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Trump, inizia l’era della contropolitica – di Furio Colombo – Il Fatto Quotidiano

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Il voto americano rappresenta solo il clamoroso fatto nuovo della politica, o anche l’abbandono in massa della politica di milioni di elettori, con l’espediente del voto assurdo e offensivo invece della rispettosa astensione?

Come spiegare altrimenti il rapporto evidente fra il crescere del favore per Trump e l’annuncio sempre più in chiaro di un vasto e meticoloso progetto di distruzione della convivenza democratica, del rispetto delle persone, della tolleranza civile, descritti con precisione dai discorsi elettorali di un candidato che è sembrato buffo fin quando è divenuto tragico?

Risponderò che, con queste elezioni, milioni di americani hanno fatto un passo fuori dalla politica, un passo per allontanarsi da ciò che non capiscono, di cui non hanno fiducia, e che considerano inutile per la loro vita. Ovvero hanno deciso in massa di uscire dal gioco. Il senso di quel voto non è l’attesa di Trump salvatore.

Ma il sapere che la vittoria di Trump avrebbe significato “tabula rasa” (cito uno dei titoli che il New York Times ha dedicato a queste elezioni), e dunque tagliato i ponti col prima. In altre parole, molti non hanno giudicato, hanno abbandonato, non con l’astensione ma con un voto deliberatamente provocatorio e distruttivo.

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Che cosa può avere motivato un sentimento così estremo? Tento risposte muovendomi a disagio tra i fatti. Un fatto è il peggioramento della vita persino dove (negli Usa) sembra verificarsi uno straordinario miglioramento (lavoro, salari, salute, famiglia, scuole, diritti civili). Il vero peggioramento infatti è la mancanza di sicurezza.

Sicurezza, in questo contesto, non è la porta blindata e non è la polizia efficiente e immediata, che anzi in questo Paese tende a sparare subito. Sicurezza è che non ti venga tolto quasi subito ciò che ti è stato dato, dopo lunghi contrasti e lotte politiche. Ma viviamo in un’epoca in cui, con due parole e un tratto di penna, può scomparire la riforma sanitaria che era costata otto anni difficili e accuse gravissime al presidente che se ne sta andando.

Adesso chi ha sostenuto e amato Obama comincia a percepirlo come una figura di passaggio. Dopo di lui smonteranno in poco tempo il suo lavoro e lo faranno sembrare ridicolo. Torna e cresce l’ultimatum della ricchezza che intende preservare i propri diritti e comprimere sempre di più la vita di chi produce soltanto lavoro (mi rendo conto del senso della frase, che è insieme assurda e realistica).

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Sta ricominciando (in America e nel mondo industrializzato) la routine fondata su tre pilastri: il costo del lavoro è sempre troppo alto. La potenza di un Paese deve esprimersi in numeri e armi e va esercitata. Il graduale abbandono di diritti umani e civili che sembravano garantiti per sempre, ma non sono compatibili con alleanze, difese e costi che la ricchezza ha già dichiarato insostenibili, dai tempi di Margareth Thatcher e di Ronald Reagan.

Il nuovo mondo, che propone se stesso come aderente alla realtà e perciò non discutibile, genera un crescente rigetto dei poveri, locali o immigrati.

Chi non ha amato Obama, ha reagito soprattutto se povero, giudicando inaccettabile il punto di arrivo: non solo ha perso casa, lavoro, controllo sulla famiglia e futuro, ma è governato da un nero, che era sempre stato l’ultimo della fila. Quel nero, adesso bisogna rimetterlo sotto. A questa scena ingrata si aggiunge la perdita di potenza.

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L’America subisce oltraggi e non li ripaga, anzi conferma l’impegno di non far guerre. In un momento come questo si presenta un distruttore privo di scrupoli che promette finalmente “tabula rasa”. Qui, a questo punto sconnesso e illogico del giudizio politico, si è formata l’ossessione della contro-politica: via tutti, lasciando le chiavi al peggiore, affinché realizzi la vendetta e sfoghi il rancore di coloro che si sono sentiti comunque abbandonati.

Trump, nella sua strana e apparentemente grottesca (e invece ben calcolata) campagna elettorale, ha dato i segnali giusti. Ha puntato a ciò che negli Usa non si era mai fatto: attaccare e svilire, prima delle persone, le istituzioni. La strana e misteriosa dichiarazione del Federal Bureau of Investigation su probabili “responsabilità criminali” di uno dei due candidati (Hillary Clinton) subito prima delle elezioni, e la ritrattazione quasi immediata delle stesse accuse, da parte della stessa fonte, portano un clamoroso discredito a chiunque sia parte del gioco, con una implicita esortazione all’abbandono della vita pubblica.

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Fa testo la prima dichiarazione della Clinton dopo le più strane e illeggibili elezioni della storia americana: “Se potessi, non uscirei più di casa”. Così hanno deciso di fare molti dei milioni di americani che hanno votato Trump per chiudere con la politica: se la vedano loro, io non voglio avere responsabilità. Purtroppo è la scelta sbagliata. Le decisioni di Trump ricadranno su tutti loro e sul mondo. Ma la contro-politica comincia così, immaginando di potersi auto-escludere.

Sorgente: Trump, inizia l’era della contropolitica – Il Fatto Quotidiano

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