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Le ragioni di una battaglia-jesopazzo.org

Il referendum costituzionale è un prodotto dei nostri tempi: non si possono spazzare via con un colpo di spugna anni e anni di lotte sindacali e conquiste sociali, utilizzando i classici metodi della democrazia.

Serve avere mano libera, più velocità e vivere in un constante stato di emergenza, saltando i classici iter del lavoro istituzionale. Bisogna prendere decisioni immediate e limitare al massimo gli ostacoli e le discussioni, concentrando il potere decisionale nelle mani di pochi e fedelissimi.
Con il pretesto di uscire dalla crisi il prima possibile, ci vuole un governo del fare che per una volta (buona) dia vita a una serie di riforme che davvero cambino gli assetti sociali. Ci vogliono meno chiacchiere e più distintivo: ecco perché l’emergenza diviene una costante dell’agire politico e non c’è tempo per interpellare la popolazione. Basta pensare ai grandi eventi come Expo, alla ricostruzione de L’Aquila, alla gestione delle discariche in Campania, dove tutto il potere decisionale è messo in mano a commissari nominati dal governo e qualsiasi spazio di dissenso viene criminalizzato.
Quello a cui stiamo assistendo è un processo che arriva al suo apice: dopo anni di provvedimenti governativi che hanno eroso diritti e possibilità di partecipazione, ora è arrivato il momento di riscrivere anche la Costituzione. Le leggi verranno scritte e approvate da una maggioranza compiacente nel nome del governo del fare, con la scusa di una riduzione di costi e tempi. A proporre questa riforma è un governo espressione di un Parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale: è ancora più chiaro allora come non sia più necessaria la legittimità politica per governare. Nella stessa direzione si muoverà l’Italicum, che con un premio di maggioranza spropositato conferirà la possibilità di legiferare in completa autonomia: la scheda di chi vota la maggioranza avrà più peso di chi sceglierà l’opposizione.
In questo scenario, lo spazio per il dissenso non deve esserci e coloro che davvero vivranno le conseguenze di questi cambiamenti non devono prendere parola. Basta difendere la scuola pubblica o il proprio posto di lavoro, opporsi a un’opera dannosa per la salute e l’ambiente per rendersi conto che le mediazioni sono saltate.
Il Jobs Act ha ridotto il potere contrattuale dei lavoratori rendendoli sempre più ricattabili, la Buona scuola concentra il potere nelle mani di presidi manager precarizzando gli insegnanti, lo Sblocca Italia elimina il potere delle comunità locali, imponendo scelte governative tramite commissari, il Piano casa cancella i diritti politici e sociali arrivando perfino a negare la residenza a migliaia di persone.
Guardando al di fuori dei nostri confini, ci si rende conto che questo è un processo molto più ampio: la volontà popolare dei Greci è stata schiacciata dai poteri forti dell’Europa, la resistenza francese alla Loi Travail è stata affrontata con gli strumenti dello stato d’emergenza, la fortezza europea è costantemente presidiata dagli eserciti. Resistenze ordinarie, affrontate però con misure speciali.

L’offensiva a cui siamo sottoposti da un lato è imponente, dall’altro valorizza ancora di più qualsiasi elemento di partecipazione politica che va in direzione contraria a quella prevista. Prendere parola quando i poteri forti non vogliono essere messi in discussione diventa necessario.

Opporsi a questa svolta autoritaria non corrisponde alla difesa a spada tratta degli assetti giuridici attuali, non è la democrazia rappresentativa che va elevata a modello politico perfetto, ma è proprio questa l’occasione per rilanciare l’idea di una democrazia radicale/diretta/reale/dal basso, all’interno della quale la popolazione assuma un ruolo da protagonista nei confronti di chi vorrebbe toglierla di scena. E’ la logica del controllo popolare, la convinzione che a decidere dei territori siano gli abitanti che li vivono (indipendentemente da quali documenti abbiano in tasca), la pratica di chi pretende che i lavoratori siano dei protagonisti e non merci da sacrificare sull’altare dei profitti. E’ un’idea dirompente che permette di ribaltare la logica del potere senza mettersi nell’angolo, come chi è animato da una nostalgia per un passato che non c’è più.
Per questo oggi per noi ha senso assumere con energia la battaglia referendaria, per il pericolo che rappresenterebbe una vittoria del SI, ma soprattutto perché crediamo che possano vincere i No. Per vincere non sarà sufficiente sommare le schede e superare il numero dei SI, ma servirà innescare processi di partecipazione da subito. La vittoria dei NO non finisce infatti con la data del referendum, ma da quel giorno deve iniziare. Se il messaggio che si trasmette è che siamo stufi di non contare nulla e soprattutto che se ci mobilitiamo non sarà semplice fare i propri giochi senza affrontarci, allora potremmo essere sulla strada giusta.

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Sorgente: Le ragioni di una battaglia

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