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La Turchia tra governamentalità, nazionalismo e colonialità del potere – UIKI ONLUS

Sorgente: La Turchia tra governamentalità, nazionalismo e colonialità del potere – UIKI ONLUS

Il fascismo di Erdogan, il nuovo colonialismo, lo stato d’emergenza e la repressione in corso nel Kurdistan Bakur. La seconda parte dell’analisi sulla fase politica turca.

Cosa sta succedendo in Turchia? Genealogia di un fascismo

Ogni fase storica in Turchia e ogni golpe ha sempre mostrato un’involuzione calzante nei modelli di panturchismo messi in atto, sia che questi fossero legati al kemalismo laicizzante, che all’islamismo ottomanista: è emerso un rigido statalismo e un conservatorismo carico di persecuzioni razziste. Il partito dell’AKP di Erdoğan in Turchia è supportato materialmente e diplomaticamente da Stati Uniti, Unione Europea e Giappone e dai circoli industriali e finanziari mondiali. Le nuove forme di assimilazione e genocidio sono sempre state vincolate ad alleanze strategiche di controllo internazionale: a partire dagli anni ‘50 in periodo di guerra fredda, dietro alla politica della Turchia troviamo gli Stati Uniti. Negli anni delle mobilitazioni del ‘68[1], che ebbero importante effetto sulla gioventù curda e la sinistra turca, si assistì ad una crescita significativa del TIP, il partito dei lavoratori in Turchia, che, per aver affermato l’esistenza del popolo curdo nella Turchia orientale, verrà in questi anni duramente eliminato con l’accusa di “politica separatista” e i suoi esponenti saranno così incriminati dopo il secondo colpo di Stato ad Agosto del 1971 dinanzi ai giudici militari di Ankara. Già qualche mese prima, il 12 Marzo 1971, con l’obiettivo di bloccare lo sviluppo del movimento curdo nella Turchia orientale, le gerarchie militari sotto la direzione dei generali Tagmac e Nihat Erim si erano impadroniti del vertice dello Stato con un secondo golpe. Ma è nel 1980 che viene realizzato il terzo colpo di Stato della storia della Turchia, nel periodo in cui si era già avviata, a partire dalla sua fondazione avvenuta il 27 Novembre 1978, l’attività del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) destinata ad assurgere notorietà mondiale.

Lo scontro coinvolgeva diverse forze repressive e scopi globali precisi cosicché con il supporto di Washington e della NATO, con la successiva dichiarazione di un decreto militare che legittimò la deportazione di chiunque fosse sospettabile di operazione a danno dell’unità nazionale e dell’ordine pubblico, il 12 Settembre 1980 il generale Evren prese il potere inneggiando al ritorno del kemalismo e dell’unità nazionale, abrogando la Costituzione e sciogliendo il Parlamento. In questo periodo il tribunale di Diyarbakyir avviò un processo imputando l’appartenenza al PKK a 2.231 prigionieri[2]. All’ora, come oggi, avvenivano dei veri e propri programmi di rinsediamento demografico della popolazione, spargendo le persone, dai centri abitati per numerosi villaggi, fuori dai loro distretti di appartenenza. In termini di governamentalità[3] volta a dirigere le condotte delle vite, ci fu la realizzazione di nuovi villaggi pianificati per l’obiettivo strategico di controllo del territorio. Questa modalità di pianificazione statistica governamentale e di ricollocamento demografico delle popolazioni avviene di fatto ancora oggi in Turchia con il supporto dell’esternalizzazione dell’accesso alle frontiere per mezzo dell’accordo sui flussi migratori siglato ad Aprile del 2016 tra Turchia e Unione Europea. Mentre l’Unione Europea ha finanziato le opere di divisione consentendo la costruzione di mura di separazione al confine della Turchia, aggravando la crisi umanitaria e le uccisioni ai confini, i flussi migratori vengono usati strumentalmente per riconfigurare l’assetto demografico delle città, per mezzo dell’attivazione di una pulizia etnica e culturale connessa non solo all’annientamento delle zone a maggioranza curda ma anche all’elaborazione di infiltrazioni di destabilizzazione jihadista in Europa. La Turchia sta usando la crisi dei rifugiati come ricatto contro l’Europa e gli Stati Uniti perché possano rimanere in silenzio e chiudere gli occhi di fronte ai genocidi portati avanti. Sappiamo che le politiche d’attacco e le mire espansioniste portate avanti in questo momento non sono svincolate dalle politiche interne di eliminazione del popolo curdo, che avviene nel 2016 oggi nella stessa maniera brutale con cui avvenne nel 1915 il genocidio armeno e il genocidio di Dersim dopo le rivolte nel 1938[4].

Il governo di Erdoğan dopo aver nuovamente invaso il territorio curdo a Sudest della Turchia, attraverso massacri e tentativi di genocidio fisico e politico, cerca ora di invadere anche il Nord della Siria, il Rojava, mentre il territorio iraqeno rimane sotto ricatto, se si guarda ai discorsi della Turchia sulle città di Mosul, Shingal, e ora Raqqa[5]: la Turchia mette questi nomi nella lista dei suoi piani di invasione, quindi non solo in Siria, ma anche in Iraq. I passi che Erdoğan farà non sono solo limitati a creare caos nella regione: lo scopo è inasprire il caos in Iraq e Siria per portare lo stato iraqeno e le forze internazionali ad avere interessi nella regione. Sappiamo che dal 2003, con l’invasione dell’Iraq da parte dell’esercito americano c’è stato il fallimento del progetto di americanizzazione del Medio Oriente, tentativo conclusosi nel 2011 con il passaggio dei poteri alle unità irachene da parte dell’esercito statunitense. Russia e Usa ora prendono accordi per un controllo strategico sulla regione. Inasprendo con la Turchia conflitti e divisioni tra gruppi e fedi diverse, armando bilateralmente le loro pedine, creando situazioni senza apparenti vie di uscita. Questa è una situazione veramente pericolosa e a fronte di ciò Erdoğan non si astiene dal continuare a mettere l’intera regione a rischio allargando il conflitto attraverso tutto il territorio.

Nel XX secolo si è esercitato contro il popolo curdo una politica che non ha esempi in tutto il mondo. Per guardare con realismo alla situazione attuale, dopo aver preso seriamente atto del crollo del socialismo reale, non è minimamente possibile ragionare sulla base binaria della divisione di blocchi contrapposti. Bisogna eliminare ogni visione di mondo bipolare e capire come il controllo militare dei territori e delle risorse nella modernità capitalista, comporti contemporaneamente processi di assimilazione e differenziazione: questo avviene per mezzo di un sistema di equilibrio multipolare e su base di alleanze bilaterali, attraverso l’esternalizzazione della guerra con armamenti bifronti che implementano la divisione interna e gestiscono le aree di destabilizzazione a livello millitare, politico, culturale. Da questo punto di vista dobbiamo considerare l’Isis, supportata e addestrata dalla Turchia, un atroce prodotto delle intelligence delle potenze internazionali. Anche la Russia, come gli Stati Uniti, come Israele, partecipa esplicitamente al controllo imperialistico delle aree in Medio Oriente. Un esempio più recente è l’accordo stretto tra Putin e Erdogan per la costruzione del gasdotto nominato “Turkish Stream”- che rifornirà l’ Europa- e, uno meno recente, la presenza russa ad Aleppo, strumentale al controllo dell’accesso al mare per mezzo della propria base militare situata nella città portuale siriana di Latakia. Nonostante siano state analizzate prima alcune sue caratteristiche, il meccanismo del nazionalismo di Stato della Turchia non può dunque essere isolato per essere compreso, perché coinvolge un’impostazione del neoliberismo globale e con essa, una responsabilità per una presa di posizione consapevole in ciascuna e ciascuno di noi. Agisce inoltre collegandosi ad una dimensione del potere legata a interessi di controllo mondiali e alla colonialità: ciò ci porta a riflettere e a situarci, a comprendere che le relazioni di potere nate come conseguenza della dominazione coloniale non sono scomparse con l’emancipazione dei nuovi Stati, al contrario, sono sopravvissute e si riproducono costantemente in diversi ambiti, da quello politico a quello economico, nei genocidi, nel razzismo culturale e nelle discriminazioni sessuali e di genere. Colonialità è un concetto elaborato in America Latina dal sociologo peruviano Aníbal Quijano[6] e si diversifica dal classico colonialismo, di dominazione diretta. Viene usato per spiegare la formazione di relazioni di dominio e controllo, a livello diacronico, e la loro vigenza nel mondo attuale.

Quijano analizza il modello di potere eurocentrato e le successive relazioni originatesi con il colonialismo e il capitalismo moderno. La colonialità del potere ci richiama a vedere e considerare una connessione tra il livello internazionale, le relazioni interne agli stessi Paesi e le nostre condotte. E può valere quanto mai oggigiorno quanto veniva considerato da Rosa Luxemburg, sulla funzione del militarismo e della guerra all’interno dell’economia neoliberista nel suo assetto coloniale: se la politica mondiale è diventata teatro di minacciosi conflitti, non si tratta tanto dell’apertura desiderata da nuovi paesi per il capitalismo e dalle loro mancanze nel loro tentativo di modernizzazione, quanto di antagonismi europei già esistenti che si sono trapiantati nelle altre parti del mondo e là portano alla rottura. Per Quijano, questo vale negli anni della Conquista europea in America Latina, nel Medio Oriente questi antagonismi sono stati trapiantati dall’Europa con l’accordo Sykes Picot del 1916, con il Trattato di Losanna del 1923, e non cessano oggi, qui, come altrove, di riprodursi. Ne consegue che tutti gli Stati-Nazione vengono spinti al conflitto proprio dall’omogeneità del loro alto livello capitalistico[7]. Per fare degli esempi, vedremo che la Germania, già dal 1880, ai tempi del periodo Ottomano, nella sua impresa di colonizzazione, si faceva sostenitrice dell’ideologia islamica per supportare e promuovere la turchità contro l’imperialismo della Russia zarista. La trasformazione capitalista in Turchia nell’era della Repubblica dal 1950 nasce in seno a modelli di sviluppo occidentali (Kemal dichiarava di ispirarsi alla ruolo avuto dalla borghesia nella Rivoluzione Francese) e qui aveva avuto un ruolo di primo piano la politica occidentale anticomunista degli USA. Con l’offensiva del 1980 e il conseguente colpo di Stato si sono rafforzate l’integrazione sovranazionale e il ritorno al modello dello stato nazionale e del nazionalismo come fondamento concettuale delle relazioni.
Dall’imposizione dello Stato d’Emergenza, alla necessità di pensare al di là dello Stato

Il mondo intero ha assistito al tentativo di colpo di stato del 15 Luglio 2016 in Turchia con immensa preoccupazione. Al tentativo di golpe, è infatti seguito, come prospettato – è chiaro qui l’insegnamento fornito dai passati eventi storici- un assetto centralistico e autoritario del governo dittatoriale del partito conservatore dell’AKP di Erdoğan che ha portato a Luglio alla dichiarazione di uno Stato d’Emergenza, prorogato per i prossimi mesi da Ottobre, e quindi ancora in corso. Anche se non era stato ufficialmente dichiarato, uno stato d’emergenza era comunque ben presente dai mesi precedenti al tentato golpe. Il mondo intero ha visto le città del sudest della Turchia come Cizre, totalmente rase al suolo dall’esercito dello stato turco. A Cizre sono state bruciate vive, chiuse negli scantinati, centinaia di persone. Il governo turco ha negato questo crimine contro l’umanità, ma le denunce di deputati come Faysal Sariyildiz (Partito Democratico dei Popoli, in Turchia) hanno dato testimonianza diretta al mondo intero. Con l’uso di armi chimiche sono state attaccate anche Nusaybin, Sirnak, Yuksekova, Silvan, Silopi, Hakkari, Lice e sono stati imposti lì coprifuochi e deportazioni. Era stata già dichiarata dal governo turco prima dello Stato d’Emergenza la revoca dell’immunità parlamentare ai deputati democraticamente eletti. Due giorni fa, dopo il commissariamento e la sostituzione di sindaci in ben 28 municipalità, anche i co-sindaci di Diyarbakir, Gültan Kışanak and Fırat Anlı, e la eurodeputata Feleknas Uca sono stati arrestati e le manifestazioni pacifiche di protesta sorte davanti alla Municipalità della città subito dopo le detenzioni, represse brutalmente.

Ogni dichiarazione ufficiale sull’arresto dei co-sindaci che non si pronunci criticamente contro il contesto antidemocratico e contro le misure repressive che in Turchia stanno avendo luogo ne legittimano di fatto un ulteriore sviluppo soprattutto se si tiene in conto della preoccupante decisione, in seguito allo Stato d’Emergenza, di sospensione temporanea, da parte della Turchia, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dichiarata invocando l’articolo 15 della convenzione “guerra o altre emergenze pubbliche che minacciano la vita della nazione”[8]. Dal fallito colpo di stato militare del 15 Luglio, sono state più di 35 mila le persone arrestate, quelle indagate più di 82 mila; altre 3907 sarebbero ancora ricercate e altre 26 mila sarebbero state rilasciate sotto “controllo giudiziario”. Più di 100 mila persone sono state cacciate o sospese dal loro posto di lavoro, nella magistratura, nella scuola, nell’Università, nelle amministrazioni pubbliche, nei media ed in altri settori.

La violenza perpetrata da Erdoğan, nel fascismo più preoccupante del XXI secolo, lega istanze d’unificazione islamica, nella sua collaborazione con l’Isis, a mire imperialistiche di neo-ottomanismo, razzismo, ultranazionalismo, ed è strategica in questo suo piano la persecuzione nei confronti del popolo curdo, che aspira secondo principi di libertà, ad una democratizzazione nel Paese.

Contro l’ideologia settaria dello Stato-Nazione, le soluzioni democratiche del movimento curdo sono in corso con successo da anni in Medio Oriente, ed è proprio in seguito al loro successo che con paura si sta intensificando una reazione internazionale e turca di tale entità. Il problema curdo e l’alternativa proposta dal movimento di liberazione è mantenuto in vita dal sistema globale del neoliberismo egemonico e dalle politiche scellerate degli Stati-Nazione, che, come quello turco, offrono un ruolo chiave nella perpetuazione del caos. Ma la soluzione può trovarsi solo con la presa di posizione e con la costruzione, al di là dei confini statali, di una dimensione solidale che si riconosca nella lotta globale per una modernità democratica. Tutte le forze sociali che muovono verso una democratizzazione della Turchia possono unirsi oltre questa violenza di Stato al fine di ottenere una soluzione alla guerra in corso.

Nel Nord della Siria e al Sudest della Turchia sia durante i periodi di pace che durante periodi di guerra e resistenza, sono stati attivati, da anni, dal movimento di liberazione curdo, secondo i principi confederali del Contratto Sociale, modelli di convivenza e organizzazione noncapitalisti che hanno portato curdi, assiri, siriani, armeni, turcomanni, ezidi, arabi, ceceni, a realizzare insieme un autogoverno comunale antigerarchico, antisessista, per la parità dei generi e ecologico. Il movimento curdo, attivo da 40 anni, da prima dello scoppio delle Primavere Arabe ha portato avanti un’autorganizzazione che ha permesso di scegliere una terza via tra il Regime di Assad e l’opposizione che si appoggiava al nazionalismo arabo, diventando un esempio per tutti i popoli della regione e altrove in altre parti del mondo. Oggi, la dimensione politica della questione curda ha una portata tale che senza la sua soluzione, i problemi del Medio Oriente e del mondo intero a stento possono essere risolti a lungo termine. Ma il sistema statale, che ha in realtà una storia molto recente, come entità politico-militare, non possiede la capacità e la forza di risolvere i problemi che esso stesso ha prodotto e tende a paralizzare un pensiero svincolato, col rischio di alimentare, nei confini fisici e mentali imposti, un silenzio assordante, una comprensione che ragiona per blocchi, di fronte ai problemi del fascismo globale attuale. Era l’estate del 1932 quando Simone Weil osservava gli ultimi mesi prima della presa del potere da parte di Hitler, rendendosi conto della portata degli avvenimenti tedeschi. E spingeva la sua analisi sul totalitarismo sino a un raffronto del presente con altre forme di potere della storia, come quelle attuate dall’Impero romano, da lei detestato. I termini in cui si è discusso, anni dopo, con nuova consapevolezza, sul nazismo, erano tutti già presenti nel pensiero di Simone Weil, proprio mentre i fatti stessi stavano accadendo. Sentendoci parte di quel che avviene, capiamo come la guerra ha per effetto più pericoloso quello di disattivare qualunque capacità di opposizione e decisione autonoma da parte della società. Il neoliberismo è impegnato anche in Europa, dove è lampante l’ascesa preoccupante dell’estrema destra, a sfasciare la democrazia. Il fascismo, è una realtà con cui dobbiamo fare i conti[9]. Prima che sia troppo tardi, è necessaria una partecipazione responsabile alla propria epoca, che sia adesione piena alla realtà storica del nostro tempo. Consapevoli di questo, e eredi delle catastrofi che il fascismo delle potenze mondiali continua a realizzare, è necessario opporsi fortemente al sistema dittatoriale che il presidenzialismo di Erdoğan sta alimentando in modo sanguinario ogni giorno. Possiamo attivare elementi di comparazione con il passato, abbracciando una visione complessa della realtà e, nel fare-storia insieme, rompere l’inerzia del silenzio, esprimere il più chiaro dissenso, come urgente punto d’unione, d’origine e d’approdo.

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Note

[1] A. Ocalan. Oltre lo Stato, il potere, la violenza. Scritti dal carcere IV, Edizioni punto rosso, Milano, 2016

[2] Cfr. Sara Sakine Cansiz, Tutta la mia vita è stata una lotta, Vol. I e II, Mezpotamien Verlag – UIKI Onlus, Neuss, 2015

[3] Cfr. Michel Foucault, Sicurezza territorio, popolazione. Corso al College de France (1977-1978), Feltrinelli, Milano, 2004

[4] Bese Hozat, intervista, di Erdal Er, pubblicata su Kurdish Question, 27 Ottobre 2016

[5] Aldar Xelil, L’operazione Raqqa sta per iniziare, ANF, 29 Ottobre 2016

[6] Anibal Quijano, Colonialidad del poder, eurocentrismo y America Latina, in Edgardo Lander (a cura di) La colonialidad del saber: eurocentrismo y ciencias sociales. Perspectiva latinoamericanas, CLACSO, Buenos Aires, 2000.

[7] Rosa Luxemburg, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma, 1970. pp.164-168

[8] In seguito agli arresti non è stato fatto riferimento, nella dichiarazione dell’Alta Rappresentate UE agli Affari Esteri Federica Mogherini all’antidemocratica situazione dello Stato d’Emergenza. Sono sorti per questo dei comunicati di denuncia, si veda: http://www.retekurdistan.it/2016/10/27/sulla-dichiarazione-di-federica-mogherini-rappresentante-dellue-per-gli-affari-esteri-sullarresto-di-gulten-kisanak-e-firat-anli-comunicato-stampa/p>

[9]Pierre Dardot, Christian Laval, Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia liberista, DeriveApprodi, 2016

di D. A, Dinamo Press

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