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La teoria della «accozzaglia» è totalmente contraria alla logicacorriere.it/cultura

corriere.it/cultura – La teoria della «accozzaglia» è totalmente contraria alla logica. È nella natura stessa di un referendum l’aggregare i Sì e i No secondo l’opinione che si ha sulla questione sottoposta al voto.   –  di Mario Monti

Caro direttore, il presidente del Consiglio Matteo Renzi sabato ha esibito un fotomontaggio, completo di fumetti, raffigurante l’ «accozzaglia»: i volti di sette persone, tra le quali quattro ex premier, che si sono pronunciate per il No al referendum.

L’opera, si è appreso, illustrerà un dépliant che sarà spedito a tutti gli italiani dal comitato per il Sì. Ieri Renzi ha precisato: «Se ho offeso qualcuno mi scuso».

Per quanto mi riguarda, nessuna offesa; se mai sorpresa per essere finito lì anch’io. Infatti, a differenza dei miei «compagni di accozzaglia», pur avendo dichiarato che voterò No e per quali ragioni (Corriere della Sera, 18 e 30 ottobre scorso) non prendo parte alla campagna referendaria.

 A mio modesto avviso, il presidente Renzi dovrebbe piuttosto rivolgere le sue scuse alla logica e ai fatti, per ripetute mancanze di rispetto nei loro confronti. A meno che, in epoca di politica post verità e di storytelling, l’aderenza alla logica e ai fatti sia ormai da considerare un fastidioso orpello.

È contro la logica, a prescindere dalle buone o cattive maniere, l’assillante e caricaturale argomento sull’ «accozzaglia» dei No. È nella natura stessa di un referendum l’aggregare i Sì e i No secondo l’opinione che si ha sulla questione sottoposta al voto.

Pur essendo un tema importante, quello di una parziale riforma della Costituzione non è una «scelta di civiltà» che consenta di separare i reprobi e i virtuosi. Ed è persino possibile che vi siano cittadini inceneriti come reprobi dalle saette del presidente del Consiglio e che tuttavia non pensano che, anche in caso di vittoria del No, egli dovrebbe lasciare.

Chi scrive, ad esempio, è un cittadino che si è espresso contro questa particolare riforma e che tuttavia non vede perché Renzi dovrebbe lasciare il governo in caso di sconfitta del Sì. Non è una debolezza delle ragioni del No (così come del Sì, evidentemente) se a sostenere il No sono persone e movimenti che mai potrebbero governare insieme.

Anzi, più eterogenei sono gli orientamenti politici di quanti condividono il No, più questo significa che le ragioni del No sono numerose e diffuse.

E sono contro i fatti molti degli argomenti usati dal presidente del Consiglio. Ne cito alcuni tra quelli che sono stati da lui utilizzati nei miei confronti, solo perché conosco la realtà più che in altri casi.

«Mi dispiace il No di una parte del Parlamento che ha votato la riforma in Aula e che poi per motivi politici ora vota No» (Renzi, 17 novembre). Il mio nome è citato tra questi.

Come ho avuto occasione di ricordare più volte, ho votato a favore della riforma in prima lettura in Senato, nell’agosto 2014, non in seconda e terza lettura. «Con il No, Monti, Salvini, Grillo, D’Alema sfruttano il 4 dicembre per riprendersi il potere che avevano perso.

Vogliono tornare loro» (Renzi, 18 novembre).

Per quanto mi riguarda, Renzi può stare tranquillo. Forse ricorderà che il «potere» me l’hanno dato il presidente della Repubblica e il Parlamento nel novembre 2011 quando nessun politico lo voleva.

È curioso, questo addebito, mosso da chi nel febbraio 2014 è andato a esigere il potere, con una risolutezza che gli si deve riconoscere.

«Se voti No stai difendendo la “Casta”. Sono i sostenitori della “Casta”, quelli che per anni hanno sempre detto No al cambiamento» (Renzi, 16 novembre).

Se Renzi ritiene che questo addebito sia da muovere anche a me, che voterò No, o al governo che ho guidato, sarò lieto di discuterne.

«Monti (qui contrapposto a Salvini) ha una visione da maestrina, che era propria del governo tecnico, dell’Europa da cui ci si fa dettare la linea, un governo che dice “ce lo chiede l’Europa”» (Renzi, 18 novembre).

Se la narrazione non è confortata dai fatti, basta dimenticare i fatti, questa sembra essere la posizione di Renzi anche sui temi europei. Nel periodo del mio governo, ho sempre spiegato agli italiani che determinate misure erano necessarie per il bene dell’Italia e dei nostri figli.

Preferivo, come è avvenuto, assumere su di me l’impopolarità anziché vederla scaricata dagli italiani sull’Unione Europea, come fanno di solito i politici con un esercizio in cui il nostro presidente del Consiglio è maestro.

Quanto al modo di battersi a Bruxelles, pima di fare affermazioni inconsistenti come quella citata del 18 novembre sarebbe bastato che Renzi desse un’occhiata ad una nota Ansa di tre giorni prima: «Il più noto pugno sul tavolo lo sbattè Mario Monti nel 2012, durante la notte del 28 giugno, in cui sfidò apertamente la Merkel: minacciò il veto all’intero pacchetto di misure sul tavolo se non avesse avuto il via libera allo scudo anti spread, che ha aperto la strada al programma di acquisto di titoli di Stato della Bce».

Ma il massimo dello storytelling avulso dai fatti Renzi l’ha raggiunto sabato. «Mille giorni fa tutti dicevano che l’Italia avrebbe fatto la fine della Grecia». Come tutti sanno, l’Italia ha rischiato di fare la fine della Grecia. Ma quel rischio è stato scongiurato ben prima dell’arrivo di Renzi a Palazzo Chigi.

Quando si è insediato nel febbraio 2014 lo spread era a 190, all’incirca come è oggi. Il mio governo se l’era trovato a 574 nel novembre 2011 e l’aveva consegnato a Enrico Letta nell’aprile 2013 a quota 260, insieme all’uscita dell’Italia dalla procedura di disavanzo eccessivo.

Renzi è poi arrivato a governare il solo Paese del Sud Europa che era fuori da tale procedura e che non aveva la troika a «governare».

Il fronte finanziario è da presidiare con attenzione, come stanno facendo il ministro Padoan e la Banca d’Italia. Padoan ha spiegato nel Corriere di ieri che i mercati internazionali in questa fase sono più nervosi. È naturale che anche la scadenza referendaria abbia una certa influenza ed è stato inopportuno avere drammatizzato questa scadenza al di là della sua portata effettiva.

Ma, come ha illustrato ieri Luca Ricolfi sul Sole 24 Ore, il rialzo attuale dello spread dell’Italia ha a che fare, più che con il referendum, con i risorgenti dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, legati — nell’analisi di Ricolfi — alle scelte di politica economica degli ultimi due anni.

«Dai primi mesi di quest’anno lo spread dell’Italia, che nel corso del 2015 era peggiorato di meno di quello di Spagna e Portogallo, comincia a evolvere (negativamente) come quello del Portogallo, peggio di quello della Spagna e persino peggio di quello della Grecia».

Invece di parlare di Grecia a sproposito, cerchiamo di fare il necessario per ancorare definitivamente la nave della finanza italiana in un porto sicuro, prima che arrivi una prossima tempesta.

Sorgente: Corriere della Sera

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