Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

.

Tra Sì e No le dieci ragioni dei giuristi. I principali nodi della riforma  – corriere.it

corriere.it – referendum costituzionale 2016 – verso il voto Tra Sì e No le dieci ragioni dei giuristi. I principali nodi della riforma costituzionale sottosposta a referendum il 4 dicembre, secondo due esperti della Carta: Stefano Ceccanti per il Sì, Anna Falcone per il No      di Dino Martirano

1. Elezione del Senato e immunità
«Il nuovo Senato non sarà una Camera eletta a suffragio universale. Non deve esserlo. Perché non serve creare un doppione della Camera dei deputati che da sola ha un rapporto di fiducia con il governo. Piuttosto, il nuovo Senato deve dare voce al legislatore regionale, alle istanze dei territori e alle comunità locali: è questo il punto di svolta, la novità assoluta e per questo bisogna votare Sì al referendum.
L’immunità parlamentare? Così come è stata cambiata nel 1993 con la modifica dell’articolo 68 (limitandola all’insindacabilità delle opinioni espresse nell’esercizio del mandato e alle misure restrittive) serve anche per i senatori. Altrimenti facciamo la fine della Turchia dove Erdogan può far arrestare i parlamentari di opposizione».
NO «L’unica certezza che abbiamo, non essendoci ancora la legge sull’elezione dei senatori, è che il nuovo Senato non sarà una Camera eletta a suffragio universale. Trovo molto grave che Renzi mostri la scheda per l’elezione dei senatori che si riferisce a una legge ancora non approvata dal Parlamento.
Il doppio lavoro dei senatori è un elemento di disfunzionalità: il sindaco e il consigliere regionale sono chiamati a svolgere una funzione amministrativa, basata sulla velocità delle decisioni. Invece il senatore, che svolge una funzione politica, dovrebbe badare di più alla ponderatezza delle sue scelte legislative. E poi, non essendoci vincolo di mandato come nel Bundesrat tedesco, non è detto che il senatore eletto in una regione poi finisca per tutelare gli interessi di quel territorio».
2. Camere, fiducia, territori
«Quello della fiducia concessa da una sola Camera è il punto chiave e vincente di questa riforma. I cittadini che votano devono poter decidere anche la maggioranza che esprime il governo del Paese. Ma questo meccanismo funziona a condizione che ci sia solo una Camera che esprime la fiducia al governo. Non basta: serve anche che il sistema elettorale abbia un’impronta maggioritaria, un premio che consenta la governabilità.
Così si passa dalla democrazia consociativa alla democrazia competitiva. Inoltre, la seconda Camera dei territori deve servire a ridurre il conflitto tra Stato e Regioni. Al Senato, che funzionerà da Camera di compensazione tra centro e periferia del Paese, la questione di fiducia sui singoli provvedimenti è irrilevante perché i senatori avranno, per così dire, un potere di veto soltanto sul tre per cento delle leggi».
NO «Chi sostiene questa riforma non racconta che in tutta la storia repubblicana soltanto due governi sono caduti perché è venuta meno la fiducia in uno dei due rami del Parlamento. I governi spesso cadono a causa di accordi fatti fuori dal palazzo. Noi avremmo preferito un sistema più efficiente che puntasse a una vera stabilità dei governi.
Bastava inserire nella riforma la sfiducia costruttiva: perché un parlamentare, se sa che perderà il posto, ci pensa due volte prima di sfiduciare il governo che sostiene. E di tutto questo non c’è traccia nella riforma».
3. Taglio dei costi
«Bisogna valutare positivamente sia i tagli dei costi che arrivano subito e quelli che scatteranno a regime. Adesso, con questa riforma, tagliamo 315 stipendi da senatore ma in futuro, a regime, non dovremmo pagare più le indennità agli ex senatori.
E non saranno risparmi irrilevanti. Per quanto riguarda poi l’autodichia di Camera e Senato (il potere di decidere in casa, senza sottostare a giudizi esterni, le regole su stipendi, dipendenti e appalti, ndr) va ricordato che la norma è stata fatta soprattutto per i dipendenti dei gruppi parlamentari che oggi vengono licenziati alla fine di ogni legislatura. Certo, con questi tagli non si ripiana il debito ma così i politici danno per primi il buon esempio».
NO «Non si modifica più di un terzo della Costituzione per risparmiare, come certificato dalla Ragioneria generale, 50 milioni di euro. Praticamente 80 centesimi per ogni italiano, un caffé a testa ci frutta questa riforma. Dunque, la domanda viene spontanea: vale giusto un caffé una riforma che punta a rafforzare i poteri del governo a scapito dei diritti dei cittadini?
La razionalizzazione dei costi della politica va perseguito tutti i giorni e in ogni settore. Invece qui siamo davanti al classico specchietto per le allodole per convincere gli elettori.
Le Province, poi, muoiono una seconda volta. Come dire, (ri)spariscono. Si potevano risparmiare somme maggiori con un serio contrasto all’evasione fiscale».sì i politici danno per primi il buon esempio».
4. È la Camera che legifera
«I procedimenti legislativi, in pratica, sono solo due: quello a prevalenza della Camera, che riguarda il 97% delle leggi, e quello bicamerale che investe giusto il 3% dei provvedimenti. Il comma I del nuovo articolo 70 è più lungo ma disciplina in modo chirurgico e puntuale i due procedimenti.
Non ci sono problemi, è tutto scritto: Il Senato potrà richiamare tutte le leggi che riguardano gli enti locali e presentare molti emendamenti che non sono vincolanti. E la Camera, accogliendo anche in parte le proposte di modifica avanzate dai senatori, potrà comunque sminare il potenziale contenzioso tra Stato e Regioni».
NO Molti costituzionalisti, dopo aver scandagliato il nuovo articolo 70, hanno contato tra i 7 e 13 procedimenti legislativi diversi. L’articolo 70 tratta in modo confuso i vari percorsi che dovranno seguire le leggi: saranno all’ordine del giorno contenziosi continui tra Camera e Senato. Le questioni che oggi si risolvono nella giunta del regolamento della Camera o del Senato domani finiranno sotto forma di conflitto tra poteri davanti alla Corte costituzionale.
Quindi questa non è una riforma che velocizza il procedimento legislativo e che dà la necessaria trasparenza all’iter delle leggi. E pensare che per risolvere molti di questi problemi bastava mettere mano, senza cambiare la Costituzione, ai regolamenti parlamentari».
5. Conversione dei decreti legge

«Oggi i decreti legge rappresentano una patologia nella dinamica parlamentare e la riforma supera questa anomalia. E, dunque, la novità più rilevante riguarda l’estensione dei limiti temporali, da 60 a 90 giorni, per la conversione del decreto nel caso il presidente della Repubblica intenda rinviarlo alle Camere.

E poi ci sono i disegni di legge del governo da approvare a data certa entro 70 giorni che diventeranno 100-110 giorni se si considera l’intero iter anche al Senato.

Così, il nuovo sistema sceglie una strada mediana: tra i 60 giorni previsti attualmente per la conversione di un decreto legge e i 500 giorni mediamente necessari per approvare un disegno di legge del governo».

(Ansa)

NO «In realtà i limiti alla reiterazione dei decreti legge e i paletti per le leggi di conversione sono stati stabiliti da tempo dalla Corte costituzionale.
Poi, con i disegni di legge da approvare a data certa è prevedibile che il governo monopolizzerà l’attività parlamentare con le sue proposte. In pratica, verrà estesa ancora di più la funzione di governo che invaderà definitivamente l’attività parlamentare.
La divisione classica dei poteri rimarrà solo un lontano ricordo».
Spread the love
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *