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Un tram chiamato democrazia – nigrizia.it

nigrizia.it – Editoriale dicembre 2016 – Un tram chiamato democrazia  –  di Nigrizia  

Sotto l’albero di Natale, quest’anno, troveremo anche un giocattolo rotto: la democrazia di marca occidentale. Un giocattolo molto diffuso dalla fine della Seconda guerra mondiale e che ha messo fuori mercato, globalmente, tutti gli altri modelli.

Un marchio trasformato in un valore universale. Agognato da ogni essere umano, purché libero (liberato) dalla tirannia. Un modello in grado di plasmare un mondo finalmente globale e unificato nella pace capitalistica.

Oggi basta guardarsi attorno per rendersi conto come quel marchio sia scaduto. Come anche quel dio abbia fallito. La rappresentazione plastica e più evidente del fallimento la si è avuta con la più importante passerella planetaria della democrazia, quella Usa, che ha visto sfilare due modelli estremamente deboli.

Sembra andare di moda, ora, un altro esemplare. Una figura per metà espressione del sistema democratico e per metà di quello autoritario. I giornali l’hanno ribattezzato il “democratore” (sintesi tra democratico e dittatore).

Così accade, ad esempio, nella Russia di Putin, nella Turchia di Erdogan, nell’Egitto di al-Sisi, nell’India di Modi, nell’Ungheria di Orbán. Così potrebbe accadere negli Stati Uniti di Donald Trump.

E anche in Europa – culla della democrazia e dilaniata dalla questione identitaria, dai nazionalismi, dai muri, dai fili spinati – stiamo assistendo a una lenta e silenziosa secessione democratica. Un modello che pare non incidere più sulla materialità delle nostre vite e che sta deperendo nella ragnatela della stanchezza e del prosciugamento dei nostri portafogli.

A cosa doveva servire la “democrazia missionaria” sul facsimile americano? Ad assicurare pace, ordine, benessere e libertà. La quadruplice radice del marchio occidentale. Invece che è accaduto? Che globalmente si sono diffusi gli opposti: guerra, anarchia, malessere sociale e meno libertà.

Ma se questo marchio è in declino, com’è possibile che poi chi porta in grembo questo fallimento si proponga come unico censore di chi affannosamente, e anche con molte contraddizioni, sta sgomitando, in altre parti del mondo, per trovare una sua via al governo della res publica?

La domanda è retorica. Ma è quello che accade quotidianamente in Africa, cronologicamente un’appendice dell’espansione democratica novecentesca. Negli ultimi 30 anni il continente ha cercato di importare i riti elettoral-parlamentari, spesso perentoriamente sedati in nome della sicurezza della verticalità del potere.

In molti dei 54 paesi continentali, nell’espressione “democrazia sovrana” l’aggettivo surclassa il sostantivo. La longevità al potere resta uno dei vizi in cui si coccolano i leader, così come, dall’altro capo del filo, l’estrema instabilità della politica africana rende vulnerabile la vita di parecchi paesi. Brogli, violenze o manipolazioni del voto, limitazioni all’agire di opposizioni e media sono pratiche consuetudinarie. Eppure – anche in base all’ultima ricerca di Afrobarometer, pubblicata il 22 novembre scorso – più della metà degli africani vive in democrazie elettorali multipartitiche, certamente più libere di regimi dittatoriali o monopartitici. E maggiore è la qualità delle elezioni e più è alta la richiesta popolare di democrazia.

Le circa 200 elezioni tenutesi dal 1990 a oggi (contando solo quelle presidenziali, o comunque volte a scegliere il leader nazionale) sono un balzo in avanti rispetto alla quarantina del trentennio precedente, peraltro concentrate in pochi paesi.

Piccoli passi, forse. Ma in questi anni, le istituzioni internazionali, come i paesi con più storia “democratica” alle spalle, sono state sempre pronte, con la bacchetta in mano, a punire chi non si è uniformato o ha aderito al modello ritenuto universale di democrazia. Modello che non solo ha un perimetro e un limite esclusivamente occidentali, ma che si sta rivelando pure guasto all’origine. E il suo offuscamento fa emergere il vero interesse che da sempre anima lo spirito “missionario” delle grandi potenze occidentali (e non solo): asservire per predare. I sinceri democratici africani erano (sono) quelli che dovevano (devono) sostenere gli obiettivi americani, francesi, inglesi, italiani… magari anche andando in conflitto con gli interessi nazionali.

Ora, pezzo dopo pezzo, si sta sbriciolando la maschera democratica. Ed emerge il vero volto di quell’interessamento.

Che fare, dunque? Quali strade indicare nel futuro che si sta ridisegnando? Siamo in attesa che dagli alambicchi di qualche geniale politico esca la formula magica della democrazia universale. Nel frattempo una cosa appare certa: va scartata l’idea sempre più alla moda in questi tempi: usare la democrazia come un tram. Me ne servo fino a quando mi serve. Poi scendo. E magari rottamo pure il tram. Ma significherebbe svuotare di speranze un futuro già tanto incerto.

Comunque, buon 2017 a tutti.

Sorgente: Un tram chiamato democrazia – nigrizia.it

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