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Le chiavi di potere del club franco-tedesco e il conto che paga l’Italia – ilsole24ore.com

ilsole24ore.com – Le chiavi di potere del club franco-tedesco e il conto che paga l’Italia. Le sofferenze sono diventate lo stigma del banking europeo e dietro di esse ci sono le chiavi di potere di un club della finanza internazionale

Le sofferenze sono diventate lo stigma del banking europeo e dietro di esse ci sono le chiavi di potere di un club della finanza internazionale dove tedeschi e francesi comandano, gli spagnoli si “aggiustano”, e gli italiani pagano il conto di tutti. Pagano le colpe loro (sono tante, di ieri e di oggi) ma anche quelle degli altri.

Questa è la verità e questo è ciò che accade da troppo tempo intorno al tavolo europeo della geopolitica della finanza internazionale. Mercoledì scorso è venuto al Sole 24 Ore il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, e mi ha sorpreso perché è uscito dall’abito consueto del tecnico, ha parlato senza mezzi termini di opacità della Vigilanza della Banca centrale europea, ha detto che in Italia le banche sono diventate «il veleno di Dio» e il referendum costituzionale «il veleno della politica».

Insomma, per farla breve: a suo parere sulle banche si è consumata una guerra civile dove tutto è stato strumentalizzato. Lo ascolto e penso che dice cose che hanno fondamento, ma mi domando che cosa aspetta a prendere l’iniziativa politica per rimettere in discussione un sistema europeo di sostenibilità del business bancario e di vigilanza fondato su basi malferme: un’idea pericolosa di leverage (indica l’adeguatezza del capitale rispetto agli attivi bancari) che si accontenta del 3% e, cioè, del livello di leverage di Lehman quando è saltata e su un’altra idea, addirittura mortale, che riguarda la “tutela” dei level 3 assets (derivati e titoli complessi privi di un prezzo di mercato e di un meccanismo per determinarlo) e permette così alle banche francesi e tedesche di custodire nella pancia dei propri bilanci questa specie di “Zombie Bank” senza che ciò comporti esigenze di maggiore capitalizzazione a fronte di assets certamente illiquidi e di difficile valutazione.

Tutta l’attenzione europea è invece concentrata sulle sofferenze bancarie e, ovviamente, su quelle italiane che sono realmente alte ma custodiscono garanzie reali, a partire da beni immobili senza bolla speculativa, beni reali e quindi liquidabili, ovviamente in perdita, ma appunto reali e liquidabili.

Il risultato di questo pensiero dominante è un modello di business sbilanciato sulla raccolta a medio termine dove nessuno si occupa del “marciume” dei level 3 assets e di porcherie simili e tutti finiscono con il convincersi che il problema europeo sono le banche italiane e le loro sofferenze, di quelle che hanno problemi seri ma comunque gestibili (Mps, Popolari Venete,

Carige e altre minori) e, cosa ancora più grave, anche di quelle sane e internazionalizzate che, però, devono fare i conti con il loro fardello di sofferenze, a volte frutto di ruberie manageriali che non possono rimanere impunite, più significativamente frutto della grande crisi recessiva conosciuta da questo Paese.

Per cui può accadere che la Nouy, presidente del Consiglio di Vigilanza della Bce, si lasci andare a commenti quanto meno indelicati arrivando a dire che l’unico italiano che rispetta si chiama Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana uscita in testa negli stress test europei, una capitalizzazione che consentiva ipoteticamente un anno fa di lanciare un’Opa congiunta su Société Générale e su Crédit Agricole.

Quella stessa banca, diretta da Messina, ha visto ridurre le sue quotazioni per cui sta sempre un bel po’ meglio delle consorelle francesi, certo, ma paga il prezzo di un sistema italiano che non conta niente intorno al tavolo della geopolitica della finanza internazionale e, quindi, non riesce a fare apprezzare adeguatamente un leverage di 6,8 punti, pari a più del doppio del coefficiente europeo prescelto del 3%, e la pressoché totale assenza di derivati complessi più o meno malati in portafoglio.

Intorno al tavolo c’è posto per tutti ma non per noi
Questa è l’Europa che la politica italiana non può più accettare perché alla fine di tale circolo vizioso lo scenario più probabile è che le banche francesi si comprino quelle italiane, finanzino, ben pagando, l’acquisto di Made in Italy e, magari, mobilitando unitariamente il sistema francese, fatto di credito, compagnie assicurative, tecnocrati e politica, arrivino a stringere il collo anche alle Generali.

Mentre tutti parlano delle sofferenze bancarie italiane, le banche spagnole sono riuscite a farsi autorizzare l’acquisto degli immobili dati in garanzia dai loro clienti con partite incagliate, hanno ripulito il monte-sofferenze e hanno collocato in un’altra posta di bilancio (Repossessed assets) quegli stessi immobili che poi rivenderanno al momento giusto.

Risultato: con il consenso di tutti gli uffici europei hanno fatto “sparire” le sofferenze e il circuito sano del credito è tornato ad alimentare l’economia reale e la crescita in genere. Come si vede intorno a quel tavolo c’è posto anche per gli spagnoli, ma non per noi, e per questo fa bene Padoan a parlare di opacità della Vigilanza della Bce. Se c’è una ragione vera per la quale dopo il “suicidio referendario” del governo Renzi è arrivato l’esecutivo Gentiloni, è proprio quella di gestire politicamente in Europa l’emergenza bancaria.

Dietro di essa, c’è il nocciolo vitale della questione politica del sistema Italia, bisogna che la squadra si riconosca e scenda finalmente in campo, si faccia sentire sul terreno di gioco non urlando a bordo campo o a tempo scaduto, perché tutti si rendano conto che quello delle banche italiane è un problema serio ma risolvibile, non è il problema delle banche europee, perché ognuno ha il suo di problema.

Francesi, tedeschi, spagnoli non possono dare lezioni a nessuno, ed è troppo comodo (oltre che immorale) fare in modo che il mondo si occupi solo di noi, si deprezzi il patrimonio finanziario e industriale italiano e, per questa via, fare sì che i “padroni” del club europeo ci comprino a prezzi di saldo.
Questo è lo sforzo con il quale si deve misurare la politica italiana.

Gentiloni e Padoan sono avvertiti, lascino che il Parlamento si occupi di fare qualcosa che assomigli a una legge elettorale, ma se vogliono dare una ragione vera di esistenza al loro governo si occupino della questione bancaria europea e dimostrino di contare qualcosa dove si prendono le decisioni.

Basta tappare buchi o urlare a scoppio ritardato, si concepisca e si realizzi una strategia adeguata per una forza di sistema: l’Italia metta in discussione il criterio adottato di leverage, ponga un veto sulle sofferenze se non si parla parallelamente e non si disciplinano in modo differente anche i level 3 assets o i “repossessed” spagnoli.

Si usino le carte giuste e, superato l’esame Mps, potremo ancora giocarcela e ripartire, ma sia chiaro a tutti che ci muoviamo sul filo spinato di un terreno impervio e dobbiamo evitare di tagliarci. Ora, non dopo, perché il tempo è già colpevolmente scaduto da un pezzo.

I partiti tradizionali e il guscio vuoto del potere
Non smetteremo mai di ringraziare il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, per essere riuscito a far votare dal Parlamento in un giorno e mezzo la legge di stabilità e per avere dato in sette giorni al Paese un governo nella pienezza dei poteri, quello possibile ovviamente non il migliore dei governi possibili. I partiti, quelli tradizionali, continuano a occuparsi di distribuzione del potere, ma non si accorgono che quel potere è diventato un guscio vuoto, lottano tra di loro ma non avranno nulla in mano e perdono il contatto con l’anima popolare del Paese e il disagio sociale che lo attraversa.

Non si occupano del rischio di essere tutti travolti dal “superpotere tedesco” o da quello francese altrettanto presente ma più mimetizzato, e si avviano a fare la fine dei capponi di Renzo di manzoniana memoria che si beccavano tra di loro invece di pensare a salvarsi dalla padella un po’ come avveniva prima dell’unificazione nazionale tra mazziniani, azionisti, fautori dei Savoia e così via.

Mi viene in mente una frase che Nino Andreatta ripeteva spesso e attribuiva a Aldo Moro: questo Paese è come un castello di carte, si può pensare di costruire un altro piano del castello, ma bisogna posare le carte con grande delicatezza se no crolla tutto.

È la debolezza del sistema, basta un soffio di vento e va tutto a carte quarantotto. Ebbene, questa delicatezza è quella che deve avere il governo Gentiloni in casa e in Europa se vuole dare un senso compiuto a questi mesi di governo per ritrovare la forza (smarrita) del sistema Paese. Se si accorge che non è possibile, che non ci sono le condivisioni necessarie, è meglio che alzi subito le mani, i problemi sono troppo pesanti per continuare a galleggiare.

Trump ha vinto su Hillary, pochi volevano che vincesse, quasi nessuno lo aveva capito. Colpisce questa incapacità di cogliere che cosa si agiti per davvero nella pancia della pubblica opinione, emerge una visione elitaria, a volte autoreferente a volte no, ma sempre distante da quello che sente a torto o a ragione la gente.

Ho già scritto più volte che viviamo i tempi di una specie di rivoluzione francese diffusa dove ogni élite nazionale fa i conti con i suoi sans-culottes. Il pragmatismo politico di Trump può sorprendere, la spinta alla ripresa degli Stati Uniti con cure forzate di più investimenti e meno tasse e il ritorno del superdollaro possono fare bene al Made in Italy, le incognite sull’uomo e sulla forte spinta nazionalista non vanno sottovalutate anche se, è bene ricordarlo, sono confinate dentro la cornice rassicurante di una democrazia matura e di un forte sistema Paese.

Che cosa è stata la Brexit se non un moto di protesta degli inglesi (giusto? sbagliato? di sicuro rischioso) che non ne vogliono sapere più di stare dentro un club dove i padroni sono i tedeschi in condominio con i francesi. A guardarsi intorno, senza veli e giri di parole, i fatti e le cose si mostrano a occhio nudo e sono, a volte, più agevoli da capire.

 

 

Chi si è accorto che la Cina è balzata al secondo posto, dopo gli Stati Uniti, per la spesa nella difesa militare? Non è ancora un’economia di mercato, ha un problema gigantesco di democrazia, ma vuole giocare sempre di più la sua partita geopolitica, vorrà dire qualcosa certo, ma soprattutto bisognerà tenerne conto. Assistiamo al ritorno della Russia, via Trump e via Erdogan, come superpotenza globale e, in un anno, ha riconquistato Aleppo e offre alla comunità internazionale un cessate il fuoco. Non si sa quanto durerà, ma la Russia ha fatto la sua parte.

Tutto cambia, l’Europa resta immobile
Tutto cambia, l’Europa resta immobile, si prepara a una tornata di elezioni politiche nazionali, forse solo per questo sarebbe bene che l’Italia restasse fuori da tale quadro di incertezza politica. Il vecchio club non regge più e, da europeisti convinti, diciamo che la musica deve cambiare, dalle banche alla politica estera, fino agli investimenti. Trump, Brexit, il Papa venuto dalla fine del mondo, il ritorno della Russia, un’incapacità diffusa delle leadership politiche tradizionali di interpretare l’anima della pubblica opinione per vari motivi che vanno dall’elitarismo alla profondità della crisi economica.

Ce ne è abbastanza da avere i brividi per l’anno nuovo che ci aspetta. Dentro la piccola e vecchia Italia si avverte quella incapacità politica di cogliere ciò che si agita nella pancia e nella testa degli italiani. Eppure c’è un solo modo per arginare la forza (vera) di ribellione che monta con il populismo e fornire quelle risposte sociali che il populismo chiede ma non potrebbe dare.

Occorre recuperare le ragioni profonde del nostro sistema Paese, lo spirito dei De Gasperi, degli Einaudi, degli Andreatta e dei Moro, ma anche dei Costa e dei Di Vittorio. Per ascoltare, comprendere e guidare la protesta, dare risposte al disagio sociale, e fare capire anche alla Nouy che Carlo Messina non è l’unico italiano che meriti rispetto.

Forse, dietro quest’uomo che ha fatto di Intesa Sanpaolo una banca europea di prima grandezza per capitalizzazione, nonostante i mille lacci e lacciuoli italiani, c’è il segno identitario di un sistema Paese che ha solo bisogno di riconoscersi per farsi rispettare. Senza strappi, con i piedi piantati nella terra, e un disegno di cambiamento che si proietti nel tempo, diventi patrimonio condiviso della politica (chiunque governi) e appartenga alla coscienza profonda del Paese. Buon anno a tutti.

* ROBERTO NAPOLETANO è direttore de Il Sole 24 Ore dal 24 marzo 2011, direttore editoriale del Gruppo 24 ORE dal 1° marzo 2012 e, dal 19 giugno 2013, direttore dell’emittente Radio24,

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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