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L’altra faccia della relocation – DinamoPress

dinamopress.it – L’altra faccia della relocation – di Marta Pacor – STAMP/Resistenze Meticce

Che cos’è la relocation? Sfruttamento lavorativo e discriminazione razziale, queste le basi del nuovo meccanismo di ripartizione dei richiedenti asilo adottato dall’Unione Europea

Nel settembre dell’anno scorso, l’Unione Europea ha adottato un nuovo meccanismo di ripartizione dei richiedenti asilo fra gli Stati membri: la relocation (ricollocazione). Tanto nelle dichiarazioni pubbliche dei governi degli stati europei, quanto da parte della grande stampa, tale sistema è stato presentato come una soluzione adeguata, sia pure ancora perfettibile, al “problema dei rifugiati”, in grado di assicurare una ripartizione equa dei richiedenti asilo fra gli Stati e al contempo garantire il rispetto dei diritti umani. In realtà, aldilà dell’evidente inefficacia di questo programma, che a oggi ha permesso a meno di 8 mila¹ persone di essere ricollocate in Europa, ciò che rende veramente problematica la relocation sono i principii e la logica alla base del suo funzionamento.

Infatti, lungi dal mantenere il rispetto dei diritti dei migranti come principio guida, la relocation costituisce un sistema di selezione dei migranti fortemente discriminatorio e funzionale alle esigenze di mercato degli Stati membri. Individuare gli obiettivi di questo programma, la cornice politica e giuridica in cui è inserito, e in che forme si realizza, è essenziale per comprendere la direzione verso la quale sta andando l’Europa in materia di politica migratoria. Ma partiamo dall’inizio.

Di cosa si tratta?

Il programma di relocation è stato istituito nel settembre 2015 con due decisioni (2015/1523 e 2015/1601) del Consiglio dell’Unione Europea. Lo scopo dichiarato del programma può essere letto nelle premesse di questi testi giuridici in cui viene espressa “la necessità per l’Unione di fondare la sua risposta alle recenti tragedie nel Mediterraneo sul principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità e di intensificare gli sforzi in questo settore nei confronti di quegli Stati membri che accolgono il numero più elevato di rifugiati e richiedenti protezione internazionale in termini assoluti o relativi”.

Tradotto, si tratta della presa di coscienza della necessità di aiutare Italia e Grecia a gestire l’improvviso grande numero di richieste d’asilo, soprattutto di fronte all’irrigidimento delle politiche di chiusura delle frontiere da parte degli altri stati e all’istituzione del metodo hotspot, misure che hanno di fatto trasformato questi due paesi in sale d’infinita attesa per i migranti in transito, che tuttora rimangono bloccati per diversi mesi in centri chiusi.

L’Unione Europea ha deciso di adottare quindi un meccanismo che preveda la ricollocazione di 160mila richiedenti asilo dall’Italia e dalla Grecia verso altri Stati membri. La relocation rappresenta una sorta di correttivo dell’articolo 13 del regolamento di Dublino, sulla base del quale Italia e Grecia sarebbero gli stati competenti all’esame delle domande d’asilo, in quanto paesi di “primo ingresso” dell’Unione.

Ecco che già da subito emerge un primo grande paradosso delle politiche migratorie europee: da una parte gli Stati si impegnano ad accogliere nuovi richiedenti asilo, dall’altra continuano a trasferirne forzatamente altrettanti verso i paesi europei di primo ingresso.

“La lotteria del diritto di nascita”²

Non tutti i richiedenti asilo hanno possibilità di accedere al programma. Possono essere ricollocate solo le persone la cui nazionalità ha un tasso medio di riconoscimento di protezione internazionale a livello europeo superiore al 75%.

La lista delle nazionalità viene aggiornata ogni tre mesi dall’Easo (European asylum support office). Stando all’ultimo aggiornamento, i paesi terzi presi in considerazione per la relocation sono: Siria, Eritrea, Burundi, Mozambico, Bahrain, Bhutan, Qatar e Yemen.

Salta subito all’occhio come questo criterio escluda in partenza dal programma un grandissimo numero di persone provenienti da paesi guerra o sotto sanguinarie dittature (come Iraq, Afghanistan, Somalia, Sudan, Nigeria, Gambia, solo per citarne alcuni). Anche volendo ignorare il suo carattere discriminatorio, il criterio del tasso di riconoscimento di protezione internazionale non tiene evidentemente conto della reale composizione degli attuali flussi migratori verso l’Europa, limitando di fatto la sua applicabilità soltanto ai richiedenti asilo eritrei (per l’Italia) e siriani (per la Grecia).

Una logica quindi non solo discriminatoria, ma anche all’apparenza in contrasto con gli stessi obiettivi del programma. Vedremo più avanti perché è solo apparentemente insensata.

All’ingiustizia di partenza sui requisiti d’accesso, segue un meccanismo di completa arbitrarietà che regola il funzionamento della relocation. Innanzitutto, non è in alcun modo possibile scegliere il paese in cui essere trasferiti. Potrebbe essere la Germania come la Romania.

Il regolamento prevede un occhio di riguardo per i legami familiari, ma neanche il fatto di avere un parente che già vive in uno Stato europeo costituisce una certezza rispetto al paese che esaminerà la propria domanda. Inoltre, a seconda del momento in cui si richiede di accedere al programma, cambia la gamma dei paesi possibili in cui essere trasferiti. La relocation si basa su un sistema di quote che vengono aperte e chiuse dagli Stati a loro piacimento, in qualsiasi momento, senza che le persone ne siano informate.

La politica dichiarata dell’Easo, l’agenzia europea che si occupa di questo programma, è quella di tenere deliberatamente le persone all’oscuro riguardo ai paesi disponibili ad accoglierli altrimenti “c’è il rischio che il programma fallisca perché molti potrebbero decidere di non aderirvi”.

Tale mancanza di informazioni è una costante che rimane per tutta la durata della procedura, che spesso si protrae per diversi mesi, durante i quali le persone sono obbligate ad aspettare in centri chiusi, sovraffollati e con un alto livello di controllo poliziesco e militare (uno degli esempi più eclatanti è il Cara di Castelnuovo di Porto, vicino a Roma, nel quale vivono più di mille richiedenti asilo).

Fino al momento in cui viene consegnato il decreto che certifica la partenza verso un determinato paese, per i migranti regna totale incertezza rispetto a quale sarà il proprio destino. “Ti prego, dimmi almeno con che lettera comincia”, ”Ah ah, no, non posso dirtelo…

Quando i diritti incontrano il mercato

La disponibilità da parte di un paese ad aprire una quota è tutt’altro che incondizionata. Esiste un modulo specifico nel quale gli Stati di ricollocazione possono esprimere preferenze ben precise rispetto al genere, l’età, la nazionalità, lo stato di salute, e le competenze professionali delle persone da ricollocare in base alle proprie esigenze.

Quindi meglio i siriani, perché solitamente dotati di un buon livello d’istruzione e di reddito medio-alto. Sì alle famiglie e alle donne sole, mentre sarebbe meglio evitare minori non accompagnati a causa dei costi elevati dei servizi sociali. Persone malate o con disabilità sono accettate solo da alcuni Stati perché molti dichiarano di non essere in grado di fornire adeguato supporto sanitario.

E c’è chi non si fa scrupolo a dichiarare persino: preferibilmente no lgbt. Diversi paesi specificano dettagliatamente “le qualifiche formative e professionali necessarie alle esigenze del mercato nazionale, al fine di poterle più facilmente integrare”: dottori e infermieri, meccanici, saldatori, operai dell’industria tessile, agenti assicurativi e pubblicitari, guardie, ingegneri e tecnici altamente qualificati nel settore informatico, specialisti nel settore agricolo e ospedaliero.

Ecco che dietro la presunta volontà di garantire a tutti l’accesso all’asilo – che al momento rappresenta per molte persone l’unica effettiva cornice normativa per risiedere regolarmente in Europa – si nasconde in realtà un preciso disegno di inclusione selettiva di nuova forza lavoro.

Divide et impera

Dunque la relocation è stata concepita in modo tale che l’inserimento di nuovi migranti in Europa fosse fruttuoso per il mercato e al contempo non costituisse una minaccia per l’ordine pubblico. I meccanismi selettivi alla sua base garantiscono che ad accedere al programma sia una componente dei migranti omogenea e accuratamente scelta.

La storia, le origini e il passato di ogni persona vengono accuratamente vagliati attraverso lunghissime interviste. In particolare, vengono poste domande estremamente dettagliate riguardo eventuali esperienze nell’esercito (in Eritrea il servizio militare è obbligatorio per uomini e donne), i gradi e le sezioni di appartenenza, il tipo di attività svolta.

Se il paese di ricollocazione ritiene, sulla base di queste interviste, che la persona in questione possa rappresentare un problema per la sicurezza del paese, può decidere di escluderla dal programma, attuando dunque un’ulteriore discriminazione. In generale, l’obiettivo è di accertarsi che i soggetti siano senza ombra di dubbio innocui, eteronormati, socialmente accettabili, non costosi per i welfare del paese, ed economicamente utili.

Alla luce di ciò, anche restringere l’accesso al programma a solo due nazionalità può essere più facilmente compreso: assicurare la presenza nei singoli stati europei di comunità migranti nazionalmente omogenee è in linea con l’obiettivo di garantire un’integrazione controllata in origine e facilmente controllabile in futuro.

Questa logica selettiva crea inevitabilmente competizione e divisione fra i migranti che si trovano insieme nei centri in attesa di essere ricollocati. Molti migranti etiopi, che parlano il tigrigno come gli eritrei, tentano ovviamente di mentire sulla propria vera nazionalità per poter accedere alla relocation.

Si creano così odi e divisioni fra i migranti, sulle quali i funzionari Easo fanno leva per assicurare che la selezione avvenga in modo efficace, chiedendo alle persone di aiutarli a individuare coloro che vengono descritti come impostori. Ciò si traduce in dinamiche di isolamento e ghettizzazione su base etnica all’interno dei centri.

Come nel caso di B., donna etiope con cinque figli nati in Eritrea, fortemente isolata da parte della comunità del centro a maggioranza eritrea e ancora in attesa di sapere se qualche paese l’accetterà, nonostante le sue origini.

La relocation appare dunque come un nuovo dispositivo di filtraggio e differenziazione dei migranti (di “inclusione differenziale”³) in grado di rispondere alle esigenze del regime neo-liberale di inclusione di nuova forza-lavoro e di mantenimento dell’ordine pubblico. Un sistema inserito nel quadro giuridico del diritto d’asilo, che svolge una funzione di efficace palliativo della logica razzista su cui si fonda questo programma. Come sottolineato da Feldman, il neo-liberalismo richiede una chiara visione dell’ordine civico, che finisce con il renderlo perfettamente compatibile con il neo-nazionalismo.

La funzione dell’attuale neo-liberalismo non è quella di colpire il neo-nazionalismo ma solo di temperare i suoi eccessi insistendo sui diritti umani, su attenti programmi di integrazione, su procedure “umane” per facilitare la migrazione di forza-lavoro, e sullo stato di diritto piuttosto che sul decisionismo statale”(4). La relocation sembra rispondere esattamente a queste esigenze.

La sua vera natura appare ancora più chiara se si considera che tale programma fa parte di un’Agenda europea sulla migrazione che individua fra i suoi strumenti principali il rimpatrio forzoso, i respingimenti in mare, accordi bilaterali con paesi governati da dittatori (il recente accordo fra Italia e Sudan è uno degli esempi più chiari) e azioni di contenimento del flusso migratorio basati su programmi di cooperazione con i paesi di origine. Svelare la vera natura della relocation è indispensabile per comprendere la direzione politica che sta adottando l’Europa in materia di immigrazione, coglierne le strategie e individuare la retorica di cui si nutre.

In particolare, questa analisi ci aiuta a capire come in materia di immigrazione “destra e sinistra, che si alternano oggi nella gestione del potere, hanno per questo ben poco a che fare col contesto politico da cui i termini provengono e nominano semplicemente i due poli – quello che punta senza scrupoli sulla desoggettivazione e quello che vorrebbe invece ricoprirla con la maschera ipocrita del buon cittadino democratico – di una stessa macchina governamentale”(5).

1. http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration/press-material/docs/state_of_play_-_relocation_en.pdf

2. Shachar, A. The Birthright Lottery. Citizenship and Global Inequality, Harvard University Press, Cambridge Mass. 2009.

3. Mezzadra S., Neilson B. , Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mercato globale, Il Mulino, Bologna 2011.

4. Feldman G. The Migration Apparatus. Security, Labor and Policymaking in the European Union, Stanford University Press, Stanford CA, 2011.

5. Agamben G., Che cos’è un dispositivo, ed. Nottetempo, Roma 2006.

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L’Internazionale femminista

Hasta siempre Fidel! –  di Mario Santucho*

Sorgente: L’altra faccia della relocation – DinamoPress

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