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Che cosa ci dovrebbe insegnare la mattanza ad Almaviva

Ecco perché la sorte dei 1666 licenziati di Almaviva è un dramma che riguarda tutti

di Checchino Antonini

Il 2016 si chiude con una mattanza di posti di lavoro e col pronunciamento della Cassazione per cui è lecito licenziare per «un incremento della redditività dell’impresa», ossia per salvaguardare i profitti. Due pessime notizie, apparentemente scollegate. Nella sentenza di Cassazione si argomenta che «concedere all’imprenditore la possibilità di sopprimere una specifica funzione aziendale solo in caso di crisi economica finanziaria e di necessità di riduzione dei costi rappresenti un limite gravemente vincolante l’autonomia di gestione dell’impresa, garantito costituzionalmente». Per la prima volta nel nostro ordinamento la possibilità di poter licenziare un lavoratore per giustificato motivo oggettivo anche per ragioni legate al profitto e alla migliore redditività dell’azienda. Fino ad oggi le possibilità di licenziamento (per giustificato motivo) erano vincolate allo stato di crisi di un’azienda. Si cita l’articolo 41 della Costituzione, quello sulla libertà d’impresa, per negare lo spirito stesso della Carta che, nello stesso articolo spiega: « Non può svolgersi in contrasto (l’iniziativa privata, ndr) con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Tutto ciò a pochi giorni, dal referendum che ha registrato un’imponente volontà popolare di difendere la Carta del ’48 dalle manipolazioni di Renzi, Boschi, Bce e Jp Morgan.

A qualcuno quello visto ad Almaviva Contact di Roma è sembrato un film, la storia di lavoratori ricattati proprio come “Sette minuti” (ancora in qualche sala, ndr) ma stavolta i posti di lavoro sono veri, quelli di 1.666 operatori del call center che già hanno ricevuto la lettera di licenziamento.

Il filo nero tra queste due notizie è l’assenza di una mobilitazione sociale, di un’inquietudine attiva, di soggetti organizzati capaci di massa critica per difendere i diritti e conquistarne di nuovi. E’ la fotografia di settori popolari non più capaci di solidarietà attiva se non in alcune generose ma ancora minoritarie forme di mutualismo e di conflitto. Oppure, ed è peggio, di una società civile pronta a reagire con sdegno solo nelle forme inquietanti del populismo e della xenofobia. Ecco perché questa vicenda di Almaviva parla a tutti.

Ed ecco com’è andata: l’incontro convocato in extremis, ieri al Mise, non ha prodotto l’effetto di far rientrare anche questi lavoratori nell’accordo raggiunto il 22 dicembre scorso al ministero e firmato allora solo dai delegati aziendali della sede di Napoli e che prevede un forte taglio di salari che già ora si aggirano attorno agli 800 euro.

Una trattativa truccata dal gioco sporco del governo che ha scorporato le vertenze di Roma e di Napoli che fino a quel momento avevano proceduto insieme. «Il pasticciaccio brutto sta nella divisione tra i lavoratori che segna tutta la vertenza. In primo luogo si è sganciato la situazione di Almaviva da quella di tutto il settore: pur essendo questa l’azienda principale, non si è chiamato ad una mobilitazione generale contro una proposta padronale che comunque inciderà su tutto il comparto. Una mobilitazione generale che avrebbe potuto dare maggior forza alla stessa resistenza in Almaviva. In secondo luogo, si è separato i lavoratori tra le due sedi, Roma e Napoli, accettando di dividere le procedure e quindi mettendole una contro l’altra. Infine, si è isolata la RSU romana: l’unica realtà che aveva dimostrato compattezza e capacità di resistenza davanti al ricatto padronale (votando all’unanimità)», si legge in un nota di Il sindacato è un’altra cosa, l’area di Opposizione in Cgil.

Se l’azienda ieri avesse detto sì, anche i lavoratori romani avrebbero potuto ottenere ancora tre mesi (coperti dalla cassa integrazione) per riuscire ad arrivare a un ulteriore accordo che sarebbe poi passato necessariamente per un taglio del costo del lavoro. E invece, nonostante negli ultimi giorni la maggioranza dei lavoratori si sia espressa a favore della firma di quell’intesa (al contrario del rifiuto precedentemente opposto dalle Rsu della sede di Roma), l’azienda ha ribadito l’impossibilità di spostarsi e tornare indietro rispetto alla decisione assunta dalle parti la settimana scorsa. Già, il referendum, come se fosse facile votare con una pistola alla tempia: 590 SI. 473 NO. 2 bianche. 1065 votanti su 1666 lavoratori e lavoratrici (63% di votanti, 55% di SI).

«In ogni caso non è semplicemente un pessimo accordo – spiega ancora l’esecutivo di Il sindacato è un’altra cosa – il testo prevede tre mesi di cassa integrazione (a zero ore gennaio, al 70% febbraio e al 50% marzo), per definire contrattualmente, in deroga al ccnl, una “temporanea” diminuzione degli stipendi (sino al 17%) e meccanismi per aumentare la produttività, tra cui l’utilizzo di forme di telecontrollo individuale». Quindi i licenziamenti sono semplicemente sospesi per qualche tempo, per arrivare successivamente a diminuire significativamente i salari e aumentare altrettanto significativamente lo sfruttamento.

Tutto ciò alla vigilia del rinnovo del ccnl, dove queste soluzioni potranno esser estese e consolidate dal padronato, prendendo proprio esempio da Almaviva, la principale azienda del settore. «E’ il modello Marchionne – commentano ancora i sindacalisti della minoranza Cgil – che si rinnova e si estende: ricattare i lavoratori e le lavoratrici, obbligandoli a mettere in gioco anche i propri diritti e ad accettare minor salari per maggior lavoro.

Spiega Eliana Como, coordinatrice dell’area: «Questo brutto pasticciaccio allora deve esser per tutti di insegnamento. In un’azienda così grande e sotto l’attenzione dei media, questo percorso sarà in ogni caso preso da esempio da altri padroni, nella gestione di altre crisi. E’ una lezione della lotta di classe. Anche dalla nostra parte, da quella del lavoro, dobbiamo trarne esempio. Davanti alla scomposizione che il padronato cerca di imporre, tra stabilimenti e stabilimenti, tra lavoratori e lavoratori, tra RSU e lavoratori, bisogna sempre cercare di contrapporre la massima unità possibile, l’unità del lavoro (non delle sigle o degli apparati sindacali)».

Banco di prova fra tre mesi quando l’accordo dovrà esser implementato, probabilmente con nuovi licenziamenti. «Proprio per questo è necessario subito allargare la discussione e la mobilitazione attraverso la costruzione di uno sciopero dell’intero settore, che ormai è improcrastinabile. Proprio per questo è necessario mettere in campo iniziative per rinsaldare l’intero gruppo e opporsi al ricatto di Tripi e garantire una prospettiva a tutte le sedi. Per non permettere che questo modello, che la strategia di Marchionne, si estenda senza resistenza a tutto il mondo del lavoro, gruppo per gruppo, azienda per azienda, stabilimento per stabilimento», conclude la sindacalista.

Dopo la gogna mediatica, i Clash City Workers hanno rilanciato le parole dei lavoratori di Almaviva:

Perché non sono i mesi di sacrifici, di contratti di solidarietà, di salario perso a forza di scioperi, gli anni di lavoro che vanno in fumo con una semplice lettera di licenziamento. Non è questo il nostro principale dolore in questo momento. Sono queste inaccettabili menzogne a ferirci davvero, quelle che vorrebbero tramutare la vittima in colpevole.
Quelle che vorrebbero far ricadere la colpa di questo licenziamento di massa sugli stessi che lo subiscono e non su un’azienda che l’ha sempre voluto, che da anni usa questa minaccia per intascare soldi e commesse pubbliche, che da anni vessa i propri dipendenti e li mette gli uni contro gli altri. Un’azienda che mentre chiude le sedi di Roma e Napoli dove i lavoratori sono più anziani e le costano di più perché hanno ancora dei diritti, non si fa scrupolo di delocalizzare in Romania e chiedere ore di straordinario nelle sedi di Milano e Rende.

Noi rivendichiamo con orgoglio di aver messo un punto, un freno all’arroganza di chi chiama “responsabilità” accettare di essere servi pur di lavorare. Perché a tutto c’è un limite, ancora siamo uomini e non ancora schiavi, nonostante le politiche di questi governanti che ora voglio apparire salvatori ci stiano portano in questa condizione.
Per questo hanno provato a infamarci, perché abbiamo dimostrato che la loro arroganza non può tutto. E questo non lo riescono proprio a tollerare. Perché ci tengono ad apparire più forti di quanto siano e hanno il terrore che anziché farci la guerra tra noi per le briciole che ci concedono potremmo cominciare a unirci e lottare.

Per noi, infatti, la lotta non si conclude qui.

«Ricatto e rappresaglia sono i soli termini che descrivono la vicenda Almaviva Contact – dicono anche Paolo Ferrero e Roberta Fantozzi della segreteria nazionale di Rifondazione comunista – la rappresaglia, con cui l’Azienda rifiuta di riaprire la trattativa per il sito di Roma, per punire chi ha osato dire di No. Un ricatto agito nei confronti di persone che lavorano da anni in condizioni di precarietà e con salari bassissimi, tra part-time imposto e ammortizzatori sociali. Un ricatto agito dalla multinazionale che nel frattempo ha aperto nuove sedi in Romania e assunto con contratti interinali in altre filiali. Sono molti i complici dell’azienda in  una vicenda che è vergognosa. A partire da chi come il governo, non ha ritenuto di dover introdurre norme capaci di contrastare effettivamente le delocalizzazioni, né di vietare il massimo ribasso o di imporre le clausole sociali, a partire dalle molte stazioni appaltanti pubbliche».

Suona taroccata l’”amarezza” via tweet della viceministra allo Sviluppo economico, Bellanova, Pd, una delle madrine del jobs act, un meccanismo infernale di subalternità alle imprese da cui il governo non riesce più a sottrarsi nemmeno per ridurre i danni. Masticano amaro i sindacati concertativi puntando il dito contro l’azienda che con la sua posizione avversa all’allargamento dell’intesa avrebbe assunto una decisione «estremamente sbagliata». «Almaviva Contact ristabilisca la verità sui licenziamenti effettuati, a seguito della chiusura, lo scorso 23 dicembre, della sede romana del call center di via della Bufalotta», chiede il giorno dopo la Cgil di Roma e del Lazio e la Cgil Rieti Roma Est Valle dell’Aniene. «Dopo 75 giorni di dura trattativa – continua la nota – il Governo ha presentato una proposta di mediazione che, come noto, prevede pesanti tagli ai salari dei lavoratori, già minimi perché intorno ai 700-800 euro. Le rappresentanze sindacali unitarie, avendo ricevuto un mandato nelle assemblee dei lavoratori a non firmare accordi così penalizzanti senza la certezza di prospettive occupazionali, hanno chiesto, dopo il mese di febbraio, una pausa di dodici ore per svolgere un referendum. L’azienda si è rifiutata e ha riproposto il ricatto del prendere o lasciare, rendendosi in questo modo ulteriormente responsabile dei licenziamenti in atto nella sede romana. Le Rsu hanno comunque svolto il referendum e solo dopo l’esito, che ha visto prevalere il consenso alla firma, hanno chiesto congiuntamente alle organizzazioni sindacali nazionali un nuovo incontro, svoltosi ieri, durante il quale l’azienda ha ribadito, con ragioni surrettiziamente legali, la non volontà a sospendere le lettere di licenziamento. La vertenza Almaviva, così come quella Alitalia e le altre relative alle tantissime aziende romane in difficoltà richiedono un forte impegno da parte delle istituzioni locali, sia sotto il profilo economico che sociale. Chiediamo all’amministrazione regionale e a quella capitolina di uscire dal silenzio dietro cui si sono trincerate su una vicenda così importante e delicata per il territorio e per i destini di 1700 famiglie».

Blatera sui social anche la sindaca Raggi: «Vicini a lavoratori #Almaviva. Condividiamo preoccupazione per loro futuro e sosteniamo battaglia M5S su call center». Ma quando era consigliera di opposizione non spese neppure una parola quando il Campidoglio trasferì un appalto di Almaviva ad un call center albanese.

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«Alcuni TG e organi di stampa attribuiscono alla nostra organizzazione la responsabilità del mancato accordo nella vertenza Almaviva che apre la strada a 1.660 licenziamenti nel sito di Roma. USB invece non è mai entrata nella trattativa – dice Sergio Bellavita di Usb – la responsabilità della gestione della vertenza è tutta di Cgil Cisl e Uil e del MISE che, come ormai accade in ogni importante vertenza, neanche prova a mettere sotto pressione le aziende affinché ritirino i licenziamenti. USB, come sempre in ogni vertenza, avrebbe gestito ben diversamente questo drammatico confronto senza alcun cedimento e senza introdurre alcuna pratica di contrapposizione tra lavoratori. Mentre il Governo decide un importante stanziamento per salvare le Banche, lo stesso governo, assieme ai sindacati complici, non vuole entrare seriamente in campo per imporre soluzioni occupazionali per i lavoratori. A questo governo e a questi sindacati vanno quindi attribuite le responsabilità della drammatica conclusione di questa vertenza».

Giace in parlamento la proposta di legge Cominardi-Lombardi sui call center che recita: niente Co.Co.Co. ma contratti a tempo indeterminato, a differenza di quanto prevede il Jobs act; tutela della privacy dell’utente che ha diritto anche a sapere da quale Paese viene erogato il servizio; stop alle delocalizzazioni anche grazie a un Osservatorio nazionale su contratti e sulle delocalizzazioni nel settore; maggiori sanzioni e divieto di percepire incentivi se l’azienda viola proprio le norme su privacy e delocalizzazioni; in caso di cambio di appalto nella pubblica amministrazione, clausola di salvaguardia sociale che tutela i lavoratori. I deputati grillini del Lazio hanno commissionato ad un professionista contabile l’analisi dei bilanci di Almaviva Contact per verificare il reale stato di crisi dell’azienda.

Sorgente: Che cosa ci dovrebbe insegnare la mattanza ad AlmavivaPopoff Quotidiano

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