinistra che hanno appoggiato (ma non promosso, precisano gli organizzatori) la raccolta di firme: Prc, Verdi, Sel. Il prossimo appuntamento del
‘popolo dell’acqua’ è fissato per il prossimo 18 e 19 settembre, con una assemblea nazionale dei movimenti per l’acqua che si terrà probabilmente a Firenze. La prossima sfida per il comitato promotore, ovviamente, è la vittoria nel referendum, dopo il fallimento del quorum in tutte le ultime consultazioni di questo genere: bisogna “portare almeno 25 milioni di italiani – si dice nel volantino dell’iniziativa – a votare tre sì la prossima primavera”, un risultato “che oggi, alla luce del ‘risveglio democratico’ a cui si è assistito nei mesi della raccolta firme, sembra assolutamente raggiungibile”.
in data:19/07/2010 – Liberazione.it
....birra? Posted 1 week, 2 days ago. Add a comment
In Lombardia sono state raccolte 230 mila firme, di queste ben 215 mila sono state certificate e quindi spedite a Roma, pari al 93% delle firme raccolte.
Questi numeri sono il risultato del lavoro capillare e instancabile dei Comitati, prima nell’organizzazione dei banchetti, poi nella certificazione dei moduli.
Un esito che fa dire dalla Lombardia (così come da tutta Italia, dove sono stete raccolte in totale più di 1 milione di firme) un chiaro no alla privatizzazione dell’acqua!
Saluti, Roberto Fumagalli
referente per la Lombardia
campagna Referendum acqua
....birra? Posted 1 week, 6 days ago. Add a comment

Il titolo sarà gestito dalla multiutility Iride guidata da Ettore Gotti Tedeschi indagato, e poi prosciolto, durante il processo Parmalat.
L’accordo è fatto. L’acqua volerà in borsa e la gestione sarà affidata a Iride, una multiutility, nata dalla fusione di tre società. Gli azionisti principali sono i comuni di Genova e Torino, ma l’accordo porta anche la firma di F2i: una società italiana titolare del fondo per gli investimenti nel settore delle infrastrutture a cui patecipano istituti bancari, casse previdenzali, fondazioni, assicurazioni, istituzioni finanziarie dello Stato, sponsor e management.
Il presidente si chiama Ettore Gotti Tedeschi, vecchio banchiere ora a capo dello Ior, la Banca Vaticana, che è stato prosciolto dopo esser stato scritto tra 71 indagati del processo Parmalat. L’amministratore delegato di F2i è Vito Gamberale, una carriera tra Autostrade Italia, Eni, Banca Italia, Benetton, e un arresto durante Mani Pulite.
Gamberale venne poi assolto dall’accusa di abuso d’ufficio e concussione. Ora, è lui l’uomo che guida l’accordo. Il piano per la privatizzazione del servizio idrico ruota in parte intorno alla Spa di Tedeschi e all’appoggio che questa riceve dalla San Giacomo srl, una società dal nome promettente. Lo scopo della manovra: creare un polo idrico industriale attraverso il delisting: la cancellazione del titolo azionario dal listino del mercato organizzato e la fusione con Mediterranea delle acque, l’azienda che gestisce le acque potabili di Piemonte, Liguria, Emilia e Sicilia.
Solo allora, Iride potrebbe compiere un altro passo e accorpare Enìa, la multiservizi emiliana nata dalla fusione delle Spa della provincia di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Insieme i due colossi delineerebbero un asse “padano occidentale” con 4 miliardi di capitalizzazione di borsa e 2,5 milioni di potenziali “clienti” che, tra Palermo ed Enna, si comprano come caramelle. Le conseguenze di ciò saranno visibili non solo al Sud, dove il controllo dei beni comuni ha già originato scontri tra clan, ma anche al Nord e al Centro dove la quotazione in borsa del servizio idrico stimolerà una famelica ricerca di profitto che farà dell’acqua un privilegio.
In un documento del 1973 si rilevava l’esistenza di 1.469 pozzi che attingevano alla falda freatica della fascia costiera italiana. Acque destinate ad essere inserite nell’elenco delle risorse pubbliche ma che ancora oggi sono lasciate nelle mani nei “guardiani” e dei “fontanieri” meridionali. Eppure, il Sud soffre la sete, decine di dighe sono incomplete da oltre vent’anni mentre altre hanno condotte mai collaudate o a “colabrodo”, che causano perdite idriche del 50 per cento.
I 3 enti regionali, 3 aziende municipalizzate, 2 società miste, 19 società private, 11 consorzi di bonifica, 284 gestioni comunali e 400 consorzi fra utenti predisposti alla gestione del servizio idrico di queste zone hanno fallito il loro compito. Colpa delle amministrazioni che si sono rivelate incapaci di tutelare i beni comuni, dei i governi che, anche su pressione dell’Ue, hanno frettolosamente cercato soluzioni nel settore privato. Tutta colpa del clientelismo che, in Italia, grava sulla gestione di gran parte delle opere pubbliche. Prima di cedere non valeva la pena tentare di sanare il settore pubblico? E se i manager dell’acqua si rivelassero disonesti?
Allora, il prezzo della privatizzazione salirebbe alle stelle. Non si tratta di un’affermazione figlia di un anticonfromismo da quattro soldi. Ce ne renderanno conto quando il consigliere municipale di turno non sarà più in grado di elargire informazioni sull’acqua che esce dai rubinetti case, degli ospedali e delle scuole e quando, per risparmiare, sarà meglio non lavarsi le mani. E se ne accorgeranno anche i Comuni non appena dovranno pubblicamente rinunciare al ruolo di “imprenditori-gestori” di beni per agire da veri azionisti. Perché, per dirla con Massimo Mucchetti sul Corriere, ricorrendo al privato per nascondere i difetti del pubblico, “il Comune non sarà più responsabile e garante di un servizio e di un diritto per tutti i cittadini ma solo uno dei tanti soci che attende l’assemblea di aprile per sapere quanto incasserà sotto forma di dividendo”.
Fonte: peace reporter
Luciana P. Pellegreffi
By NEURONIATTIVI
....birra?