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Capitalism is an old man | Global Project

patriarcato

globalproject.info/ – Capitalism is an old man. Note a margine della manifestazione Non Una Di Meno – di Gaia Alberti

Di un’emergenza si può definire l’inizio e – tendenzialmente – anche la fine. È questa considerazione parte del motivo per cui indicare la violenza sulle donne come emergenza, e come tale trattarla a livello istituzionale e nella narrazione mediatica, è dannoso e fuorviante.

Non è emergenza, bensì qualcosa di endemico alla nostra società che travalica confini e si mostra quotidianamente in ogni parte del globo.

Non si può nemmeno parlare di “ripresa” di azione o parola da parte delle donne. Chi lavora all’interno di collettivi, di associazioni, di case sicure e centri antiviolenza non si è mai fermat*. Il lavoro quotidiano in tutti questi anni è continuato – malgrado i continui tagli ai finanziamenti e la chiusura di spazi sicuri – in maniera sommersa, spesso offuscato dall’ennesimo “colpo di testa” o “raptus di passione” che tiene banco per qualche giorno sulle prime pagine dei quotidiani e che, attraverso una narrazione il cui scopo diviene solamente lo shock e la soddisfazione delle curiosità più morbose del pubblico, porta il dibattito in merito al femminicidio e alla violenza patriarcale indietro di anni, lontano dall’essere riconosciuto come frutto – anche questo – della cultura in cui siamo tutte e tutti inseriti.

Non è stato affatto strano, anche se per un po’ ci avevamo creduto, risvegliarsi la domenica mattina senza che la stampa (con eccezione de“il manifesto” – per questo molto criticato dai FIDELissimi abbonati, senza nulla togliere alla figura straordinaria del Lider Maximo) abbia letto la presenza contemporanea nello stesso luogo e per gli stessi motivi di oltre 200.000 persone – a maggioranza femminile – come qualcosa di straordinario e potente, nello scorrere degli avvenimenti quotidiani nel nostro piccolo paese del Sud dell’Europa.

Ai grandi quotidiani, si sa, gli avvenimenti sovversivi, senza scontri su cui creare la notizia, piacciono se accadono oltreoceano od oltralpe. Altrimenti è costume, e basta una galleria fotografica per raccontarlo.

Siamo in un paese in cui il termine femminicidio non è ancora compreso dalla maggioranza, e i più abietti contrari al suo utilizzo li possiamo ritrovare in entrambi gli schieramenti politici. Spesso (qui anche molti dei Fidelissimi di cui sopra) attraverso un approccio molto simile a quello de “all lives matter”: “la violenza non è solo contro le donne, dobbiamo essere contro tutta la violenza” va a braccetto con “tutte le vite sono importanti, non solo quelle dei neri”.

Questo approccio è, a nostro parere, ancora più dannoso e infame di quello dichiaratamente fascista o fondamentalista. Perchè di questi ultimi siamo già a conoscenza della loro ideologia, e già è nostra nemica. Mentre dichiarare “all lives matter” significa cercare di neutralizzare e normalizzare la violenza subita da una parte della società quotidianamente sotto attacco per quello che è.

Universalizzare il problema in questo caso, come in altri, distrae dalla comprensione dello stesso.

Siamo stat* alla manifestazione di sabato, insieme ad altr* compagne e compagni, ed abbiamo potuto respirare a pieni polmoni l’aria potenzialmente sovversiva di quella giornata. Una giornata che non ha voluto rappresentanze e sponsor “di palazzo”, che è nata e cresciuta dal basso, in quei luoghi nascosti che lottano ogni giorno per riconoscere e combattere la violenza patriarcale, quella che produce lividi, che stabilisce diseguaglianza salariale, quella che costringe in lavori precari, che vuole relegare al ruolo di madre, che impone chilometri per abortire, che chiede dimissioni in bianco, che impone il ruolo di vittima – sempre e comunque – da possedere e da proteggere, oppure che addossa a noi – al nostro modo di essere o apparire – la colpa della stessa. Quella che uccide.

Una giornata che ha unito idealmente la piazza romana con le piazze sudamericane, turche, polacche, etc. Piazze conquistate da donne in lotta per i loro diritti e per la loro sopravvivenza.

In questi ultimi anni di crisi, che ormai viviamo da quasi un decennio, abbiamo potuto vedere come spinte reazionarie, xenofobe e sessiste, abbiano acquisito sempre più spazio e seguito nella società, in Europa come in altre parti del mondo.

Nel momento in cui la risposta alla crisi si descrive attraverso un ritorno ai confini, alla nazione, alla tradizione, alle “regole naturali” della società, i primi soggetti messi in discussione, privati delle libertà e della possibilità di scelta, sono quelli che non posseggono determinate caratteristiche: l’essere uomini, bianchi, benestanti, eterosessuali.

Vediamo concessi spazi considerevoli a chi si fa portatore di queste ideologie, all’interno dei media main stream come nei programmi politici di movimenti o partiti. Abbiamo visto salire al governo partiti di chiara ispirazione neofascista in Polonia, la crescita di ADF e Pegida in Germania, o del Front National in Francia (che oltretutto probabilmente finirà a contendersi l’Eliseo con Fillon, candidato sostenuto – tra gli altri – da manif pour tous, le sentinelle in piedi della Republique).

Vediamo ogni giorno la repressione di Erdogan su donne e uomini che si oppongono al suo regime. Abbiamo visto alzare muri e filo spinato ai confini d’Europa, per respingere i corpi e le anime di chi scappa da guerra e miseria.

Nel nostro paese vediamo l’acuirsi di un discorso pubblico basato sulla paura dell’ “evento” destabilizzante: il fallimento, per esempio in caso di vittoria del NO al referendum, oppure l’invasione del Paese. E l’ “altro” – l’invasore – viene incarnato una volta dal migrante, un’altra dal cosiddetto “gender”. Entrambi elevati a causa della crisi, della perdita di valori, di potere, di “tradizioni”, di “regole naturali”. Di ruoli.

Questo è il contesto in cui ci troviamo, che dobbiamo comprendere e combattere nella nostra pratica politica quotidiana.

Ed è in questo contesto che leggiamo la crescita – di potenza e di presenza – di movimenti femministi e lgbtq di fronte a politiche sempre più autoritarie e repressive, volte in primis a ristabilire ruoli sociali che non possiamo più permetterci di subire.

La piazza di sabato è stata un primo momento pubblico, aperto e inclusivo, in cui riconoscerCI parte di un cammino comune. Di una battaglia comune. E in quella piazza abbiamo portato non solo ciò che biologicamente ci definisce – donne o uomini.

Ma tutto quello che ci rende ciò che siamo, le nostre origini, la nostra età, quello che facciamo per vivere, quello che vorremmo fare, quello che desideriamo e quello per cui combattiamo ogni giorno, quello che rifiutiamo e che vorremmo distruggere o allontanare dalle nostre vite.

Non segmenti uniti in maniera lineare a costruire una retta; piuttosto nodi, intrecci a creare una maglia che aiuta a definirci ma che non si completa, in continuo divenire.

Ora è il momento di non accontentarsi di una giornata in cui contarci – o essere solidali. Abbiamo bisogno di portare all’interno di quel percorso, verso il prossimo 8 marzo, tutte le contraddizioni e le spinte conflittuali che pratichiamo nella quotidianità dei nostri territori e della nostra esistenza.

Situandoci, alleandoci, riconoscendo i luoghi e i soggetti responsabili della violenza. Praticando un femminismo che non possa essere neutralizzato o reso innocuo.

La piazza di domenica, la manifestazione per la costruzione di un NO sociale, è da leggere in assoluta continuità, per noi che le abbiamo vissute entrambe. Si sono rafforzate a vicenda, mostrando un paese che non è pacificato, che pretende parola e diritti, sulle proprie vite come sui propri territori.

Una fotografia di questa continuità non possiamo non vederla nella forza e nel coraggio di Nicoletta Dosio e della sua scorta di partigiane, donne che sfidano l’autorità e inseguono la libertà contro chi vorrebbe i loro corpi rinchiusi e le loro voci silenziate.

Il weekend appena passato ci consegna una sfida aperta, da una parte diretta al governo del nostro paese e alle istituzioni europee – che ci hanno impoverito di diritti e democrazia a suon di ricatti e austerità – dall’altra all’abbattimento di tutte quelle espressioni di violenza reazionaria, xenofoba e sessista, che in questo contesto sono viste come facili soluzioni per dirigere la rabbia verso il “basso” e non verso l’alto.

Lo stiamo in parte imparando e praticando nei nostri territori, attraverso il lavoro politico di relazione e creazione di comunità ribelli nei comitati ambientali e nella vita quotidiana degli spazi liberati – case, scuole, centri sociali.

E l’abbiamo potuto scorgere nel racconto di chi di noi ha potuto vedere coi propri occhi la rivoluzione curda della Rojava, che combatte per una società democratica, inclusiva e femminista contro i fascisti del Califfato e quelli del Sultano.

Una rivoluzione che parte dal presupposto che non può essere tale se riproduce modelli sociali già esistenti – frutto del patriarcato – ma che deve partire dai legami sociali costruiti dalla comunità, dal basso, e dalla prospettiva femminista.

“It’s also not only about defence. It’s about creating. Creating life. A new life. An alternative live. And all the women who today defend their country, their people, themselves, their dreams and their project of a new future are at the same time subjects of this creation process. They are not roses or angels or Amazons .

They are women. Struggling women.”

Meral Çiçek

Sorgente: Capitalism is an old man | Global Project

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