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Il sacco di carbone di Trump – National Geographic

La centrale elettrica di Juliette, in Georgia, brucia 12 milioni di tonnellate di carbone l’anno. È l’impianto che emette più gas serra in tutti gli Stati Uniti. Fotografia di Robb Kendrick

nationalgeographic.it – Il sacco di carbone di Trump. Il presidente eletto ha promesso di rilanciare il combustibile più inquinante che c’è. Ci riuscirà? E con quali conseguenze per l’ambiente?  – di Michelle Nijhuis

Il 29 aprile 2016, poco dopo le 9:30 del mattino, una forte esplosione è riecheggiata per tutta la North Fork Valley, nel Colorado occidentale.

Vicino all’imboccatura della stretta valle, un deposito di carbone in cemento armato, alto 14 piani, si è prima accasciato, poi sbriciolato al suolo, dando l’impressione di dissolversi in una nuvola di fumo bianco e grigio. Per decenni, la miniera da cui proveniva quel carbone aveva dato lavoro a gran parte degli abitanti della vicina città, ma negli anni recenti l’attività era prima rallentata, poi si era fermata.

Restava una squadra ridotta all’osso, solo quattro lavoratori. In soli dieci minuti, la demolizione del silos aveva confermato anni di paure: la Oxbow, l’industria mineraria che aveva gestito la miniera, aveva lasciato la valle per sempre, assieme ai suoi posti di lavoro ben pagati.

Io ho vissuto nella North Fork Valley per 15 anni, e alla fine dello scorso decennio, quando il gas naturale a basso prezzo ha cominciato a penalizzare il mercato del carbone, ne ho visto – e in qualche caso sentito sulla mia pelle – gli effetti sulla popolazione locale. Centinaia di minatori hanno perso il lavoro, così come molti altri che dipendevano dalle loro capacità di spesa.

Intere famiglie sono state costrette a trasferirsi; alcune scuole rurali hanno perso tanti studenti da rischiare la chiusura. Sofferenza, paura, rabbia, erano autentiche e palpabili.

Ambiente, le prime mosse di Trump confermano i timori

Il 4 maggio, meno di una settimana dopo la demolizione del deposito di carbone, Donald Trump ha tenuto un comizio elettorale al Civic Center di Charleston, in West Virginia. Si è messo in testa un casco, ha mimato i gesti di chi spala il carbone, e ha lodato il coraggio e la dedizione dei minatori.

“Se vinco, faremo tornare quei minatori”, ha detto alla folla. “Queste leggi e regolamenti sono ridicoli, vi impediscono di essere competitivi. Perciò li spazzeremo via dal tavolo, gente”.

Per tutta la campagna elettorale, Trump ha ripetuto più volte ai suoi sostenitori che avrebbe detto basta “alla guerra contro il carbone”. Il pubblico applaudiva, con un entusiasmo che ha contribuito a orientare in favore di Trump Stati cruciali per la vittoria, come la Pennsylvania e l’Ohio.

Ma erano passate meno di 72 ore dal discorso della vittoria di Trump quando Mitch McConnell, leader della maggioranza repubblicana al Senato, ha messo in guardia i suoi elettori del Kentucky: “difficile dire” quando la marcia indietro sui regolamenti e le leggi ambientali creerà nuovi posti di lavoro.

L’estrazione di carbone, ha aggiunto il senatore con grande cautela, è un'”attività privata”, governata soprattutto dalle leggi della domanda e dell’offerta.

Anche i rappresentanti del settore concordano: Terry Headley, dell’American Coal Council, un’associazione di produttori, sostiene che l’elezione di Trump “è il primo raggio di sole che vediamo da anni”, ma avverte che non c’è nulla di garantito. “Ci vorrà tempo”, dice. “Molti posti di lavoro non torneranno più, certo non nel breve periodo”.


“Trump scava carbone” ma anche “A Trump piace il carbone” è il doppio senso di questo cartello mostrato dall’allora candidato repubblicano durante un comizio elettorale in Pennsylvania. Fotografia di Dominick Reuter/AFP/Getty Images

Che cosa ha in mente Trump

Il presidente eletto, alla voce indipendenza energetica del suo programma, si è impegnato a fare marcia indietro su diversi provvedimenti presi dal suo predecessore, interrompendo la moratoria sulle nuove concessioni per l’estrazione di carbone sulle terre federali e bloccando una serie di proposte che puntavano a proteggere i corsi d’acqua dai rifiuti dell’attività mineraria.
Se adottati, questi provvedimenti potrebbero determinare un aumento della produzione di carbone e dei profitti dei produttori – il 9 novembre la quotazione di borsa delle azioni di Peabody Energy, la più grande industria privata del settore, è salita del 50 per cento – ma forse non basterebbero per riportare una prosperità duratura alla coal country, l’area del paese che fino a poco fa viveva di carbone.

La bancarotta del carbone

Negli ultimi 35 anni, i posti di lavoro nelle miniere americane sono crollati da circa 250 mila a 50 mila, sia perché parte del lavoro viene oggi svolta da fornitori esterni, sia perché le miniere stesse sono molto più meccanizzate.

E il boom del gas naturale – reso possibile alla fine degli anni 2000 dall’impiego della fratturazione idraulica, o fracking, ha ridotto il ricorso al carbone per la produzione di energia elettrica, trasformando il lento declino dell’occupazione in un crollo.

Dal 2008 negli Stati Uniti hanno chiuso circa 300 centrali elettriche a carbone. È improbabile che l’abolizione delle restrizioni inverta questa tendenza, soprattutto perché Trump ha proposto di allentare le regole anche sulla produzione di petrolio e gas naturale.

“Credo che, rispetto alle altre fonti di energia, la vittoria di Trump sia del tutto irrilevante per il carbone”, ha detto David Victor, esperto di energia della University of California di San Diego.

Se è difficile che Trump possa mantenere le sue promesse ai minatori, è molto più probabile che le sue politiche energetiche ostacolino i progressi nel campo delle energie rinnovabili, sia in patria che all’estero. Risultato: rallentamento della crescita dell’occupazione nei nuovi settori e ulteriore destabilizzazione del clima globale.

Trump ha criticato aspramente il Clean Power Plan (CPP), una serie di nuove regole fissate dall’EPA, l’agenzia americana per la protezione dell’ambiente, che ha l’obiettivo di ridurre del 32 per cento le emissioni di anidride carbonica delle centrali elettriche.
Il piano, uno dei primi provvedimenti effettivi presi dagli USA per mitigare i cambiamenti climatici, è attualmente oggetto di una causa giudiziarla, e a deciderne la sorte potrebbe essere la Corte Suprema, con il nuovo giudice che dovrà essere nominato da Trump.
Anche se alcune compagnie elettriche hanno già cominciato ad adeguarsi alle regole del CPP, la sua abolizione potrebbe rallentare il passaggio dal carbone a combustibili meno inquinanti.

In più, l’amministrazione Trump potrebbe tagliare i fondi per la ricerca e sviluppo delle tecnologie rinnovabili. Anche se le centrali elettriche a gas emettono meno anidride carbonica di quelle a carbone, secondo studi recenti questi benefici potrebbero essere ridotti se non annullati dal processo di produzione del gas naturale, che libera molto metano.

Le rinnovabili, intanto, stanno diventando sempre più economiche, ma non riescono ancora ad avere l’affidabilità e la flessibilità dei combustibili tradizionali.

La ricaduta globale
Trump ha più volte affermato di voler “cancellare” l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, adottato alla fine dello scorso anno e finora firmato da 193 paesi. Né Trump né nessun altro ha il potere di annullare, da solo, l’accordo, ma certo la nuova amministrazione potrebbe ignorare gli impegni già presi, che prevedono non solo di ridurre le emissioni in patria, ma anche di finanziare fonti di energia a basso impatto nei paesi in via di sviluppo, molti dei quali, tra l’altro, continuano a dipendere dalle proprie riserve di carbone, economiche e immediatamente disponibili.

Subito dopo l’elezione di Trump, molti paesi – compresi due grandi consumatori di carbone come la Cina e l’India – hanno ribadito l’intenzione di rispettare gli obiettivi di Parigi, indipendentemente da cosa farà la nuova amministrazione americana.

E la Commissione Europea ha appena presentato un piano che porterà alla graduale eliminazione di tutti i sussidi al settore del carbone e a un taglio dei consumi energetici del 30 per cento entro il 2030.

Probabilmente l’atteggiamento dell’amministrazione Trump non riuscirà a bloccare del tutto i progressi nel campo della riduzione delle emissioni.

Ma gli Stati Uniti smetteranno di essere leader nella battaglia contro i cambiamenti climatici, e questo finirà per incoraggiare alcuni paesi – specie quelli in via di sviluppo – a continuare a inquinare come prima, aggravando gli effetti già devastanti del riscaldamento globale.

Sorgente: Il sacco di carbone di Trump – National Geographic

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