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Floris: noi, bulli a scuola e bulli da grandi (politici compresi) – Corriere.it

corriere.it – Floris: noi, bulli a scuola e bulli da grandi (politici compresi).

«Ciò che manca al nostro Paese è il senso di responsabilità e l’accettazione delle differenze. Chi chiede il voto usa le parole senza pensare alle conseguenze», dice il conduttore di «diMartedì» su La7, raccontando il suo romanzo «Quella notte sono io».

Che qui spiega perché manda i due figli alla scuola pubblica, che cosa ha imparato dalla madre professoressa e come si trattiene dalla tentazione di fare il picco di share con la rissa…  –  di Candida Morvillo

Arrivi a un certo punto del libro e t’imbatti in questa frase: «…Sentirsi uguali agli altri piace a tutti, anche da grandi. Sapere che il diverso è un altro tranquillizza. Ti dà la certezza che stavolta non è toccata a te». Non è toccato a te essere quello compatito, deriso, guardato con scherno, sufficienza, sadismo. Non è toccato a te essere quello che rischia di essere bullizzato e non importa quanti anni hai, se vai ancora a scuola o sei invece lo zimbello dell’ufficio.

Il romanzo che non ti aspetteresti da Giovanni Floris parla d’insospettabili quarantacinquenni che però sono stati bulli nel peggiore dei modi. Diciottenni in gita, sul finire del liceo, che, una notte, fanno volare un compagno dal quarto piano di un albergo. Restano impuniti, ma la vita che rovinano è anche la loro. A quella notte resteranno inchiodati per 27 anni, fino alla resa dei conti, quando tutti e cinque verranno convocati in un casale di campagna dalla madre del ragazzo volato giù. Edito da Rizzoli, Quella notte sono io è il terzo romanzo del conduttore di La7 e diMartedì.

E, dopo un po’ che intervisti Floris, capisci che questa storia c’entra molto anche con quello che fa in Tv, c’entra con il racconto della politica e il racconto del Paese, c’entra con la materia umana che tratta ogni settimana, che sono i suoi ospiti, ma siamo anche noi, un Paese in cui non è un caso se, nel 2016, come documenta il Censis, il 52,7 per cento degli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni ha subito, da parte dei coetanei, «comportamenti offensivi, non riguardosi o violenti» — in definitiva, atti di bullismo (sopra il titolo, Giovanni Floris, 49 anni, in una foto La Presse. Sotto, la copertina del suo libro, edito da Rizzoli, «Quella notte sono io», e l’autore in una foto Ansa)

Floris, perché proprio il bullismo?

«Volevo scrivere sul senso di responsabilità, che è l’elemento che manca a tutto il nostro vivere. Il massimo della mancanza di responsabilità è l’atto violento, che ha conseguenze non solo su chi lo subisce, ma su chi lo commette. Io, anche ispirandomi al caso di cronaca del ragazzo di Padova morto in gita a Milano, precipitando dalle scale di sicurezza di un hotel, sono andato a cercare l’elemento del senso di responsabilità nelle scuole e nella gioventù, ovvero nel momento in cui si forma».

Tutti i suoi romanzi parlano di comitive adolescenziali. Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera, ha scritto: «La nostalgia del gruppo giovanile costituisce un’ossessione nella vena narrativa di Giovanni Floris».

«Spero di poterla definire “attenzione” più che “ossessione”. Il confine di Bonetti parlava di un ex ragazzo convinto di essere stato felice solo da giovane. La prima regola degli Shardana è una commedia su un gruppo di amici storici. Quella notte sono io narra il lato oscuro di quel mondo e di quei ricordi. Racconta quello che viene rimosso».

Per esempio, la paura di essere diversi?

«Alla base del bullismo, c’è il desiderio di sentirsi uguali agli altri o uguali al gruppo dei presunti migliori. Quando il gruppo trova un soggetto che identifica come differente, si sente forte e scatta il sopruso che consente di sentirsi migliori di lui. E che esprime, in realtà, solo debolezza. Infatti, la professoressa del libro dirà ai cinque: “Vi siete trovati un’unità di misura di comodo”».

Una dinamica che alcuni perpetuano anche da adulti. Stefano, l’avvocato voce narrante, guardando da grande Silvia, la figlia di papà rimasta rampante di successo, dice: «Io la eviterei, ma sono condannato a stare con lei». Il problema è il bisogno di sentirsi dalla parte dei vincenti?

«Stefano dice anche: “Io ho continuato a cercare di infilarmi in gruppi che già esistevano, di tranquillizzarmi dentro qualcosa che già c’era, piuttosto che costruire qualcosa di mio”. Un po’ è costretto a essere legato a Silvia per via di quella notte, che ha determinato un’alleanza inscindibile, e molto vuole sentirsi uguale, omologato a qualcuno, nello specifico al gruppo di apparente successo» (sotto, Giovanni Floris in una foto Imago Economica del 2004).

Il libro usa molto la matematica come metafora della differenza.

«Stefano si chiede: “Se cinque erano i bulli, uno il bullizzato, e in classe eravamo 30, c’erano 24 persone che non erano né l’uno né l’altro, chi erano?”. Erano e sono quella normalità, quel buon senso, quella vita media che i bulli non erano riusciti a vedere. Perché i numeri, un po’ come nelle trasmissioni televisive, inchiodano le parole».

Che c’entrano le trasmissioni televisive?

«Lì, come in generale nel Paese, senti forte la paura di riconoscere le differenze. Quando trattiamo di immigrazione o politica, chiunque la pensi diversamente dall’esponente che cerca il voto è il nemico del popolo, la persona da allontanare. Viviamo un periodo in cui la diffidenza verso le differenze è nella struttura del nostro pensiero e del nostro linguaggio. Lo si vede anche nel disconoscimento del merito e del talento».

Il talento è una differenza, seppure in positivo.

«Nel romanzo, ho voluto raccontare proprio questo: che se non riconosci l’unicità dell’altro, non puoi vederne neanche il talento. Però, noi italiani, quando parliamo di talento a livello politico culturale, lo facciamo chiedendoci che cosa lo impedisca. Non cerchiamo di individuare positivamente la differenza da esaltare, ma d’individuare il nemico del talento e del merito. Cerchiamo, in definitiva, un alibi. Questo meccanismo è lo stesso del politico che indica il nemico che non deve vincere, ma non spiega il motivo per cui debba vincere lui».

I vincenti sono i buoni. I perdenti sono i cattivi. E questa è l’equazione molto contemporanea che il suo romanzo prova a scardinare.

«Ai miei protagonisti che ragionano così poi si rivolta tutto in mano. Al netto dell’aspetto della violenza che rende impossibile ogni metafora, il difetto che abbiamo tutti noi e da cui non è immune la classe dirigente, è credersi l’unica soluzione ai problemi e scoprire invece che di soluzioni ce ne sono tante altre. In Italia, ognuno porta una soluzione presentata come decisiva, poi si scopre che non funzionava e si riparte da capo» (sotto, nella foto dall’archivio Rcs, Giovanni Floris e l’allora premier Matteo Renzi nel 2014).

Ogni riferimento agli ultimi eventi politici, alle riforme ancora da fare, è casuale?

«Parlo di un difetto che appartiene prima a tutti noi e poi ai politici. La mancanza di responsabilità fa sì che le parole vengano usate per quello che valgono in quel momento e non per le conseguenze che avranno a lungo termine. Uno dei problemi che ha la nostra politica è pretendere di tradire il senso profondo delle parole, usandole in un istante e poi cercando di dimenticarle».

E lei, da conduttore di talk, come vive il dilemma fra il suo senso di responsabilità personale e la natura di un mestiere che richiede di provocare frasi a effetto per fare il picco di share?

«Io e la mia squadra non abbiamo mai funzionato così. Sia a Ballarò sia a diMartedì, noi cerchiamo di invertire questa logica. Noi siamo il cartello numero 12, il cartello numero 11: siamo quelli che riportano memoria delle parole e ne chiedono conto. Abbiamo raccontato tutta l’epoca dei governi Berlusconi parlando di economia, non dei processi di Silvio Berlusconi».

Nanni Del Becchi sul Fatto Quotidiano ha scritto che lei «ha destrutturato il talk; niente più spaghetti western e pistoleri da salotto, ma un cast di solisti chiamati in causa a turno. E nessun collegamento di piazza».

«Siamo focalizzati su singole persone e temi per breve tempo. Abbiamo separato le cose, ci siamo concentrati sugli elementi di base, asciugando tutto, tempi e parole. Abbiamo servizi da un minuto, blocchi da un quarto d’ora. Cerchiamo di rendere ogni macigno un granello».

C’è un momento in cui lei ha capito il valore della differenza, un momento di cui può dire «quella notte sono io»?

«Non c’è. Ci sono tante letture, tutte citate nel romanzo. Fondamentale fu La montagna incantata di Thomas Mann, dove comprendi che anche una malattia può servire a vedere il mondo in maniera lucida e capisci che, se siamo tutti diversi, non è un problema, ma un’opportunità» (sotto, nella foto Ap, Floris in trasmissione con Silvio Berlusconi nel 2005).

Lei al liceo in che gruppo era? Dei 24 «normali», dei «migliori», dei «diversi»?

«Il romanzo spiega che, alla fine, a scuola come nella vita, questi ruoli girano. Ognuno di noi, in certi momenti, è vincente, in altri perdente. A volte, è super eroe, altre è vittima. Viviamo come le maschere di una commedia. La maturità, probabilmente, è scoprire che nessuno di questi luoghi comuni è legato alla tua persona, ma alle interpretazioni del momento».

Lei ha lavorato tanti anni a New York per la Rai. Io l’ho rivista un po’ nella voce narrante, Stefano l’avvocato, che la professoressa Fratocchi descrive come «bello e sano, più adatto a un college americano che a un liceo romano». Mi sbaglio?

Floris Ride. «No… No».

No, nel senso che non mi sono sbagliata e quindi le somiglia, o no, non è lei?

«“No” è il massimo che posso concedere».

Qualche suo compagno del Liceo Tasso di Roma ha letto questo romanzo?

«Tutti e tre i più cari, prima che uscisse. Siamo rimasti molto coesi e mi hanno dato ottime opinioni».

Oggi che scuola abbiamo?

«I professori sono gli eroi civili del nostro tempo. Nella mancanza di risorse e spesso di rispetto, non solo da parte della politica ma anche dei genitori, svolgono un ruolo fondamentale: formano cittadini, persone. Io non vedo alternative alla scuola pubblica. L’ho frequentata io e la frequentano i miei due figli. Da padre, penso che i bambini e i giovani si debbano formare nella realtà vera, esposti a ogni differenza di status sociale o religioso. Mentre mi sembra che le scuole private tendano a conformare la realtà ai desideri dei genitori» (sotto, nell’immagine di Jpeg Fotoservizi, Floris ospite, nel 2010, di Corriere.it e di «Mentana Condicio» ed Enrico Mentana, che oggi è il direttore del Tg di La7).

Lei non è un padre che, se un professore gli critica il figlio, sta istintivamente dalla parte del figlio?

«Mia madre era una prof, insegnava italiano e latino, e ho sempre vissuto questi racconti dalla parte dei professori. In caso di un brutto voto, cerco prima di tutto di ascoltare gli insegnanti, più che di contestarli. I miei figli sono piccoli, hanno 9 e 12 anni: immagino che i problemi grossi nei rapporti con i docenti arrivino dopo».

La professoressa del libro somiglia alla sua mamma?

«Somiglia a tutte le prof di italiano e latino. È un idealtipo delle prof di italiano del liceo, che mettono insieme buonsenso e cultura nel tentativo di salvare il salvabile».

Da papà, come educa i suoi figli ai valori di cui abbiamo parlato finora?

«Cerco di mettere leggerezza nelle cose che dico, ma di farle capire. Io e mia moglie Beatrice cerchiamo di non mollare soprattutto sull’attenzione alle conseguenze di quello che si fa. Cerchiamo di fare innamorare i bambini delle conseguenze delle proprie azioni. E, quando possibile, della cultura».

Che significa, nella quotidianità?

«Riflettere con i figli sulle esperienze vissute e gli errori commessi. Parlare anche delle piccole cose. Se assisto alla partita di calcetto di un figlio e c’è uno che sbaglia perché ha timore di tirare in porta, dopo invece di sorvolare, chiedo se la partita gli è piaciuta, se ha visto quello che è successo… Cerco di farlo riflettere. Come quando io riguardo la puntata appena andata in onda».

La mattina dopo la diretta fa l’analisi degli errori?

«Sempre e spietata, con tutto il gruppo dei miei autori, il cui nucleo storico è quello che iniziò Ballarò, quindi abbiamo imparato da molti errori e qualche sconfitta. L’esperienza comune ci permette di non risparmiarci le critiche».

I suoi figli hanno letto il libro?

«No, non me l’hanno chiesto, almeno per ora. E non gliel’ho dato come compito delle vacanze» (sotto, nella foto Ansa, Floris alla presentazione della prima edizione del talk di La7 diMartedì, nel 2014).

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Sorgente: Floris: noi, bulli a scuola e bulli da grandi (politici compresi) – Corriere.it

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