Bologna, 12 dicembre 2016 – La voce, al telefono, è pimpante come al solito. A differenza del solito, i concetti indulgono al pessimismo. O, per meglio dire, al realismo. Non parla di sé, Matteo Renzi, parla dell’Italia: «Temo che la gente non lo abbia capito, ma con la vittoria dei No al referendum costituzionale si è concluso un ciclo. Non avremo più uno che governa, ma tutti che inciuciano. I cittadini perderanno il potere di scegliersi i governi, le decisioni politiche più importanti verranno prese da pochi nel buio del Palazzo. Insomma, è tornata la Prima repubblica. E non ne usciremo facilmente».

È tornata la Prima repubblica anche perché Renzi non si fa particolari illusioni sulla capacità, o meglio, sulla volontà, del parlamento di riformare la legge elettorale. Anche in questo caso, si aspetta il peggio. «I parlamentari – dice – faranno melina nella speranza di arrivare a settembre in modo da incassare i vitalizi. È una vergogna, lo so, ma non mi aspetto niente di diverso». Data la premessa, la previsione è inesorabile: «Alle prossime elezioni, presumibilmente a giugno, si voterà con il proporzionale e con il Consultellum».

Una sconfitta per Renzi, una sconfitta per l’Italia. Soprattutto, un cambio radicale di rotta rispetto alla strada percorsa fino al referendum del 4 dicembre. Suona perciò come un epitaffio la considerazione che segue. Come un epitaffio e come un ultima difesa d’ufficio di quel che fu: «Altro che riforma autoritaria, senza più il Senato che dà la fiducia al governo e con l’Italicum avremmo consolidato il quadro politico e istituzionale. Erano riforme coerenti con l’idea di governi responsabili fondati su maggioranze parlamentari chiare e definite sin dal giorno delle elezioni…». Ma se questo era lo schema, a questo schema gli elettori hanno detto no. Inutile recriminare, dunque, inutile indugiare su quel che avrebbe potuto essere e non è stato. «È andata così. È andata male. Non resta che farmene una ragione».

Sono le 18 e 30, il premier dimissionario è nella sua casa di Pontassieve circondato da scatoloni pieni di carte. Ha svuotato l’appartamento presidenziale a palazzo Chigi, ha lasciato l’ufficio a Paolo Gentiloni («ha le qualità, farà bene. Gli auguro in bocca al lupo») e si è rifugiato tra gli affetti familiari. «Non pensavo che sarebbe giunto questo momento – dice – ma lo affronto come ho sempre vissuto: a testa alta, in maniera responsabile».

Si percepisce un’inedita amarezza, si constata la solita fretta. Telefonate in arrivo, la voglia di tagliare corto con le chiacchiere. Soprattutto, si percepisce il desiderio che venga reso onore al suo governo. Matteo Renzi elenca le riforme approvate, dice che «in mille giorni nessuno ha mai fatto tanto per l’Italia», rivendica il fatto d’essere riuscito «a far approvare l’articolo 18 alla sinistra e le unioni civili ai cattolici», assicura che grazie al suo impegno personale il Qatar entrerà nel Monte dei Paschi e di certo il nuovo governo licenzierà a breve il decreto sulle banche annunciato da giorni.

Poi, parla di sé. Anche in questo caso esibendo un’unicità. «Sono il primo presidente del Consiglio dell’intera storia repubblicana che se ne va pur avendo 173 voti di maggioranza in parlamento», dice. Obiettiamo che se ne va perché aveva detto che in caso di sconfitta se ne sarebbe andato. La sua non è una libera scelta, dunque, ma un dovere di coerenza. Aggiungiamo che, in realtà, aveva annunciato che avrebbe lasciato non solo palazzo Chigi ma più in generale l’attività politica, cosa che con tutta evidenza non intende fare. Renzi risponde di getto: «Quando ho detto che avrei smesso con la politica intendevo dire che avrei smesso di essere pagato dalla politica, e così è stato. Non sono parlamentare, non ho stipendi, prebende né garanzie… Eppure, ho mollato lo stesso». Ha mollato, è vero. Ha fatto un passo indietro. Ma solo per prender meglio la rincorsa. A giorni ricomincerà infatti la solita trafila: riconquistare il partito per poi provare a riconquistare il governo. Nell’attesa, si capisce che Matteo Renzi vorrebbe poter scomparire. Per ricaricarsi, per rigenerare la propria immagine pubblica. Fosse per lui, oggi non andrebbe neanche alla Direzione del Pd. «Non darò interviste per mesi», dice. E nel dirlo ci chiede di non dar conto ai lettori di questa breve ma franca chiacchierata.