Roma, 16 dicembre 2016 – LA RIFORMA delle banche popolari – messa in discussione dal Consiglio di Stato – e quella della Pubblica amministrazione, finita in parte sotto gli strali della Consulta. Il Jobs Act, a rischio di saltare se dovesse passare il referendum promosso dalla Cgil ma che si avvia a essere comunque sconfessato da una fetta rilevante dello stesso Pd (dal ministro della Giustizia Orlando al dem Roberto Speranza).

E magari anche la stessa tenuta della legge di Bilancio se in primavera da Bruxelles dovesse arrivare la richiesta di un supplemento di manovra correttiva. Il post 4 dicembre, insomma, si sta rivelando un terreno sempre più minato per la cosiddetta «Renzinomics».

Tutti i capisaldi di quella che è stata la politica economica del governo di Matteo Renzi, infatti, stanno finendo sotto i colpi congiunti della giustizia costituzionale e amministrativa e, insieme, del nuovo clima politico e sociale che si respira fuori ma anche dentro lo stesso Pd.

PARTIAMO dal fronte bollente di questi giorni: il referendum prossimo venturo sui tre quesiti proposti dalla Cgil per cancellare i voucher, tornare al vecchio articolo 18 dello Statuto (esteso per di più anche sotto i 15 dipendenti), rafforzare la responsabilità del committente per i contributi dei lavoratori in caso di appalto.

Ebbene, è vero che manca il giudizio di ammissibilità della Consulta (e più di un giurista, oltre all’ex ministro Maurizio Sacconi, reputa che la Corte potrebbe non ammettere proprio quello sull’articolo 18), ma la bufera politica è già partita. Non per niente lo stesso Renzi parla di «rogna» e il ministro Giuliano Poletti è finito sulla graticola (con strali anche da parte della presidente della Camera, Laura Boldrini) per aver detto una verità in fondo ovvia: che, per evitare e rinviare la consultazione, bisogna che si voti a giugno. Il punto è che una fetta rilevante del Pd (dalla minoranza ai gruppi di Damiano e Martina) vorrebbe addirittura modificare il Jobs Act in Parlamento.

E il ministro della Giustizia Andrea Orlando avvisa: «In questo momento dobbiamo capire se si può aprire un’interlocuzione con il sindacato, correggere alcuni elementi, e poi valutare se la via del referendum è l’unica possibile». In pratica, sembra avviata un’autosconfessione del cuore della politica sul lavoro. Ma il premier Gentiloni, da Bruxelles afferma che il «Jobs Act non si cambia».

L’assalto ai pilastri della «renzinomics» è cominciato, non a caso, proprio nelle settimane precedenti la consultazione del 4 dicembre. La Corte costituzionale ha bocciato, su ricorso del Veneto, uno dei decreti-chiave della riforma Madia, quello sulla nomina dei direttori generali delle Asl.

Ma, al di là del provvedimento specifico, il semaforo rosso ha finito per mettere in discussione tutto il riassetto della Pubblica amministrazione. Tanto più che la sconfessione popolare della riforma costituzionale ha ridato fiato alle regioni, che vorranno dire la loro in modo vincolante su tutto il pacchetto Pa: in bilico i decreti sulle società partecipate, quello sui dirigenti della sanità pubblica (Asl e ospedali) e quello sui furbetti del cartellino con le sanzioni per i dipendenti pubblici assenteisti.

COMPLETAMENTE saltati sono invece il provvedimento sui servizi pubblici locali e, guarda caso, quello sulla dirigenza pubblica. Da rifare o comunque da correggere anche la riforma delle banche popolari. Proprio ieri sono state depositate le motivazioni della pronuncia del Consiglio di Stato con cui sono stati sollevati dubbi di costituzionalità perché la riforma è stata approvata con un decreto legge senza che ci fossero i presupposti di straordinarietà e urgenza.

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