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Cuba, il viaggio delle ceneri di Fidel in un’isola bella e sciupata – Repubblica.it

repubblica.it/ – Cuba, il viaggio delle ceneri di Fidel in un’isola bella e sciupata.

Il reportage. Il corteo funebre e trionfale ha raggiunto la Santa Clara del “Che”. La meta è Santiago, in un percorso inverso a quello dei “barbudos” nel 1959. La gente lungo la strada recita gli slogan del castrismo come un rosario   –  di BERNARDO VALLI

SANTA CLARA (Cuba) – Le ceneri viaggiano da due giorni. Sono dirette a Santiago, a quasi mille chilometri di distanza, all’altra estremità dell’isola, dove saranno sepolte. È un corteo funebre e trionfale.

L’urna, coperta da una bandiera cubana, è posata su un rimorchio piccolo e basso, agganciato a un’auto militare scoperta, ed è ben visibile.

Cuba, il viaggio delle ceneri  di Fidel foto

La folla assiepata in città e villaggi, ma anche nelle pianure su cui si stendono piantagioni di canna da zucchero e di tabacco, o dove il paesaggio è ondulato o montagnoso, la vede passare a pochi metri. All’altezza dello sguardo.

E scandisce il nome di Fidel. Recita come un rosario gli slogan della Revólucion. Ci sono volute più di dodici ore per percorrere la prima tappa, circa trecentocinquanta chilometri, tra L’Avana e Santa Clara.

foto -Le ceneri di Fidel attraversano Cuba

L’urna sul rimorchio spesso traballante, per la Carretera Central non priva di crepe e buche, non corre nell’attraversare luoghi dove sono evidenti i segni delle difficoltà economiche dell’ultimo mezzo secolo. Il Paese è bello e sciupato. Le difficoltà hanno a volte sconfitto lo zelo della resistenza.

A Santa Clara ideale ultimo abbraccio al Che foto

E il disordine nelle decisioni vi ha contribuito. La Revolución si è spesso impegnata altrove, non solo nell’America Latina, ma anche in Africa. Il Che andò persino a chiedere aiuto alla Cina e, da solo, si avventurò nel Congo. Senza fortuna. La piccola Cuba pensava in grande.

Al passaggio della “Carovana della Libertà” che ripercorre a ritroso il cammino dei “barbudos” e va verso Santiago, la gente ha il tempo di osservare la scatola posata su un tappeto di fiori, in cui sono rinchiuse le ceneri di Fidel.

È una folla in bianco e nero. Molti sono gli uomini e le donne di origine africana, mischiati agli uomini e le donne di origine europea, com’era Fidel, la cui famiglia veniva dalla Galizia.

La Revolución del ’59 ha subito abolito ufficialmente la discriminazione razziale così come ha emancipato i lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero.

Nel ’61 un’amica cubana della grande borghesia che aveva aderito al castrismo (era una segretaria di Raúl Castro) mi portò nel club sul mare riservato ai bianchi il giorno in cui veniva aperto alla popolazione di origine africana.

Lei apprezzava l’avvenimento, ne era orgogliosa, ma pianse nel vedere la sua spiaggia invasa dai neri. L’emancipazione risale ormai a parecchi decenni fa. I sentimenti contrastanti della mia amica di allora non sono stati forse cancellati del tutto.

Non ce n’era comunque traccia nella folla che, spontanea e unita, invocava Fidel morto.

Le possibili ferite subite, le altrettanto possibili delusioni e rancori erano o sembravano sepolti sotto il cordoglio collettivo. Il decretato rimpianto nazionale prevaleva. E pareva avesse la sincerità delle grandi manifestazioni popolari.

Il passaggio del corteo annunciava anche la fine di un’epoca nell’isola. Chi l’aveva dominata, con il potere e le prepotenze annesse, invadendola con la sua passione, se ne è andato.

video – RispostaRep – Fidel diventerà un’icona pop come il Che

Le ceneri di Fidel hanno passato la notte a Santa Clara. Nel dicembre ’58 la città fu il teatro della battaglia che segnò la fine della dittatura di Fulgencio Batista e il trionfo della Revolución.

Batista interruppe le feste di fine d’anno e fuggì in aereo insieme ai tanti uomini della mafia, proprietari di casinò, di alberghi e night club (freddi come frigoriferi per consentire alle turiste nordamericane di sfoggiare visoni ai tropici).

Ad aprire la strada per l’Avana furono i barbudos comandati da “Che” Guevara e Camilo Cienfuegos. I muri dell’albergo Santa Clara Libre, nella piazza centrale, il Parque Vidal, sono ancora crivellati dalle pallottole dell’inverno ’58.

Oggi è dipinto di un verde acceso, ma i graffi restano lì, come reliquie. Dall’alto dell’albergo, un piccolo grattacielo dominante la città di poco più di duecentomila abitanti, una donna che ha vissuto bambina quei giorni ci indica i luoghi in cui la battaglia fu intensa.

Dal Parque Vidal si diramano strade dritte e case basse, come in molte città latinoamericane sulle quali pesa la tradizione ispanica.

A ricordare la battaglia c’è il mausoleo dominato da una statua in bronzo del “Che”. È davanti a quel monumento che le ceneri di Fidel si sono fermate arrivando dall’Avana.

Là, nel mausoleo, ci sarebbero i resti di Guevara, della guerrigliera Tania, sua compagna di allora, e di alcuni compagni caduti in Bolivia.

Ci sono anche quelli di quattordici combattenti uccisi in Guatemala. Il “Che” raffigurato è il guerrigliero in azione, con il mitra, ma in un’altra parte del mausoleo viene ricordato anche come medico durante lo sbarco dei barbudos a Cuba nel ’56.

Il lungo viaggio delle ceneri di Fidel può essere interpretato come un segno della stabilità del regime, nonostante la distensione con la vicina superpotenza avviata da Barack Obama sia seriamente minacciata dall’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. E nuove nubi si addensino sull’isola.

Oltre all’inevitabile omaggio al “comandante” e al desiderio di mobilitare il Paese con il ricordo di chi ha incarnato mezzo secolo di vita nazionale, il successore Raúl Castro ha voluto dare un’impronta solenne ai funerali del fratello per manifestare la volontà di non venir meno alla Revolución.

Accettando, com’era inevitabile e ragionevole, l’apertura americana egli ha forzato la mano a Fidel che pur essendo gravemente malato non ha esitato a esprimere la sua reticenza a un abbraccio con i gringos.

Raúl ha anche avviato o confermato riforme: piccole iniziative private, limitate proprietà della terra ai coltivatori diretti, acquisto di case, viaggi all’estero, limitata estensione del turismo (che ha i noti risvolti sessuali) agli americani. Ma non ha cambiato l’essenziale natura del regime.

Ha rafforzato il ruolo fondamentale dei militari presenti, oltre che nella sicurezza, in tanti settori della vita economica.

Su questa base il fratello minore, presidente di rincalzo, dovrebbe poter garantire una certa stabilità al regime nei due anni da governare che gli restano, stando al mandato che si è assegnato.

Potrebbe succedergli il figlio Alejandro. Roberto Vega di Cuba Posible, organizzazione per il dialogo politico, è di questo parere: crede nella stabilità.

Non è d’accordo Enrique Lòpez Oliva, storico della Chiesa, il quale, nella morte di Fidel, vede piuttosto il forte segno di un cambio.

Determinato anche dalla svolta americana, che potrebbe rinviare sine die l’approvazione del Congresso all’abolizione dell embargo contro Cuba, e dall’indebolimento o addirittura la fine dell’aiuto del Venezuela di Maduro in grande crisi.

Figlio di un proprietario terriero di Biran, nella parte orientale dell’isola, Fidel è sempre stato un appassionato di agricoltura.

Chi l’accompagna nell’ultimo viaggio, mentre le sue ceneri attraversano le belle pianure cubane, lo pensa impegnato nella riforma agraria che realizza subito nel 1959 limitando a 400 ettari la superficie massima delle proprietà agricole, poi ridotta a 67 ettari nel ’63.

Salda così un primo debito con i campesinos che l’hanno aiutato, protetto, nutrito, negli anni della guerriglia sulla Sierra Maestra e riforma un sistema di sfruttamento che rende schiavi o miserabili i lavoratori nelle piantagioni di canna da zucchero. Sotto forma di fattorie del popolo o di cooperative la Revolución arriva così a controllare il 70 per cento delle terre.

I piccoli proprietari sopravvissuti sono costretti a vendere allo Stato, che fissa i prezzi, la quasi totalità dei loro prodotti. Il 90 per cento. E poi, col tempo, dovranno cedere anche gli orti che avevano potuto conservare per i consumi familiari.

Fidel non ha mai rinunciato a imporre non solo la sua politica agricola, ma anche la sua abilità di tecnico dell’agricoltura. E in questa veste venne descritto come presente ovunque, ostinato, collerico e sempre pronto a pontificare sulla coltivazione della canna da zucchero come sull’allevamento del bestiame.

Le pianure coltivate che, in questi giorni, l’urna con le sue ceneri attraversa non hanno mai migliorato la loro produzione. In molti casi l’hanno peggiorata.

Nei campi assolati la rivoluzione non è riuscita. Sotto la guida di Fidel non hanno mai assicurato all’isola orgogliosa un’autonomia alimentare, economica.

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Sorgente: Cuba, il viaggio delle ceneri di Fidel in un’isola bella e sciupata – Repubblica.it

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