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“Il popolo greco sta ancora con noi”. Parla Panos Rigas, neosegretario di Syriza –

intervista a Panos Rigas di Giacomo Russo Spena

“La sinistra estremista, contestandoci, non fa altro che regalare il Paese alla destra”. In effetti già Syriza in greco significa “Coalizione della sinistra radicale”, ma il tempo passa e le cose cambiano. Dopo anni di dura opposizione al bipartitismo corrotto, Neo Demokratia/Pasok, il partito è arrivato al governo. Una nuova fase per Syriza. Panos Rigas, neosegretario del partito, minimizza le proteste di piazza: “Il popolo sta ancora con noi”. Dopo le dimissioni di Tasos Koronakis – che aveva ritenuto fallita la strategia di negoziazione con le Istituzioni europee preferendo ritornare a vita privata – al congresso di ottobre, nel quale non sono mancati momenti di tensione e confronto, ha prevalso la linea del leader Tsipras col 75 per cento del consenso dei 3mila delegati presenti. Ad essere eletto segretario proprio Rigas, un suo fedelissimo dai tempi del Synaspismos. Lo incontriamo a Roma, alla Casa Internazionale delle Donne, dove è in visita istituzionale per dibattere sulle sinistre mediterranee e sui destini dell’eurozona: “Noi vogliamo aprire una terza via in Europa, rifiutando sia la disastrosa politica di austerità che i nuovi populismi xenofobi”.

Negli ultimi 10 anni abbiamo conosciuto la Syriza di lotta, quella delle pratiche di mutualismo e di solidarietà dal basso contro le politiche di austerity imposte dalla Troika, fino al potere. Quanto è cambiata Syriza nel passaggio dall’opposizione al governo?

Syriza è sempre la stessa. Abbiamo rappresentato la prima esperienza di governo di una sinistra radicale in una Europa in crisi economica e sociale. Abbiamo vinto due elezioni e un referendum, senza scappare davanti ai problemi del Paese: una lotta contro la Troika che abbiamo pagato personalmente e che ha pagato anche Syriza con una scissione da sinistra. Ma il partito è ancora forte e cosciente che questa è l’unica strada percorribile per far uscire la Grecia dalla crisi.

Con la firma del terzo memorandum, il governo Tsipras ha dovuto cedere su alcune questioni: dal Sì al Ceta e al rimpasto dell’esecutivo per facilitare le privatizzazioni, fino al taglio delle pensioni. E potrei continuare…

Abbiamo ereditato un Paese distrutto a causa delle misure di austerity imposte da Bruxelles. E pian piano lo stiamo ricostruendo a vantaggio delle fasce sociali più deboli: abbiamo investito su istruzione e sanità pubblica e abbiamo aperto un’enorme battaglia contro la corruzione, l’evasione e il sistema clientelare endemico in Grecia. Già si stanno vedendo i primi risultati.

Insisto, avete anche ingoiato bocconi amari e siete stati costretti a varare provvedimenti “scomodi”.

Il nostro congresso ha confermato la linea governista: abbiamo semplicemente deciso di non essere la sinistra della fuga e neanche di essere quella sinistra artefice della distruzione della società ellenica. Tra l’altro, non abbiamo attuato una riduzione delle pensioni ma le abbiamo stabilizzate colpendo soprattutto le pensioni d’oro. Rispetto al Ceta, Syriza è contraria ma l’accordo era già stato firmato dal governo precedente, ora lo siamo rinegoziando. Abbiamo fatto alcune privatizzazioni, è vero, però stiamo tutelando i beni comuni e siamo un argine contro chi vuole privatizzare l’acqua e la rete elettrica. Il nostro faro restano le nazionalizzazioni.

Syriza ha rappresentato il voto della speranza e del cambiamento. Adesso in Grecia ci sono continue manifestazioni contro il governo. Non state tradendo le aspettative?

La gente ha ancora pazienza e sta dando al governo il tempo necessario per migliorare le cose, per questo non ci sono manifestazioni di massa. Assistiamo a piccole contestazioni organizzate dalla sinistra radicale, ma sono forze ininfluenti in termini elettorali. Non esiste un’opzione politica alla sinistra di Syriza e non si rendono conto che così facendo regalano il Paese alla destra peggiore e ai poteri forti.

Anche Syriza prima era un partito del 3 per cento, alla sinistra dei socialisti del Pasok. Poi, però, le cose sono cambiate con la crisi.

Syriza non c’entra niente col Pasok. Abbiamo trovato una situazione disastrosa e ci stiamo scontrando contro l’Europa e il capitalismo parassitario, espressione sia dei conservatori che dei socialisti. Abbiamo scelto la strada più difficile per uscire dalla crisi – e siamo angosciati per il futuro – ma è l’unica possibile.

Quindi non avete mai fatto autocritica sulla trattativa con l’Unione Europea? Col senno del poi, non potevate pensare ad un Piano B?

Il Piano B non esisteva. Punto. L’economia ellenica era già in ginocchio, uscire dall’euro avrebbe significato la bancarotta e la fine per la Grecia. Soltanto con un’economia forte si può ipotizzare l’uscita dalla moneta unica e non era il caso nostro.

Quali sono gli attuali rapporti con Yanis Varoufakis? Il suo movimento transeuropeo, Diem, non sostiene tesi lontane dalle vostre.

E allora va chiesto a lui il motivo per il quale ha abbandonato Syriza. Ora tra noi non ci sono rapporti. In passato, quando era ministro delle Finanze, ha peccato di inesperienza politica: l’economia è una scienza, ma essa deve anche comprendere la politica.

Governo Tsipras vs Europa, una sfida che dura da mesi. Davide voleva sconfiggere Golia, ora possiamo dire però che Golia sta strangolando Davide, a colpi di memorandum?

Conoscevamo le conseguenze del dover affrontare l’Europa. Così eravamo consci, fin dall’inizio, che per cambiare la Grecia, dovevamo cambiare l’Europa. E’ impossibile il cambiamento in un solo Paese. Dopo un anno di governo Tsipras, adesso ci sono altri Paesi che si schierano contro il nucleo centrale del neoliberismo. La partita è aperta, Syriza sta progettando un’alleanza anti austerity tra i Paesi del Mediterraneo, quelli che più stanno pagando i costi di quest’Europa a trazione tedesca. A Bruxelles chiediamo di mantenere gli impegni presi, ad esempio con il Quantitative easing di Draghi.

Per quanto i sondaggi vadano presi con le pinze, soprattutto in Grecia, gli ultimi dati danno Syriza in forte calo e Neo Demokratia in ascesa. La vostra scelta di governo sarà anche di una “sinistra responsabile” ma non temete di pagarla in termini elettorali?

Si voterà nel 2019 e allora sono sicuro che Syriza sarà ancora protagonista perché avremo rimesso in piedi l’economia del Paese. Il nostro obiettivo è fare blocco contro l’austerità europea e contro il vecchio sistema politico. Non si possono più applicare le misure di austerity, dobbiamo uscire da questo commissariamento delle Istituzioni che pregiudica la democrazia. Noi siamo la locomotiva di questo grande scontro e vogliamo si aggiungano altre carrozze. Prima eravamo soli, nella nostra battaglia, adesso non più. Come è accaduto in Portogallo con la creazione di un esecutivo delle sinistre. E si può fare anche in Spagna, tra qualche anno. I partiti socialisti e socialdemocratici devono sganciarsi dai partiti liberali altrimenti faranno la fine del Pasok.

A parte due anomalie europee – in Portogallo i socialisti di António Costa hanno scelto di governare con i due partiti della sinistra più radicale e in Gran Bretagna Jeremy Corbyn prova, con mezzo partito contro, a far svoltare a sinistra il Labour Party – il Pse ormai va a braccetto col Pp sostenendo le politiche di austerity. La recente scelta del Psoe di sostenere in Spagna il governo Rajoy, lo conferma. La socialdemocrazia ormai non è morta? Non è meglio puntare da subito su un campo alternativo?

Quando i partiti socialisti scelgono di chiudere le frontiere o adottano politiche liberiste sul mercato del lavoro o sulle privatizzazioni, non fanno altro che spianare la strada alla destra: tra la copia e l’originale, l’elettore sceglie sempre l’originale. Ce lo insegna la storia. E, in questa fase, il processo è in divenire: una parte della socialdemocrazia si sta battendo per cambiare se stessa. Non soltanto Corbyn e Costa, pensiamo alla Spagna dove il Psoe rischia la scissione mentre nel Ps francese cresce la fronda anti-Hollande. E’ un problema di rapporti di forza, noi dobbiamo essere bravi a rompere l’infatuazione dei socialisti per l’austerity.

Lei negli Stati Uniti chi avrebbe votato tra Hillary Clinton e Donald Trump?

Avrei votato Sanders.

Alle primarie, ma poi avrebbe dato il suo sostegno a Clinton?

Solito dilemma, una questione non soddisfacente: da un lato il blocco dell’austerity, dall’altro il populismo. Sanders doveva stare al posto di Hillary.

Anche l’Europa rischia un’uscita a destra dalla crisi: austerity e populismi xenofobi appaiono due facce della stessa medaglia. Ma è veramente possibile costruire una terza via, anti austerity ed europeista?

Dopo la crisi del ’29, in Europa abbiamo assistito al sorgere del nazifascismo. Il rischio, anche adesso, è reale. Si sta diffondendo nelle nostre società un voto antisistemico di destra: i populisti si narrano come l’antidoto contro l’establishment. In questo quadro, la sinistra non può rimanere a guardare. Deve tornare alle sue origini se vuole contrastare le forze di destra e razziste mettendo in piedi pratiche di mutualismo per i poveri, i senza casa, i pensionati, più in generale gli “emarginati”. Se invece continua ad essere elitaria e a sposare politiche liberiste, rischiamo di regalare il mondo ai populisti.

(22 novembre 2016)

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