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«Con lui sarò l’angelo della morte» Il protocollo Cazzaniga per i malati

Nelle 61 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare i dialoghi tra i due amanti

di Cesare Giuzzi

«Tu hai avuto un’eccellente idea, oltretutto…». È il luglio di un anno fa, il dottor Leonardo Cazzaniga, 60 anni, medico anestesista, parla con l’infermiera amante. La discussione gira intorno alla soffiata che in Procura è stato aperto un fascicolo sulle strane morti avvenute tra il 2012 e il 2013 all’ospedale di Saronno. L’idea «geniale» di Laura Taroni, 40 anni, da Lomazzo (Como), è stata quella di far cremare il corpo del marito Massimo Guerra, morto a 46 anni, il 30 giugno 2013, e quello della madre, che si opponeva alla relazione con il dottore e che — sospettano gli investigatori — potrebbe essere stata anche lei uccisa con i farmaci usati come veleno. «Dalla cremazione non possono capire niente».

Massimo Guerra è stato trovato morto «disteso sul divano nel salone vicino all’ingresso di casa». Era un uomo in salute, leggermente sovrappeso, senza patologie. Se n’è andato convinto di avere il diabete e problemi cardiaci. Malattie inventate dalla moglie-infermiera, con la complicità di Cazzaniga che firmava i falsi referti degli esami e i risultati delle analisi del sangue. Era anche stato ricoverato più volte, eppure i medici non avevano mai trovato la causa di quel malessere che gli faceva mancare la forza nelle gambe e lo faceva addormentare sul volante del furgone. Lo hanno ucciso le dosi d’insulina che la moglie, con amorevole cura, aumentava di giorno in giorno. Aveva iniziato nel 2011 con «gli antidepressivi per ottenere il calo della libido». Ma Massimo non moriva. L’infermiera racconterà a un’amica che quei farmaci li dava solo a lui: «Ma tanto non succede niente, mio marito sta bene e poi i bambini non mangiano quello che mangia lui». Dirà anche, dopo la sua morte, che il marito la trattava male, che tornava ubriaco e aveva un giro di prostitute in Svizzera. Laura Taroni è sospettata d’aver ucciso anche il suocero e uno zio del marito, finito in una vasca di liquami nell’azienda agricola «Regina» di Lomazzo (Como). «Io ogni tanto ho questa voglia di… uccidere qualcuno», dice intercettata.

Il dottor Gazzaniga, si faceva chiamare «dio» o «l’angelo della morte». L’infermiere Paolo C. racconta che lo ripeteva spesso, anche davanti agli ammalati: «Con questo paziente dispiego le mie ali dell’angelo della morte». L’operatrice socio sanitaria Ivana M. spiega ai carabinieri di Saronno di averlo sentito più volte pronunciare la frase «io sono dio» e che ai pazienti più gravi, spesso malati terminali, applicava il «protocollo Cazzaniga». Che altro non era, come ricostruiscono gli investigatori, che un «cocktail di farmaci» per indurre la morte. «Eutanasia», la definisce il dottore al telefono con la sua amante. «L’eutanasia è un’altra cosa — lo redarguisce la donna —, è quando una persona lucida e cosciente ti chiede di porre fine alla sua vita…». «Allora è omicidio volontario». L’angelo della morte ha ucciso il signor Angelo Lauria, 69 anni, malato di tumore, con una dose di Propofol cinque volte superiore al normale. Giuseppe Pancrazio Vergani, 71 anni, parkinson in fase avanzata, con una dose di morfina dieci volte oltre il consentito. E così è toccato anche a Luigia Lattuada, 77 anni, anche lei malata di tumore, e al signor Antonino Isgrò, che a 93 anni è andato al pronto soccorso solo con un femore rotto e ne è uscito in una cassa da morto. Ma i casi per i quali sono indagati sono almeno altri dieci. Lo sapevano tutti che quei decessi («exitus») non erano normali. Lo raccontano, nelle 61 pagine di ordinanza di custodia cautelare, medici e infermieri. Qualcuno aveva anche abbozzato una segnalazione alle forze dell’ordine, ma quel fax è rimasto (per errore) sulla scrivania di un maresciallo dei carabinieri, ora indagato.

Laura e Leo avevano iniziato a frequentarsi ancora prima che l’infermiera si sposasse. È lei stessa a confidarlo a una collega. Quando scoprono dell’indagine per darsi forza i due amanti simulano addirittura un interrogatorio. Taroni: «Solo che io in quel caso dirò “scusi eh… ma secondo lei non c’entra niente il fatto che un mese e mezzo dopo sia caduto così, involontariamente nel vascone? Ci abbiamo incendiato la stalla» (si riferiscono allo zio). Il medico ricorda all’amante di aver «stilato il certificato di morte» della madre. Dalle carte firmate dal gip di Busto Arsizio, Luca Labianca, emergono anche i discorsi deliranti della donna con i figli (ora in affido). Con il più grande, dieci anni, discute del delitto perfetto: «Ma l’omicidio deve essere una cosa per cui non ti scoprono, se ti scoprono e vai in galera perdi anche la casa. L’omicidio perfetto è l’omicidio farmacologico…». Non si fa problemi a ipotizzare l’assassinio della nonna Maria: «Che però non vuole essere cremata, e quindi da lì possono tirar fuori un sacco di cose… non abbiamo neanche più i maiali….». Racconta al figlio che però la nonna è cardiopatica e «basta poco», mentre «la zia è un problema, non è malata… non pensare che l’abbia mai pensato…non sai quanto le nostre menti omicide messe insieme siano geniali». All’amante chiede se «i bambini sono un problema», lasciando intendere che è pronta ad eliminarli.

E in un’intercettazione dice al figlio: «Tu somigli a tuo padre e ti ammazzerò».

Sorgente: Corriere della Sera

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