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IN AFFETTUOSA MEMORIA FRANCA RAME E DARIO FO, PARTIGIANI ANTIFASCISTI-Di Gianni Sartori

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E’ avvilente trovare ancora in rete offese gratuite, provenienti da quanto di peggio esprime la destra, contro persone come Dario Fo e Franca Rame .

Non sono soltanto i fascisti dichiarati a far sentire la loro voce sguaiata; anche il filone catto-integralista non ha perso l’occasione per spargere letame (di cui evidentemente sono ampiamente provvisti nei loro maleodoranti magazzini) in occasione della morte dei due compagni avvenuta, rispettivamente, nel 2013 e nel 2016.

In tali circostanze molte affermazioni ingiuriose erano già circolate,  ma si trattava per lo più di scarichi fognari (vedi Forza Nuova…) da non prendere nemmeno in considerazione.

Diverso, a mio parere, il caso di un sito come quello di Arianna-editrice (dello scrittore-editore Eduardo Zarelli)  dove, nonostante lo spazio dato a voci di destra (compreso qualche revisionista vero e proprio) almeno si mostra un buon livello culturale. Tanto per dirne una, gli interventi di Franco Cardini che sicuramente era fascista da giovane. E magari sotto-sotto lo sarà ancora (visto il suo interesse simpatetico per il collaborazionista Drieu La Rochelle, passione peraltro condivisa con Antonio Serena) ma almeno è uomo di cultura.

Antonio Serena è stato fascista, poi leghista, poi ancora fascista…coerentemente, direi. Oggi si colloca, mi pare, in quell’ambiguo universo di “anti-mondialisti” travestiti da (soidisants ?) antimperialisti. *

 

Il suo articolo “Il Camerata partigiano: Dario Fo, giullare di tutti”, ripreso dal sito “ Libera opinione”,  mi è capitato sotto lo sguardo per caso. Cercavo su Arianna tutt’altro genere di cose: notizie su bioregionalismo ed ecologia profonda, tematiche di cui Zarelli ha anticipato la diffusione in epoca non sospetta (pubblicando anche un buon libro di Kirkpatrick Sale: “Ribelli al futuro – i luddisti e la loro guerra alla rivoluzione industriale”).

 

Serena (un Pansa in tono minore, tra le sue ultime pubblicazioni un libro sui presunti “eccidi partigiani” nel bellunese) ironizzava sulla “laicità” del funerale (per certi reazionari se non è religioso non vale, come il matrimonio del resto…), sulla presenza di Oreste Scalzone (embé?!?), sul pugno chiuso di Jacopo “ostentato” (cosa doveva farne? Tenerselo in tasca ben chiuso?) e soprattutto sull’esecuzione di “Bella ciao” simpaticamente definita “la canzone dei partigiani comunisti”(…no comment!).

Oltretutto il Serena si contraddice. Prima rinfaccia a Franca e Dario l’impegno con Soccorso Rosso (una tradizione del movimento operaio internazionale) e poi se la prende per “Bella ciao” suonata e cantata ai funerali: dove sarebbe l’incoerenza? Lo sa solo lui.

 

Comunque: “Bella ciao” è un canto della Resistenza, di tutta la Resistenza. Definirla  incongrua ai funerali di Dario Fo per i suoi trascorsi giovanili quando aderì, brevemente e marginalmente, alla RSI è quantomeno meschino**.

 

Va da sé che la patente di Partigiano, sia Dario che Franca, se la sono conquistata sul campo e sul palco con il loro impegno culturale e partecipando a tante iniziative di lotta, soprattutto negli anni settanta; da quelle contro il golpismo internazionale (Grecia, Cile, stragi di stato…) alla difesa delle vittime della repressione.

Senza dimenticare le manifestazioni, relativamente recenti, contro la nuova base statunitense Dal Molin (dove ho incontrato Dario Fo, ma non l’Albertazzi, celebrato da Serena).

Non si era poi nemmeno visto il Serena che nell’articolo sembra voler dare lezioni di “antimperialismo” a Dario Fo.

 

 

Purtroppo  un pesante e inequivocabile riconoscimento del loro essere partigiani, era venuto, tragicamente e criminalmente, proprio da quella stessa area politica che alla loro morte alzava sguaiati commenti.

 

Il 9 marzo 1973  Franca Rame venne sequestrata, seviziata e stuprata da un branco di mercenari guidati da Angelo Angeli. Il personaggio, soprannominato “Golosone” dai frequentatori di san Babila, era un esponente delle SAM (Squadre d’Azione Mussolini), legato a Giancarlo Esposti e Gianni Nardi. ***

In anni successivi Angeli venne arrestato per spaccio di droga, poi per omicidio colposo, ma dovrebbe essere ancora in circolazione.

L’operazione gli era stata commissionata in una caserma dei carabinieri a Milano (Divisione Pastrengo, via Marcora 4).

A istigare l’ignobile, vile rappresaglia contro una donna inerme era stato il generale Giovanni Battista Palumbo. Questo ex repubblichino, morto nel 1984, era affiliato alla P2 e nel 1974 fornì coperture ai terroristi del MAR di Fumagalli e Orlando. Due golpisti, ma – almeno ufficialmente –  non necessariamente fascisti. Fermo restando che Fumagalli stava in batteria con Giancarlo Esposti (a capo delle Sam), poi morto a Piano del Rascino.

 

Per l’aggressione a Franca Rame il generale Palumbo, presumibilmente, non agì di sua iniziativa, ma prese ordini dall’alto. Ordini che comunque eseguì con soddisfazione.

Lo ha confermato un altro fascista (forse leggermente meno infame di Angeli e dei suoi compari) a cui si sarebbe precedentemente rivolto, ricevendone però un rifiuto. Come si può vedere (a pagina 433 dell’ordinanza d’arresto del 3 febbraio 1998) nella risposta al giudice Salvini che indagava su Piazza Fontana e sul coinvolgimento nella strage del gruppo La Fenice (versione milanese di Ordine Nuovo di cui, oltre al Pitarresi, facevano parte anche Giancarlo Rognoni e il bombarolo maldestro Nico Azzi): “Pitarresi ha raccontato che l’azione contro Franca Rame era stata proposta a lui, ma si era rifiutato ed era subentrato Angelo Angeli il quale aveva materialmente agito con altri camerati”.

 

 

UN’AZIONE ISPIRATA DAI CARABINIERI

 

 

Riporto dall’ordinanza di rinvio a giudizio dell’inchiesta sull’eversione neofascista degli anni Settanta:

«Pitarresi ha fatto il nome dei camerati stupratori: Angelo Angeli e, con lui, “un certo Muller” e “un certo Patrizio”. Neofascisti coinvolti in traffici d’armi, doppiogiochisti che agivano come agenti provocatori negli ambienti di sinistra e informavano i carabinieri, balordi in contatto con la mala. Fu proprio in quella terra di nessuno dove negli Anni 70 s’incontravano apparati dello Stato e terroristi che nacque la decisione di colpire la compagna di Dario Fo. Ha detto testualmente Pitarresi: “L’azione contro Franca Rame fu ispirata da alcuni carabinieri della Divisione Pastrengo. Angeli ed io eravamo da tempo in contatto col comando dell’Arma».

 

Versione questa di Pitarresi molto simile a quella, datata 1987, di Angelo Izzo, uno dei tre stupratori e assassini del Circeo. Data la personalità aberrante del soggetto, all’epoca non era stata adeguatamente presa in considerazione. Questa almeno è stata la versione ufficiale, ma non si può certo escludere che gli inquirenti di allora abbiano preferito insabbiare. Riporto il fatto che, secondo altre fonti, anche il Pitarresi l’aveva già fornita circa nello stesso  periodo.

Izzo comunque in carcere aveva conquistato la fiducia dei suoi camerati, forse inizialmente diffidenti. Collaborava regolarmente con “Quex” (con richiamo al noto film di propaganda nazista), la rivista dei detenuti di destra, ispirata da Franco Freda, dove scriveva anche Maurizio Murelli, il fascista che insieme a Vittorio Loi aveva lanciato le bombe a mano Srcm mod. 35 del “giovedì nero” di Milano (12 aprile 1973). Le  bombe, fornite da Nico Azzi, causarono la morte dell’agente Antonio Marino di 22 anni.

Angelo Izzo aveva dichiarato che “l’azione [ contro Franca Rame]era stata suggerita da ufficiali della Pastrengo, nel quadro (…) di cobelligeranza fra settori di tale divisione e gli estremisti di destra nella lotta contro il pericolo comunista”.

 

Significativa anche la testimonianza di Nicolò Bozzo (in seguito stretto collaboratore del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa) che all’epoca era capitano in servizio alla Pastrengo:

 

«Arrivò la notizia del sequestro e dello stupro di Franca Rame. Per me fu un colpo, lo vissi come una sconfitta della giustizia. Ma tra i miei superiori ci fu chi reagì in modo esattamente opposto. Era tutto contento. “Era ora”, diceva. Era il più alto in grado: il comandante della “Pastrengo”, il generale Giovanni Battista Palumbo. Allora io vissi quella reazione di Palumbo solo come una manifestazione di cattivo gusto. Credevo che il generale fosse piacevolmente sorpreso della notizia, nulla di più. D’altronde Palumbo era un personaggio particolare, era stato nella Repubblica Sociale, poi era passato con i partigiani appena prima della Liberazione. Non faceva mistero delle sue idee di destra. E alla “Pastrengo”, sotto il suo comando, circolavano personaggi dell’estrema destra, erano di casa quelli della “maggioranza silenziosa” come l’avvocato Degli Occhi».

 

 

Altra testimonianza quella dell’ex dirigente dei Servizi Gianadelio Maletti che ha riferito di una discussione accesa tra Vito Miceli futuro capo del servizio segreto e il generale Giovanni Battista Palumbo: «Il primo – si legge nella nota di Maletti – durante la lite aveva rinfacciato al secondo “l’azione contro Franca Rame”».


Per il giudice Guido Salvini: “Il probabile coinvolgimento come suggeritori di alcuni ufficiali della divisione Pastrengo non deve stupire […] il comando della Pastrengo era stato pesantemente coinvolto, negli Anni 70, in attività di collusione con strutture eversive e di depistaggio delle indagini in corso, quali la copertura di traffici d’ armi, la soppressione di fonti informative che avrebbero potuto portare a scoprire le responsabilità nelle stragi dei neofascisti Freda e Ventura”.

Ma forse c’è di peggio. Per Nicolò Bozzo il generale Palumbo non sarebbe comunque il solo responsabile dell’ordine di violentare Franca Rame; e nemmeno il principale. Sarebbe stato piuttosto un manutengolo sottoposto a una non meglio precisata “volontà molto superiore”.

«A parte le sue convinzioni politiche – proseguiva Bozzo – io ricordo che Palumbo riceveva spesso telefonate dal ministero, dal ministro. So che parlava con il ministro della Difesa e degli Interni. È norma che un ministro della Difesa chiami un comandante di divisione. Ma secondo me un crimine del genere non nasce a livello locale. È vero che alla notizia dello stupro ci furono manifestazioni di contentezza nella caserma, però personalmente non me lo vedo il generale Palumbo chiamare i terroristi e ordinargli o chiedergli di fare questo» .

 

Andiamo allora a controllare com’era la situazione istituzionale nel 1973.

All’epoca il capo del governo in carica era Giulio Andreotti, con una maggioranza di centro-destra. Secondo quanto si legge nel Memoriale Moro, lo scopo del governo Andreotti era quello di «deviare, per sempre, le forze popolari nell’accesso alla vita dello Stato». Il ministro della Difesa era Mario Tanassi, quello dell’Interno Mariano Rumor.  C’è ampia scelta, fate voi.

 

Ripeto, ce fosse ancora bisogno. La patente di Partigiani se la sono conquistata con la scelta coraggiosa di rappresentare quel genere di spettacoli (vedi tra tutti “Morte accidentale di un anarchico”) e portando la loro solidarietà concreta ai prigionieri politici di sinistra, anche quelli scomodi****.

Sul fatto che Dario possa negli ultimi anni aver preso qualche cantonata (alcune sue prese di posizione su Libia e Siria, per esempio, o l’adesione ai Cinquestelle) magari si può anche discutere, ma non con i clerico-fascisti. Si tratta comunque di contraddizioni, molto umane, che non possono cancellare l’operato complessivo (e non mi riferisco ovviamente solo al livello teatrale) di questi due autentici esponenti della Nuova Resistenza.

Gianni Sartori

 

 

 

*nota 1) Da giovane – lo ricorda affettuosamente il sodale Mario Merlino (quel Merlino, l’ amico di Stefano Delle Chiaie – Avanguardia Nazionale – infiltrato come provocatore nel movimento anarchico) Antonio Serena partecipò a Europa Civiltà, organizzazione fascista fondata nel 1967 da Loris Facchinetti. I suoi membri organizzarono vari campi paramilitari (in vista del golpe) e venivano addestrati direttamente da esponenti dell’arma dei paracadutisti (si presume con il benestare dello Stato Maggiore delle Forze armate)

 

 

** nota 2) Dario Fo non fu certo l’unico a sbagliare, ma diversamente da Giorgio Albertazzi (lo cito perché da Serena viene esaltato come  “il galantuomo” sempre coerente, mentre FO sarebbe “il giullare” voltagabbana), ha saputo riscattarsi abbondantemente. Così come, mi piace ricordarlo, il compianto Giorgio Cesarano, grande poeta e grande situazionista (mi piace ricordarlo quando, durante una detenzione per la militanza in LUDD, scrisse sul muro della cella “ma l’amor mio non muore”).

 

 

 

 

** *nota 3)  Su Angelo Angeli, Giancarlo Esposti e Gianni Nardi si potrebbe scrivere un romanzo porno-horror senza bisogno di inventare nulla. Basta dire che Angeli aveva una tormentata relazione sentimentale con Esposti e che entrambi erano abituali frequentatori di trans. Nessun moralismo, per carità. Quello che si vuol sottolineare è la scarsa coerenza dei neofascisti che all’epoca si stracciavano le vesti per la “caduta dei valori morali” su questioni come femminismo, divorzio, aborto etc. Del resto quelli di san Babila condividevano la stessa scala di “valori” di altri loro camerati, come quelli della banda del Circeo, stupratori e assassini. Quanto alla morte misteriosa di Nardi, con tanto di cadavere riesumato, vi torneremo in seguito.

 

 

 

****nota 4)  un solo esempio: il Mario Rossi della “XXII ottobre”. Così venne definito nelle cronache (e il nome rimase appiccicato per sempre) un gruppo di militanti di sinistra genovesi che scelsero la lotta clandestina. Proletari, “animali di periferia” (definizione fornita da Mario Rossi e titolo del libro di Donatella Alfonso) cresciuti nella convinzione, non del tutto infondata,  che la Resistenza fosse stata “tradita”.

A Genova si organizzarono come GAP (Gruppi Azione Partigiana) omonimi del gruppo di Feltrinelli, con cui erano comunque in contatto, ma sostanzialmente autonomi. Evidente il riferimento ai GAP (Gruppi Azione Patriottica), quelli storici della Resistenza.  Nei documenti degli inquirenti il ”22 ottobre” (1969) non era altro che la data riportata sul biglietto del treno con cui Mario Rossi  era rientrato nel capoluogo ligure, in Val Bisagno, da Milano (aveva lavorato anche a Ivrea come operaio alla Chatillon) per “entrare in azione”.

Gianni Sartori

 

 

 

 

 

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