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Il 26 novembre in piazza contro la violenza di genere, non contro il governo |  huffingtonpost.it

huffingtonpost.it – Il 26 novembre in piazza contro la violenza di genere, non contro il governo 

Una donna della mia età, Anna Doppiu, nella mia città, Sassari, è morta: picchiata a sangue dal marito, che lei voleva lasciare, poi coperta di benzina e bruciata viva.

È quasi la centesima vittima quest’anno di quello che si chiama femminicidio, l’esito estremo della violenza di genere: la violenza che si scatena contro le donne per il fatto che non vogliono più sottomettersi a una vecchia idea di genere, cioè dei rapporti tra i sessi. In quella vecchia idea di genere che si chiamava patriarcato, gli uomini comandavano, e le donne obbedivano, gli uomini erano i padroni, le donne e i figli il loro possesso.

Seguendo questa logica patriarcale, un altro marito a Genova ha ucciso la moglie e le due figlie, Rosa Martina e Giada. Un solo funerale, assassino e vittime, su suggerimento di sacerdoti cattolici.

Una donna, Valentina Milluzzo, è morta a Catania perché i medici non hanno estratto dal suo grembo un feto morto per non provocare l’interruzione di gravidanza del suo gemello: non è solo malasanità, è anche che ancora si crede che del corpo e della vita delle donne possano decidere altri, e non le donne stesse.

In Polonia una manifestazione di donne di grandezza epocale ha proibito al governo integralista di revocare la possibilità di abortire.

In Argentina un’altra manifestazione epocale contro la violenza sulle donne ha seguito l’omicidio dopo giorni di torture sessuali inenarrabili di una ragazza di 16 anni.

Ogni anno, dal 1999, il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne proclamata dalle Nazioni Unite. Una ricorrenza annuale che quest’anno assume un valore speciale.

L’Unione donne in Italia, Dire-Rete nazionale dei centri antiviolenza, e la Rete Io Decido hanno indetto una manifestazione nazionale il 26 novembre a Roma. E subito sono scoppiate le polemiche.

Nel mondo dei social media hanno girato comunicati di adesione con idee perfino bislacche. Vediamole.

Il colpevole della violenza delle donne sarebbe il capitalismo. Io credo che lo sviluppo delle economie di mercato democratiche e dello stato sociale che le ha accompagnate sia un elemento fondamentale che ha contribuito a emancipare e liberare le donne delle classi medio alte dei paesi occidentali come nessun altro regime politico-sociale mai è stato in grado di fare.

Uomini sì, uomini no, uomini solo in fondo al corteo. Chi indice una manifestazione la apre come ritiene simbolicamente più opportuno, ma limitare la libertà degli uomini femministi nell’epoca di Justin Trudeau sarebbe fare passo indietro di decenni.

Su questo le femministe italiane sono state chiare il 13 febbraio del 2011, manifestazione Se Non Ora Quando, e non si torna indietro. Gli uomini amici delle donne sono chiamati a fianco delle donne libere per costruire una cultura e delle istituzioni per i due sessi. Il separatismo ormai è diventato sterile e dannoso.

Sarebbe una manifestazione del No, sarebbe una manifestazione del Sì, è una manifestazione contro il governo, non lo è. Io personalmente voto Sì, perché mi piacciono molti aspetti della riforma in particolare la doppia preferenza di genere, e credo che il governo Renzi sia quanto di meglio offre oggi il menù della politica italiana.

Nel mondo ideale forse ci sarebbe di meglio, in quello reale no, e con il vento che soffia dall’America di Trump considero pericolosissimo fare gli schifiltosi. In quel corteo ci saranno donne e uomini che votano Sì e donne e uomini che votano No, perché una manifestazione per una ricorrenza internazionale e su un tema che si misura in culture e in secoli non dovrebbe avere nulla a che fare col governo e con il referendum.

Di più: una manifestazione è solo un grido. Un grido giusto necessario per attirare l’attenzione, ma non una soluzione. Spesso è l’opposto: il limite della sinistra della mia generazione è stato quello di fare tante manifestazioni, ma riuscire poco a governare il paese.

Questa manifestazione ha un senso e uno sbocco se apre un dialogo con il governo, e in particolare con la ministra delle pari opportunità, la ministra della sanità e il ministro dell’interno, per dare appoggio e slancio al lavoro di costruzione di centri antiviolenza, di protocolli adeguati di pronto soccorso, di politiche di ascolto e di assistenza materiale e psicologica delle vittime e dei maltrattanti.

Occorre una spinta ancora maggiore verso politiche economiche e sociali che migliorino gradualmente l’accesso delle donne italiane a lavoro e reddito, la base materiale della nostra libertà. Una caduta del governo, con l’incertezza e il peggioramento della situazione economica, sarebbe contraria agli obiettivi di questa manifestazione.

Trovo ingenuo e sbagliato affermare, come si fa nel comunicato della manifestazione, che “Le politiche di austerity e riforme come quelle del lavoro e della scuola, in continuità con quanto accaduto negli ultimi dieci anni, non fanno altro che minare i percorsi di autonomia delle donne e approfondire le discriminazioni sociali, culturali e sessuali”. È un’affermazione falsa e retorica.

Minare i percorsi di autonomia delle donne non era certamente l’obiettivo del primo governo per metà femminile, e neppure è stato il risultato delle politiche del governo: in un paese che stenta a crescere, l’occupazione femminile è migliorata di più di quella maschile. E se l’austerity cesserà, sarà anche grazie alla posizione che in questo momento l’Italia sta portando in Europa.

Molte delle persone che andranno a quella manifestazione ci andranno per lo speciale dolore che provano pensando ad Anna, Rosa, Giada e Valentina, come dice la bella lettera a firma di Alessandra Bocchetti.

Non si identificano con un femminismo ancorato a un movimentismo sterile, tutto giocato contro gli uomini e contro istituzioni, che sembra attendere, contro la violenza di genere, non buone politiche e buon governo ma una confusa palingenesi culturale.

Cionostante non condivido il comunicato con cui uno dei tronconi in cui si è spezzato il gruppo Se Non Ora Quando si è dissociato pubblicamente dalla manifestazione. Al di là di queste idee bislacche, questa non è e non sarà una manifestazione contro il governo.

Questa è una manifestazione soltanto contro la violenza di genere, e mi pare già tanto.

Quando il saggio indica la luna, lo sciocco guarda il dito.

Il dito è il rischio di una strumentalizzazione antigovernativa, sbagliata e pericolosa.

Ma la luna è la violenza di genere. Ci vediamo alla manifestazione, spero.

Non è il tempo migliore per una Carta che concentra i poteri e indebolisce i controlli

Sorgente: Il 26 novembre in piazza contro la violenza di genere, non contro il governo | Elisabetta Addis

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