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Hiroshi Ishiguro: vi racconto il mio gemello androide – Repubblica.it

repubblica.it/tecnologia – Hiroshi Ishiguro: vi racconto il mio gemello androide. In Italia lo scienziato giapponese che ha creato la sua copia: ”Una nuova specie, non ha senso averne paura”  di JAIME D’ALESSANDRO

ROMA – Porterà il suo doppio, in un evento organizzato nell’ambito di Romaeuropa Festival, in collaborazione con l’Ambasciata del Giappone.
Hiroshi Ishiguro dell’Università di Osaka, da sedici anni lavora sugli androidi. Non semplici robot, ma copie di esseri umani. La sua creazione più famosa si chiama Geminoid, alter ego sintetico dello stesso Ishiguro.
Lo mostrerà, per la prima volta in Italia, il 24 novembre all’Auditorium Macro, il Museo di Arte contemporanea di Roma, in Via Nizza. Perché lui è convinto che gli androidi saranno parte della nostra società.
”Non ho mai voluto costruire semplicemente una macchina capace di svolgere il nostro lavoro – esordisce – , ma qualcosa che ci somigliasse a tal punto da entrare in contatto con noi in maniera empatica. Gli androidi sono degli specchi di noi stessi. Sono la chiave per aiutarci a comprendere meglio la nostra natura”.
Iniziando dalla sua copia? 
”Una scelta quasi obbligata. Volendo capire meglio me stesso dovevo partire da un androide che avesse il mio aspetto in tutto e per tutto. Invecchiando ne ho create quattro versioni in modo che continuasse ad essere la mia copia fedele. In secondo luogo ha funzionato bene nell’attirare l’attenzione sulla ricerca che stavo conducendo. E poi mi permette di esistere nello medesimo attimo in due parti diverse del mondo: mi collego e parlo, ascolto, vedo attraverso di lui”.
Quanto costa il suo doppio?
”Dai 100 ai 400 mila euro, secondo le versioni”.
Quale è stata la reazione quando lo mostrò la prima volta nel 2004? 
”Sorpresa e curiosità”.
E non paura? La fantascienza è piena di incubi popolati da androidi. Non le faccio la lista completa perché sarebbe lunga. Basta citare “Blade Runner” e “Westworld”, la serie della Hbo tratta da un film cult degli anni 70: “Il mondo dei robot”. 
”In Giappone Pepper, il robot della Softbank, sta già entrando nelle case. Noi ne abbiamo sviluppato uno, di taglia più piccola, chiamato Sota e ho anche realizzato Erica, che è una perfetta assistente che volendo può fare l’annunciatrice in tv. Il problema siete voi. Solo in Occidente c’è questa paura verso la tecnologia. Anzi, la domanda voglio fargliela io: perché avete paura?”
Ci somigliano, ma non sono noi.
”In Giappone la tecnologia è considerata un’alleata. Per secoli i popoli europei si sono fatti la guerra fra loro e il “noi” e “l’altro” sono diventati sempre più importanti. La vostra religione, il cristianesimo, fa un distinguo netto fra l’uomo e tutto il resto. Il mio Paese è stato isolato per anni e ha mantenuto un fondo di animismo. La vita digitale è considerata come una delle tante forme di vita del pianeta. Gli androidi sono una nuova specie che si aggiunge alle altre”.
La nostra paura è questione religiosa quindi? 
”Culturale prima di tutto. È la tecnologia che rende l’uomo un animale diverso. Senza la tecnologia, gli strumenti che sappiamo creare, saremmo identici alle scimmie. E allora perché rendere questa parte di noi stessi spaventosa?”
Considera le preoccupazioni di Elon Musk e Bill Gates, che temono che l’intelligenza artificiale possa prendere il sopravvento, infondate? 
”Le considero inutili. Siamo talmente lontani da un pericolo del genere che non ha senso discuterne ora. Prima di arrivare ad una intelligenza artificiale che abbia le nostre capacità serviranno decenni”.
Eppure da Facebook a Google, stanno tutti studiando il rapporto fra emozioni e linguaggio. È una delle chiavi che useranno le macchine del prossimo futuro per comprenderci meglio.
”Sto lavorando anche io sulle emozioni. I miei ultimi androidi le provano e provano anche desideri. Siamo lontani dalla complessità dei nostri stati d’animo, ma è un primo passo. Possono ad esempio sentire l’esigenza di rendere felice qualcun altro, esser tristi e interpretare le nostre espressioni”.
Intende dire che sono programmati per simulare quelle emozioni. 
”Non capisco la differenza. Noi siamo “programmati” a provare emozioni e desideri dal dna. Gli androidi lo sono da un software. Ho qualche difficoltà anche nel capire la separazione che viene fatta fra “reale” e “non reale” in base al fatto che i sentimenti di un robot sono originati da un codice. Bisogna scollarsi di dosso certi preconcetti”.
Parlerà di questo a Roma? 
”Parlerò anche di questo a Roma”.

Sorgente: Hiroshi Ishiguro: vi racconto il mio gemello androide – Repubblica.it

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