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Tragedia Chapecoense, la Superga brasiliana | Darwin Pastorin | huffingtonpost.it

huffingtonpost.it – Tragedia Chapecoense, la Superga brasiliana

Ti svegli e cerchi sui social, tra le altre cose, ulteriori notizie della festa della tua squadra brasiliana del cuore, il Palmeiras.

Il club della mia infanzia a San Paolo, domenica scorsa, aveva conquistato, battendo la Chapecoense 1-0 in casa, il suo nono titolo nazionale (il Brasileirão) dopo ventidue anni di attesa.

Pensi di trovare altre immagini della allegra follia collettiva, il commento dei tuoi parenti, quelli pro o contro il “Verdão”. Invece, ecco arrivare il pugno nello stomaco. Non si parla del Palmeiras, ma della Chapecoense: l’aereo che stava portando giocatori, allenatori e dirigenti della società della città di Chapecó, nello Stato di Santa Catarina, verso Medellín, per una partita della Coppa Sudamericana, contro il Nacional, è precipitato, nella notte, mente cercava di atterrare, quasi senza carburante, per una improvvisa avaria, all’aeroporto José Maria Córdoba.

Il dramma di uno dei giocatori superstiti sull’aereo caduto (di G. Talignani)

81 persone a bordo, 72 passeggeri e 9 componenti l’equipaggio. Mentre scrivo queste note, ci sono pochi sopravvissuti, dicono sei, sicuramente il calciatore Alan Ruschel, c’è la sua foto in barella, ha chiesto della famiglia. Cerco notizie sui siti dei quotidiani brasiliani, spero in qualche miracolo… La mente e il cuore tornano al 4 maggio del ’49, quando il Grande Torino si schiantò contro la basilica di Superga, lassù in alto a Torino: se ne andava la più forte compagine del mondo, gli imbattibili di capitan Valentino e degli altri eroi in maglia granata.

Dal Grande Torino alla Chapecoense, quando il calcio muore in volo (VIDEO)

Poi, torno con il pensiero a domenica. Un caleidoscopio di immagini e di sensazioni. Alla diretta su Sportialia, alla partita del mio Palmeiras, vissuta, minuto dopo minuto, con mio figlio Santiago a fianco. Gli raccontavo, devo ammettere per l’ennesima volta, di quella passione nata da bimbo, nel quartiere Cambuci, di quando, fondata nel 1914, la società si chiamava Palestra Italia, perché era stata voluta da nostri immigrati e rappresentava un orgoglio, una speranza, una nostalgia, con quel tricolore sventolato allo stadio.

Nel ’42, la cara e vecchia Palestra si trasformò in Palmeiras, perché il Brasile era entrato in guerra al fianco degli Usa contro il nazifascismo e molti nomi italiani vennero cancellati. Andavo alla partita con mio padre e non ho mai smesso di tifare per il Verdão, con una fede e un entusiasmo mai domi. Una fede calcistica trasmessa anche a Santiago.

Seguivo soprattutto i miei giocatori, mi curavo poco della Chapecoense, nono in classifica. Ma qualche nome risuonava: Ailton Canela, Tiaguinho e scopro, soltanto adesso, che due giocatori avevano militato in Italia senza eccessiva fortuna: Felice Machado nella Salernitana e Claudio Winck nel Verona.

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Seguivo il Palmeiras, la gente che festeggiava sugli spalti, al gol di Fabiano tutto era ormai compiuto: campioni, sì campioni! E io mi sentivo felice come quando ero bambino, a San Paolo. Poi, ecco entrare, tra gli avversari, Everton Kempes dos Santos Gonçalves: mi colpisce la sua folta capigliatura, da cantante rock degli anni Sessanta.

Oggi so dei suoi 31 anni, di un paio di stagioni in Giappone, del suo soprannome “trancinha”, perché una volta portava i capelli così, con le treccine. Del numero 33 che esibiva sulle spalle.

Stamattina cercavo altre foto del Palmeiras, volevo risentire le parole di addio di Zé Roberto, a fine carriera, e del formidabile Gabriel Jesus, che andrà al Manchester City. Invece, ho soltanto letto, con dolore, con angoscia, con le lacrime agli occhi, le notizie della Chapecoense.

E mi sono commosso vedendo il filmato dei giocatori all’aeroporto prima di partire, quell’allegria che è di tutti, l’ultimo caffè preso, le cuffie per sentire la musica, e poco importa per il disagio dello scalo in Bolivia.

Andavano a cercare gloria continentale, gli atleti dell’allenatore Caio Junior su quel volo charter boliviano “British Aerospace 146”: volevano conquistare quella coppa, battere il fortissimo Nacional nel match di andata, per poi festeggiare in casa, volevano correre sorridere esultare. Erano giovani e forti. Ragazzi. Con ancora tanti sogni da realizzare.

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Sorgente: Tragedia Chapecoense, la Superga brasiliana | Darwin Pastorin

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