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Sergio Marchionne politicizza il caso dell’inchiesta Epa su Fca. Ma Obama si sfila. Fiducia nei rapporti con Trump

Fca respira in Borsa dopo la debacle di ieri in scia alle accuse dagli Usa sulle emissioni delle auto diesel. Dopo aver ceduto il 18,1% a Piazza Affari e il 10,28% a Wall Street – per poi respirare nel dopo mercato dove
ha recuperato l’1,5% – le azioni di Fiat Chrysler registrano in avvio a Milano una crescita superiore al 7%. Una boccata d’ossigeno che segue alla difesa di Sergio Marchionne su un’accusa che il manager sospetta sia diretta emanazione di una questione politica. “Spero non sia una conseguenza di una guerra politica” fra Obama e Trump, ha detto l’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles nel commentare l’inchiesta dell’Epa, l’Agenzia americana per l’ambiente, che accusa il gruppo italo-americano di aver usato software illegali per mascherare l’effettivo livello di emissioni inquinanti di 104 mila vetture diesel, tra Jeep Grand Cherokee e Dodge Ram. Un caso simile a quello che si è abbattuto su Volkswagen, anche se in quella vicenda pendeva un’accusa di frode che qui non c’è.

Marchionne nega tutto, assicura che Fca ha la coscienza pulita – “non siamo così stupidi” – definisce “curioso e spiacevole” il modo frettoloso con cui l’Epa ha annunciato di aver scoperto l’inganno di Fca.

“Se mettono in dubbio la mia coerenza morale, posso sopravvivere. Ma non tollero che lo si faccia sulle spalle delle decine di migliaia di persone che lavorano nella nostra azienda” dice Marchionne alla Repubblica. “Certo la tempistica colpisce. Evidentemente c’era qualcuno all’Epa che doveva chiudere il dossier, fare pulizia sulla scrivania prima dell’arrivo della nuova amministrazione. Ma voglio sperare che non sia una vicenda politica. A Obama, alle sue scelte, Chrysler deve la rinascita. In ogni caso noi continuiamo a confrontarci con tutti, anche con la prossima amministrazione Trump. Lo si poteva fare serenamente, come è accaduto in questi mesi. Non c’era bisogno dei toni moralistici che sono stati usati”.

Il sospetto di Marchionne è sulla tempistica per quella che è un’amministrazione in scadenza, a guida Barack Obama, che il 20 gennaio passerà il testimone a Donald Trump. Le agenzie di stampa riportano oggi la dichiarazione di un alto funzionario dell’amministrazione Obama, il quale precisa che la Casa Bianca non ha avuto un ruolo nel caso Fca, che potrebbe costare al gruppo una multa fino a 4,63 miliardi di dollari. La decisione dell’Epa “è stata presa indipendentemente dalla Casa Bianca” rivela il collaboratore di Barack Obama, presidente determinante nel salvataggio del settore dell’auto in America e nell’acquisizione di Chrysler da parte di Fiat nel 2009. D’altro canto il portavoce del presidente Josh Earnest aveva spiegato che “le decisioni dell’Epa sono prese dai funzionari dell’Epa e non sono a conoscenza di un coinvolgimento della Casa Bianca su questo caso specifico”, ma Obama “si aspetta che i funzionari all’Epa svolgano i loro compiti per fare rispettare la legge e mettere in atto regole che sono scritte”.

Il 20 gennaio arriva Donald Trump e con lui un nuovo vertice all’Epa. Arriva il repubblicano Scott Pruitt, procuratore generale dell’Oklahoma, nomina molto contestata per la sua vicinanza all’industria dei combustibili e perché considerato un negazionista del cambiamento climatico. Il Financial Times, nella Lex Column, evidenzia come Fiat Chrysler sia stata “attenta a ingraziarsi Trump. È l’unica delle tre big di Detroit a non incorrere nelle critiche del presidente eletto per le delocalizzazioni della produzione fuori dai confini americani”. Anche dopo l’annuncio di un investimento da 1 miliardo di dollari negli Usa, con 2000 nuovi posti di lavoro, dopo il pubblico ringraziamento di The Donald, secondo il quotidiano della City, Fca è fiduciosa di essere posizionata nel modo migliore con l’amministrazione entrante.

Il Corriere della Sera evidenzia l’ottimo rapporto costruito negli anni fra Sergio Marchionne e Barack Obama, ma anche lo studio accurato su Donald Trump che è stato condotto dai vertici della casa automobilistica.

Ieri Marchionne ha accusato l’Agenzia americana di “grandstanding”, cioè di aver voluto, in maniera ostentata, adottare una misura esemplare, a una settimana dall’inizio dell’era Trump. Naturalmente è difficile provare la malizia di una decisione così clamorosa. È chiaro che l’amministrazione stia svuotando i cassetti, cercando di chiudere, ciascuno nel proprio settore, i casi più importanti. L’azione anti-inquinamento è stata una delle priorità bandiera di Obama. Il presidente teme che otto anni di sforzi e anche di risultati possano essere spazzati via dal suo successore. Il 21 dicembre scorso il leader della Casa Bianca ha vietato le esplorazioni petrolifere nel Mare Artico e sulle coste orientali degli Stati Uniti. Ieri l’amministratrice dell’Epa, Gina McCarty, ha notificato la violazione delle leggi sulle emissioni di gas inquinanti alla Fca. C’è un nesso tra le due questioni? Probabilmente sì, ma è un filo politico: la volontà di chiudere in modo coerente una stagione. Certamente non è un complotto contro il gruppo italo-americano; così come non c’era stato per la Volkswagen. L’Epa si è dimostrata fin qui una controparte rigida sul merito giuridico, ma disponibile al negoziato sulle sanzioni economiche. Tra dieci giorni al vertice dell’Epa arriverà Scott Pruitt, ex procuratore generale dell’Oklahoma, figura legata alla lobby petrolifera. Pruitt ha impugnato più volte in tribunale i provvedimenti dell’Agenzia guidata da Gina McCarty. Adesso, altro paradosso della politica americana, dovrà gestirne l’eredità. Caso Fca compreso.

Sorgente: Sergio Marchionne politicizza il caso dell’inchiesta Epa su Fca. Ma Obama si sfila. Fiducia nei rapporti con Trump

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