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La bomba di Kim fa paura al Giappone: può colpirci – La Stampa

Analisti e intelligence: la Corea del Nord ha la capacità di colpire con l’atomica. Le provocazioni della Cina e il braccio di ferro con la Russia nel risiko asiatico

Fra gli edifici squadrati e mastodontici della Tokyo dei ministeri a pochi isolati dai giardini imperiali, gli sherpa della diplomazia e gli uomini dell’intelligence scelgono con dovizia i termini da usare dinanzi a mappe e dati che lasciano poco spazio all’ottimismo: le incursioni cinesi nei cieli e nelle acque contigue alle isole Senkaku, giapponesi ma rivendicate da Pechino (che le chiama Diaoyu), sono sempre più frequenti.

 

Un funzionario estrae delle fotografie: mostrano imbarcazioni della guardia costiera cinese equipaggiate con cannoni, un’anomalia e palese violazione delle leggi internazionali del mare. Sono la scorta dei pescherecci, talvolta centinaia, che incrociano a poche miglia dalle acque giapponesi. Scena sempre più frequente: dal settembre 2014 si viaggia – i diplomatici mostrano slide e grafici – a una media di tre incursioni al mese nel braccio di mare di competenza economica nipponica. Le provocazioni marittime, unite a un massiccio incremento negli anni della spesa militare della Repubblica popolare di Cina, non fanno altro che accrescere la tensione nella regione dove il dispiegamento militare – russo, sudcoreano, cinese, americano e taiwanese – è imponente. E il tutti controllano tutti garantisce un equilibrio di forze e una deterrenza che rimanda, dovute proporzioni, alla Guerra fredda.

 

I led della crisi lampeggiano più intensi sulla mappa qualche miglia a Sud della Cina: Corea del Nord. Negli ambienti della sicurezza nazionale di Tokyo ormai tutti concordano che «Pyongyang ha acquisito la capacità di un attacco nucleare contro il Giappone», e il viceministro degli Esteri Nobuo Kishi parla di «nuovo stadio della minaccia». Significa, e sta qui il salto di qualità rispetto al passato, che gli scienziati di Kim Jong-Un, il dittatore nordcoreano al potere da quattro anni spesso dipinto sui media occidentali come una macchietta dagli istinti bislacchi e i comportamenti surreali, sono quasi riusciti a «miniaturizzare i congegni nucleari da montarli su testate missilistiche». E quel giorno, che a Tokyo vedono non così lontano, anche la deterrenza americana – fra le migliaia di uomini dislocati nelle basi militari fra Giappone e Corea del Sud e il sistema di difesa missilistico mobile Thaad dispiegato a Seul e che pure il Giappone vorrebbe implementare fra il 2019 e il 2023 – si troverà con le armi spuntate lasciando gli alleati asiatici nudi di fronte ai fucili atomici di Pyongyang.

 

Dieci mesi di escalation

Kim Jong-Il, padre dell’attuale leader nordcoreano, era solito sfoderare le sue minacce con qualche lancio missilistico al limite del naïve. Fra il 2002 e il 2004 con i venti di guerra che sferzavano la Casa Bianca di George W. Bush però il vecchio Kim, temendo di fare la fine di Saddam Hussein, aveva chiesto l’intercessione del Giappone. Dialoghi e qualche negoziato finito con accordi fragili ma pur sempre accordi: stop ai test in cambio di derrate alimentari per far sopravvivere un popolo al limite della resistenza. Oggi le carte le distribuisce il figlio Kim Jong-Un. A Tokyo alzano le braccia: «Non l’abbiamo ancora inquadrato appieno, è imprevedibile». Ma – spiegano – se «guardiamo alle sue azioni non possiamo che giungere alla conclusione che è molto determinato a garantire al suo Paese un potere nucleare e un arsenale missilistico». Nel 2016 la Corea del Nord ha svolto 15 lanci missilistici – da sottomarini a postazioni mobili sino ai balistici a lungo raggio Nodong e medio raggio Musudan (o Hwasong-10) e due test nucleari. In agosto due Nodong sono finiti all’interno delle acque di competenza giapponesi. Sarebbero bastati 20 secondi in volo di più per cadere nell’entroterra giapponese anziché inabissarsi. «Pyongyang sta testando le nostre difese», commenta Narushige Michishita, professore alla National Graduate Institute di Tokyo che parla di «credibili capacità di attacco da parte della Nord Corea». Il rischio per il Giappone di essere l’unico Paese bersaglio di un attacco nucleare, dopo Hiroshima e Nagasaki nel 1945, è ben più concreto che un tempo.

 

Tuttavia la condotta di Tokyo non cambia: pressioni per il dialogo, sanzioni Onu e unilaterali. Di quando in quando il Giappone dà una stretta agli interessi dell’ingombrante e asfissiante vicino. I porti giapponesi sono banditi alle navi battenti bandiera nordcoreana, l’ingresso nel Paese è vietato a chi ha sul passaporto il timbro di Pyongyang, asset e beni di dubbia provenienza sono congelati. Alla via diplomatica si unisce la difesa con batterie di missili Patriot e vettori intercettori Sm-3 sulle navi.

 

Il doppio gioco cinese

Il regno eremita però non si piega. Per questo servirebbe una mano dalla sfuggente Cina più intenta però a costruire piste d’atterraggio e avamposti militari sulle isole del Pacifico, quelle sue e quelle che pretende per sé, che a far rispettare l’embargo Onu. A Tokyo l’ambivalenza cinese ha una spiegazione. Il ritornello, ovunque ci si rivolga, è il medesimo: la Cina sostiene di avere un’influenza limitata, in realtà – spiega un diplomatico di alto rango – «Pechino usa Pyongyang come arma di pressione nei confronti dell’Occidente e dei Paesi del Pacifico». Alla scarsa influenza di Pechino nessuno infatti crede visto che il 90% del trade nordcoreano passa per la frontiera cinese e dalla frontiera sino-coreana transita il carbone che la Cina acquista dai cugini poveri in barba ai divieti del Consiglio di Sicurezza

 

Braccio di ferro con Mosca

L’aiuto russo è ancora meno probabile visti i nodi spinosi sull’asse Tokyo-Mosca. In questi giorni Tokyo e Mosca attraverso i rispettivi ministri degli Esteri, Sergei Lavrov e Fumio Kishida, stanno tenendo una serie di round negoziali per provare a mettere definitivamente in archivio la Seconda Guerra mondiale. Allora i russi – finito il conflitto – infilzarono i loro artigli sulle isole Curili, arcipelago di una ventina di terre a Nord-Ovest di Hokkaido, «possedimento» di Tokyo dal 1857 per concessione russa. Con il Trattato di San Francisco l’Urss è tornata a rivendicare 4 isolotti in quel braccio di mare assai pescoso. La partita è aperta, il Trattato di pace lontano. Abe e Putin si vedranno il 14 e il 15 dicembre in Giappone. Ma non c’è aria di intesa. A complicare lo scenario ci sono la conferma giapponese delle sanzioni alla Russia per l’Ucraina e i rapporti sempre più fitti fra Tokyo e la Nato. Il premier Shinzo Abe è stato il primo leader nipponico a tenere un discorso davanti all’Alleanza e l’obiettivo, spiegano fonti qualificate, «è quello di rafforzare la cooperazione in molte aree». È un modo – visto da Tokyo – per continuare a tenere sotto pressione la Russia. Che così ha due fianchi scoperti: il primo a Ovest, nel Baltico con i contingenti Nato in movimento, l’altro a Est con Tokyo fra Curili e disfida sul sistema anti-missili Thaad «Made in Usa» che i russi non gradiscono vedere installato a qualche centinaio di chilometri dalla Siberia.

 

Trump? Niente panico

In questo risiko regionale dagli equilibri, solidi in superfice ballerini se si scruta più a fondo, per Tokyo il rafforzamento dell’alleanza con gli Usa è una strada obbligata e un ombrello irrinunciabile. Abe, l’uomo che sta lavorando per riconsegnare al Giappone un ruolo pivot sullo scacchiere internazionale, è stato il primo leader straniero a tu per tu con Donald Trump. «Dovevano vedersi per 45 minuti, il loro incontro è durato almeno un’ora e mezza», racconta con soddisfazione un portavoce dell’esecutivo che ha seguito il premier alla Trump Tower. I due – pare – si sono piaciuti e hanno individuato punti di reciproco interesse. Per ora avvolti nella nebbia. Sappiamo solo che Abe ha regalato al tycoon una mazza da golf laccata oro prodotta, a insaputa del premier, da un’azienda cinese.

 

Per ora le cronache riportano due fatti. Il primo, le asprezze della campagna elettorale con Trump che invitava, in modo colorito, «Tokyo a pagare da sé per la sua difesa»; il secondo, l’uscita degli Usa – minacciata da Trump a elezione vinta – dal Trattato commerciale con dodici Paesi del Pacifico (Tpp). Il premier nipponico ha fatto buon viso a cattivo gioco: senza gli Usa il Tpp non ha senso. Dietro le quinte gli sherpa di Abe spiegano che il Tpp «non è solo importante per i commerci, ma è uno strumento per garantire il balance of power e la deterrenza nel Pacifico». Messaggio a Trump: vuoi lasciare campo libero alla Cina? Vuoi che Pechino allunghi i tentacoli ovunque? Il Giappone ha bisogno degli Stati Uniti, ne è il quarto partner commerciale (import ed export valgono 193 miliardi di dollari l’anno) e Washington è in testa agli investimenti finanziari nipponici; ma pure il Giappone è strategico per gli americani che sull’isola hanno dispiegato 52 mila uomini e una dozzina fra basi e avamposti militari e da lì (oltre che da Seul) si fanno garanti della stabilità e degli interessi Usa nel Pacifico. Abe fa ripetere ai suoi «no panic», «vediamo le mosse ufficiali di Trump», ma una cesura della collaborazione è controproducente per entrambe le parti.

Per i due alleati la Cina deve restare un’opportunità e non un problema. Soprattutto se Kim Jong-Un tradurrà in fatti le minacce nucleari.

Sorgente: La bomba di Kim fa paura al Giappone: può colpirci – La Stampa

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