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«Yes we did». L’ultima lezione di democrazia di Obama, presidente-professore in chief – Left

left.it – «Yes we did». L’ultima lezione di democrazia di Obama, presidente-professore in chief   – di Martino Mazzonis

Nel suo discorso di addio, da Chicago, la città che ama e che gli ha dato la carriera politica (e che lo ama di ricambio, a giudicare dalla folla), Barack Hussein Obama ha difeso ed è tornato a spiegare la sua idea di democrazia «un concetto radicale», la voglia di organizzarsi e agire, il bisogno di ascoltare gli altri. «Se siete stufi di litigare con gli sconosciuti su internet provate a parlarci di persona…se c’è qualcosa da aggiustare, allacciatevi le scarpe e organizzatevi, se non vi piacciono i vostri eletti, correte per le loro cariche».

In un momento in cui il funzionamento della democrazia liberale appare messo a rischio, l’ordine delle cose uscito dalla Seconda guerra mondiale non funzionare più, il 44esimo presidente degli Stati Uniti tiene la sua ultima discussione con i cittadini e fa una lezione di democrazia.

«Quando diciamo che l’America è eccezionale, non sosteniamo che siamo privi di difetti, ma che abbiamo la capacità di cambiare. Il lavoro della democrazia è complicato e per ogni passo avanti, potremmo farne uno indietro».

La colonna sonora è quella degli U2 che ne accompagnava l’ingresso di otto anni fa e la difesa del suo record, sonora: «Abbiamo fatto passi avanti, siamo usciti dalla recessione, abbiamo fatto pace con Cuba e reso costituzionale il matrimonio gay, fatto in modo che il programma nucleare iraniano senza sparare un colpo e garantito l’assicurazione sanitaria a 20 milioni di persone». E questa America migliore è grazie a voi.

Retorica obamiana, certo, ma quella di un politico che vede messe a rischio le conquiste della sua presidenza, ma anche l’idea stessa della convivenza civile di un popolo diverso. Obama non smette di difendere il meccanismo democratico, nonostante stia per passare il testimone a un personaggio potenzialmente pericoloso.

E mette in guardia: non è un autobomba a mettere a rischio la convivenza, ma è l’abbandono dei valori democratici. «Per questo ho abolito la tortura e respingo la discriminazione nei confronti dei musulmani» (inquadratura sulle famiglie Obama e Biden che si alzano in piedi a battere le mani e boato della sala).

«L’Isis ucciderà altre persone, ma non può vincere a meno che noi non tradiamo la costituzione e rivali come la Cina e la Russia non possono raggiungere la nostra influenza, a meno che noi non diventiamo un altro dei Paesi che maltrattano i loro vicini».

Per questo tutti e ciascuno devono lavorare al rafforzamento delle istituzioni democratiche, «se la fiducia nelle istituzioni è bassa, dobbiamo incentivare l’etica». Le idee che Obama elenca (diritto di voto, partecipazione) sono tutte critiche indirette al partito repubblicano.

Le uniche, assieme al tono, tutto, del discorso: c’è un pericolo e l’esercizio della cittadinanza è quello che rafforza le istituzioni perché il successo del «viaggio verso la libertà, non è garantito».

Il discorso di Obama dal canale della Casa Bianca (da 5.41)

«Abbiamo il futuro davanti, ma quel futuro lo costruiamo se rafforzeremo la democrazia…dobbiamo tutti ricordare che la democrazia ha come presupposto un fondamento di solidarietà». L’inizio del secolo, secondo il presidente uscente, ha messo alla prova la democrazia: «terrorismo e recessione, cambiamento demografico sono sfide che hanno messo a rischio il nostro stare assieme».
Abbiamo fatto molto – e se c’è qualcuno che propone un piano sanitario che costi meno e copra la stessa gente del mio, sono pronto ad accettarlo, Obama sfida i repubblicani – ma abbiamo grandi sfide davanti.
Il presidente ricorda che le diseguaglianze e l’automazione sono la prossima onda che distruggerà posti di lavoro. E per tutelare la democrazia di fronte a queste sfide quello che serve è «un nuovo contratto sociale, una nuova rete di protezione e un nuovo sistema fiscale che faccia pagare chi guadagna da questo nuovo sistema economico».La seconda sfida è quella dell’eguaglianza tra le persone. «Alla mia elezione si è parlato dell’America post-razziale. Era un’idea irrealistica, la razza resta una forza divisiva». Si possono cambiare le leggi, i rapporti hanno fatto passi avanti, «ma a cambiare devono essere i cuori».

I neri devono riconoscere ed essere empatici non solo con i rifugiati, i poveri, ma anche con il bianco di mezza età il cui mondo sta sparendo, e il bianco deve capire che le proteste nere chiedono solo un trattamento egualitario. E se parliamo di immigrati, dobbiamo ricordarci che «quel che si dice oggi lo abbiamo detto degli italiani, degli irlandesi, dei polacchi… che avrebbero distrutto l’America com’era… e invece siamo più forti e migliori».

Capire queste cose non è facile: «Troppi di noi si sono chiusi nelle loro bolle, circondati da persone che la pensano come noi e non mettono in discussione, i media con un canale per ogni gusto, ci rendono così sicuri nelle nostre bolle che accettiamo ogni informazione che corrisponda alla nostra visione».

Questa selezione sulla base di ciò che preferiamo – anche in politica – è un pericolo. Ma se scegliamo le cose solo sulla base di ciò che ci piace, non non andiamo da nessuna parte: prendiamo il cambiamento climatico. «Possiamo ragionare sulla maniera migliore di affrontarlo, ma negare il problema significa impedire alle future generazioni di discuterne e nega lo spirito di progresso che ha reso l’America forte».

Obama non è stato un presidente perfetto, ma ancora una volta, parlando con gli americani ha dato un esempio di dialogo con il Paese, di umanità e di assenza di rabbia. Quella che avrebbe potuto mostrare, qui e là, quando è stato insultato o quando le sue iniziative sono state bloccate dal partito avversario. Per Obama il funzionamento democratico è venuto prima e, dice, continuerà a lavorare per quello da cittadino (le speculazioni sul futuro sono di ogni ordine e tipo).

Ora fate un bel respiro e pensate al signore che sta per prendere il suo posto, che da presidente insulta e risponde a ogni critica con battute. Il primo è stato – con tutti i difetti enormi, con Chelsea Manning ancora in carcere, Guantanamo che resta dov’è e con i droni usati sullo Yemen – un campione della partecipazione nonostante i suoi enormi limiti. Il secondo è un bulletto da bar. Good night and good luck.

Sorgente: «Yes we did». L’ultima lezione di democrazia di Obama, presidente-professore in chief – Left

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