Arezzo, 17 dicembre 2016 – Se è vera l’ipotesi d’accusa del pool Etruria della procura, è stata la più colossale dissipazione o spoliazione che si ricordi da queste parti: 180 milioni (grossomodo) andati in fumo in una manciata di operazioni di finanziamento che per i Pm non avevano senso alcuno se non quello della dissennattezza.

Vediamo allora i capitoli principali delle distrazioni patrimoniali ipotizzate nell’avviso di chiusura indagini. Il posto d’onore non poteva non meritarselo l’operazione più colorita e discussa, quella del cosiddetto Yacht Etruria, il mega-panfilo di Civitavecchia, almeno 30 milioni di perdite per la vecchia Bpel. Non a caso nell’atto della procura occupa il capo A.

L’ex presidente Giuseppe Fornasari e l’ex direttore generale Luca Bronchi, in concorso con altri membri del Cda e dirigenti della tecnostruttura, avrebbero proceduto «in assenza di idonee garanzie e a fronte di finalità imprenditoriale manifestamente di comodo ed irrealizzabile, con la consapevolezza dell’impossibilità che detti finanziamenti venissero onorati».

Etruria, lo ricordiamo, era la capofila del pool creditizio che stanziò 100 milioni per la costruzione della nave, 79 dei quali, secondo la procura di Civitavecchia, sono stati distratti e dirottati nei paradisi fiscali. Persino più emblematico il caso della San Carlo Borromeo, resort di superlusso lombardo cui mise mano il guru Armando Verdiglione.

Qui i quasi 30 milioni dei prestiti erano garantiti da un’ipoteca di quarto grado.

Come a dire che altri tre eventuali creditori avrebbero avuto la precedenza. Nonostante ciò, alla società fu concesso un rating AA, quasi il massimo. Invece finì con la confisca dei beni da parte del tribunale di Milano, Etruria non ha rivisto un centesimo, come ricostruito anche dalla relazione del liquidatore Giuseppe Santoni, che è stato un po’ il Virgilio cui il pool di Pm si è affidato per addentrarsi nel groviglio di Bpel.

La più grossa delle sofferenze è tuttavia quella generata da Sacci, il gruppo cementiero che faceva capo a uno dei consiglieri d’amministrazione, Augusto Federici: 62 milioni persi per sempre. Federici, infatti, viene indicato come l’istigatore dell’operazione, nel mirino Fornasari, Inghirami, Guerrini, Rosi e altri dieci membri del Cda, cui toccava di votare perchè il fido a un consigliere era regolato dalle norme sul conflitto di interesse.

Paradossale, invece, il caso di Isoldi: dieci milioni concessi al discusso immobiliarista forlivese, con un’istruttoria da record di appena due giorni. E siccome chi non restituisce i suoi prestiti va premiato, la Isoldi fu destinataria di un ulteriore credito da un milione.

Che dire, poi, dei 6,9 milioni alla società Hevea, anche questi mai rientrati in banca, garantiti da terreni supervalutati e il cui valore è stato poi abbattuto dai periti?

Tra le situazioni più clamorose, ricostruite stavolta in autonomia dalla Finanza e dai Pm, senza l’ausilio della relazione Santoni, c’è quella del finanziere trentino Alberto Rigotti, perquisito a luglio e già allora accusato di bancarotta (ora è fra gli «avvisati»). Nel 2009, «su istigazione e sollecitazione di Fornasari, Bronchi e Rigotti», viene concesso alla società Pegasus un mutuo di 4,8 milioni, che dovrebbe andare a un comparto immobiliare di Bergamo in realtà già costruito e che invece finisce alla Cib 95 srl, dalla quale 1,5 milioni transitano alla Abm Network di Rigotti e servono a sanare uno sconfinamento con Bpel del finanziere.

Senza quello, Rigotti sarebbe decaduto da consigliere e non avrebbe potuto votare nel più drammatico dei Cda, quello che nel maggio 2009 si concluse con la defenestrazione del vecchio presidente e padre-padrone Elio Faralli, sostituito da Fornasari. Risultato 9 a 8, ovviamente il voto decisivo fu quello di Rigotti, come ricostruisce puntualmente l’avviso di chiusura indagini.

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