Elizabeth, 29 anni, è la vittima numero 117 nella triste contabilità dei femminicidi in Italia nel 2016. Molte le iniziative per dire basta alle violenze sulle donne, che culmineranno nella manifestazione nazionale “Non una di meno”, domani a Roma

Milano, 25 novembre 2016 – I NUMERI a volte, come le immagini, valgono più di mille parole. Eccone uno: su 250 sex offenders trattati in dieci anni dall’equipe del Centro italiano per la promozione della mediazione (Cipm) nel carcere di Bollate, si sono registrate solo sette recidive specifiche gravi, il 2%.

Tra le persone che non hanno mai sperimentato alcun percorso di recupero, il tasso di recidiva è del 20%.

Di più: in Canada e negli Stati Uniti analoghi interventi non riescono ad abbattere la percentuale di reiterazione del reato al di sotto dell’8-9%. Un approccio che si è rivelato dunque molto efficace, non soltanto dietro le sbarre.

Il Cipm si muove a tutto campo per l’aiuto alle vittime di violenza (non solo sessuale) e per la prevenzione di maltrattamento, stalking e femminicidio sul territorio di Milano.

«DA GENNAIO a fine ottobre di quest’anno – spiega Paolo Giulini, criminologo e presidente del Cipm – abbiamo trattato 143 persone nell’ambito del nostro Presidio criminologico territoriale. Venticinque sono ‘nuovi ingressi’.

Buona parte di queste persone ci viene inviata dal tribunale o dagli avvocati, che sanno quanto la nostra azione venga tenuta in considerazione dai giudici nel determinare la pena o misure cautelari attenuate».

Ma cosa accade in pratica all’interno del carcere? 

Lo racconta il regista milanese Claudio Casazza nel documentario “Un altro me”, che oggi sarà presentato in concorso al Festival dei Popoli di Firenze. Il film è il frutto di un lavoro ‘in presa diretta’ all’interno del carcere, durato quasi un anno.

Casazza ha girato 200 ore di attività quotidiana dell’equipe – psicologi, psicoterapeuti, criminologi, educatori – con i gruppi di detenuti che scelgono di sottoporsi al trattamento firmando un contratto, primo atto di responsabilizzazione che prelude al successivo percorso.

Per dieci ore la settimana gli uomini che hanno commesso violenza e molestie nei confronti di donne e bambini si confrontano tra loro e con i terapeuti: dal film risulta evidente l’efficacia dell’intervento, teso al progressivo superamento di un atteggiamento di autogiustificazione e sottovalutazione della propria colpa.

Ciascuno è invitato a raccontare e a riflettere su ciò che ha fatto e soprattutto a comprendere e a farsi carico del dolore inflitto alle vittime.

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L’EQUIPE legge al gruppo lettere scritte da donne che hanno subìto violenza. «All’inizio – racconta Casazza – questi uomini sono pieni di pregiudizi, diffidenza, alibi. Ciascuno si consola considerandosi meno colpevole del vicino.

Non pensano davvero di essere i soli responsabili di ciò che hanno fatto. Soprattutto non riescono e non vogliono mettersi nei panni delle loro vittime. La consapevolezza non arriva di colpo, ma arriva quasi sempre».

In “Un altro me” questa svolta balza agli occhi nella seduta di gruppo cui viene chiamata a partecipare una donna che ha subìto violenza. Prima dell’incontro diversi detenuti manifestano il loro scetticismo: sarà un’attrice, dicono, chi sarebbe disposto a venire a parlare con noi?

Poi la ragazza racconta con semplicità la sua storia di bambina abusata che diventa una donna spezzata dentro. E quei “machi sprezzanti” si ritrovano a ringraziarla piangendo di avergli aperto gli occhi.

Il passo successivo è rivolgersi alla propria vittima, con lettere che testimoniano quanta strada abbiano fatto. A testimonianza del fatto che il recupero è possibile. E prezioso per tutti.